LA RAGNATELA: DALLE TRAME NERE AL GOVERNO BERLUSCONI.

Traccia storica e considerazioni di Renata Franceschini, Soccorso Popolare - Padova
(PARTE QUINTA)
SOMMARIO indice generale
parte prima
Prefazione
1. I servizi segreti
parte seconda
2. Francesco Cossiga e i suoi legami con la ragnatela
3. Gladio
parte terza
4. La Loggia P2 e Licio Gelli
parte quarta
5. Nascita dell'impero economico del Cavalier Silvio Berlusconi
6. L'on.Bettino Craxi e il Cavalier Silvio Berlusconi: intreccio di affari e favori.
parte quinta
7. Berlusconi scende in campo!!
8. La transizione da Berlusconi a D'Alema
parte sesta
9. Il governo "D'Alema"
10. Berlusconi vince le elezioni del 2001
11. Sintesi del Piano di "Rinascita Democratica", elaborato dalla Loggia massonica segreta P2, del Gran Maestro Licio Gelli.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
7. Berlusconi scende in campo!!
Berlusconi non era certo estraneo alla scena politica, quando nel 1994 decise di formare il partito-azienda Forza Italia, e scendere personalmente nell’agone, presentandosi ai suoi teleutenti con un sorriso soddisfatto, di uomo "fattosi da sé".

Doveva entrarci personalmente, nella politica, per difendere i suoi interessi e il suo successo imprenditoriale, sempre dipeso dalla protezione dei partiti.

I partiti politici del centro e della destra erano crollati, o si erano dissolti, dopo che i loro leaders principali erano stati accusati di corruzione dai pubblici ministeri di Milano. La Fininvest stessa, sotto indagine per aver pagato delle tangenti a politici, era anche indebitata.

I protettori politici di Berlusconi erano in galera, o sotto accusa, o avevano lasciato il paese, come Craxi.

"Se non entro in politica mi faranno a pezzi" disse a Indro Montanelli, il direttore del suo quotidiano Il Giornale.

I partiti della sinistra, che sembravano già pronti al trionfo, stavano parlando apertamente di approvare delle misure antitrust che lo avrebbero costretto a rinunciare a una delle sue tre reti televisive.

Berlusconi, quindi, così minacciato sia sul fronte finanziario che su quello giudiziario, lanciò una campagna politica serrata, mostrando quanto può essere potente la sinergia tra media, politica e potere economico.

Tutto questo era stato già previsto nel Piano di rinascita democratica di Lucio Gelli, intorno agli anni settanta, nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti):

  1. acquisire alcuni settimanali di battaglia;
  2. coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;
  3. coordinare molte TV via cavo con l’agenzia per la stampa locale;
  4. dissolvere la RAI-TV in nome della libertà di antenna, ex art.21 Cost.
Per la campagna elettorale, ovviamente, Marcello Dell’Utri, che era a capo della divisione pubblicitaria della Fininvest, utilizzò lo staff vendite della sua impresa come macchina elettorale e reclutò un vasto numero di candidati tra dipendenti, consulenti e partners di Berlusconi. Tra i nuovi membri del Parlamento italiano una ventina erano dipendenti di Berlusconi.

I componenti di Forza Italia, infatti, dovendo a Berlusconi i loro ben pagati incarichi, si sarebbero dimostrati, in seguito, sicuramente obbedienti ai suoi ordini.

Quando Berlusconi divenne Presidente del Consiglio nella primavera del 1994, emerse il conflitto d’interesse.

Come dice Mauro Paissan, un parlamentare dei Verdi, "il conflitto di interessi significa che il governo è continuamente ricattato". "Il fatto di essere in politica costituisce una specie di assicurazione a vita per lui: ogni iniziativa volta a regolare o investigare le sue imprese è vista come un attacco politico".

Anche allora Berlusconi si adoperò in modo solerte per sistemare in modo adeguato e rapido ciò che atteneva alla sfera dei suoi interessi personali: assoluta precedenza alle questioni inerenti alla televisione e alla giustizia.

Al Ministero della Difesa nominò Cesare Previti, suo avvocato personale.

E’ costume di Berlusconi, quindi, utilizzare il suo successo politico per garantire l’impunità a quelli tra i suoi collaboratori che sono più a rischio di arresto e che possono di conseguenza coinvolgerlo. Si assiste a scomposte prese di posizione ogni volta che si toccano le questioni delle televisioni o della giustizia.

Però Forza Italia costituisce un partito-azienda molto compatto, mentre l'opposizione, pur non minoritaria, risulta, nella contrapposizione politica, non molto compatta.

Durante le numerose indagini di "Mani Pulite" contro la corruzione nell’economia e nella politica, i magistrati di Milano arrestarono nel giugno del 1994 Paolo Berlusconi, il fratello reo confesso di aver pagato numerose tangenti.

Allora il Silvio improvvisamente emanò un decreto legge, che rendeva praticamente impossibile arrestare chiunque per crimini da "colletti bianchi", e in meno di ventiquattro ore uscirono di prigione molti dei politici arrestati da Mani Pulite. Questo decreto, conosciuto come il "Decreto Salva-Ladri", provocò una tale rivolta popolare da costringere Berlusconi a ritirarlo.

Nel frattempo alcune celle si erano svuotate!

La sua instabile coalizione di governo, rimasta in carica dal maggio al dicembre 1994, fu indebolita anche dallo sciopero generale (12 novembre) indetto dai sindacati, come risposta ad un progetto di riforma sulle pensioni.

Infine crollò, non solo a causa di un diretto coinvolgimento di Berlusconi nelle indagini di Tangentopoli, ma anche per l'uscita dalla maggioranza dell'allora non troppo suo fedele alleato, la Lega Nord di Umberto Bossi, in relazione al dibattito sulla riforma del sistema radiotelevisivo, (14 dicembre).

Già nei mesi precedenti, la Lega aveva peraltro continuamente denunciato il conflitto di interessi del presidente del consiglio, criticato AN come erede del fascismo e del vecchio statalismo meridionalistico, e reclamato passi più incisivi sulla strada del federalismo.

8. La transizione da Berlusconi a D'Alema

Il nuovo governo "tecnico" Dini, (ex ministro del Tesoro del governo Berlusconi), rimasto in carica dal gennaio 1995 fino alle elezioni dell'aprile 1996, riuscì a fare approvare una legge di riforma previdenziale, un decreto sulla par condicio televisiva, e la legge finanziaria, con il sostegno dei progressisti del centrosinistra, della Lega e del PPI.

Le elezioni del 21 aprile del 1996 sancirono la vittoria dell'Ulivo (42,1% dei voti alla Camera, contro il 40,3% del Polo), la coalizione formata dal PDS, dai Popolari e dai Verdi, con l'appoggio esterno di Rifondazione, coalizione guidata da Romano Prodi, che poté avvantaggiarsi dei timori, da parte dell'opinione pubblica moderata, di un'eccessiva prevalenza nello schieramento avversario della destra di AN; ulteriore vantaggio, la decisione della Lega di presentarsi da sola al voto.

Fu Romano Prodi a formare il nuovo governo, affiancato, come vicepresidente del Consiglio, dal numero due del PDS, Walter Veltroni: per la prima volta dal 1947, il maggiore partito della sinistra, direttamente discendente dal vecchio Partito Comunista, era al governo in Italia.

La maggioranza, ampia al Senato, era invece risicata alla Camera, dove per governare erano indispensabili i voti di Rifondazione comunista.

Il governo Prodi, ovviamente, era assai gradito alla Confindustria, perché Prodi aveva "buone credenziali", avendo attuato, come presidente dell'IRI, licenziamenti di massa, e creato, anche attraverso un forte indebitamento, le premesse per invocarne la privatizzazione dell'Ente.

In politica economica questo governo si caratterizzò per la rigida applicazione dei parametri di Maastricht, inasprendo la linea delle leggi finanziarie di Amato, Ciampi e Dini per ottenere il risanamento finanziario e l'ingresso dell'Italia nella moneta unica europea.

Operò tagli al welfare state e alle pensioni, aumentò i tickets sulle prestazioni sanitarie e l'imposta sul valore aggiunto (IVA), riducendo al contempo le aliquote delle imposte sui redditi più elevati.

Una prima "manovra correttiva" dei conti pubblici (19 giugno 1996) pesò per 16.000 miliardi.

Con la successiva finanziaria (27 settembre 1996) si aggiunse un onere di 62.500 miliardi.

Col "decretone" (30 dicembre 1996) venne introdotta una "eurotassa" di 4.300 miliardi.

Con la nuova "manovra correttiva" (27 marzo 1997) gli italiani furono chiamati a pagare ancora 15.500 miliardi.

Con una successiva finanziaria (28 settembre 1997) altri 25.000 miliardi.

Dinanzi all'annuncio del voto contrario del PRC, Prodi si dimise (9 ottobre 1997) ma, riottenuta la fiducia (16 ottobre 1997), dovette promettere a Rifondazione comunista un provvedimento per le 35 ore lavorative, che venne approvato (24 marzo 1998) senza avere pratica applicazione.

Seguì invece la proposta di una nuova finanziaria (22 settembre 1998) per 14.700 miliardi, che determinò la definitiva sfiducia del PRC.

L'ATTACCO AL LAVORO E ALLO STATO SOCIALE

A vantaggio dell'industria automobilistica venne introdotta la "rottamazione", un premio sulla permuta delle auto usate, che produsse (gennaio-agosto 1997) un incremento del 43,7% delle immatricolazioni di autoveicoli e un aumento di tutta la produzione industriale, specialmente in Piemonte.

Prodi dette una spinta molto forte al programma di privatizzazione dell'economia pubblica, attraverso la vendita, quasi per intero, delle azioni del gigante delle telecomunicazioni Telecom Italia, un'azienda avanzata a livello mondiale, col rilancio della privatizzazione delle aziende controllate dall'IRI, e col collocamento sul mercato della maggioranza delle quote azionarie dell'ENI, che in tal modo venne sottratto al controllo dello stato.

"Dopo un anno di governo Prodi, il tasso di sviluppo segnò uno dei livelli più bassi. Dopo due anni la disoccupazione salì al 12,5%, la povertà al 10%, s'incrementò il divario fra Nord e Sud, mentre salirono i profitti."

(Antonio Marzano, "Affari & finanza, la Repubblica", 29 giugno 1998).

Pochi mesi dopo, il 9 ottobre 1998, l'opposizione di Rifondazione comunista alla Legge finanziaria fece cadere il governo: per un solo voto (312 voti favorevoli e 313 contrari) il governo Prodi mancò la fiducia, e dovette dunque dimettersi.

Nel frattempo il tentativo del leader del PDS, Massimo D'Alema, come Presidente della Commissione bicamerale per le riforme, di giungere ad una grande riforma della Costituzione e del sistema elettorale, con un accordo fra maggioranza e opposizione, falliva in un clima di polemica sempre più forte fra i due schieramenti.

La grande "riforma" prospettata dai lavori della Bicamerale andava, per molti versi, nella direzione del "Piano di rinascita democratica" della Loggia P2, e per questo si può assegnare alla Bicamerale un ruolo di colpo di stato strisciante.

Uno dei ferventi sostenitori di queste riforme era proprio Silvio Berlusconi! Paradossalmente, ad essergli alleato era proprio un ex esponente di rilievo del Partito Comunista Italiano, Massimo D'Alema, con l'appoggio esterno e sistematico di…Francesco Cossiga.

CONTINUA PARTE SESTA