LE PRIME DICHIARAZIONI
La maggiore novità di questa istruttoria è certamente il fatto che per la prima volta in un ambito strettamente processuale e con elementi di prova via via più solidi è emerso, all’interno degli avvenimenti noti come strategia della tensione, il quadro quasi intero di una rete informativa statunitense, un’ipotesi che in passato era confinata solo a qualche frammento processuale che non era stato possibile sviluppare per mancanza di testimoni diretti o era stata espressione di ricostruzioni politiche, soprattutto della c.d. controinformazione, che si basavano su deduzioni e analisi politico/internazionali più che su dati di fatto.
Gli elementi raccolti, comprese le dichiarazioni dei testimoni di supporto e i riscontri documentali trovati presso i Comandi dei Carabinieri o della Guardia di Finanza o forniti dal S.I.S.Mi., sono stati esposti in modo analitico e ragionato in due ampie annotazioni approntate dal Reparto Eversione del R.O.S. Carabinieri e dedicate appunto al coinvolgimento di strutture di intelligence straniere nella “strategia della tensione” (cfr. annotazioni in data 8.5.1996 e 26.6.1997, vol.23, fasc.9 e 9-bis).
A tali annotazioni (inviate anche alla Commissione Parlamentare sulle stragi per il loro eventuale utilizzo nella redazione della relazione finale) può quindi farsi riferimento per l’illustrazione di tutti gli elementi di riscontro che, per la loro ampiezza, appesantirebbero eccessivamente il presente provvedimento.
In questa sede saranno illustrati solo i personaggi e gli elementi essenziali, tenendo presente che il venire alla luce di tale struttura informativa non costituisce una semplice ricerca storica, ma, per le circostanze narrate da Carlo DIGILIO, un risultato processuale importante e di diretto utilizzo in quanto i componenti di tale rete hanno svolto un’attività non solo di osservazione, ma anche di consulenza tecnica, e quindi propulsiva, in quasi tutti gli attentati dal 1969 in poi, dagli attentati ai treni all’attentato all’Ufficio Istruzione di Milano, sino agli eventi più gravi e cioè la strage di Piazza Fontana, la strage dinanzi alla Questura di Milano e verosimilmente la strage di Piazza della Loggia a Brescia.
La struttura di cui faceva parte Carlo DIGILIO, certamente operante sin dal primo dopoguerra, faceva capo alla Base FTASE di Verona (sita in Via Roma, nel centro della città) con diramazioni in tutto il Triveneto.
Tale struttura era probabilmente un servizio di sicurezza prettamente militare (con sede, appunto, nelle Basi e non nelle Ambasciate), probabile prosecuzione e sviluppo del C.I.C. (Counter Intelligence Corp) dell’Esercito Americano, operante in Italia già durante la risalita lungo la Penisola delle forze anglo-americane e incaricato in tale frangente soprattutto di individuare e neutralizzare gli agenti nemici attivi nelle zone già liberate dagli Alleati.
L’organizzazione delineata da Carlo DIGILIO, tralasciando i personaggi di minore interesse, si compone come segue
– lo stesso Carlo DIGILIO, con il ruolo di agente informatore che aveva ereditato dal padre, Michelangelo DIGILIO, ufficiale della Guardia di Finanza;
– Marcello SOFFIATI, agente operativo che aveva ereditato i contatti con gli americani dal padre, Bruno SOFFIATI, “recuperato” nel dopoguerra dopo aver fatto parte, a Verona, di una rete informativa vicina alla GESTAPO tedesca;
– Sergio MINETTO, superiore di Carlo DIGILIO nel settore informativo;
– Giovanni BANDOLI, superiore di Marcello SOFFIATI nel settore operativo;
– il prof. Lino FRANCO, fiduciario a Vittorio Veneto dove disponeva anche di una sua rete, il gruppo SIGFRIED, formato da ex-repubblichini;
– il prof. Pietro GUNNELLA di Verona, elemento di collegamento con il colonnello Amos SPIAZZI e quindi con l’area dei Nuclei di Difesa dello Stato;
– il capitano Teddy RICHARDS e il capitano David CARRET, ufficiali americani superiori, in tempi diversi, di MINETTO e di BANDOLI;
– Robert Edward JONES e John Louis HALL, operanti a Trieste e in passato in contatto con Giovanni BANDOLI;
– Benito ROSSI, fiduciario informativo di Sergio MINETTO per il Trentino-Alto Adige;
– Joseph LUONGO e Leo Joseph PAGNOTTA, già in forza al C.I.C., operanti sin dal primo dopoguerra come reclutatori dell’intera rete informativa e, fra l’altro, di ex ufficiali nazisti come il maggiore Karl HASS, condannato per la strage delle Fosse Ardeatine.
Altri soggetti risultano essere comparsi solo occasionalmente sulla scena di Verona, come il colonnello Frederik TEPASKY, di stanza nella ex Germania Federale e presente, di tanto in tanto, nella zona veronese con funzione di supervisore della struttura (int. DIGILIO, 31.1.1996, f.3, e anche dep. CAVALLARO al R.O.S., 16.2.1996, f.1).
Anche in merito ai componenti e al funzionamento della struttura americana, le dichiarazioni di Carlo DIGILIO presentano quel carattere di frammentarietà e progressività tipica della scelta del collaboratore che non ha ritenuto, sino ad un certo punto dell’istruttoria, che sussistessero le condizioni per rivelare circostanze così gravi e uniche nel panorama dell’eversione.
L’unica possibilità di illustrare le sue dichiarazioni consiste quindi nel riportarne i passi salienti in successione cronologica, lasciando ai capitoli successivi i riscontri relativi ai singoli personaggi e alla singole circostanze.
Inizialmente, Carlo DIGILIO ha rivelato il ruolo di agente della struttura limitatamente a Marcello SOFFIATI, spiegando che questi dipendeva dal Comando FTASE ed era incaricato di tenere i rapporti con gli ustascia croati, anche recandosi presso la loro base di Valencia, in Spagna, e di acquisire notizie sugli esuli cileni in Italia e in genere sulle formazioni di estrema sinistra (int.30.10.1993 e 29.1.1994, f.1).
Solo successivamente Carlo DIGILIO ha ammesso di avere lavorato anche lui per la struttura atlantica (il Comando FTASE di Verona è il Comando delle Forze della N.A.T.O. per tutto il Sud-Europa) e di essere stato inviato, tramite il prof. Lino FRANCO di Vittorio Veneto, un ex-repubblichino e fiduciario della struttura, a controllare per la prima volta l’arsenale di armi ed esplosivi che VENTURA e ZORZI detenevano presso il casolare di Paese, riferendo poi al suo superiore gli esiti della missione (int. 19.2.1994, ff.2-4, e 5.3.1994, ff.1-2).
Carlo DIGILIO ha così spiegato le ragioni per cui, ereditato il compito dal padre Michelangelo, deceduto nel 1966, aveva iniziato a divenire a sua volta un informatore, ruolo ricoperto quantomeno sino al 1978:
“Mio padre
del resto, nella sua qualità di tenente della Guardia di Finanza,
nel periodo della Liberazione, rientrando dalla Grecia, aveva collaborato
con formazioni di partigiani “bianchi” ed era un componente del direttivo
composto da sei persone del Comitato di Liberazione Nazionale di Venezia.
Essendo
militare il suo nominativo era rimasto sempre riservato e anche dopo la
guerra si è cercato di fare in modo che rimanesse tale.
Mio padre
aveva partecipato alla liberazione di Venezia e al disarmo e alla cattura
della guarnigione tedesca a Venezia.
Inoltre,
oltre a tale attività di partigiano, durante e dopo la guerra era
stato informatore dell’O.S.S., che erano i servizi di sicurezza militari
americani, con il nome in codice di “ERODOTO”.
Mio padre
aveva i suoi referenti a Verona presso la base della F.T.A.S.E.
Alla sua
morte, per le ragioni che ho già accennato, mi fu chiesto se anch’io
intendevo collaborare come aveva fatto lui.
Ovviamente
non era un’attività a tempo pieno, ma ciò comportava singole
attività di informazione.
Le persone
a cui ho fatto riferimento per tale lavoro sono state diverse e presentate
in tempi successivi.
La cosa
ovviamente rivestiva carattere di assoluta riservatezza.
Si trattava
comunque di americani i quali usavano anche, per facilitare i collegamenti,
dei loro connazionali di origine italiana.
Non avevo
un nome in codice particolare.
Facevo riferimento,
se necessario, al nome in codice di mio padre.
Fu quindi
in tale veste che io fui chiamato a Verona per assumere l’incarico di recarmi
a Vittorio Veneto dal prof. FRANCO che cercava una persona non conosciuta
nell’ambiente della destra e che fosse esperto in armi.
Sono questi,
quindi, i motivi per cui io sono entrato in contatto e ho frequentato persone
come VENTURA o persone di Ordine Nuovo di Venezia….. Al prof. FRANCO
relazionai tutto, compreso il progetto di attentato di cui VENTURA mi aveva
parlato.
In merito,
il prof. FRANCO annotò tutto e ricevette da me il percussore.
In tutto
ci vedemmo tre o quattro volte sempre in relazione alla vicenda del casolare
e all’attività di VENTURA”. (DIGILIO,
int. 5.3.1994, f.3).
In un successivo interrogatorio DIGILIO ha spiegato meglio i suoi compiti e parlato del tentativo di recupero della notevole quantità di esplosivo rubato a Boscochiesanuova che si era temuto potesse essere utilizzato per attentati contro basi americane:
“Come ho
già detto io svolsi attività di informazione facendo riferimento
al comando F.T.A.S.E. di Verona a partire dal 1967 e sino al 1978.
La struttura
informativa che operava all’interno di questo Comando era una struttura
informativa della C.I.A. interessata ovviamente ad avere il maggior numero
di dati sulla situazione italiana e ad effettuare una sorta di controllo
sull’area del triveneto che era una di quelle di maggiore interesse.
Prima di
iniziare questa attività avevo conosciuto occasionalmente MARCELLO
SOFFIATI al Lido di Venezia in un contesto del tutto normale e lo rividi
casualmente a Verona proprio nei medesimi uffici cui io stesso facevo riferimento.
Si trattava
di una palazzina all’interno del Comando di Verona, però a se stante
ed indipendente.
In sostanza
Soffiati faceva il mio medesimo lavoro, pur riferendosi a BANDOLI e cioè
a persona diversa a quella cui facevo riferimento io.
Soffiati
aveva avuto uno o più nomi in codice, ma in questo momento proprio
non li ricordo e li comunicherò all’Ufficio se riuscirò a
farmeli venire in mente.
La struttura
comportava l’impegno sia di militari americani in servizio presso la Base
sia di altri americani che si trattenevano in Italia per qualche tempo,
incaricati di specifici servizio di informazione, sia di cittadini italiani
che costituivano in sostanza una rete di informazione sul territorio.
Non erano
tutte persone di destra, c’erano anche persone che potevano essere di orientamento
democristiano o liberale purché tutte sicuramente anticomuniste.
Ho difficoltà
ad indicare altri italiani perché, pur non essendone certo, posso
ritenere che qualcuno di essi sia ancora in servizio presso tale struttura
e quando io mi dimisi formalmente, nel 1978, ebbi la consegna di mantenere
il silenzio sulla rete di informazione di cui ero a conoscenza.
Posso comunque
dire che la rete era formata da diverse sezioni, ognuna delle quali riferentesi
ad un determinato ambiente in cui raccogliere informazioni come ad esempio
il mondo industriale, l’estrema destra, l’estrema sinistra e così
via.
Fra le persone
incaricate di specifiche missioni di informazione ricordo un latino-americano
che era venuto in Italia per qualche tempo per acquisire notizie sugli
esuli cileni rifugiatisi dopo il golpe contro il governo Allende e che
erano in contatto con l’estrema sinistra locale.
Io non ho
avuto rapporti diretti con questa persona che era invece uno dei referenti
di Soffiati nell’ambito della raccolta di informazioni sugli esuli sud-americani
di cui avevo già accennato.
Io, nel
corso degli anni, ho avuto quattro referenti americani che si sono succeduti
e due di questi erano di origine italiana.
Nel corso
della mia attività ho eseguito una dozzina di incarichi di informazione
in diversi settori, non necessariamente sul mondo di estrema destra.
D’altronde
non erano necessariamente raccolte di informazioni a sfondo direttamente
politico perché nel corso della mia attività sono stato incaricato
anche di eseguire la ricerca di materiale radioattivo trafugato.
Ho già
fatto cenno all’attività di informazione e di ricerca sui 10 quintali
di esplosivo trafugati dal capannone di una ditta che effettuava lavori
di sbancamento a Boscochiesanuova.
In merito
posso precisare che l’interesse a questo trafugamento era soprattutto legato
al fatto che il furto fosse avvenuto non distante dalla Base di Verona
in quanto Boscochiesanuova si trova a una dozzina di chilometri da Verona
e quindi l’acquisizione di informazioni su tale furto, che risultò
poi essere avvenuto a scopo sostanzialmente di lucro, era di interesse
in relazione alla sicurezza della Base.
Avevo una
ricompensa in contanti a scadenze non fisse che mi consentiva di vivere
unitamente all’attività di contabile che svolgevo in varie ditte”
(DIGILIO, int.
6.4.1994, f.2)
Carlo DIGILIO si era poi recato una seconda volta al casolare di Paese insieme al prof. Lino FRANCO e in tale occasione erano stati provati per la prima volta gli inneschi formati da un orologio, una resistenza e un fiammifero (int.10.10.1994, ff.2-4).
Erano certamente in preparazione i primi attentati della campagna iniziata nella primavera del 1969 e il prof. Lino FRANCO aveva spiegato a ZORZI e VENTURA che, per agire in condizioni di massima sicurezza, era necessario usare fiammiferi antivento e non fiammiferi comuni (int. citato, f.3).
Nell’interrogatorio in data 12.11.1994, Carlo DIGILIO ha finalmente rivelato chi fosse il suo superiore, e cioè Sergio MINETTO, che lo aveva inviato dal prof. Lino FRANCO e con il quale era rimasto in contatto sino al 1985, momento della sua fuga a Santo Domingo.
“A questo
punto, al fine di completare il quadro di quella che fu la mia attività
presso Ventura e di controlli che mi furono affidati, posso meglio specificare
come e da chi ebbi l’incarico di recarmi dal prof. Franco a Vittorio Veneto.
Io fui chiamato
a Verona da un ufficiale della CIA, che ovviamente anche Soffiati conosceva
bene, il quale affidò a me l’incarico di andare dal prof. Franco
e non da Soffiati in quanto quest’ultimo era troppo conosciuto come estremista
di destra e ciò avrebbe creato problemi con VENTURA, infatti Franco
intendeva mandare da Ventura non un personaggio noto, ma una persona che
potesse sembrare un collezionista o un esperto di armi.
Io potevo
giocare questa parte mentre Soffiati no o perlomeno c’erano dei rischi.
L’agente
della CIA di Verona che mi mandò da Franco dovrebbe avere attualmente
circa 70 anni, è un italiano di origine veronese ed era stato un
alto ufficiale della X MAS del Principe Borghese e suo uomo di fiducia.
In quegli
anni si muoveva nel Veneto presentandosi come commerciante e riparatore
di frigoriferi e teneva i contatti grazie a questa attività di copertura
con esponenti del Fronte Nazionale nelle varie città.
Uno dei
punti di incontro, a Venezia, era il ristorante La Rivetta, vicinissimo
a Piazza San Marco.
Il suo Ufficio
si occupava quindi di attività operative che erano sia controlli
su addestramenti fatti da italiani sia controlli come quello che io feci
sul gruppo di Ventura sia i contatti con gli esponenti del Fronte Nazionale
nel quadro della preparazione del golpe.
Una delle
esercitazione a cui questo agente sovraintese avvenne a Fortezza ed anche
Soffiati, del resto, si era occupato degli addestramenti in Alto Adige
in funzione difensiva nel periodo in cui era in corso l’offensiva del terrorismo
altoatesino.
Quindi questi
corsi erano in pratica di addestramento alla controguerriglia per elementi
italiani.
Non mi risulta
che questo agente fosse mai stato inquisito per i fatti del golpe
Borghese o in altri processi simili.
Quando mi
trovai in difficoltà, temendo nel 1982 un secondo arresto dopo il
mio primo arresto e la successiva scarcerazione, io che mi trovavo a Verona
a casa di Soffiati in Via Stella, lo chiamai e lo feci venire in quell’appartamento.
Del resto
tale appartamento era in sostanza di copertura perché serviva per
i contatti con i vari informatori evitando che costoro dovessero recarsi
presso il Comando se non per cose importantissime.
Io chiesi
aiuto all’agente e questi mi diede alcuni consigli, anche se io poi mi
allontanai autonomamente accompagnato dal colonnello SPIAZZI e poi da MALCANGI
come ho già ampiamente narrato in relazione alle varie fasi della
mia fuga.
Alla fine
del 1984, prima di andare a Santo Domingo, nella medesima occasione in
cui mi recai a Verona per sapere dal colonnello Spiazzi come andava la
vendita della mia pistola, utilizzai questo viaggio anche per incontrare
l’agente in un bar tenendo a distanza Malcangi che mi aveva accompagnato
e che avevo fatto sostare in un altro bar.
Chiesi aiuto
all’agente spiegandogli che ero in forte difficoltà e che ero ormai
deciso a lasciare l’Italia.
Egli mi
consentì di utilizzare a Santo Domingo il suo nome come presentazione
in caso di necessità.
Lo vidi
così per l’ultima volta in quell’occasione.
Effettivamente
io utilizzai questa possibilità proprio pochi mesi prima del mio
arresto a Santo Domingo. Mi presentai al Consolato americano, entrai in
contatto con un ufficiale facendo il nome dell’agente e questi fece un
controllo per verificare che il nome corrispondesse ad un loro uomo in
Italia. Tornai qualche giorno dopo, mi disse che andava tutto bene, che
l’agente era ancora in Italia, e mi chiese di cosa avessi bisogno. Io gli
dissi che ero in forte difficoltà e che avevo bisogno di un lavoro
nel medesimo settore informativo che era stato in passato il mio.
Mi disse
che sarebbe stato possibile utilizzarmi nel campo dell’organizzazione e
riordino dei fuorusciti cubani a Santo Domingo da inviare dove essi avevano
la loro sede principale a Miami, in un campo di raccolta. Precisamente
questo campo si trova vicino a Miami, nella località HEALIAH. Io
dovevo in sostanza occuparmi di un primo vaglio dei soggetti e del loro
avviamento negli Stati Uniti.
Non ebbi
tempo di iniziare questo lavoro poiché nel giro di poche settimane
fui arrestato a Santo Domingo a seguito delle indagini della Polizia italiana”.
(DIGILIO, int.
12.11.1994, f.3).
Si noti che il nome di Sergio MINETTO non è ancora esplicitato nel verbale, ma è stato fatto per la prima volta da Carlo DIGILIO al personale della Digos di Venezia che lo stava riaccompagnando nel luogo di detenzione dopo l’interrogatorio (cfr. relazione della Digos di Venezia in data 15.11.1994, vol.4, fasc.2, f.84).
Qui si fermano le prime dichiarazioni di Carlo DIGILIO, rese sino al 12.11.1994, in merito alla struttura informativa americana, che tratteggiano un quadro di grande novità, ma certamente ancora incompleto.
La possibilità di acquisire nuovi particolari si interromperà sino all’autunno del 1995, anche in ragione del grave incidente che colpirà la salute di Carlo DIGILIO.
Solo a partire
da tale momento riprenderanno, pur fra molte comprensibili difficoltà
(è dell’ottobre 1995 l’avvio dell’operazione CECCHETTI), gli interrogatori
e il quadro storico e processuale andrà completandosi.
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