LA RAGNATELA: DALLE TRAME NERE AL GOVERNO BERLUSCONI.

Traccia storica e considerazioni di Renata Franceschini, Soccorso Popolare - Padova
(PARTE QUARTA)
 SOMMARIO indice generale
parte prima
Prefazione
1. I servizi segreti
parte seconda
2. Francesco Cossiga e i suoi legami con la ragnatela
3. Gladio
parte terza
4. La Loggia P2 e Licio Gelli
parte quarta
5. Nascita dell'impero economico del Cavalier Silvio Berlusconi
6. L'on.Bettino Craxi e il Cavalier Silvio Berlusconi: intreccio di affari e favori.
parte quinta
7. Berlusconi scende in campo!!
8. La transizione da Berlusconi a D'Alema
parte sesta
9. Il governo "D'Alema"
10. Berlusconi vince le elezioni del 2001
11. Sintesi del Piano di "Rinascita Democratica", elaborato dalla Loggia massonica segreta P2, del Gran Maestro Licio Gelli.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
 
5. Nascita dell'impero economico del Cavalier Silvio Berlusconi
L'attività imprenditoriale di Silvio Berlusconi ha inizio intorno ai primi anni ‘60, grazie ad una fideiussione della Banca Rasini di Milano, implicata nel riciclaggio di denaro sporco proveniente dai traffici illeciti di Cosa nostra siciliana: questo, secondo un rapporto della Criminalpol di quegli anni, successivamente confermato dalla testimonianza del faccendiere mafioso Michele Sindona!! Vittorio Mangano, assunto in seguito da Berlusconi in qualità di custode e stalliere della sua villa di Arcore, avrebbe fatto da tramite tra l’Istituto di credito e il capo della cupola di allora, Stefano Bontade.

L’impero berlusconiano, comunque, ha preso avvio a Roma, in Salita San Nicola da Tolentino l/B, il 16 settembre 1974, con la costituzione della società immobiliare "San Martino s.p.a", con amministratore unico Marcello Dell'Utri.

La romana Immobiliare San Martino, trasformatasi in seguito nella milanese "Milano 2 s.p.a.", ebbe un ruolo essenziale nella costruzione della omonima "città satellite".

Le compravendite di terreni e immobili si articolano in atti notarili tra soggetti diversi, ma gli interessi sottostanti hanno una medesima matrice e regia: infatti, la società "Milano 2 s.p.a" è controllata dalla "Fininvest", e la Fininvest è una società costituita dalle società fiduciarie "Servizio Italia" e "Saf"(Società azionaria fiduciaria).

"Servizio Italia" e "Saf" sono società fiduciarie, e dunque agiscono su mandato di terzi coperti dall’anonimato (la formula utilizzata nelle operazioni è " Per conto di società enti o persone da dichiarare").
La neocostituita società Immobiliare San Martino rimase inattiva fino alla metà del 1977, quando elevò il proprio capitale sociale, dall’originario un milione, a mezzo miliardo, e trasferì la propria sede a Milano. Poco dopo, nel settembre 1977, mutò la propria denominazione in "Milano 2 spa".

Il singolare schema operativo - costituzione, sensibile aumento di capitale, trasferimento della sede a Milano, e mutamento della ragione sociale - si ripeterà come una costante per tutte le società del gruppo Fininvest, promosse dal parabancario Bnl. Nel costituire la Immobiliare San Martino, dunque, le due fiduciarie si muovevano in nome e per conto di altri, così come Dell’Utri (attraverso Rapisarda in contatto col boss Ciancimino) si muoveva in nome e per conto di altri.

La sua stessa uscita di scena (Dell’Utri il 13 settembre 1977 si dimette dall’incarico di amministratore unico) risultava analogamente ambigua, quasi che "il siciliano" avesse condotto in porto un’operazione e quindi avesse così concluso il proprio compito.

Quando nel settembre 1977 Marcello Dell’Utri cessò dalla carica di amministratore unico, gli subentrò Giovanni Dal Santo, commercialista, nato a Caltanissetta, ma attivo a Milano, dove curava interessi vicini alla Banca Nazionale del Lavoro, (Bnl)Holding.
Secondo l’avvocato Giovanni Maria De Mola, in un memoriale del costruttore Filippo Alberto Rapisarda (consegnato al giudice Della Lucia, del Tribunale di Milano), lo stesso Rapisarda sostiene di avere associato Dell’Utri nelle proprie attività edilizie, in seguito alla pressante "raccomandazione" in tal senso rivoltagli dal boss mafioso Stefano Bontade.
L’atto costitutivo della società immobiliare San Martino venne sottoscritto dal banchiere piduista Gianfranco Graziadei, per conto della fiduciaria Servizio Italia spa, e da Federico Pollak (87 anni, dirigente della Bnl fin dalla fondazione) per la Saf, Società azionaria fiduciaria spa. Entrambe le fiduciarie sono società della Bnl Holding (il parabancario del grande Istituto di Credito), il cui centro di potere direzionale era assolutamente condizionato da Licio Gelli e dalla sua Loggia P2.

Era presente alla costituzione della Immobiliare San Martino anche Marcello Dell’Utri, il quale venne nominato, come abbiamo visto in precedenza, amministratore unico della neocostituita società.

Costui diventerà uno dei più stretti collaboratori di Berlusconi e amministratore delegato di Pubblitalia 80, la potente concessionaria di pubblicità delle reti televisive Fininvest.

Questo Marcello Dell’Utri è un personaggio in odore di mafia, come rivela un rapporto della Criminalpol, datato 13 aprile 1981: "L’aver accertato attraverso la citata intercettazione telefonica il contatto tra Mangano Vittorio, di cui è bene ricordare sempre la sua particolare pericolosità criminale, e Dell’Utri Marcello ne consegue necessariamente che anche la Inim spa e la Raca spa, (società per le quali il Dell‘Utri svolge la propria attività), operanti in Milano, sono società commerciali gestite anch’esse dalla mafia e di cui la mafia si serve per riciclare il denaro sporco, provento di illeciti."

Il palermitano Marcello Dell’Utri, transitato per primo, nel 1974, in Salita San Nicola da Tolentino l/B, all’epoca gravitava nel giro degli amici di Vito Ciancimino, e il suo trasferimento dalla Sicilia a Milano non era certo il viaggio dell’emigrante in cerca di fortuna.

Quando venne nominato, a Roma, amministratore unico della Immobiliare San Martino, Dell’Utri era già residente a Milano, in via Arcimboldi 2.

Dunque, la sua altrimenti inspiegabile presenza a Roma per la costituzione della società, testimonia come egli si trovasse in Salita San Nicola da Tolentino I B in rappresentanza di precisi interessi.
La costruzione del gruppo Fininvest richiese vari anni. La Fininvest sri era nata il 21 marzo 1975 al solito indirizzo di Salita San Nicola da Tolentino 1/B, per opera dei soliti, avvocato Gianfranco Graziadei e commendatore Federico Pollak.

Secondo il solito schema, due mesi dopo la costituzione aumentò il capitale sociale dagli originari 200 milioni a 2 miliardi, dopodiché, nel novembre 1975 si trasformò da "srl" in "spa", e quindi trasferì la propria sede a Milano.

Fu solo allora che Berlusconi apparve per la prima volta nel campo d’azione della piduista Bnl Holding, assumendo la presidenza del consiglio di amministrazione della Fininvest.
E’ significativo che, quando assunse la presidenza della Fininvest, Berlusconi fosse affiancato da "controllori" della Bnl Holding, Umberto Previti, Cesare Previti, Giovanni Angela, componenti del collegio sindacale; solo l’anno dopo essi cedettero il posto a noti professionisti milanesi.

La Fininvest assunse il controllo di "Milano 2 spa" (100 per cento) e di Italcantieri, nonché di altre società che vedremo in seguito.

L’Italcantieri era la società "svizzera" che aveva in appalto la costruzione della "città satellite" a Segrate, cioè "Milano 2".

Nacque così il "gruppo Fininvest" nella sua prima struttura.

Fino a questo momento, capitale sociale e aumenti di capitale erano sempre stati sottoscritti da Servizio Italia e Saf. Anche in seguito, ogni ulteriore aumento di capitale della Fininvest sarà riservato esclusivamente ai vecchi soci, come era esplicitamente precisato nelle delibere assembleari.

Del resto, negli anni cruciali, durante i quali il gruppo si è formato, il "signor uno per cento", Silvio Berlusconi, non possedeva certo di suo gli ingenti capitali che vi vennero investiti.
Invero, le società di ‘matrice romana’, che gravitavano nell’orbita del parabancario Bnl e che confluirono nel gruppo Fininvest, furono molte altre, rispetto a quelle citate; con il loro trasferimento a Milano, tutto l’ambito delle attività si spostò definitivamente al nord.
Fu proprio nell’agosto di quello stesso 1975 che Licio Gelli, il Venerabile maestro della Loggia P2, aveva elaborato il suo "Schema R" e in quello stesso autunno 1975 la Loggia segreta stava mettendo a punto il suo "Piano dì rinascita".

La definitiva consacrazione di Berlusconi avvenne solo nel luglio 1979, quando fu nominato presidente del consiglio di amministrazione della nuova grande Fininvest, (fusione della Fininvest milanese con quella romana), forte di 52 miliardi di capitale sociale.

L’interesse della Fininvest per il settore editoriale e tipografico si manifestò assai presto. Già nel 1977 la Fininvest acquisì una partecipazione del 50 per cento nell’impresa tipografica Sies di Umberto Seregni ed entrò nella proprietà del "Giornale nuovo", col 12 per cento. Due anni dopo aumenterà la sua partecipazione al 37 per cento.

Un’attenzione ancora più precoce venne riservata alla televisione.

Telemilano, dopo una lunga gestazione, nel 1978 si trasformò repentinamente da via cavo a via etere e, l’anno successivo, cominciò l’attività di emittente commerciale.
Alla fine del 1979 la Fininvest srl annoverava due partecipate e ventidue società controllate, alcune delle quali a loro volta detenevano partecipazioni, o il pacchetto di controllo di altre.

Il gruppo si articolava in nove settori:

Era un assetto provvisorio, soggetto a mutamenti e trasformazioni, che si sono susseguite con grande rapidità.

Vero è che la struttura del gruppo Fininvest andò evolvendosi fin dall’inizio verso un duplice obiettivo:

Esemplare, in questo senso, fu la costituzione delle 22 Holding, Italiana Prima, Seconda, Terza, eccetera: "Un meccanismo", come ammetterà Giancarlo Foscale, amministratore delegato della capogruppo Fininvest, "che ci consente un risparmio sulle imposte valutabile intorno al 30-40 per cento".

Infatti le 22 Holding sono "scatole vuote", con la sola funzione di incassare i dividendi quali azioniste della Fininvest.

In sostanza, i padroni dell’impero, Berlusconi e i suoi occulti soci, detengono le obbligazioni delle holding e, attraverso queste, incassano gli utili di tutto il gruppo con due vantaggi: rimangono anonimi e pagano, invece della imposta progressiva sul reddito, il solo 10 per cento delle somme riscosse.

Lo spericolato marchingegno offre anche altri vantaggi fiscali: alternando nel tempo guadagni e perdite, consente di sfruttare il cosiddetto "credito d’imposta" della legge Pandolfi.

L’intricata struttura dell’impero berlusconiano si delinea come una ragnatela di società, fiduciarie, scatole vuote, prestanome, holding, con "incestuosi incroci azionari".

Se risultava evidente l’intento di eludere la tassazione, sottraendo al fisco somme ingenti, l’arzigogolato assetto dell’impero Fininvest venne concepito e strutturato con l’iniziale e costante ricorso ai prestanome, proprio allo scopo di coprire con l’anonimato l’identità dei suoi reali possessori.

Quanto alle fiduciarie, si tratta per l’appunto del più classico dei paraventi legali: "Un sottile schermo per coprire gli effettivi proprietari", confermava l’ex presidente della Bnl Nerio Nesi. "Quando si usano fiduciarie per l’intestazione di azioni, l’ipotesi più plausibile è che ci siano soci che non gradiscono apparire."

Si è visto come le due fiduciarie Servizio Italia e Saf, fonte originaria del futuro gruppo Fininvest, facciano capo alla Banca Nazionale del Lavoro. Negli anni Sessanta la Bnl era il maggiore istituto di credito italiano di diritto pubblico, nono nella graduatoria mondiale. L’avvento del centrosinistra aprì il suo consiglio di amministrazione anche al PSI: vi entreranno Aldo Aniasi (1963), Antigono Donati (1966), Nerio Nesi (1978), Ruggero Ravenna (l980). Donati e Nesi ne assumeranno anche la presidenza.

Nella seconda metà degli anni Settanta, il colosso creditizio registrò evidenti segnali di crisi, specie nell’importante settore del parabancario, in forte espansione. Infatti, le società operanti nel parabancario Bnl aumentarono al ritmo di una decina l’anno. Nel l979 erano una dozzina e, nel giro di un decennio, diverranno 82, di cui 24 controllate, tutte facenti capo alla Bnl Holding.
L’amministratore delegato della Bnl Holding, Carlo Alhadeff, da tempo in contrasto con i vertici della Banca, il 31 marzo rassegnava le dimissioni e diffondeva un comunicato-stampa: "Questa mia decisione", spiega, "nasce dall’esigenza di tutelare la mia credibilità nei confronti dell’esterno e della stessa Bnl, alla quale attualmente non mi è più possibile garantire la bontà della gestione e la correttezza dei risultati della Bnl Holding e delle sue controllate" - si trattava di una chiara presa di distanze rispetto a quanto avveniva nelle varie società del parabancario Bnl.
La capogruppo del parabancario Bnl risulta essere la Banca Nazionale del Lavoro Holding Italia spa.

Il termine "Italia", come si vede, è ricorrente (Servizio Italia, Italcantieri, e tutta una sfilza di Holding Italiana), e gli stessi, ricorrenti numeri (Milano 2, Milano 3, Italia 1, Canale 5, Rete 4, ecc.) ricordano una qualche fantasiosità da ragionieri di banca.

Con il termine parabancario si intendono tante cose: leasing, factoring, intermediazione finanziaria, fondi comuni, gestioni patrimoniali, partecipazioni, recupero crediti, amministrazione fiduciaria.

Nel parabancario Bnl, le fiduciarie sono soltanto la Saf,(Società azionaria fiduciaria), e Servizio Italia; esse fanno capo al ristretto comitato esecutivo della Bnl Holding, presieduto dallo stesso presidente della banca e formato da alti dirigenti interni e dai vertici delle principali controllate.
Servizio Italia era presente in tutte le vicende del bancarottiere mafioso e piduista Michele Sindona.

Della Capitalfin di Nassau, l’esotico "paradiso fiscale", una delle "casseforti" sindoniane, presidente era Alberto Ferrari, ai tempi anche presidente della Bnl, segretario era Gianfranco Graziadei, che era anche direttore generale di Servizio Italia.

Ferrari e Graziadei risulteranno entrambi affiliati alla Loggia segreta P2 .

Gli editori piduisti Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din operavano attraverso Servizio Italia.

I maneggi piduisti con la casa editrice Rizzoli e il "Corriere della Sera" si avvalevano di Servizio Italia.

La miliardaria operazione speculativa con la Savoia Assicurazioni da parte della Loggia P2 era curata da Servizio Italia, così come i traffici di Gelli, con 217 mila azioni Italimmobiliare.

Il Venerabile maestro della Loggia P2 scriveva all’affiliato Tassan Din, indirizzando non già al suo domicilio privato o presso la Rizzoli, bensì presso la sede di Servizio Italia.

Nel luglio 1982, pochi giorni prima del suo arresto in relazione alla morte del banchiere piduista Roberto Calvi, il faccendiere Flavio Carboni disporrà l’intestazione fiduciaria delle sue società a Servizio Italia...

E' dunque assodato che Servizio Italia, formalmente Bnl, è pienamente controllata dalla Loggia P2 e che, dietro il suo schermo, si celano anche società e interessi di ogni sorta.
Quanto alla Saf, Società azionaria fiduciaria, negli anni in cui essa concorreva, con Servizio Italia, a creare le fondamenta del gruppo Fininvest, l’età media dei suoi dirigenti era prossima agli 80 anni.

Il vicepresidente era Federico Pollak, nato nel 1887; il presidente del consiglio di amministrazione, Federico D’Amico, era del 1908; tra i consiglieri, Silvestro Amedeo Porciani era del 1892, il colonnello in pensione Anatolio Pellizzetti del 1907.

Risultava dunque del tutto non plausibile l’attribuzione a un gruppo di funzionari ottuagenari degli ambiziosi e avveniristici progetti, che sottendono la nascita del gruppo Fininvest: progettazione, costruzione, commercializzazione di "città satellite" e annessi servizi, ma anche trasporti aerei privati, attività parabancarie, televisione commerciale...

E' evidente che "la mente", il "centro propulsore" del grandioso programma "a tutto campo" era altrove, e precisamente nella Loggia massonica segreta Propaganda 2 e nel suo "Piano" per il controllo politico ed economico del Paese.
Non a caso, la prima banca "infiltrata" dai piduisti, e quella penetrata più massicciamente e al più alto livello, era il più importante Istituto di Credito nazionale, e cioè la Banca nazionale del Lavoro, con ben nove affiliati alla Loggia segreta tra i massimi dirigenti - come avrà modo di confermare lo stesso Licio Gelli, tramite il proprio legale: "Numerose banche italiane hanno annoverato negli anni, che vanno dal 1975 al 1981, tra i loro massimi dirigenti, appartenenti alla Loggia P2; e meglio, la Banca Nazionale del Lavoro 4 membri del consiglio di amministrazione, il direttore generale, tre direttori centrali e un segretario del consiglio..." .

Tra i piduisti insediati ai vertici della Bnl, e agli ordini del Venerabile maestro, sei controllavano tutta l’attività operativa della banca:

Il sindoniano balletto di società che nascevano, si associavano, si fondevano e si trasformavano, aveva trovato nuovi e ancora più audaci imitatori.

Qual'è l’identità di coloro che hanno sottoscritto i mandati fiduciari conferiti a Servizio Italia e Saf (società azionaria fiduciaria), le due società della Bnl Holding che pongono le basi del futuro gruppo Fininvest?

Mistero!!
 

Interrogativi e perplessità circa la reale proprietà della Fininvest emergono periodicamente sulla stampa e vengono puntualmente e laconicamente smentite da fonti berlusconiane. Così, quando Marco Borsa, ex direttore di "Italia Oggi" scrive: "La Fininvest è teoricamente di proprietà della famiglia Berlusconi, ma nessuno lo sa con precisione", gli replica Fedele Confalonieri, nella sua veste di amministratore delegato della Fininvest Comunicazioni: "La Fininvest appartiene alla famiglia Berlusconi in modo effettivo e totale" - un’affermazione tanto perentoria quanto accuratamente priva di riscontri.

Risulta del resto evidente come non sia stato Berlusconi a creare la Fininvest, ma come sia stata la Fininvest delle fiduciarie e delle banche piduiste a imporre il piduista Berlusconi alla ribalta dell’imprenditoria nazionale.

Già verso la metà degli anni 70 "L’Espresso" e "Panorama" si erano occupati della rapida ascesa di Berlusconi nel mondo degli affari e ne denunciavano traffici e chiacchierati compari.

A causa della sua iscrizione alla Loggia P2, segreta e quindi illegale, Silvio Berlusconi venne anche processato per falsa testimonianza davanti al pretore di Verona prima, e condannato poi davanti alla corte di appello di Venezia, con la seguente motivazione:

"…Ritiene il collegio che le dichiarazioni dell’imputato non corrispondano a verità". Una condanna per spergiuro!!!

In sostanza, infatti, secondo Berlusconi, la sua non ben definita adesione alla P2 avvenne poco prima del 1981 e non si trattò di vera e propria iscrizione, perché non accompagnata da pagamenti di quote, appunto di iscrizione, peraltro mai richiestegli.

Tali asserzioni sono state smentite anche dalle risultanze della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, presieduta dalla democristiana Tina Anselmi, non certo una comunista, nella cui relazione si legge: "...alcuni operatori (Genghini, Fabbri, Berlusconi) trovano appoggi e finanziamenti al di la’ di ogni merito creditizio...", e dalle stesse dichiarazioni rese dal prevenuto Berlusconi davanti al G.I. di Milano, e mai contestate, secondo cui la sua iscrizione alla P2 avvenne nei primi mesi del 1978.

La vicenda Berlusconi-P2 si conclude il primo ottobre 1990 con l’estinzione del reato per amnistia.

Berlusconi ha accettato l’amnistia allora, come di recente nel processo relativo al lodo Mondadori, ha accettato la prescrizione, in presenza di gravi indizi di colpevolezza elencati dalla Corte di Cassazione.

Nel 1998 gli investigatori della DIA di Palermo sequestrarono i documenti contabili delle ventidue holding del gruppo Fininvest, nell’ambito dell’inchiesta su Marcello Dell’Utri, deputato di Forza Italia, sotto processo a Palermo con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

I magistrati di Palermo sospettavano che capitali di provenienza illecita fossero finiti, tramite Dell’Utri, nelle holding di Berlusconi.

Furono il finanziere Rapisarda, socio di Dell’Utri, e diversi collaboratori di giustizia a parlare dei rapporti tra il gruppo Fininvest e la mafia.

Denaro mafioso sarebbe stato utilizzato dalla Fininvest per acquistare pacchetti - film, e per finanziare l’avvio delle reti televisive di Berlusconi.

Il gup di Palermo ha, però, archiviato l’indagine riguardante l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti del Cavaliere.

Attualmente, diversi parlamentari di Forza Italia risultano coinvolti in Sicilia in vicende giudiziarie.

Il pieno controllo della maggiore banca pubblica italiana consentì alla Loggia P2 di procedere celermente nell’attuazione del suo "Piano di rinascita", del quale il gruppo Fininvest parrebbe costituire uno dei principali bracci operativi.

Costituito attraverso la piduista Bnl, il gruppo venne poi consolidato con ingenti finanziamenti erogati da altre banche, infiltrate dai piduisti:

18 miliardi per il primo aumento di capitale della Fininvest e 19 miliardi, che il gruppo aveva in deposito fiduciario presso la società Compagnia fiduciaria nazionale spa. Per un totale complessivo di 37 miliardi, e incidentalmente erano "30/40 miliardi" i capitali preventivati dal "Piano" piduista per assumere l’occulto controllo dei gangli vitali del Paese…

Nell’ancora segreto programma piduista, messo a punto tra il 75 ed il 76, noto come "Piano di rinascita democratica," era anche prevista l’immediata costituzione di una TV via cavo, "che avrebbe poi dovuto essere impiantata a catena, in modo da controllare la pubblica opinione media, nel vivo del Paese".
Berlusconi in un’intervista a "la Repubblica", datata 15 luglio 1977, dichiarava che avrebbe messo la sua televisione a disposizione di uomini politici della destra democristiana e anticomunista, riecheggiando la linea politica dell’ancora segretissimo "Piano" messo a punto dalla loggia massonica P2.
Il 10 aprile 1978 Berlusconi iniziò una collaborazione come editorialista sul maggior quotidiano italiano, il "Corriere della Sera", proprio quando la loggia P2 acquisiva, come dice la commissione parlamentare d’inchiesta, "il controllo finanziario e gestionale del gruppo Rizzoli".

Interpellato su Licio Gelli, Berlusconi rispose: "...Anch’io, come 50 milioni di italiani, sono sempre in curiosa attesa di conoscere quali fatti o misfatti siano effettivamente addebitati a Licio Gelli".
Gli saranno imputati reati quali concorso in bancarotta fraudolenta, associazione a delinquere, stragi…

Il programma della Loggia P2, che il 29 ottobre il presidente Pertini definì "un’associazione a delinquere", era contenuto nel "Piano di Rinascita Democratica," rinvenuto nel 1982 nella borsa della figlia di Gelli all’aeroporto di Fiumicino. Questo piano venne illustrato da Gelli in un’intervista a Maurizio Costanzo, apparsa sul "Corriere della sera" il 5 ottobre 1980.

Attraverso l’indebolimento dei sindacati, il controllo dei giornali e di politici dei partiti di governo e del MSI, e la distruzione del monopolio della RAI, si puntava a un mutamento della Repubblica in senso presidenziale, anche al fine di indebolire l’opposizione di sinistra e impedirne l’ingresso nel governo.

6. L'on.Bettino Craxi e il Cavalier Silvio Berlusconi: intreccio di affari e favori.

Nel frattempo stava emergendo, sempre "per caso", "un uomo della provvidenza", un altro politico che "si era fatto tutto da solo", che, guarda caso, era stato compagno di scuola di Berlusconi, un certo Bettino Craxi, che voleva "modernizzare" il PSI.

Fu Vanni Nisticò, addetto stampa del PSI e iscritto alla P2, a presentare Craxi a Gelli nel novembre del 1976, in occasione dello scandalo Eni- Petronim, che coinvolgeva alcuni esponenti del PSI della corrente di Claudio Signorile.

Secondo ciò che Craxi raccontò in commissione P2, Gelli gli disse che "aveva la forza di cambiare il Presidente della Repubblica".

Nella requisitoria del pubblico ministero Libero Mancuso è scritto su Gelli: " Si manifesta concretamente con veri e propri finanziamenti: da quelli modesti versati a candidati socialisti toscani, in occasione della campagna elettorale del 1980…a quelli assai più consistenti che, secondo un documento acquisito agli atti della commissione P2, sarebbero stati versati il 28 ottobre presso l’Ubs di Lugano

sul c/c 63369, denominato "protezione" corrispondente all’onorevole Martelli, per conto di Bettino Craxi."

Nella storia del "conto protezione" è coinvolto anche il banchiere Roberto Calvi, che, quando verrà arrestato per il crack del banco Ambrosiano nel giugno 1981, sarà difeso dal quotidiano socialista "Avanti".

Gelli, che amava il "decisionismo" craxiano, aveva le stesse idee politiche del leader socialista , di Francesco Cossiga, di Silvio Berlusconi e di tanti altri che avevano "a cuore le sorti del nostro paese", che necessitava della guida di un uomo forte, per "andare", ed essere inoltre difesa dal comunismo.

Per questo doveva, quindi, instaurarsi una Repubblica Presidenziale; il Pubblico Ministero doveva essere sottoposto al controllo del potere esecutivo; i mass media rigorosamente controllati.

"Fu Gelli a scrivere negli anni il progetto sulla responsabilità civile dei giudici, che i socialisti riusciranno a fare passare con un referendum nel 1988". (così scrive Michele Gambino).

Già il 15 luglio 1977 Berlusconi, da poco diventato editore del "Giornale" di Indro Montanelli, dettava a Mario Pirani di Repubblica il proprio "manifesto" politico: "La vera alternativa è nella Dc, una Dc che si trasformi in modo da permettere al PSI di tornare al governo milanese" …. Pirani gli chiese come pensava di aiutare le forze politiche a lui vicine, e Berlusconi rispose: "Non certo pagando tangenti, ma mettendo a loro disposizione i mass media. In primo luogo Telemilano, che sto riorganizzando e che diventerà un tramite fra gli uomini politici, che dimostreranno di non aver divorziato dall’economia e dalla cultura, e l’opinione pubblica."

Nel 1983, sull’onda del successo e a causa della débacle elettorale della DC, Bettino Craxi diventava Presidente del Consiglio.

Anche Bettino Craxi, diventato segretario del PSI nel 1976, agitava il tema della Grande Riforma, della revisione costituzionale. Aveva cancellato dal simbolo del Partito Socialista la falce e il martello, sostituendoli col logo stilizzato del garofano rosso al centro del cerchio, puntando sul socialismo liberale, contrapposto al leninismo.

Negli anni ‘70, approfittando della nomina alla commissione Esteri della Camera, Craxi viaggiò molto per allacciare rapporti importanti per la sua carriera, soprattutto con gli Stati Uniti.( Tutti i bravi politici italiani, dai democristiani ai socialisti di allora, ai D'Alema, agli ex comunisti pentiti di oggi, vanno in Usa a farsi accreditare. Il democristiano Piccoli ci andò col faccendiere piduista Pazienza).

Gli Americani erano molto preoccupati per l’andamento oscillante del PSI e cercavano un punto di riferimento.

Questo, dei rapporti con gli Americani, è un passaggio importante nella storia del craxismo.

Quando Craxi si recò negli Usa, erano passati pochi anni dalle manovre golpiste di De Lorenzo, appoggiate dagli uomini dell’Ambasciata Americana. Dette manovre avevano lo scopo principale di ridurre le pretese del PSI e "ammortizzare" i costi del varo dei primi governi di centrosinistra.

Da allora, gli Americani non hanno mai smesso di controllare da vicino la politica italiana, sempre con l’obiettivo di condurre l’Italia a scelte di centro-destra.

Nel ‘69, in pieno autunno caldo, questo obiettivo è stato perseguito, come abbiamo già visto, per la prima volta, con l’uso delle bombe a Milano, in piazza Fontana.

Fu l’inizio della strategia della tensione.

Bettino Craxi si era recato in Cile, subito dopo l’assassinio di Salvator Allende da parte dei generali golpisti cileni, aiutati dagli Usa.

Gli Usa mal tolleravano che il governo del Cile fosse in mano a un uomo di sinistra, e per giunta eletto democraticamente: gli interessi delle multinazionali statunitensi sarebbero stati troppo compromessi dalla politica in favore del popolo cileno, che Allende stava attuando.

Craxi, che aveva conoscenze "ben informate sui fatti", sapeva che anche in Italia il massimo potere si può raggiungere solo col consenso degli americani e avviò una "normalizzazione" della politica italiana, "sganciandosi" dal PCI per avvicinarsi alla DC.

Argomentava Craxi in comitato centrale: "La DC, disancorata da un rapporto con noi, scivola inesorabilmente a destra".

Da segretario del PSI seguirà sempre questa linea moderata e anticomunista, negando di perseguirla.

Con Craxi l’Italia fu la prima nazione europea ad installare disciplinatamente i missili americani e non mancò di appoggiare gli Usa nella loro politica di "confronto duro" con l’URSS.

Le visite a New York erano caratterizzate dal trasferimento di un numero enorme di accompagnatori tra politici, amici e una folla di fotografi di regime, addetti stampa, ammiratori.

Scriveva il giornale socialista l'"Avanti": "L’immagine italiana è cambiata: il made in Italy è di moda e non solo per la moda".

Sembra la stessa cantilena di Berlusconi, Presidente del consiglio, che vuole attualmente elevare il rango dei diplomatici ad agenti di commercio.

E ancora l'inquietante prete di nome Baget Bozzo: "Craxi è stato il primo dei condottieri, dando così forma a un italiano conquistatore di mercati, e cambiando l’immagine dell’Italia nel mondo. Craxi delegittima il mondo delle istituzioni: le delegittima in nome dell’Italia come comunità di destino".

Circondato da abili creatori d’immagine, il periodo della presidenza Craxi fu in sostanza contrassegnato da una rivincita delle forze della finanza e dell’imprenditoria nei confronti del mondo del lavoro, in un periodo di favorevole congiuntura economica europea e mondiale, che favorì il rilancio della Borsa e la caduta dell’inflazione, ma non frenò l’abnorme espansione del debito pubblico.

Atto emblematico della linea politica di Craxi, in favore della classe padronale, fu il decreto del 14 febbraio 1984, con cui il presidente della Repubblica decise la pre-determinazione e quindi il taglio degli scatti di scala mobile.

Nel sindacato si sviluppò una fortissima opposizione spontanea.

Il 24 marzo si svolse a Roma quella che il "Corriere della Sera" definì "la più importante manifestazione del dopoguerra".

La conversione in legge del decreto incontrò l’ostruzionismo parlamentare.

Fu in quel momento che lo scontro tra Bettino Craxi e Enrico Berlinguer, segretario del PCI, raggiunse l’apice.

Craxi e il suo entourage avevano irriso alla "questione morale", indicata dal segretario del PCI come "il fulcro della politica italiana".

Al congresso del PSI Craxi spregiò il Parlamento, di cui ironicamente elencò nella relazione l’inutile attività, volta a discutere "in materia di pollame, molluschi, prosciutto e scuole di chitarra."

All'attività parlamentare si contrapponeva il " decisionismo" craxiano (oltre duecento decreti legge), irriso solo "dagli inconcludenti dalla fervida fantasia".

Insieme alla "rivoluzione culturale" di stampo berlusconiano, l’era craxiana, dal Midas al caso Chiesa, segnò una vera e propria mutazione genetica del PSI, dei suoi uomini , sempre più arroganti.

A questa mutazione si accompagnarono i tratti caratteristici dell’era craxiana:

Craxi, dunque, aveva costruito il Partito Socialista su un sistema esteso di clientelismo politico e di corruzione, mirato a finanziare il Partito e a portargli notevoli vantaggi personali.

La sua scalata ai vertici del Partito socialista, come abbiamo già detto, aveva coinciso con la crescente importanza di Berlusconi.

Fu Craxi ad aiutare in tutti i modi Berlusconi nella sua ascesa a magnate edilizio, e più tardi dei media, consapevole che chi possiede i mezzi di informazione, e soprattutto la televisione, costruisce il proprio consenso, influenzando l’opinione pubblica e creando un "senso comune" favorevole alla propria ideologia e ai propri interessi.

Fedele al suo progetto, alla fine degli anni settanta, Berlusconi passò dall’edilizia al mercato emergente delle televisioni private, con l’inaugurazione di Telemilano 58 nel 1977.

Il suo primo direttore, Stefano Lodi, fu un giornalista residente a Milano 2, ed era membro della commissione ministeriale che all’epoca studiava le ipotesi di regolamentazione dell’emittenza privata.

Una sentenza della Corte Costituzionale del 1976 aveva allargato all’etere la libertà di trasmissione via cavo. Fino al quel momento la televisione era stata monopolio di Stato, ma una sentenza del 1974 aveva permesso le trasmissioni di reti private locali.

Berlusconi trovò tuttavia un modo per aggirare la legge, e creare una televisione nazionale. Comperò molte piccole reti locali e, facendo sì che trasmettessero lo stesso programma a pochi secondi di distanza, riuscì ad ottenere un’audience a livello nazionale ed elevate quote di pubblicità, pur obbedendo in teoria alla lettera della legge.

Numerose autorità giudiziarie si resero conto dell’inganno e cercarono di smantellare questo sistema.

Quando la battaglia stava per giungere alla conclusione e la Fininvest rischiava l’oscuramento per ordine della magistratura, Craxi, allora Presidente del Consiglio, emanò un decreto speciale per escludere le televisioni di Berlusconi da un tale provvedimento.

Berlusconi espresse la sua gratitudine in diversi modi.

I pubblici ministeri di Milano hanno rintracciato almeno 6 milioni di dollari, che sarebbero passati dai conti bancari esteri della Fininvest a conti bancari in Tunisia, che la magistratura ritiene essere stati controllati da Craxi.

Durante gli anni ottanta furono fatti diversi tentativi al fine di introdurre una legislazione antitrust contro la holding di Berlusconi, ma tali iniziative vennero sempre bloccate dai socialisti di Craxi.

Il 20 ottobre 1984 Craxi ricevette a Palazzo Chigi Berlusconi, poche ore prima di firmare il decreto legge con cui riaccendeva le tv del "Biscione", chiuse dai pretori di Roma, Torino e Pescara.

Lo chiamarono decreto-Berlusconi: non si sa perché!

Nel marzo 1990 il Senato dibatteva la legge di regolamentazione del settore televisivo.

Nello stesso tempo, con controverse vicende giudiziarie, Berlusconi era impegnato in una strenua lotta per il controllo della Mondadori.

Lo stesso assalto berlusconiano al colosso Mondadori, prefigurando una imponente concentrazione di mass media, suscitava grave allarme, oltre che nell’opposizione comunista, anche nella sinistra democristiana (presente nel governo Andreotti con cinque ministri).

Il disegno di legge in esame al Senato, firmato dal ministro repubblicano Oscar Mammì, era frutto di annose contese e di scontri, segrete pressioni, mediazioni e ripensamenti.

Nella sostanza, esso era concepito in modo tale da garantire a Berlusconi il possesso di tutti e tre i suoi networks e l’egemonia nella raccolta pubblicitaria, anche se di fatto avrebbe sancito il divieto, per la Fininvest, di mantenere il controllo del "Giornale" di Montanelli e di acquisire quello del quotidiano "la Repubblica".

La Corte Costituzionale minacciò di emettere la sentenza che avrebbe cancellato la legge-Berlusconi, con il conseguente black-out dei networks. Le vicende della Mondadori, i perduranti contrasti sulla legge Mammì, che dividevano anche il pentapartito, le pressioni della lobby berlusconiana sui parlamentari, le polemiche per l’anomalo ruolo assunto in materia dalla Corte Costituzionale, rendevano incandescente il clima politico e mantenevano il governo a un passo dalla crisi. Era davvero in gioco il futuro della democrazia repubblicana.

"A questo si è arrivati", scriveva Scalfari su "la Repubblica" del 12 gennaio 1990 "per assenza di leggi, latitanza dell’autorità, intimidazione della giustizia, padrinaggi politici e arroganza del potere e del denaro. Gli obiettivi, chiarissimi ormai, sono due: impadronirsi di una grande impresa editoriale e mettere il bavaglio alla libera stampa. Questo non è capitalismo e libero mercato, ma guerra di bande per ridurre al silenzio chi non si piega ai loro voleri".

E il venerabile maestro, Licio Gelli, ritornato in Italia a piede libero, seguiva il tutto con soddisfazione.

Nel 1990 il Parlamento approvò la prima vera legge sulle televisioni:

la versione finale sembrava fatta a pennello per gli interessi di Berlusconi. Stabiliva che nessuno poteva possedere più di tre televisioni nazionali, esattamente il numero che Berlusconi possedeva.

Conteneva inoltre due misure che presentavano l’assunto di un sacrificio da parte sua: una lo obbligava a cedere la maggior parte della sua partecipazione in una pay-TV via satellite, mentre l’altra stabiliva che il proprietario di una rete televisiva nazionale non potesse possedere anche un quotidiano nazionale.

Berlusconi aggirò la seconda disposizione "vendendo" al fratello Paolo il suo quotidiano, Il Giornale. Egli inoltre vendette la maggior parte della sua partecipazione alla TV via satellite a un gruppo di investitori, prestando il denaro ad alcuni di loro in modo da permettergli… l’acquisto.

All’ascesa televisiva di Sua Emittenza contribuì anche il PCI.

Il secondo "decreto Berlusconi", quello che serviva a sanare definitivamente il pericolo di oscuramento delle antenne del magnate di Arcore, venne convertito in legge alla Camera il 31 gennaio con i voti decisivi di 37 deputati missini. Il decreto arrivò al Senato il primo di febbraio, che era di venerdì e non venne approvato. Il lunedì si giocava tutto sul filo dei minuti: il testo passò in Commissione e arrivò in aula. Il presidente del Senato, Francesco Cossiga, contingentò il tempo degli interventi per evitare che l’ostruzionismo potesse affossare il decreto fortemente voluto da Bettino Craxi. La Sinistra indipendente, capeggiata da Giuseppe Fiori, inventò uno stratagemma procedurale e riuscì ad arrivare alle undici e mezza di sera. "Se quattro comunisti fossero intervenuti a parlare", ricorda Fiori, "sarebbe passata la mezzanotte e il decreto sarebbe decaduto".

Il capogruppo del PCI Gerardo Chiaromonte gli spiegò, però, che l’ordine era di votare contro, ma di far passare il decreto.
L’indicazione arrivava dal giovane responsabile del PCI per le comunicazioni, Walter Veltroni.

Il fatto era che Bettino Craxi era riuscito a legare il passaggio del decreto in favore di Berlusconi a un riassetto della Rai che prevedeva, fra l’altro, il "passaggio" di Raitre sotto la sfera di influenza del PCI.

La legge Mammì, dunque, era stata concepita principalmente per ratificare la posizione dominante nell’ambito dell’emittenza privata della Fininvest: "Ho visto con i miei occhi i lobbysti della Fininvest " - confermerà il giornalista Sandro Curzi - " lavorarsi i deputati, nell’estate ‘90, sempre all’opera su e giù per il Transatlantico di Montecitorio, quando la legge Mammì, dopo un tormentatissimo iter e dopo le dimissioni di cinque ministri, ottenne l’approvazione del Parlamento... Anzi, credo che se i magistrati guardassero un po’ meglio, troverebbero tante cose interessanti in quel dibattito parlamentare, quando, a colpi di "voti di fiducia", venivano approvati vari articoli della legge Mammì, una legge fatta apposta per Berlusconi ". E Giulio Cesare Rattazzi, segretario del "terzo polo" di emittenti locali, testimonia: "L’ingegner Mezzetti, un uomo della Fininvest, era in permanenza nelle stanze del ministero delle Poste".

La compagnia di Berlusconi pagò i principali autori della legge Mammì.

Questo è il vero scandalo, ma questo sembra, anche, essere un metodo costante di Berlusconi, il metodo della tangente, per piegare a proprio vantaggio economico le scelte politiche. Nel 1993 un funzionario del Governo ammise di aver ricevuto una tangente di dieci miliardi di lire (a quel tempo circa otto milioni di dollari) per conto del Ministro Mammì e del suo partito. Il consulente legale di Mammì, David Giacalone, ricevette a titolo personale circa 300.000 dollari. La Fininvest insiste che fu un "onorario di consulenza", i magistrati la considerano una tangente.  De Benedetti, nel processo per il lodo Mondadori, accusa Berlusconi di avere comprato la decisione del tribunale di Roma per entrare in possesso della Mondadori. Le indagini sul lodo Mondadori sono state avviate dalla procura di Milano nel 1997. Al centro dell’inchiesta lo scontro avvenuto a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta tra Carlo De Benedetti e Carlo Formenton, per il controllo della Mondadori.

Dopo una dura battaglia economica, il tribunale di Milano assegnò con lodo arbitrale il controllo del capitale della società a De Benedetti, e Berlusconi perse la presidenza della Mondadori. La sentenza fu rovesciata dalla corte d’Appello di Roma, secondo la quale una parte dei patti stipulati nel 1988 tra i Formenton e la Cir di De Benedetti erano in contrasto con la disciplina delle società per azioni; di conseguenza l’intero accordo, compreso il lodo arbitrale, era da considerarsi nullo. Al termine dell’indagine avviata dal pubblico ministero milanese Ilda Boccassini, Berlusconi e i suoi collaboratori furono accusati di corruzione in atti giudiziari.

Secondo la Procura milanese, 400 milioni provenienti dai fondi esteri occulti della Fininvest, erano finiti nel 1992 al giudice Metta, relatore della sentenza con la quale la corte d’Appello di Roma aveva dato ragione alla famiglia Formenton. Previti, Pacifico e Acampora erano stati accusati di aver svolto il ruolo di mediatori tra Berlusconi e il giudice Metta.

A giugno i giudici della corte d’Appello di Milano avevano stabilito che nei confronti di Berlusconi era ipotizzabile il reato di corruzione semplice e non di corruzione in atti giudiziari e grazie alla concessione delle attenuanti generiche il reato era caduto in prescrizione: i fatti risalivano al 1991 e la prescrizione scatta dopo sette anni e mezzo. Rimanevano invece in piedi le accuse nei confronti degli altri imputati, che come Berlusconi un anno prima erano stati prosciolti dal gup Rosario Lupo.

Ora, le tre reti nazionali di Berlusconi, Canale 5, Rete 4 e Italia 1, controllano più del 70% del fatturato nazionale della pubblicità e il 45% della audience.

Dunque, mentre Forza Italia può farsi pubblicità praticamente gratis sulle reti di Berlusconi, i suoi rivali politici sono nella situazione perdente di doverlo pagare o di far a meno di qualsiasi pubblicità televisiva. Questo è l’unico paese al mondo in cui i partiti politici devono pagare il loro avversario politico….

Le televisioni sono solo una parte dell’impero di Berlusconi.

La sua casa editrice, la Mondadori, è di gran lunga la più importante del paese, con più del 30% del mercato dei libri, più del doppio dei suoi più prossimi concorrenti. Il suo gruppo di giornali e riviste include "Panorama", il settimanale più diffuso, e un insieme di riviste femminili e di altro tipo con una posizione più o meno equivalente a quella di S.I. Newhouse’s Condé Nast.

Possiede inoltre due quotidiani, Il Giornale, il preferito dal pubblico conservatore, nonché il quarto per importanza nel paese, e Il Foglio, un quotidiano di circolazione minore che ha le funzioni di un Rottweiler ideologico per attaccare i nemici di Berlusconi.

La sua compagnia di assicurazioni, Mediolanum, è l’equivalente italiano delle società di investimento Fidelity o Vanguard.

La sua squadra campione di calcio, il Milan, gli ha regalato, in un paese dove il calcio è seguito con una devozione quasi religiosa, più visibilità e popolarità di ogni altra sua proprietà, ad eccezione delle televisioni.
 
 

CONTINUA PARTE QUINTA