A partire dall’ottobre 1995, momento in cui è stato possibile riprendere gli interrogatori (anche se inizialmente si è trattato necessariamente di audizioni assai brevi per le ancora incerte condizioni di salute), Carlo DIGILIO ha ampliato e completato il quadro della struttura di intelligence di cui era fiduciario e delle varie “operazioni” che si erano sviluppate a partire dalla metà degli anni ‘60.
Saranno in questa sede riportati solo gli aspetti essenziali di tali dichiarazioni, comunque ampiamente ordinate e analizzate nelle annotazioni del R.O.S. del maggio 1995 e del giugno 1996.
In primo luogo Carlo DIGILIO ha rivelato l’identità anche degli ufficiali americani responsabili della struttura:
“Il mio primo
reclutatore fu il capitano David CARRETT della Marina Militare degli Stati
Uniti che anche mio padre aveva conosciuto e che infatti egli mi aveva
presentato personalmente.
Intorno
al 1974 il capitano CARRET fu sostituito dal capitano RICHARDS che io incontravo
normalmente sotto la torre a San Marco, come del resto anche il capitano
CARRETT.
Il “cambio
di guardia” fra i due ufficiali avvenne a Verona dove CARRETT mi presentò
RICHARDS.
Il capitano
RICHARDS mi disse di essere in servizio presso la base NATO di Vicenza,
mentre CARRETT era in servizio presso la base di Verona.
Era stato
CARRETT a insegnarmi come si eseguono i pedinamenti con esercitazioni per
strada utilizzando degli estranei sia a Verona che a Venezia.
Mi riservo
in un prossimo interrogatorio di spiegare l’operazione “DELFINO ATTIVO”
che si svolse nell’Adriatico per controllare la capacità di reazione
della Marina Militare italiana”. (DIGILIO,
int.21.12.1995, ff.2-3).
“In merito
ai due ufficiali americani CARRET e RICHARDS di cui ho parlato, posso aggiungere
qualche particolare.
RICHARDS
veniva chiamato “TEDDY”, nome di battesimo che ricordo non perché
me lo disse direttamente, ma perché alcuni suoi colleghi lo chiamarono
così in mia presenza, compreso il CARRET.
Questo nel
tipico gesto americano e cioè la pacca sulla spalla dicendo “Olà,
Teddy”.
CARRET era
un uomo alto circa un metro e 85, robusto, con i capelli biondi tendenti
al rossiccio, di tipico temperamento gioviale come molti americani. Portava
occhiali da sole di varie gradazioni, credo che fosse sposato.
Con lui
mi incontravo in Piazzetta del Patriarcato, in zona San Marco, sotto la
torre dell’orologio e a Verona, invece, dietro l’Arena.
Per contattarmi,
a Venezia, CARRET lasciava o faceva mettere un bigliettino nella mia cassetta
della posta a S.Elena.
Alcune volte
invece non c’era bisogno di questo espediente perché ci si dava
appuntamento direttamente da una volta all’altra soprattutto in occasione
di festività.
CARRET faceva
riferimento ad un ammiraglio molto importante che si chiamava GRAHAM e
che tra il 1974 e il 1976 era diventato famoso nel suo ambiente in quanto
tramite sommergibili di profondità era riuscito a recuperare da
un sommergibile sovietico, affondato per un incidente nell’Atlantico, tre
missili a testata nucleare e codici cifrati.
Per quanto
concerne RICHARDS, egli conosceva SOFFIATI e infatti ci incontrammo qualche
volta tutti e tre a Verona dietro l’Arena e anche alla Stazione ferroviaria
di Vicenza dove RICHARDS era di stanza.
Una volta
c’era anche Giovanni BANDOLI.
RICHARDS
aveva all’epoca sui 40/45 anni, ben portati in quanto era molto atletico,
abbastanza alto, robusto, un po’ stempiato e con i capelli un po’ brizzolati”.
(DIGILIO, int.
5.1.1996, ff.3-4).
Carlo DIGILIO ha poi aggiunto molti particolari in merito al ruolo di Sergio MINETTO e ha spiegato che i contatti fra MINETTO e il colonnello SPIAZZI erano tenuti dal prof. GUNNELLA di Verona, che fungeva da elemento di raccordo fra le varie strutture:
“Posso ancora
aggiungere che il “contatto” fra MINETTO e il colonnello SPIAZZI era il
professor GUNNELLA.
Fu SOFFIATI
a indicarmi il nome del professore.
Posso ancora
aggiungere che il sistema utilizzato dai componenti della rete per incontrarsi
era un sistema postale, consistente nel fatto che si mandava un bigliettino
al professor GUNNELLA con l’indicazione dell’appuntamento e GUNNELLA lo
mandava alla persona con cui la prima si voleva incontrare.
Questo sistema
era utilizzato per città come Verona o Vicenza, mentre a Venezia
io, SOFFIATI e il capitano CARRETT ci incontravamo direttamente in quanto
a causa della presenza di molti turisti e della presenza di navi americane,
e quindi molti marinai e ufficiali americani, era possibile incontrarsi
senza essere notati”. (DIGILIO,
int. 21.12.1995, f.3).
“In merito
alla persona di Sergio MINETTO, posso aggiungere che egli aveva una vera
passione per la partecipazione a manifestazioni combattentistiche cui partecipava
con commilitoni della R.S.I. e della X M.A.S. che soprattutto nel veronese
erano numerosi e affiatati.
Si recava
a queste manifestazioni con una bella macchina fotografica tedesca tipo
Laika.
Poiché
l’Ufficio mi chiede di meglio precisare il mio accenno, già reso
in precedenti interrogatori, relativo ad esercitazioni in Alto Adige, posso
confermare che vi furono esercitazioni nella zona di Fortezza nel periodo
in cui vi era l’offensiva terroristica altoatesina.
A queste
esercitazioni partecipò personalmente il SOFFIATI il quale poi relazionò
a Sergio MINETTO.
Erano esercitazioni
comuni di militari e civili in funzione di difesa dell’italianità
del territorio dell’Alto Adige”. (DIGILIO, int.5.1.1996, f.4).
“Sergio MINETTO
aveva una forte familiarità con i componenti di un’organizzazione
di ex militari tedeschi che si chiamava ELMETTI D’ACCIAIO.
Con loro
partecipava a cene in due ristoranti di Colognola, quello di SOFFIATI e
quello davanti a quello di Soffiati che esiste ancora.
Ricordo
che cantavano inni tedeschi. Anch’io ho partecipato a qualcuna di queste
cene, invitato da SOFFIATI che mi disse che era bene che io partecipassi
perché c’era anche MINETTO che era il suo superiore.
MINETTO
era affiliato come italiano all’organizzazione degli Elmetti d’Acciaio
a cui potevano aderire ex appartenenti alla R.S.I. e ai paracadutisti della
Folgore”. (DIGILIO,
int. 13.1.1996, f.4).
“All’inizio
degli anni ’70, Sergio MINETTO e Marcello SOFFIATI raccolsero una serie
di elementi, soprattutto ex repubblichini o ex ufficiali dei paracadutisti,
che servivano ad attività di contrasto del terrorismo altoatesino
che metteva in pericolo la sovranità del nostro Paese.
Furono scelti
i soggetti più abili e decisi e fra questi MASSAGRANDE e BESUTTI.
Con loro
vi furono le esercitazioni a Fortezza cui ho fatto cenno.
Ho appreso,
in particolare da SOFFIATI, ma se ne parlava anche nell’ambiente veronese,
che anni prima vi erano stati degli attentati in Austria contro monumenti
compiuti da italiani appositamente inviati, sempre nel medesimo contesto,
al fine di rispondere al terrorismo altoatesino spaventando anche le Autorità
austriache.
Voglio far
presente che Sergio MINETTO era veramente un ottimo conoscitore dell’ambiente
di destra e degli ex repubblichini e, nella prima metà degli anni
’70, stilò un elenco di ex repubblichini, di ex appartenenti alla
Guardia Nazionale e alla X MAS e di elementi di ambiente ordinovista che
potessero essere utilizzati in senso anticomunista e messi a disposizione,
in caso di necessità, delle basi americane di Verona e di Vicenza.
Di questo
elenco mi parlarono anche RICHARDS e CARRET e il senso era quello di poter
contrastare con ogni mezzo una possibile presa del potere da parte dei
comunisti in Italia.
Preciso
che l’approntamento di questo elenco si colloca fra il 1973 e il 1975″.
(DIGILIO, int. 20.1.1996, ff.2-3).
“In varie
occasioni Sergio MINETTO mi disse che in gioventù aveva risieduto
in Argentina dove probabilmente aveva imparato ed esercitato il mestiere
di frigoriferista.
In Argentina
era entrato in contatto sia con elementi della C.I.A. sia con tedeschi,
ex combattenti, che avevano lasciato la Germania dopo la guerra.
Egli aveva
infatti mantenuto forti contatti sia con l’Argentina, e in genere con il
Sud-America, sia con la Germania nell’ambito della sua attività
di spionaggio.
Ricordo
in particolare un piccolo episodio. In questo contesto, verso la fine degli
anni ’70, venne a trovarlo dall’Argentina una persona che tuttavia non
vidi e MINETTO gli fece avere una grossa somma in pesos argentini. A titolo
di curiosità egli diede sia a me che a Marcello Soffiati uno di
questi biglietti di banca che sino ad allora non avevo mai visto”. (DIGILIO,
int. 24.2.1996, f.3).
Carlo DIGILIO ha messo poi a fuoco la figura del prof. Lino FRANCO, che godeva di grande prestigio fra i camerati per essersi arruolato, durante la guerra, nei reparti tedeschi di contraerea denominati FLAK:
“In merito
al prof. FRANCO posso aggiungere che egli combatté a Cassino insieme
a reparti della Repubblica Sociale Italiana e strinse durante questi eventi
stretti rapporti e amicizie importanti con personalità tedesche
fra cui il famoso generale Kesselring che comandava la zona militare e
tutta la linea.
Nell’ambito
di questi rapporti fece da consulente per i tedeschi, dimostrando capacità
eccezionali, nell’istruire i militari, anche italiani, nell’uso del fucile
mitragliatore F Gevaert 15 e diede consigli ai tecnici tedeschi per il
miglioramento tecnico dell’arma che era particolarmente usata dai reparti
paracadutisti.
Del resto,
sulla linea del Centro Italia c’erano anche i migliori reparti combattenti
della R.S.I.
In seguito,
nel dopoguerra, il prof. FRANCO entrò in contatto con gli ambienti
americani in funzione anticomunista proprio grazie alle sua speciali capacità.
Gli americani
gli misero a disposizione sia mezzi finanziari sia un capannone a Monfalcone
e un paio nel triestino dove lavorare delle leghe metalliche per elicotteri
ed aerei militari che dovevano esser poi inviati negli Stati Uniti.
In sostanza
era la prima lavorazione dei pezzi.
In questa
attività fu coadiuvato da Sergio MINETTO che poteva spostarsi facilmente
utilizzando la sua attività di riparatore di frigoriferi.. Probabilmente
MINETTO, grazie alla sua attività, si era proprio occupato del trasporto
di pezzi disponendo di mezzi adatti al trasporto di oggetti pesanti.
L’attività
del prof. FRANCO a Trieste e Monfalcone avvenne intorno agli anni ’50/’60
e cioè poco dopo la guerra in quanto per gli americani era un elemento
interessante e fu ingaggiato subito”. (DIGILIO, int.4.1.1996, f.2).
“Prendo visione
della fotografia in fotocopia allegata alla nota del R.O.S. in data 13.1.1996,
come allegato 1, in basso nella pagina.
Posso dire
che, benchè la fotocopia non sia ottima, essa rappresenta un’arma
da fanteria tedesca, di uso anche contraereo, di cui ho parlato nel corso
dell’interrogatorio in data 4.1.1996 in relazione al prof. Lino Franco.
Era cioè
la MG15, cioè MACHINENGEWEHR 15, che veniva usata appunto anche
come arma contraerea montata su camioncini e utilizzata dai reparti FLAK.
Gli uomini
con cui aveva combattuto il prof. FRANCO a Cassino erano direttamente inquadrati
nell’Esercito tedesco.
Ricordo
anche che questo tipo di arma aveva tutta una serie di modelli fra cui
la famosa MG42, altrimenti nota come la “Sega di Hitler”, e tutte armi
con una grande potenza di fuoco”. (DIGILIO, int. 13.1.1996, f.3).
“In merito
al prof. LINO FRANCO, posso aggiungere che il suo gruppo di ex repubblichini
di Vittorio Veneto aveva un deposito di armi sul pianoro di Pian del Cansiglio
che è proprio vicino a Vittorio Veneto, in quella zona in cui le
forze della R.S.I., durante la seconda guerra mondiale, avevano combattuto
duramente.
Confermo
che il prof. FRANCO aveva un doppio ruolo e cioè era sia responsabile
del gruppo SIGFRIED sia informatore della C.I.A.
Mi è
venuto in mente un altro particolare su di lui: nello stesso periodo in
cui si accertò dove era finita parte dell’esplosivo di Boscochiesanuova,
e cioè a Cipro, MINETTO e SOFFIATI mi dissero che il gruppo di FRANCO
aveva inviato delle armi ai greci di GRIVAS, che combattevano contro i
turchi, armi che erano risultate molto utili.
MINETTO
aveva comunque invitato FRANCO alla prudenza in simili operazioni.
L’epoca,
del resto, era quella del colpo di Stato dei “Colonnelli” in Grecia”.
(DIGILIO, int.
20/21.1.1996, ff.6-7).
Il prof. Lino
FRANCO si era anche reso disponibile a rifornire di armi il gruppo mestrino
di Ordine Nuovo:
“Sempre
in tema di bombe a mano, posso dire che la prima volta che io mi recai
dal prof. Lino FRANCO, poco tempo prima di andare al casolare di Paese,
egli mi mostrò in un cassetto di un mobile di casa sua, oltre ad
una baionetta, alcune bombe a mano tonde di fabbricazione italiana, modello
Sipe o SRCM.
Del reato,
il professor Franco disponeva di una buona dotazione logistica e il dottor
MAGGI ebbe cura di tenere buoni contatti con lui, proprio al fine di chiedergli
la cessione di parte della sua dotazione, in cambio della garanzia della
presenza di elementi efficienti e sicuri all’interno del gruppo mestrino.
In questo
modo a Mestre arrivò vario materiale sia quando era ancora vivo
il professor Franco, sia dopo la sua morte grazie a suo cognato, che del
resto aveva uno stabile di riferimento lavorativo a Mestre nell’ambito
del noleggio di biliardini a bar e locali pubblici vari.
Io non mi
recai mai a Vittorio Veneto a prendere questo materiale, ma comunque vidi
parte di questo materiale a Mestre in quanto ero incaricato, come sempre,
di valutarlo e darne un giudizio tecnico.
Io vidi
materiale nella macchina che credo appartenesse al fratello di Delfo ZORZI,
una macchina piccola, francese, di colore rosaceo, tipo Dyane, nonché
nella 1100 di MAGGI.
Per valutare
questo materiale, il punto di incontro per tre o quattro volte fu una strada
isolata che costeggia un canale che si raggiunge partendo da piazza Barche
in direzione laguna. Io vidi una pistola Mauser cal.9, di grande valore
commerciale, con un selettore che consentiva lo sparo a raffica, una Machine
Pistole 44, sempre tedesca, con impugnatura in legno, cal. 8 curz, parecchie
bombe a mano di fabbricazione italiana, una baionetta tedesca, qualche
rotolo di miccia proveniente dal Carso, cartucce per fucile tedesco Mauser
ancora sui loro nastri.
Questi incontri
avvennero a distanza di tempo, tra la fine degli anni 60 e comunque dopo
gli incontri al casolare ed il 1970-1971 e cioè più o meno
il periodo in cui il dottor MAGGI mi mostrò le mine anticarro.
Eravamo
presenti appunto io, ZORZI e MAGGI, qualche volta Marcello SOFFIATI, il
quale aveva anche l’incarico di riferire a MINETTO l’andamento di queste
cessioni ed una volta vidi anche il fratello di ZORZI, che era un giovane
biondo, alto, di corporatura atletica e di bell’aspetto. Era presente anche
perchè Delfo ZORZI non aveva la patente.
Era poi
ZORZI a portare via il materiale dopo che io l’avevo esaminato.
Ricordo
che una volta venne MINETTO a Mestre e ci avvisò del fatto che alcune
bombe a mano che avevamo ricevuto potevano essere pericolose perché
avariate. Avvisò separatamente sia me che MAGGI ed io confermai
a MAGGI del pericolo, poiché MINETTO, giustamente, mi aveva fatto
rilevare che c’erano problemi collegati all’invecchiamento dell’innesco
e bastava una scossa per fare esplodere tutto”. (DIGILIO, int. 30.8.1996,
ff.2-3).
Dopo aver tratteggiato in modo più approfondito il ruolo degli esponenti principali della struttura, DIGILIO ha rievocato una delle più antiche azioni informative cui aveva partecipato, collegata al furto di una ingente quantità di esplosivo avvenuto a Boscochiesanuova, vicino a Verona:
“Questo episodio,
di cui ho parlato nei miei primi interrogatori, avvenne poco tempo dopo
la morte di mio padre e in pratica agli inizi della mia attività
come informatore per la C.I.A.
Il furto
era stato di una tonnellata di esplosivo, sia tritolo sia gelignite, in
danno di una ditta di sbancamento per la costruzione di strade.
Il fatto
aveva impensierito gli americani che nella zona avevano le loro basi e
temevano quindi che potesse essere usato per attentati contro di loro ad
opera di elementi di estrema sinistra.
Fu RICHARDS
a investire MINETTO dell’incarico di svolgere indagini per scoprire gli
autori del furto e MINETTO investì a sua volta me e SOFFIATI.
Preciso
che all’epoca RICHARDS non era ancora mio superiore in quanto io dipendevo
dal CARRET.
Svolgemmo
un’ampia attività informativa tramite l’ambiente di destra di Verona
e la nostra attività ebbe successo in quanto si scoprì che
il furto era avvenuto per motivi di lucro ad opera di malavitosi comuni
dell’ambiente veneto.
Emerse tuttavia
una circostanza abbastanza stupefacente e cioè che parte dell’esplosivo
era giunta addirittura all’isola di Cipro e precisamente al gruppo EOKA
del famoso generale GRIVAS che era un combattente assai noto all’epoca.
Ricordo
che del furto parlarono all’epoca i giornali locali tipo l’Arena o il Gazzettino.
Comunque
quando fu accertato, grazie alla nostra rete informativa, che l’esplosivo
non era finito in mano ai comunisti, gli americani si tranquillizzarono
e non mi risulta che la vicenda abbia avuto un seguito giudiziario”.
(DIGILIO, int.
21.1.1996, f.5).
Carlo DIGILIO aveva anche partecipato, invitato dal capitano CARRET, all’esercitazione denominata DELFINO ATTIVO o DELFINO SVEGLIO:
“Questo tipo
di operazione fu iniziata da CARRET, che l’aveva ideata, e poi passò
a RICHARDS per la prosecuzione.
Ricordo
infatti che una volta CARRET riprese RICHARDS in quanto secondo lui non
l’aveva sviluppata bene e CARRET ci teneva perchè era una sua creatura.
Si trattava
in sostanza di un’operazione militare che si svolse nell’alto Adriatico
e che partiva dall’Arsenale del Porto di Venezia.
Delle piccole
navi americane, di quelle con i portelloni per gli sbarchi e Fregate o
Corvette italiane lanciavano dalla poppa dei cavi con una specie di sonar,
cioè dei congegni in grado di ricevere e anche trasmettere dei segnali
radio sia al fine di controllare i fondali sia al fine di valutare la reattività
delle Forze militari italiani difensive in caso di attacchi sottomarini.
Io partecipai
ad una di queste operazioni insieme al capitano CARRET e perciò
mi resi conto di come funzionava il meccanismo.
Vi parteciparono
anche BANDOLI e SOFFIATI”.
(DIGILIO, int.
5.1.1996, ff.4-5).
All’operazione DELFINO ATTIVO avevano partecipato anche militari greci, inquadrati dagli americani (int. DIGILIO, 30.12.1997, f.3).
Se in tali casi si era trattato di azioni difensive e preventive o di carattere prettamente strategico delle strutture militari americane presenti nel nostro Paese in base ad accordi internazionali (e quindi di azioni informative o militari di per sé non censurabili), di ben diversa valenza e rilievo, anche sul piano penale, è quanto DIGILIO ha riferito in merito all’intervento della struttura, diretto o indiretto e comunque tramite suoi responsabili, nelle fasi preparatorie degli attentati o comunque, come nel caso della permanenza a Verona dell’avv. Gabriele FORZIATI, allorché si era trattato di scongiurare che le indagini in merito ad episodi eversivi giungessero a buon fine e la struttura occulta di Ordine Nuovo venisse così individuata e smantellata.
Infatti:
– Con riferimento all’attentato all’Ufficio Istruzione di Milano del 23.7.1969, uno dei primi della campagna terroristica, in occasione del quale l’ordigno a base di gelignite non era esploso solo per un difetto dell’innesco, il capitano CARRET, incontrando a Venezia Carlo DIGILIO prima dell’attentato, lo aveva avvisato che la struttura americana era già informata, grazie a notizie acquisite presso il centro romano di Ordine Nuovo, che tale attentato era in preparazione e che sarebbe stato attuato dal gruppo veneto (int. DIGILIO, 14.12.1996, f.2).
Il capitano CARRET, invece di impedire la realizzazione di tale attentato e di informare le nostre Autorità, come sarebbe stato dovere di un Servizio di Sicurezza di un Paese alleato, si era limitato, nell’occasione, a raccomandare a DIGILIO di ridurre la potenzialità dell’azione, riducendo l’attentato ad un’azione intimidatoria (int. citato, f.2) senza che l’ordigno esplodesse.
DIGILIO si era comportato come gli era stato raccomandato, riducendo notevolmente, quando Giovanni VENTURA gli aveva portato l’ordigno, la quantità di esplosivo e non approntando a dovere l’innesco; contribuendo così al suo mancato funzionamento e al fallimento dell’attentato (int. citato, f.4).
Il capitano CARRET si era in seguito congratulato con DIGILIO per il suo lavoro ricordando che la struttura vedeva di buon occhio azioni dimostrative, ma non accettava massacri indiscriminati (int. citato, f.4).
– Il prof,. Lino FRANCO non solo aveva inviato DIGILIO al casolare di Paese una prima volta per verificare le caratteristiche del deposito, ma lo aveva accompagnato nel secondo accesso, insegnando a VENTURA e ZORZI come preparare gli inneschi per azioni dimostrative mentre già erano in fase di ultimazione, nel casolare, grazie al lavoro di POZZAN, le scatolette di legno che sarebbero state utilizzate per deporre l’esplosivo sui dieci convogli ferroviari (int. DIGILIO, 20.8.1996, f.3).
– Sempre con riferimento agli attentati ai treni, Carlo DIGILIO aveva direttamente riferito al capitano CARRET, durante uno degli incontri periodici a Venezia, quanto era avvenuto in occasione del suo terzo accesso al casolare, e cioè quando il piano per l’esecuzione dei dieci attentati era praticamente definito e i compiti erano stati divisi.
Tale incontro con il capitano CARRET aveva comunque avuto luogo ad attentati già avvenuti (int. DIGILIO, 17.5.1997, f.10).
– Il capitano CARRET era stato invece informato da Carlo DIGILIO, e questo è certamente il profilo più grave e significativo, degli attentati del 12.12.1969 con qualche giorno di anticipo e le notizie recepite da Carlo DIGILIO tramite il dr. MAGGI in merito all’imminenza della nuova fase della strategia terroristica erano risultate in perfetta corrispondenza con gli elementi che l’ufficiale andava ricevendo certamente dalla struttura centrale di Roma:
“Confermo
innanzitutto che MAGGI mi parlò del fatto che vi sarebbero stati
grossi attentati, che bisognava aspettarsi perquisizioni nel nostro ambito
e che vi sarebbe probabilmente stata anche una grossa reazione da parte
delle forse di sinistra.
Di conseguenza
i militanti conosciuti dalla Polizia dovevano liberarsi in fretta di ogni
materiale compromettente che avevano in casa.
Qualche
giorno dopo, e quindi pochissimi giorni prima degli attentati, ebbi un
incontro con il capitano CARRET dinanzi al Palazzo Ducale.
Era uno
dei nostri incontri consuetudinari, che avvenivano ogni 15 giorni circa
e in cui facevamo il punto della situazione.
Si trattava,
in questo caso, di un incontro già fissato al termine dell’incontro
precedente.
Altre volte
invece, se l’incontro non era programmato, CARRET, come ho già detto,
mi faceva recapitare un bigliettino nella mia casella postale a Sant’Elena.
Io riferii
a CARRET quanto mi aveva detto MAGGI, facendone anche il nome, e percepii
che la struttura di CARRET aveva già le antenne alzate e si aspettava
qualcosa e del resto CARRET stesso mi confermò che sapeva benissimo
che la destra in quel periodo stava preparando qualcosa di grosso nella
direzione di una presa di potere da parte delle forze militari.
CARRET mi
chiese di raccogliere e riferire tutte le informazioni possibili in merito
a quanto stava per avvenire.
Io sto rispondendo
nello specifico alle domande, ma è ovvio che proprio la natura del
rapporto che coltivavo con CARRET mi conduceva automaticamente nel corso
di ogni incontro a riferirgli tutte le informazioni che andavo attingendo
nell’ambito di Ordine Nuovo e delle destra in genere”. (DIGILIO, int.
5.3.1997, f.2).
Non nell’immediatezza
degli attentati, ma comunque non a molta distanza di tempo da essi, nei
giorni prossimi all’Epifania del 1970, DIGILIO aveva nuovamente incontrato
il capitano CARRET a Venezia nel solito luogo di appuntamento:
“Rividi
CARRET il giorno dopo l’Epifania e quindi dopo l’incontro con MAGGI e SOFFIATI,
nei giorni di Natale, allo Scalinetto.
Io gli riferii
gli altri particolari che avevo acquisito e in particolare che il dr. MAGGI
aveva consentito imprudentemente l’uso della sua autovettura e CARRET mi
disse che, nonostante non ci fosse stata quella sterzata a destra che si
pensava, la situazione era comunque sotto controllo e, nonostante la reazione
delle sinistre, l’ambiente di Ordine Nuovo non sarebbe stato toccato dalle
indagini”. (DIGILIO,
int. 5.3.1997, f.3).
Il capitano CARRET non si era quindi mostrato molto preoccupato ed anzi aveva confermato a DIGILIO l’esattezza e la pertinenza dei commenti del dr. MAGGI, secondo il quale la presa del potere non vi era stata per i tentennamenti del Presidente del Consiglio che non aveva dichiarato lo stato di emergenza e non si era adoperato per lo scioglimento delle Camere, come invece avrebbero voluto i socialdemocratici molto vicini agli americani:
“…il capitano
CARRET mi confermò che quello era stato il progetto, ben visto anche
dagli americani, e che era fallito per i tentennamenti di alcuni democristiani
come RUMOR.
Mi spiegò
anche che nei giorni successivi alla strage le navi militari sia italiane
sia americane avevano avuto l’ordine di uscire dai porti perché,
in caso di manifestazioni o scontri diffusi, ancorate nei porti potevano
essere più facilmente colpite.
Anche con
Sergio MINETTO, a casa di Bruno SOFFIATI, vi furono da parte di quest’ultimo
commenti simili prima ancora dei colloqui che ebbi con CARRET”. (DIGILIO,
int. 21.2.1997).
Carlo DIGILIO, nell’incontro avvenuto nei giorni dell’Epifania, aveva comunque raccontato “tutto a CARRET, compreso il nome di ZORZI e la tipologia degli ordigni che (ZORZI) aveva fatto vedere” (int. 17.5.1997 ff.10-11) e cioè le cassette metalliche con l’esplosivo all’interno visionate da DIGILIO pochissimi giorni prima degli attentati.
Il laconico commento dell’Ufficiale era stato che “l’Italia era su un sentiero di spine” (int. citato f.11).
– Durante la permanenza dell’avv. Gabriele FORZIATI, prima a Colognola e poi in Via Stella a Verona, finalizzata ad allontanare il rischio che lo spaventato avvocato testimoniasse dinanzi all’Autorità Giudiziaria e quindi che le indagini sull’attentato alla Scuola Slovena travolgessero, con un effetto a domino, l’intera struttura occulta di Ordine Nuovo, Sergio MINETTO aveva svolto un’attività di attenta supervisione utilizzando ancora una volta Carlo DIGILIO in funzione di controllo degli avvenimenti e recandosi egli stesso, alcune volte, nell’appartamento, pur evitando di farsi notare da FORZIATI (int. DIGILIO, 31.1.1996, f.2; 13.7.1997, f.6).
– Ancora più grave era stato l’intervento di Sergio MINETTO, allorchè Gianfranco BERTOLI era stato ospitato nell’appartamento di Via Stella per addestrarlo psicologicamente e materialmente.
Infatti Sergio MINETTO era stato informato dal dr. MAGGI qualche tempo prima, durante un incontro a Colognola, dell’intenzione da parte del gruppo ordinovista di utilizzare, al posto di Vincenzo VINCIGUERRA, un’altra persona per portare a termine il progetto contro l’on. Mariano RUMOR (int. DIGILIO, 12.10.1996, f.4).
Sergio MINETTO era poi stato messo al corrente dell’arrivo di Gianfranco BERTOLI in Via Stella e aveva fatto in modo di aiutarlo economicamente, tramite denaro proveniente dalla struttura americana, e molto probabilmente aveva anche fornito la bomba a mano tipo ananas che Gianfranco BERTOLI doveva imparare a usare (int. citato, f.5).
– Anche in riferimento al progetto di attentato a Brescia Sergio MINETTO era stato informato qualche giorno prima dal dr. MAGGI, durante un incontro a Colognola ai Colli cui erano presenti anche Bruno e Marcello SOFFIATI (int. DIGILIO, 19.4.1996, f.3).
Si ricordi del resto che Sergio MINETTO, secondo la testimonianza di Dario PERSIC, si era recato a Brescia il giorno prima della strage di Piazza della Loggia, forse con un ruolo di “controllo” e verifica degli avvenimenti (dep. Dario PERSIC a personale del R.O.S., 8.2.1995, f.4).
Tutti questi comportamenti, che superano di gran lunga una semplice attività informativa e si configurano come la sostanziale condivisione di una strategia, si spiegano, secondo il racconto di Carlo DIGILIO, con una scelta appunto strategica del dr. Carlo Maria MAGGI certamente in sintonia con le scelte dei massimi vertici romani di Ordine Nuovo.
Il dr. MAGGI, pur non entrando direttamente a far parte della struttura americana, aveva infatti dato la propria disponibilità ad informare tale struttura dei progetti più importanti di Ordine Nuovo e tale canale di informazione era reso possibile e, per così dire, “istituzionalizzato” dai rapporti strettissimi che egli aveva allacciato, tramite la famiglia SOFFIATI, con Sergio MINETTO (int. DIGILIO, 19.4.1996, ff.2-3).
Le ragioni sottintese ad una simile scelta, in ipotesi anche pericolosa, sono probabilmente da ricollegarsi alle condizioni oggettive in cui la struttura di Ordine Nuovo operava negli anni ‘70 e soprattutto nella prima metà di tale decennio.
Ordine Nuovo, così come le altre organizzazioni di estrema destra, non potendo raggiungere i propri obiettivi con le sue sole forze, poteva agire da detonatore scatenante di una certa situazione pre-golpista che tuttavia doveva necessariamente essere presa in mano da altri, fossero essi ambienti militari interni o strutture di sicurezza di Paesi alleati sicuramente anticomunisti, per giungere ad una concretizzazione.
Ovviamente una strategia del genere, necessaria per una organizzazione come Ordine Nuovo militarmente efficiente ma non estesa e formata da pochi elementi selezionati, comportava un’informazione anticipata ai “cobelligeranti” delle linee operative essenziali e dei momenti che avrebbero dovuto fungere da innesco di risposte istituzionali.
Non è del resto un caso che tale elaborata strategia sembri essersi rarefatta a partire dalla metà degli anni ‘70 quando, mutato il clima istituzionale ed europeo, in particolare con la caduta dei regimi di destra in Spagna, Portogallo e Grecia, una reazione apertamente autoritaria era divenuta per l’Italia anacronistica ed improponibile.
Passando brevemente
ad altre operazioni, la struttura coordinata da Sergio MINETTO si era anche
impegnata nel tentativo di acquisire informazioni sul luogo ove fosse custodito
il generale James Lee DOZIER, rapito dalla Brigate Rosse nel 1981:
“Come ho
già accennato nell’interrogatorio in data 20.1.1996, l’intera rete
fu attivata in occasione del rapimento del generale DOZIER con la finalità
di acquisire notizie sul luogo ove il generale veniva tenuto sequestrato
dagli elementi delle Brigate Rosse.
Tale attività
era coordinata da Sergio MINETTO.
Vi fu una
riunione di coordinamento a Colognola e un’altra a Verona, in Via Stella,
e alle ricerche parteciparono militari americani di Verona e Vicenza con
auto civili e furono mobilitate tutte le persone possibili, soprattutto
quelle che conoscevano bene i paesetti nella zona di Verona.
Ad esempio
SOFFIATI utilizzò per questa attività anche Dario PERSIC
che, facendo il camionista, conosceva bene la zona, aveva facilità
a muoversi e conosceva meglio i casolari della zona.
La speranza
era quella di individuare il luogo ove appunto DOZIER era sequestrato o
acquisire comunque notizie in qualche paesino che potessero riferirsi a
qualcosa di strano che fosse stato notato.
Tuttavia
il generale DOZIER fu liberato non per diretto intervento della nostra
rete, ma grazie all’attività delle Forze dell’Ordine italiane che
riuscirono a individuare e a “comprare” una persona vicina ai sequestratori,
mi sembra un brigatista proprio di Mestre.
Io feci
anche qualche tentativo di acquisire notizie presso l’ambiente universitario
di Venezia in cui c’era una forte presenza di estrema sinistra”.
(DIGILIO, int.
13.7.1996, f.4).
L’attività nella struttura informativa dipendente dal Comando FTASE di Verona era “spendibile” anche all’estero ed infatti Carlo DIGILIO, trovandosi in difficoltà, si era presentato al Consolato degli Stati Uniti a Santo Domingo spiegando quale era stato il suo ruolo in Italia ed utilizzando come garanzia il nome di Sergio MINETTO:
“L’Ufficio
mi dà lettura di quanto ho dichiarato in data 12.11.1994 in relazione
alla mia richiesta di essere aiutato dall’Autorità Consolare degli
Stati Uniti d’America a Santo Domingo indicando alla stessa quale era stata
la mia attività in Italia.
In relazione
a tali circostanze, confermo che diedi all’ufficiale del Consolato il nome
di Sergio MINETTO, come quest’ultimo mi aveva autorizzato a fare quando
ci vedemmo per l’ultima volta a Verona.
Nel verbale
del 12.11.1994 io lo indico come “l’agente” in quanto nel corso di quell’interrogatorio
non avevo ancora voluto indicare al Suo Ufficio il nome di MINETTO, cosa
che poi feci a personale della Digos di Venezia, che mi ritraduceva a Venezia
al termine dell’interrogatorio.
Faccio presente
che al Consolato americano mi fu sufficiente fare il nome di Sergio MINETTO
e non ebbi bisogno di fornire i nomi di altri componenti della “rete” né
italiani né statunitensi.
Relazionai
sinteticamente all’ufficiale quale era stata la mia attività di
informatore per gli americani in Italia.
Come ho
già detto, l’attività che mi era stata proposta fu quella
di verificare i fuoriusciti cubani a Santo Domingo, di ottenere da loro
informazioni sulla situazione cubana e cercare di scoprire se fra essi
vi fossero agenti castristri.
Tale attività
tuttavia non iniziò nemmeno perché qualche settimana dopo
fui arrestato dalla Polizia dominicana”. (DIGILIO, int. 26.3.1997,
f.5).
Concludendo con un aspetto minore, ma concreto, l’attività in favore degli americani non era infine a titolo gratuito e Carlo DIGILIO ha spiegato quali fossero i compensi, non eccessivi ma comunque gratificanti, tenuto conto dei valori di acquisto dell’epoca:
“Il compenso
che (il capitano CARRET) mi dava, che era in Lire italiane e che teneva
conto delle eventuali spese di spostamenti e delle condizioni in cui versava
la mia famiglia dopo la morte di mio padre, non era fisso, ma comunque
si aggirava sulle 300.000 che ricevevo circa ogni mese; all’epoca si trattava
di una somma discreta.
SOFFIATI
veniva invece pagato in dollari e la somma era un po’ superiore alla mia,
circa 400 dollari, che riceveva credo quasi sempre da John BANDOLI.
Del resto
SOFFIATI aveva un ruolo di agente stabile.
Inoltre
io facevo parte di un settore informativo, mentre SOFFIATI di un settore
operativo che comportava un coinvolgimento e dei rischi maggiori”.
(DIGILIO, int.
21.2.1997).
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