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LE DICHIARAZIONI DIEDGARDO BONAZZI IN MERITO AL GRUPPO “LA FENICE” E ALLA STRAGE DI PIAZZAFONTANA
L’esposizione dellavicenda connessa al deposito di esplosivi di Celle Ligure consente di introdurreil tema delle dichiarazioni rese da Edgardo BONAZZI non solo in meritoa tale episodio e più in generale in merito alle attivitàdel gruppo di ROGNONI, ma soprattutto su alcune circostanze, di grandissimorilievo, legate agli attentati del 12.12.1969.

Tali dichiarazionihanno infatti permesso di collegare in modo molto saldo l’attivitàdi Giancarlo ROGNONI con quella del gruppo veneto e costituiscono uno deipiù importanti pilastri di riscontro a quelle, più direttee interne di Carlo DIGILIO e Martino SICILIANO.

Edgardo BONAZZI,infatti, non è un ordinovista e non è mai stato coinvoltopersonalmente negli episodi della c.d. strategia della tensione e nellestragi.

Appartenenteall’ala “dura” del M.S.I. di Parma, Edgardo BONAZZI si è reso responsabile,nel 1972, insieme ad altri camerati, dell’omicidio di un giovane aderentea Lotta Continua durante uno scontro fra elementi di opposte tendenze politiche.

Arrestato econdannato ad una lunga pena detentiva, egli, fino alla metà deglianni ‘80, ha condiviso la carcerazione con soggetti dello spessore di FREDA,CONCUTELLI, AZZI e GIANNETTINI in vari carceri speciali, apprendendo daessi, in quanto considerato un camerata affidabile, una notevole mole dinotizie su tutti i fatti di strage e di eversione.

A partire dal1994, Edgardo BONAZZI, prima con una serie di colloqui investigativi conpersonale del R.O.S. Carabinieri e poi, in sede di formale testimonianzadinanzi a questo Ufficio e ad altre Autorità Giudiziarie, ha decisocon sempre maggiore determinazione di rivelare quanto a sua conoscenzasulla base di una profonda revisione critica dell’esperienza politica delmondo dell’estrema destra.

Egli ha infattipiù volte sottolineato che il vincolo della “fedeltà” fracamerati non può e non deve essere mantenuto ogniqualvolta le notizieapprese riguardino responsabilità personali o di gruppo su fattidi strage, episodi come tali estranei a qualsiasi forma di antagonismopolitico anche deciso e caratterizzati, come lo stesso BONAZZI aveva avutomodo di rendersi conto in carcere, da complicità del mondo delladestra con apparati istituzionali che erano in grado di manipolarne edutilizzarne i militanti.

Fatta questapremessa in merito al senso della riflessione di Edgardo BONAZZI, la suadissociazione si è concretizzata in una serie di deposizioni dicui devono essere riportati i punti salienti, alcuni dei quali giàin parte accennati nella prima sentenza-ordinanza di questo Ufficio:
– aveva appresoda Nico AZZI che il gruppo La Fenice disponeva di un deposito di esplosivie bombe a mano sotterrato in una località impervia della Liguria,deposito certamente da identificarsi in quello di Celle Ligure indicatoda AZZI (cfr. dep. 7.10.1994, f.3; 4.2.1995, f.2).
– AZZI e ilsuo gruppo erano altresì responsabili di un attentato fallito indanno di una cooperativa in occasione del quale i camion della stessa eranostati “minati” tutti insieme tramite ordigni collegati da una miccia detonante(dep. 7.10.1994, f.3).
Il fallitoattentato è certamente da identificarsi nell’episodio in danno dellaCOOP di Bollate del marzo 1973, episodio già indicato nel c.d. documentoAZZI e ampiamente trattato nella prima sentenza/ordinanza di questo Ufficio(capitolo 11);
– l’attentatoin danno del treno Torino-Roma del 7.4.1973 non era l’unico progettatoin quel periodo dal gruppo La Fenice.
Era stato infattiprogettato un attentato all’Università Cattolica che certamenteavrebbe avuto gravissime conseguenze e la cui responsabilità, comequella dell’attentato sul treno, avrebbe dovuto ricadere sui gruppi diestrema sinistra.
Nico AZZI siera tuttavia opposto alla realizzazione di tale azione e il progetto erastato quindi abbandonato (dep.4.2.1995, f.2);
– sempre daNico AZZI, Edgardo BONAZZI aveva appreso in carcere che Pino RAUTI, capodi Ordine Nuovo, era da molto tempo in contatto con i servizi di sicurezzae di conseguenza l’attività di Ordine Nuovo era in qualche modoeterodiretta (dep. 15.3.1994, f.2);
– corrispondevaa verità, secondo le confidenze di Nico AZZI e Guido GIANNETTINI,il progetto di far ritrovare i timers in una villa di proprietàdi Giangiacomo FELTRINELLI.
Tale progetto,citato proprio nel famoso documento attribuito a Nico AZZI e anch’essotrattato ampiamente nella prima sentenza-ordinanza di questo Ufficio (capitolo11), aveva la finalità di ricostituire, dopo l’arresto di FREDAe VENTURA, una pista di sinistra per gli attentati del 12.12.1969.
Edgardo BONAZZIha anche aggiunto un particolare di grande interesse e cioè chetale provocazione era stata personalmente ispirata da Pino RAUTI, anch’eglicoinvolto nelle prime indagini sviluppatesi a Treviso e a Milano sullastrage (dep.15.3.1994, f.3; 7.10.1994, f.2; 25.2.1995, f.3) e quindi obiettivamenteinteressato ad azioni diversive che creassero difficoltà all’istruttoriain corso;
– tale progettoin danno dell’editore FELTRINELLI non era stato, in quel periodo, l’unico.
Nico AZZI erastato infatti incaricato dai servizi di sicurezza di recarsi in Austria,ove l’editore disponeva di una villa, per eliminarlo a colpi di pistola.
Il tentativoera fallito in quanto la vittima non era stata intercettata (dep. 7.10.1994,f.2; 25.2.1995, f.3);
Tale tentativo,appreso direttamente da Nico AZZI, si colloca sull’identica linea d’ondadel tentativo operato, sempre in Austria, dal veneziano Marco FOSCARI eda Martino SICILIANO e ampiamente descritto negli interrogatori di quest’ultimo(int. 19.10.1994, f.7; 20.10.1997, f.3);
– sempre conriferimento alla centrale questione dei timers usati per gli attentatidel 12.12.1969, Edgardo BONAZZI aveva appreso da Pierluigi CONCUTELLI cheFranco FREDA, nel carcere di Trani, nel 1978, gli aveva chiesto se fossestato disponibile, nell’ambito del processo di Catanzaro, a farsi passareper il Capitano HAMID e cioè colui al quale FREDA. secondo l’originariaversione difensiva, avrebbe consegnato i 50 timers nel settembre 1969.
In tal modo,pur dovendo sostenere un non facile mutamento di versione, FREDA avrebbecomunque allontanato da sè la pericolosissima disponibilitàfisica dei timers utilizzati nel dicembre 1969.
Pierluigi CONCUTELLIaveva però rifiutato la proposta, anche perchè avrebbe screditatola sua figura di “combattente rivoluzionario” e non di “stragista” e daquel momento si era peraltro convinto della colpevolezza di FREDA allentandoi rapporti con lui (dep. 15.3.1994, f.3);
– con riferimentoall’esecuzione degli attentati del 12.12.1969, GIANNETTINI, nel carceredi Nuoro, aveva confidato a BONAZZI che gli attentati erano collegati adun imminente progetto golpista, ma che gli esiti gravissimi della stragedi Milano, non previsti da chi l’aveva organizzata, avevano di fatto penalizzatoil progetto in quanto la risposta del Paese era stata troppo forte e disegno contrario rispetto a quello atteso (dep. 15.3.1994, f.4);
– sempre durantela comune detenzione e pur con grande cautela, limitandosi a cenni allusivi,in un primo momento nel 1975 FREDA e in seguito nel 1979/1980 AZZI e GIANNETTINI,avevano fatto capire a BONAZZI che il taxista ROLANDI era stato un testimonesoggettivamente in buona fede, ma che la persona da lui vista sul taxinon era VALPREDA, bensì un militante di destra che gli assomigliavamolto e che era stato utilizzato per tale specifico compito (dep. 15.3.1994,f.4; 7.10.1994, f.2).
Si trattava,secondo gli accenni di AZZI poi confermati più precisamente da CONCUTELLInel 1981 nel carcere di Novara, di un ex-legionario di origine sicilianafrequentatore dell’ambiente milanese del M.S.I. e noto, anche per la comuneorigine geografica, allo stesso CONCUTELLI (dep. 7.10.1994, f.2; 25.2.1995,ff.1-2);
– sempre daNico AZZI, di cui BONAZZI ha più volte sottolineato la serietàe la credibilità come militante, , aveva appreso che l’appoggiologistico a Milano per coloro che erano giunti per eseguire gli attentatiera stato fornito da Giancarlo ROGNONI.
Ciòera stato facilitato dal fatto che ROGNONI aveva lavorato nella filialedella Banca commerciale (ove era stata rinvenuta, in un sottopassaggio,la seconda bomba inesplosa) e quindi aveva potuto fornire a chi stava perentrare in azione la descrizione della struttura interna della filialee le indicazioni utili a collocare l’ordigno nel punto più adatto(dep. 7.10.1994, f.3; 4.2.1995, f.3; 25.2.1995, f.3).
Giancarlo ROGNONI,che secondo AZZI, dopo gli attentati, aveva subito temuto di essere individuatoe inquisito, ha effettivamente lavorato quale cassiere, per alcune settimane,presso la filiale di Piazza della Scala della Banca Commerciale e nel dicembre1969 era ancora dipendente di un’altra filiale dello stesso istituto dicredito (cfr. nota della Digos di Milano in data 31.10.1994, vol.8, fasc.12).
Poche settimanedopo gli attentati del 12.12.1969, Giancarlo ROGNONI, il 5.1.1970, senzaspecificarne le ragioni, si era improvvisamente dimesso dal suo impiegopresso l’istituto;
– la rivelazionepiù importante e conclusiva contenuta nelle dichiarazioni di EdgardoBONAZZI è tuttavia giunta con la deposizione resa in data 22.2.1996dinanzi a personale del R.O.S. Carabinieri, nell’ambito della quale iltestimone ha fornito altri particolari a sua conoscenza in merito non soloagli attentati del 12.12.1969, ma anche alle stragi successive sino a quellaalla Stazione di Bologna.
Dopo averepremesso che non gli era stato possibile dire in precedenza tutto quantoa sua conoscenza per le “naturali remore” esistenti nei confronti di personecon cui aveva condiviso difficili momenti di detenzione, remore che avevanocomportato del tempo per far maturare una completa deposizione (dep. citata,f.1), Edgardo BONAZZI ha rivelato l’ultima e decisiva notizia appresa daNico AZZI durante le discussioni avvenute sul tema delle stragi, discussionifacilitate dal carisma che lo stesso BONAZZI, nel corso degli anni, avevaacquisito all’interno dell’area dei detenuti di estrema destra.
Nico AZZI gliaveva esplicitamente detto che Delfo ZORZI era stato l’autore materialedella strage di Piazza Fontana, mentre gli attentati romani di quella stessagiornata erano stati “curati da uomini di Stefano DELLE CHIAIE “.
Quest’ultimo,tuttavia, aveva previsto solo attentati di valenza simbolica poichèeventi più gravi e sanguinosi, come erano avvenuti per una variazionedel programma operativo, avrebbero reso più difficile la partenzadel progetto golpista che avrebbe dovuto scattare subito dopo gli attentatie che era stato in effetti abbandonato e ripreso solo l’anno successivocon il tentativo del Principe Junio Valerio BORGHESE (dep. citata, f.2).

Sempre secondoil racconto di AZZI, gli elementi veneti che avevano operato avevano usufruitodi una base a Milano per l’ultimo innesco dei timers e tali notizie eranostate confermate a BONAZZI anche da Guido GIANNETTINI, unitamente all’indicazionedel ruolo di Pino RAUTI quale coordinatore sia del gruppo veneto sia delgruppo “La Fenice”.

Inoltre BONAZZIaveva appreso, nel 1975 da Franco FREDA, che questi conosceva molto beneDelfo ZORZI e che era amareggiato poichè “riteneva l’allontanamentodall’Italia di ZORZI una defezione” (dep. citata, f.3).

In propositosi ricordi, del resto, che Guido GIANNETTINI, pur mantenendo un atteggiamentodi sostanziale “chiusura” in relazione alle nuove emergenze processuali,ha raccontato di essersi incontrato con Franco FREDA a Roma, nel 1968 o1969, per ragioni connesse all’infiltrazione del gruppo di FREDA all’internodell’estrema sinistra e, in tale occasione, di averlo accompagnato in Viadel Corso ove FREDA si era incontrato con un giovane camerata veneto presentatoa GIANNETTINI con il nome di ZORZI (int. GIANNETTINI, 17.3.1995, f.2).

Franco FREDA,sentito da questo Ufficio in merito alle nuove emergenze processuali eai reati prospettabili nei suoi confronti in relazione all’arsenale custoditonel casolare di Paese, ha cercato di spostare la data della sua conoscenzacon Delfo ZORZI al 1970, e cioè ad un momento successivo agli attentati(int.14.10.1994, f.3), ma è stato ulteriormente smentito dall’esamedi una delle sue agende sequestrate nel corso della prima istruttoria eancora allegata agli atti del processo di Catanzaro.

Infatti in taleagenda è appuntato l’indirizzo di Delfo ZORZI a Napoli, corrispondenteal luogo ove egli abitava nel 1968 appena giunto in tale città perseguire il corso di Lingue Orientali , e altresì il numero di telefonodi casa e d’ufficio del padre di ZORZI, a Mestre, risalente ad un momentoprecedente il 1969, a conferma di quanto stretti e assidui fossero i rapportifra i due negli anni decisivi per i fatti oggetto delle indagini in corso(cfr. vol.18, fasc.2, f.227).

Tornando alledichiarazioni di Edgardo BONAZZI, successivamente alle deposizioni oraesposte nei loro contenuti salienti, che collegano fermamente ROGNONI aZORZI e ZORZI a FREDA, il testimone, anche dinanzi alle altre AutoritàGiudiziarie competenti, ha reso ulteriori dichiarazioni di grandissimaportata per le indagini relative alla strage di Brescia e di notevole interesseper le indagini relative alla strage di Bologna.

Non ècerto questa la sede per analizzare tali ultime dichiarazioni, mentre sembraopportuno spendere qualche parola sulla posizione assunta da Nico AZZI,fonte della parte più rilevante delle notizie riferite da EdgardoBONAZZI.

Nico AZZI, sentitoalcune volte da questo Ufficio e più a lungo e più approfonditamente,anche in confronto con Edgardo BONAZZI, dalla Procura della Repubblicanell’ambito della nuova indagine sulla strage di Piazza Fontana, ha confermato.solo in parte e non nei loro profili salienti, le dichiarazioni del suoex-compagno di detenzione.

Tuttavia, perquanto è possibile esporre in sintesi in questa sede, egli non ha,in linea generale, smentito BONAZZI accusandolo di avere fatto dichiarazionidi fantasia o non corrispondenti al vero, ma ha sostanzialmente e piùvolte ribadito di non poter o voler offrire conferme in quanto ciòavrebbe comportato danneggiare la posizione di camerati e di rompere ilvincolo ideologico e di amicizia che tuttora unisce AZZI all’ambiente deicamerati ex-ordinovisti, vincolo che non consente una formalizzazione processualedelle proprie conoscenze dinanzi a qualsivoglia Autorità Giudiziaria.

Certamente ancheNico AZZI è ben lontano dal condividere la scelta delle stragi edegli attentati sanguinosi come metodo di lotta politica ed ha anch’eglioperato sulla storia dell’estrema destra personali riflessioni critiche,ma, almeno sino a questo momento, sembra ritenere che il dibattito e lacritica in merito a tali avvenimenti debbano restare interni al mondo che,direttamente e indirettamete, ne è stato protagonista.

E’ comunqueevidente che la sostanziale “non smentita” da parte di Nico AZZI, testimonedi riferimento, delle affermazioni di Edgardo BONAZZI, rende queste ultimepienamente utilizzabili sul piano processuale e affidabili, soprattuttonel momento in cui , pur muovendosi da un diverso punto di vista e cioèquello delle dinamiche carcerarie all’interno del ristretto mondo dei detenutidi estrema destra, si integrano comunque perfettamente con la descrizionediretta degli avvenimenti offerta da Carlo DIGILIO, Martino SICILIANO eTullio FABRIS.

Vi èsolo da rammaricarsi che la decisione di Edgardo BONAZZI di “dissociarsi”non sia maturata prima e cioè quando erano ancora in corso i grandiprocessi relativi alle stragi e all’eversione di destra.

Infatti, sianel corso delle istruttorie e dei dibattimenti riguardanti la strage diPiazza Fontana sia in altri procedimenti riguardanti altri gravi episodidi strage, alcuni collaboratori, sovente e forse con troppo scetticismonon creduti, e soprattutto Sergio CALORE e Angelo IZZO avevano indicatoin Edgardo BONAZZI colui che avrebbe potuto confermare molte delle loropiù importanti affermazioni, ma il silenzio e l’atteggiamento dinegazione mantenuti all’epoca da BONAZZI non avevano consentito di acquisireconferme forse decisive all’interno delle dinamiche processuali.

Se la sceltadi BONAZZI fosse intervenuta in tale fase, quando la partita processualeera ancora aperta, forse l’esito di alcuni dibattimenti sarebbe stato diverso.



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