Traccia
storica e considerazioni di Renata Franceschini, Soccorso Popolare – Padova
– Con la ovvia conseguenza
della intrinseca debolezza di un quadro democratico, che mentre apparentemente
andava consolidandosi, continuava a posare su fragili basi, perché
a livello occulto costantemente posto in discussione, sì da apparire
sostanzialmente a rischio di tenuta.”
(dalle Conclusioni della Commissione
Pellegrino – Il quadro storico-politico del dopoguerra – nodo siciliano.)
1. I SERVIZI SEGRETI
La NATO fu creata nell’aprile
del 1949, non solo per contrastare la potenza comunista, ma anche per
mantenere stabile la situazione politica nei paesi che facevano parte dell’Alleanza..
La stabilità, secondo questa
strategia, si manteneva escludendo rigorosamente le forze di sinistra dalla
gestione del potere politico e i partiti, che le rappresentavano, lontani
da qualsiasi forma di governo.
Le attività “antisovversive”,
cioè le azioni per arginare la crescita elettorale dei partiti di
sinistra, cominciarono prima ancora che in Italia venissero ricostituiti
i servizi segreti.
In un rapporto del NSC, National
Security Council, dell’8 marzo 1948 sulla “posizione degli Stati Uniti
nei confronti dell’Italia, alla luce di una partecipazione dei comunisti
al governo con mezzi legali”, si diceva espressamente che una vittoria
del Fronte Popolare avrebbe minacciato gli interessi degli Usa nel Mediterraneo.
Gli Stati Uniti quindi avrebbero fornito “assistenza militare e economica
al movimento clandestino anticomunista”.
Ad esempio, durante le elezioni
del 18 aprile del 1948, l’organizzazione “Osoppo”, l’antenata di Gladio,
composta da 4.484 uomini, venne schierata segretamente lungo il confine
orientale per contrastare una ipotetica invasione dell’esercito sovietico.
All’Italia, con la sua adesione al
Patto Atlantico, furono imposti numerosi obblighi, tra cui quello di passare
notizie riservate e ricevere istruzioni da una speciale centrale della
CIA, chiamata in codice “Brenno”.
Col lavoro
paziente di alcuni tra i loro migliori agenti della CIA, gli americani
avevano intessuto una fitta ragnatela che piegherà le decisioni
del governo alla volontà degli Alleati d’oltreoceano
Il SIFAR, servizio informazioni
difesa, del generale De Lorenzo reggerà le fila del controllo occulto
della politica italiana degli anni caldi precedenti al rivoluzionario decennio
aperto dalla contestazione del 1968.
Si infittirono i rapporti con i
servizi statunitensi, che fin dal dopoguerra avevano installato un’importante
centro operativo in Italia.
La stazione CIA di Roma funzionerà
egregiamente: attraverso il lavoro paziente di alcuni tra i loro migliori
agenti, gli americani erano in grado di tessere una fitta ragnatela che
piegherà le decisioni del governo alla volontà degli alleati
d’oltreoceano.
In un accordo, stipulato con i servizi
segreti americani nel giugno 1962,
De Lorenzo impegnava il SIFAR a
programmare azioni di emergenza con la CIA, senza avvertire il governo.
Nel marzo
1963 William Harvey, il responsabile dell’assassinio di Patrice Lumumba,
l’eroe della lotta per l’indipendenza del Congo, diventava “capostazione”
della CIA a Roma.
Col colonnello Rocca concordava
la formazione di “bande d’azione” che dovevano attaccare sedi della DC,
per fare ricadere la responsabilità sulle sinistre.
Il colonnello Rocca organizzò
le squadre di Milano, Torino, Genova e Modena, aiutato da Luigi Cavallo,
un ex militante del PCI, espulso dal Partito come spia, che in FIAT aveva
causato la sconfitta pesante della CGIL con le sue provocazioni e con atti
violenti mascherati di “rosso”.
Nominato sul finire del 1962 comandante
generale dell’Arma dei Carabinieri e quindi costretto a lasciare la guida
del servizio segreto, De Lorenzo comunque mantenne il controllo del SIFAR,
facendo nominare al suo posto un suo fedelissimo, Egidio Viggiani e facendo
occupare i posti chiave da suoi fedelissimi: Giovanni Allavena – responsabile,
contemporaneamente, dell’ufficio D (informazioni) e del CCS (controspionaggio)
ed in seguito egli stesso ai vertici del SIFAR- e Luigi Tagliamonte che
assumerà il doppio (e incompatibile) incarico di responsabile dell’amministrazione
del SIFAR e capo dell’ufficio programmazione e bilancio dell’Arma.
Tra il 1960 e il 1964 i socialisti riuscirono ad entrare nell’area di governo. Era il primo mutamento importante negli equilibri politici italiani dopo il trionfo dei democristiani nel 1948.
Nel giugno del 1960, quando il governo
Tambroni, che aveva ottenuto la fiducia con i voti determinanti del MSI
e della Confindustria, autorizzò il MSI a tenere il suo congresso
nazionale a Genova, ci fu una rivolta popolare durata tre giorni, perché
si ritenne questa autorizzazione una sfida alle tradizioni operaie e antifasciste
della città. Altre manifestazioni antigovernative, dilagate in molte
città, furono represse dalla polizia, in qualche caso anche con
le armi, che provocò una decina di morti. Cinque nella solo Reggio
Emilia.
La DC dovette, quindi, sconfessare
Tambroni, il cui governo cadde.
Nel marzo 1962 si formò un
nuovo governo Fanfani, concordato con i socialisti che si impegnavano a
dare il loro appoggio ai singoli progetti legislativi. Nelle elezioni politiche
dell’aprile del 1963 ci fu una fortissima avanzata del PCI.
Fu in questa fase che la politica
di centrosinistra conseguì i risultati più avanzati. Fu avviata
la nazionalizzazione della industria elettrica, istituita la scuola media
unica. Per contro, le Regioni, istituti previsti dalla Costituzione, non
videro ancora la luce del loro ordinamento, per il timore della DC del
rafforzamento delle sinistre a livello locale.
Di fronte
a questi avvenimenti, che sembravano avvicinare sempre più la sinistra
al governo, bisognava portare la guerra totale. Bisognava bloccare in qualche
modo l’avanzata popolare nelle fabbriche e nella società, che pretendeva
una diversa qualità dell’esistenza.
Ecco allora la ragnatela mobilitarsi.
Nel luglio del 1964, si fece udire
il famoso “rumor di sciabole“, di cui parlò l’allora
segretario socialista Pietro Nenni: la formazione del secondo governo di
centro-sinistra, guidato da Aldo Moro, fu minacciata dalla possibile messa
in atto del già progettato colpo di stato, il “Piano Solo”,
che sarebbe scattato se il governo di sinistra avesse adottato un programma
veramente progressista.
Carabinieri, gruppi di civili, ex
parà e repubblichini di Salò, addestrati nella base segreta
di Gladio di Capomarrargiu e reclutati dal colonnello Rocca, capo dell’ufficio
Rei (Reparto enucleandi interni) del SIFAR, avrebbero partecipato al golpe.
La Confindustria e alcuni circoli militari, legati all’ex ministro della
Difesa Pacciardi, avrebbero finanziato alcune formazioni paramilitari.
In un elenco, rinvenuto negli archivi
della CIA di Roma, c’erano i nomi di circa duemila anticomunisti che si
dichiaravano pronti a compiere anche atti terroristici. Il
“Piano Solo” prevedeva la cattura degli “enucleandi”, cioè di dirigenti
comunisti, socialisti, e di sindacalisti; e l’occupazione armata
delle sedi dei partiti di sinistra, le redazioni dell’Unità, le
sedi della Rai e le prefetture.
Lo scandalo delle schedature e del
“Piano Solo” vennero rivelati, solo tre anni dopo, con una campagna di
stampa condotta dai giornalisti Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari.
Nel 1965 il SIFAR fu sciolto. Ed
era l’ennesimo scioglimento di facciata di un servizio segreto “deviato”.
Con un decreto del Presidente della
Repubblica, il 18 novembre 1965, nacque il SID (Servizio Informazioni Difesa),
che del vecchio servizio continuerà a mantenere uomini e strutture.
Il comando del SID venne affidato
all’amm. Eugenio Henke, molto vicino al ministro dell’Interno dell’epoca
Paolo Emilio Taviani, democristiano. Sotto la gestione Henke – che resterà
in carica fino al 1970 – prenderà avvio la “Strategia
della tensione” che avrà come primo, tragico, risultato
la strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969).
Il 18 ottobre 1970 Henke venne
sostituito dal gen. Vito Miceli, che già dal 1969 guidava il
SIOS (il servizio informazioni) dell’Esercito.
Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre
1970 un gruppo di neofascisti, capeggiati dal “principe nero” Junio Valerio
Borghese, ex comandante della X MAS, mise in atto un tentativo di colpo
di stato, nome in codice “Tora, Tora”, passato alle cronache come il “Golpe
Borghese”.
Il tentativo di colpo di stato fallì
e ancora oggi per molti aspetti appare velato di “misteri”.
Il neo capo del SID, il gen. Vito
Miceli, molto legato ad Aldo Moro e nemico giurato del potente democristiano
on. Giulio Andreotti, tacque di quel tentativo di golpe, prima di tutto
con la magistratura.
Quando nel 1975 l’inchiesta giudiziaria
sul golpe Borghese arriverà alla sua stretta finale, Miceli aveva
già lasciato il servizio, a causa delle incriminazioni che lo porteranno
ad essere arrestato per altri fatti, ancora oggi non del tutto chiariti,
come la creazione della Rosa dei Venti, un’altra struttura militare para-golpista
e dello scontro durissimo col capo dell’ufficio D, un fedelissimo di Andreotti,
il gen. Gianadelio Maletti.
Gli anni
della gestione Miceli sono stati gli anni dello stragismo in Italia: da
Peteano, alla strage alla Questura di Milano, dalla strage di Piazza della
Loggia a Brescia, all’Italicus. Come era già accaduto
a De Lorenzo, anche Miceli finirà la sua carriera in Parlamento:
eletto, anche lui, nelle file del MSI-DN di Giorgio Almirante, così
come anni dopo capiterà ad un altro capo dei servizi segreti, il
gen. Antonio Ramponi, nelle file dell’Alleanza Nazionale di Gianfranco
Fini.
La prima riforma organica dei
servizi segreti risale al 1977.
Sempre più vicino all’area
di governo, impegnato in una politica improntata al consociativismo, il
PCI partecipa direttamente, nella persona del sen. Ugo Pecchioli, alla
riforma.
Per la prima volta venne introdotta
una figura responsabile dell’attività dei servizi segreti di fronte
al Parlamento: è il Presidente del Consiglio che si avvale della
collaborazione di un consiglio interministeriale, il CESIS, che ha anche
un compito di coordinamento. Inoltre i servizi devono rispondere delle
loro attività ad un Comitato parlamentare.
Una importante novità, introdotta
dalla riforma dei servizi segreti, riguarda
lo sdoppiamento dei servizi stessi: al SISMI (Servizio d’Informazioni per
la Sicurezza Militare) il compito di occuparsi della sicurezza nei confronti
dell’esterno, al SISDE (Servizio d’Informazioni per la Sicurezza Democratica)
quello di vigilare all’interno. Con in più un’altra differenza:
se il SISMI restava completamente affidato a personale militare, il SISDE
diventava una struttura civile, affidata alla polizia, nel frattempo trasformata
in corpo smilitarizzato.
Quindi, a prima vista, una riforma
buona nelle intenzioni, ma gli uomini che andranno a far parte del SISMI
e del SISDE saranno gli stessi del SIFAR e del SID e, per quanto riguarda
il servizio civile, del disciolto – e famigerato – Ufficio Affari Riservati
del ministero dell’Interno.
Dal 1978 il SISMI sarà retto
dal gen. Giuseppe Santovito, già stretto collaboratore del gen.
De Lorenzo.
Il SISDE, pur essendo una struttura
non militare, finirà proprio per essere assegnata alla direzione
di un militare, il generale dei carabinieri Giulio Grassini.
Regista
di questa riforma fu il ministro dell’Interno on. Francesco Cossiga,
che in quel momento diede l’impressione di subire potenti pressioni da
chi aveva interesse di far fallire l’operazione di “pulizia”.
Il primo scandalo in cui incapparono
i servizi riformati è quello della Loggia P2. Come abbiamo già
detto, i nomi di tutti i comandanti al vertice dei servizi segreti (SISMI,
SISDE ed anche del CESIS, l’organo di coordinamento) sono compresi nella
famosa lista della Loggia P2 del Maestro Venerabile Licio Gelli, scoperta
nella villa del Gelli a Castiglion Fibocchi il 17 marzo 1981 dai magistrati
milanesi che indagano su Michele Sindona.
Di certo oggi sappiamo che entrambi
i servizi segreti furono coinvolti fino al collo nel caso Moro, in quei
55 giorni che trascorsero fra il sequestro del presidente della DC da parte
di un commando delle Brigate rosse e l’uccisione dell’uomo politico (16
marzo-9 maggio 1978).
Nei 55 giorni del sequestro di Aldo
Moro accaddero una incredibile serie di stranezze, misteri, coincidenze,
buchi nelle indagini, che ebbero l’effetto di agevolare il compito dei
brigatisti, al punto da far pensare che il sequestro Moro fosse stato ispirato,
e in qualche modo teleguidato, da qualcuno che nulla aveva a che fare con
i brigatisti “puri”.
Omissioni, inefficienza, tacite connivenze, depistaggi, forse anche qualcosa di più, come per la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, in cui una bomba , collocata nella sala d’aspetto, provoca una strage tra i presenti: 85 morti, 200 feriti.
Sull’attività frenetica dei servizi e sul loro possibile coinvolgimento organizzativo nella strage i magistrati scrivono :
Libero Mancuso, magistrato, Pm al processo di primo grado per le bombe del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, esprime la sua opinione al giornalista Gianni Barbacetto, nel libro “Il grande vecchio”:
Dal 12 dicembre 1969 al 23 dicembre 1984, sono state otto le stragi etichettate come “nere”. Il totale delle vittime fu di 149 morti, 688 feriti.
Quando il 12 dicembre 1969 a Milano,
in piazza Fontana, nella sede della Banca nazionale dell’agricoltura esplose
una bomba, si era in pieno “autunno caldo”. I contratti collettivi delle
grandi categorie di operai, in primo luogo i metalmeccanici, erano ancora
aperti.
Vedere sfilare per le strade del
capoluogo lombardo, in ottobre, tra saracinesche abbassate e tapparelle
chiuse, duecentomila tute blu, che richiedevano un nuovo contratto, aumenti
salariali, diversa qualità della vita in fabbrica e fuori di essa,
rappresentò per la borghesia imprenditoriale un fatto talmente rivoluzionario
da averne paura.
La sinistra stava veramente entrando
nel “santuario” del potere! Quindi era necessario
agire in fretta, bloccare in qualche modo l’avanzata popolare,
che minacciava i rapporti di potere in fabbrica e nella società.
La violenza politica, le bombe, l’uso sapiente degli “opposti estremismi”
potevano essere metodi utili per bloccare sul nascere le “velleità”
dei lavoratori e delle masse popolari. La protesta sociale offriva condizioni
favorevoli a chi voleva intorbidare le acque. Ecco,
pronta la strage!
Tutto era pronto per etichettarla
come una strage messa in atto dai “rossi”.
Per le forze di polizia, la
strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, era la naturale
conseguenza dell’atmosfera sociale di ribellione contro la società
borghese. Gli anarchici vennero accusati di avere approfittato del disordine
del ’68 per fomentare la violenza sovversiva e l’anarchico Valpreda venne
indicato come colpevole.
L’anarchico
Pinelli venne “suicidato” dai piani alti della Questura di Milano, dove
era stato condotto dal commissario Calabresi.
Un anno
dopo ci fu l’incriminazione ufficiale di Franco Freda e Giovanni Ventura,
l’uomo nazista dei servizi segreti.
L’ipotesi accusatoria fu che i neofascisti
avessero commesso la strage, predisponendo in precedenza tutta una serie
di indizi accusatori contro Valpreda, di cui conoscevano tutte le mosse,
per avere infiltrato nel circolo anarchico
“23 Marzo” Mario Michele Merlino.
Il giudice
di Treviso Stiz, che fu il primo a individuare la matrice neofascista della
strage, tracciò questa motivazione dell’attentato: “…E’
dagli inizi del 1969, viceversa, che il loro programma sovversivo si estrinseca
o si potenzia, sia con l’apporto di persone e strutture operanti in varie
parti del territorio nazionale, sia con l’attuazione di veri e propri atti
di terrorismo.
L’incontro del 18 aprile 1969 tra
il Rauti, il Freda e il Ventura, in Padova, costituisce appunto l’inizio
di tale attività…Da tale quadro probatorio emerge il disegno eversivo
della organizzazione rappresentata da Freda e da Ventura: “sinteticamente
il rovesciamento dell’ordinamento statuale, preceduto da una gradualità
terroristica tale da provocare il disorientamento delle masse e il diffondersi
di una mentalità favorevole alla restaurazione dell’ordine e dell’avvento
di strutture centralizzate e gerarchiche”.
Il coinvolgimento,
in seguito, nell’inchiesta di Piazza Fontana anche di Pino Rauti e di Guido
Giannettini, fa sorgere più di un sospetto.
Infatti sono proprio coloro che
avevano partecipato al convegno dell’hotel Parco dei Principi, organizzato
dall’istituto “Pollio” e finanziato dai nostri servizi segreti. Il nome
di Pino Rauti sarà sostituito da Ventura con quello di Stefano Delle
Chiaie, già all’epoca latitante. La sostanza dei fatti non cambia
comunque.
Nell’agosto del 1971, il pretore Guariniello aveva aperto un’inchiesta sulle “schedature” della Fiat. Vennero sequestrate 150.655 schede personali, con note relative all’orientamento politico degli operai. In Fiat operava una struttura segreta, retta da un ex ufficiale dei servizi segreti. Nel 1991 si scoprirà il coinvolgimento di Gladio nel caso. Venne alla luce, in settembre nella stessa inchiesta, anche un elenco di 200 poliziotti pagati dalla Fiat per passare informazioni. Era un periodo politicamente delicato per le grandi tensioni che serpeggiavano nel paese. Si cominciava a parlare di una Loggia massonica “P2”, si parlava apertamente di colpi di Stato e di Servizi “deviati”.
Nella strage
di Peteano del 31 maggio 1972 morirono tre Carabinieri, due
rimasero gravemente feriti.
Due soltanto
sono i colpevoli condannati per la strage di Peteano: Vincenzo Vinciguerra
e Carlo Ciccutini.
Una struttura, insomma, molto simile a quella individuata dal giudice “ragazzino” di Venezia, Felice Casson, quando mise le mani sugli archivi dei Servizi segreti, e che era denominata “Gladio”.
Scrive Gianni Flamini nel suo ” Il partito del Golpe”: “In sostanza mentre la destra radicale rifinisce il suo progetto eversivo basato sul determinante intervento dei militari, i presidenzialisti “puri”…lavorano a un progetto alternativo: meno rozzo e stimato più sopportabile dall’assetto istituzionale italiano, addirittura mascherato come antifascista, fondato su operazioni di “ingegneria politica” più che militare, finanziato dalla grande industria multinazionale”.