Come già si è accennato nel capitolo 3, Martino SICILIANO, dopo gli attentati a Trieste e a Gorizia, non era più stato inserito nel gruppo operativo e non aveva quindi partecipato alla fase direttamente preparatoria ed esecutiva degli attentati del 12.12.1969.
Tuttavia la sua presenza in alcune significative circostanze precedenti e alcune confidenze che aveva potuto raccogliere dopo i fatti gli hanno consentito di fornire agli inquirenti elementi precisi ed univoci in merito alla progressione strategica e operativa che aveva portato agli attentati.
Gli elementi forniti da Martino SICILIANO sono già in parte sparsi in vari capitoli del presente provvedimento e possono qui essere riassunti solo in via di sintesi:
– Sin dalla
metà degli anni ‘60, nel gruppo si era cominciato a parlare di ordigni
esplosivi e in particolare Martino SICILIANO aveva ricevuto da Delfo ZORZI
e nascosto nella sua camera da letto, che condivideva con il fratello Carlo,
una valigetta contenente alcune armi e tre scatole di legno , simili a
quelle per sigari di lusso, con all’interno di ciascuna di esse un detonatore,
del filo elettrico e quant’altro di utile per l’innesco di ordigni esplosivi
(int. 12.10.1995, f.3 e int. al P.M. di Milano, 13.10.1995, f.2).
Tali scatole
di legno apparivano una sorta di prototipo di quelle che, assemblate presso
il casolare di Paese, sarebbero state utilizzate per contenere senza destare
sospetti l’innesco e l’esplosivo degli ordigni deposti sui dieci convogli
ferroviari (int.18.7.1996, f.4 e 25.9.1996, f.3).
La presenza
della valigetta nell’abitazione della famiglia SICILIANO e, nelle linee
essenziali, il suo racconto sul punto sono stati confermati dal fratello,
Carlo SICILIANO (dep. a personale del R.O.S., 27.10.1995, f.1 e 4.2.1997,
f.1).
– Intorno al
1968 ZORZI e SICILIANO avevano imparato da Piercarlo MONTAGNER, diplomato
in elettrotecnica, ad attivare un circuito formato da una batteria, filo
elettrico, un orologio, funzionante da timer, con un perno infilato nel
quadrante e filamenti di microlampadina come resistenza.
La prova tecnica
per l’innesco di un congegno esplosivo aveva avuto successo (int. 21.3.196,
ff.3-4, e 18.7.1996, f.4).
In questa fase
di apprendistato, Delfo ZORZI aveva anche parlato della possibilità
di utilizzare, avvolto dal filamento, un fiammifero antivento (int.21.3.1996,
f.4) e cioè lo stesso tipo di fiammifero indicato come adatto allo
scopo dal prof. Lino FRANCO durante la “lezione” tenuta al casolare di
Paese.
– In alcune riunioni ristrette tenute a Padova presso la libreria “Ezzelino”, FREDA, TRINCO, MAGGI, ZORZI e MOLIN, alla presenza dello stesso SICILIANO, avevano delineato la strategia dei primi attentati dimostrativi diffusi, in particolare quelli sui treni (int. 6.10.1995, ff.6-6, e 29.9.1996, f.4), destinati a disorientare la popolazione e a provocare la richiesta di misure di emergenza e il dr. Carlo Maria MAGGI si era anche pronunziato, nello stesso periodo, a favore della necessità di porre in essere attentati più gravi in luoghi chiusi e affollati (int. al P.M. di Milano, 11.10.1995, f.7).
– Nelle stesse
riunioni era stato individuato come uno dei primi obiettivi l’Ufficio Istruzione
di Milano e dell’attentato, poi effettivamente avvenuto il 23.7.1969, dovevano
occuparsi VENTURA e FREDA, quest’ultimo in particolare più adatto
ad avere facile accesso in un Tribunale in ragione della sua professione
di procuratore legale (int.20.12.1996, f.2).
L’ordigno,
deposto – ma non esploso – in un corridoio dell’Ufficio Istruzione, era
stato nascosto in una scatola di lozione per capelli, secondo l’indicazione
in base alla quale dovevano essere utilizzati contenitori esterni che dessero
l’idea di un qualsiasi oggetto dimenticato, ed inoltre era stato utilizzato
come temporizzatore un orologio di marca RUHLA, una sorta di “firma” simbolica
di Ordine Nuovo (int.20.12.1996, f.3), ricordato come tale anche da Carlo
DIGILIO.
– Martino SICILIANO aveva poi partecipato personalmente alla spedizione di Trieste e Gorizia, prove tecniche i cui elementi di collegamento con gli attentati del 12.12.1969 sono stati ampiamente esposti nel capitolo 15 di questa ordinanza.
– Dopo gli attentati
di Trieste e Gorizia, che avevano visto il mancato funzionamento del congegno,
Delfo ZORZI, nell’autunno del 1969, aveva comunicato a Martino SICILIANO
che, anche grazie al lavoro di ZIO OTTO, il sistema di timeraggio era stato
migliorato e reso più sicuro (int. 20.10.1994, f.3), circostanza
questa che testimonia come la campagna terroristica non si fosse fermata,
ma fosse anzi in progressione e in pieno svolgimento.
Tale affermazione,
inoltre, è in perfetta corrispondenza con quanto riferito dall’elettricista
Tullio FABRIS e da Carlo DIGILIO in merito al fatto che l’impegno frenetico
del gruppo, non solo di ZORZI ma soprattutto di VENTURA, fosse diretto
non più alla ricerca dell’esplosivo, ma alla risoluzione del problema
degli inneschi, visto che una buona parte degli attentati preparatori (‘attentato
al Palazzo di Giustizia di Torino, i due attentati al Palazzo di Giustizia
di Roma, quello all’Ufficio Istruzione di Milano, due dei dieci attentati
ai treni e gli attentati di Trieste e Gorizia) erano falliti per vari difetti
dei sistemi di attivazione.
Giustamente,
del resto, si è rilevato, nella parte motivazionale di più
di una sentenza conseguita all’istruttoria sulla “pista nera” che il gruppo
si era costantemente affannato nella modifica e nel tentativo di migliorare
sia i sistemi di innesco (utilizzando prima fiammiferi normali, poi filamenti
di microlampadine, poi fiammiferi antivento) sia i sistemi di temporizzazione
(utilizzando prima il doppio circuito a caduta di corrente, poi gli orologi
RUHLA, infine i timers per lavatrice), proprio per evitare gli inconvenienti
che avevano portato al fallimento di 6 dei 17 attentati che, dall’aprile
all’agosto 1969, avevano preceduto quelli del 12.12.1969.
– Qualche settimana
dopo gli attentati del 12.12.1969, in occasione del Capodanno trascorso
a casa di Giancarlo VIANELLO, Delfo ZORZI aveva riconosciuto, a seguito
delle insistenti domande dei camerati, che l’operazione del 12.12.1969
era stata “pensata” a livello molto alto, per aiutare l’Italia a difendersi
dal comunismo e che gli anarchici arrestati alcuni giorni dopo la strage
erano dei “capri espiatori” e non c’entravano nulla (int. 7.6.1996, f.3,
e 8.6.1996, ff.1-4).
Pur senza assumersi
esplicitamente responsabilità personali, Delfo ZORZI aveva affermato
che gli attentati erano stati organizzati da Ordine Nuovo del Triveneto
e commissionati dai livelli più alti dell’organizzazione e aveva
ricordato quanto già comunicato a SICILIANO qualche tempo prima
e cioè che i difetti tecnici che si erano presentati nei precedenti
attentati erano stati superati migliorando i sistemi di innesco e di timeraggio
grazie all’intervento di ZIO OTTO (int. 8.6.1996, ff.3-4).
In merito alle
vittime che tali attentati avevano causato, ZORZI si era espresso in modo
cinico, ricordando ai camerati che la strada della rivoluzione doveva essere
percorsa anche se ciò comportava “la morte di qualche persona” e
che, secondo i teorici nazisti, anche il sangue poteva essere il motore
di una rivoluzione nazionale che avrebbe salvato l’Italia e l’intera Europa
dal comunismo ( int. citato, f.4).
In sostanza
ZORZI si era espresso negli stessi termini riferiti anche da Carlo DIGILIO,
secondo cui Delfo ZORZI vedeva quanto era accaduto come una semplice “operazione”
di guerra che non comportava particolari problemi dal punto di vista morale
(int. DIGILIO, 12.11.1994, f.7).
– Nel 1971 Franco
FREDA, dopo il suo primo arresto ancora limitato al solo reato di associazione
sovversiva e quindi prima dell’incriminazione per strage, aveva inviato
dal carcere a Martino SICILIANO alcune lettere che si giustificavano solo
con l’interesse a “tenere sotto il controllo” lo stesso SICILIANO, camerata
certamente non dei più determinati, qualora fosse interrogato o
inquisito dall’Autorità Giudiziaria (int. 6.10.1995, f.5).
Ciò
conferma che Martino SICILIANO disponeva sin da allora di elementi di conoscenza
incompleti, ma potenzialmente pericolosissimi, in merito a quanto avvenuto
e che i rischi insiti in tale situazione erano perfettamente noti anche
ai componenti della cellula di Padova.
– Martino SICILIANO
ha ricordato che il dr. MAGGI era stato il coordinatore della campagna
di minacce contro il Giudice Istruttore di Treviso, dr. Giancarlo STIZ,
attuata mediante l’invio di numerose lettere di minaccia dopo che il magistrato
aveva dato l’avvio alle indagini sulla cellula di FREDA e VENTURA e, per
primo, intuito l’importanza della “pista nera”.
Tale campagna,
di cui si era parlato in occasione di una riunione ristretta del gruppo
di Ordine Nuovo di Mestre (int. 5.12.1996, f.2) è un altro segnale
indicativo della precedente, comune operatività fra la cellula padovana,
colpita dalle indagini del Giudice Stiz, e la cellula di Mestre/Venezia,
per molti anni, invece, mai toccata da interventi investigativi.
– Nella stessa
logica si colloca certamente l’allontanamento di Martino SICILIANO dall’Italia,
all’inizio del 1973, in direzione della Germania Federale, allontanamento
propostogli dall’amico Marco FOSCARI, ma molto probabilmente suggerito
a FOSCARI da qualche altro militante ben più coinvolto nelle vicende
di Ordine Nuovo.
Marco FOSCARI
aveva infatti comunicato d’urgenza a Martino SICILIANO che, con l’arrivo
a Milano dell’istruttoria sulla c.d. pista nera e lo sviluppo delle indagini
ad opera dei giudici milanesi, egli correva grave pericolo e circolava
la voce di nuovi arresti, dopo quelli di FREDA e VENTURA, fra cui quello
dello stesso SICILIANO (int. 12.9.1996, ff.1-2).
Marco FOSCARI
aveva quindi procurato a SICILIANO un “passaggio” clandestino a bordo di
un camion della ditta del comune amico tedesco Sturznickel, titolare di
una ditta di giocattoli per la quale FOSCARI lavorava.
Martino SICILIANO
aveva passato il confine al Brennero raggiungendo poi la sede della ditta
di Sturznickel, vicino a Gottinga, e trattenendosi in quel luogo per oltre
un mese sino a quando Marco FOSCARI gli aveva comunicato che le acque sembravano
essersi calmate (int. citato, f.3).
Tale fuga si
colloca fra il gennaio e il febbraio 1973, momento assai “caldo” per l’istruttoria
e prossimo alla semi-confessione di Giovanni VENTURA dinanzi ai Giudici
D’Ambrosio e Alessandrini.
Essa ha avuto
certamente una funzione preventiva, da possibili cedimenti di Martino SICILIANO
e ricorda quindi un po’ l’allontanamento forzato da Trieste dell’avv. Gabriele
FORZIATI, anch’esso suggerito al possibile testimone da alcuni camerati
paventando il pericolo di un imminente arresto.
In conclusione, le dichiarazioni di Martino SICILIANO si saldano perfettamente con quelle più dirette e dettagliate di Carlo DIGILIO, così come entrambi i racconti sono in sintonia con quanto successivamente appreso in un ristretto e affidabile ambiente carcerario da Edgardo BONAZZI.
Le dichiarazioni di Edgardo BONAZZI sono già state illustrate, nei loro punti rilevanti, al capitolo 7 della presente ordinanza e in sintesi egli ha confermato di aver appreso che gli attentati del 12.12.1969 erano stati organizzati ed attuati con l’apporto prevalente della struttura di Ordine Nuovo del Triveneto e che Delfo ZORZI era colui il quale aveva materialmente deposto la valigetta nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano.
E’ quindi sufficiente , in questa sede, richiamare l’attenzione su una testimonianza di riscontro ad una importante affermazione di Edgardo BONAZZI.
Questi ha dichiarato di aver appreso da Guido GIANNETTINI, Nico AZZI e Pierluigi CONCUTELLI che Pietro VALPREDA aveva funzionato da “capro espiatorio” secondo un piano già preordinato, in quanto sul taxi di ROLANDI era salito, al fine di “incastrare” l’anarchico, un militante di destra che gli assomigliava notevolmente (dep.BONAZZI 15.3.1994, f.4, e 7.10.1994, f.2).
Tale ricostruzione dell’avvenimento centrale che aveva portato all’arresto di Pietro VALPREDA è stata confermata, seppur in modo piuttosto timido e laconico, da Giampaolo STIMAMIGLIO, gravitante nell’area veronese di Ordine Nuovo ed amico intimo di tutta la famiglia VENTURA sin dall’adolescenza.
Giovanni VENTURA gli aveva infatti confidato che Pietro VALPREDA era stato un falso obiettivo per l’Autorità Giudiziaria e che le indagini erano state intenzionalmente dirottate su di lui, mentre FREDA e lo stesso VENTURA, pur non avendo partecipato materialmente all’esecuzione degli attentati del 12.12.1969 (circostanza questa che emerge anche dalla presente istruttoria e dalle stesse confidenze ricevute da BONAZZI in carcere), avevano coordinato il progetto globale degli attentati (dep.STIMAMIGLIO, 16.3.1994, f.2).
La fonte della
rivelazione ricevuta da STIMAMIGLIO e il carattere strettamente confidenziale
della stessa, avvenuta in tempi non sospetti, la rendono assai attendibile
tantopiù in quanto il suo significato si salda perfettamente con
quanto in seguito appreso in carcere da Edgardo BONAZZI da personaggi di
rilievo appartenenti allo stesso ambiente.
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