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L’ATTENTATO IN DANNO DELLA SCUOLA SLOVENA DI TRIESTE E L’ATTENTATO AL CIPPO DI CONFINE ITALO-JUGOSLAVO IN LOCALITA’ MONTESANTO DI GORIZIA
L’attentato alla Scuola Slovena di Trieste era già stato oggetto di interesse nel corso dell’istruttoria contro FREDA, VENTURA e gli altri componenti della cellula padovana condotte dal G.I. dr. D’Ambrosio in quanto gli inquirenti avevano già sospettato un collegamento fra tale grave episodio e gli attentati del 12.12.1969 ed in quanto uno dei possibili testimoni, l’avv. Gabriele FORZIATI di Trieste, entrato in rotta di collisione con i suoi ex-camerati di Ordine Nuovo e quindi soggetto passibile di un cedimento dinanzi all’A.G., era stato per lungo tempo fatto sparire sottraendolo alle convocazioni dei giudici.
Si era quindi avuta la netta sensazione (l’avv. FORZIATI era stato, fra l’altro, vittima di un tentativo di estorsione da parte di Franco FREDA) che l’episodio di Trieste fosse maturato nello stesso ambiente in cui erano stati ideati e organizzati gli altri attentati della campagna terroristica della primavera-inverno 1969.
Sintetizzando quanto emerge dai rapporti giudiziari e dalle perizie tecniche relative ai due attentati, è sufficente in questa sede ricordare che la mattina del 4.10.1969 (un lunedì) il custode della scuola elementare di lingua slovena, sita in Via Caravaggio 4 a Trieste, scoprì sul davanzale di una finestra una cassetta portamunizioni militare con scritte in inglese avvolta da filo zincato.
Quando i Carabinieri intervenuti sollevarono il coperchio, la cassetta risultò contenere sei candelotti di gelignite spezzati a metà, avvolti in carta paraffinata rossa, e un congegno ad orologeria formato da una pila, due detonatori e un orologio da polso con una vite inserita nel quadrante e collegata ai fili elettrici a loro volta collegati ai detonatori (cfr. rapporto riassuntivo del Nucleo Investigativo Carabinieri di Trieste in data 2.2.1970).
Ai piedi dell’edificio venivano inoltre rinvenuti otto foglietti di carta con scritte in stampatello di carattere antislavo quali “NO AL VIAGGIO DI SARAGAT IN JUGOSLAVIA”, “NO ALLE FOIBE” e così via, firmati FRONTE ANTI SLAVO.
La perizia disposta dall’A.G. di Trieste evidenziò che la cassetta conteneva complessivamente kg. 5,700 di gelignite e che l’ordigno non aveva funzionato per un difetto tecnico connesso o al basso voltaggio della pila elettrica o a un cattivo contatto fra i fili conduttori o fra la lancetta dell’orologio e la vite inserita nel quadrante.
L’ordigno inesploso deposto vicino al cippo di confine italo-jugoslavo a Gorizia veniva invece rinvenuto casualmente solo in data 6.11.1969, in occasione di lavori di potatura di alcuni alberi eseguiti da operai italiani.
La cassetta rinvenuta presentava le medesime caratteristiche di quella deposta dinanzi alla scuola di Trieste e risultava contenere un ordigno anch’esso del tutto identico a quello di Trieste, composto da innesco a orologeria e candelotti di gelignite per il peso complessivo di kg. 1,500 (cfr. rapporto riassuntivo del Nucleo Investigativo Carabinieri di Gorizia in data 5.3.1970).
Anche in tale occasione venivano rinvenute nelle vicinanze della cassetta cinque foglietti con slogans antislavi.
L’ordigno rinvenuto sulla linea di confine veniva quasi immediatamente fatto brillare per ragioni di sicurezza dagli artificeri intervenuti sul posto e l’esplosione risultava di tale potenza da far saltare i vetri di numerosi edifici nel raggio di un centinaio di metri sia in territorio italiano sia in territorio jugoslavo e da danneggiare comunque gravemente il muro di sostegno della rete di confine.
Del resto, per comprendere la potenzialità offensiva dei due ordigni deposti a Trieste e a Gorizia, basti pensare che essi complessivamente contenevano una quantità di esplosivo pari a oltre quattro volte quello contenuto nella cassetta metallica lasciata alla Banca Nazionale dell’Agricoltura.
L’iter processuale delle istruttorie, che all’epoca avevano interessato il solo episodio di Trieste toccando comunque, anche se con pochi elementi di prova, l’ambiente politico/eversivo che alla luce delle nuove risultanze risulta effettivamente coinvolto nei fatti, era stato alquanto accidentato.
In un primo momento, sulla base di pur vaghe dichiarazioni accusatorie di tale SEVERI Antonio, appartenente all’area di estrema destra di Trieste, erano stati indiziati gli ordinovisti triestini NEAMI, BRESSAN e FERRARO (i cui nomi ricorrono nelle attuali dichiarazioni di SICILIANO e VIANELLO come effettivi basisti dell’attentato) i quali si erano dati a precipitosa fuga rifugiandosi presso un ordinovista di Torino.
I tre, in seguito, erano stati tuttavia prosciolti stante la labilità degli elementi a loro carico.
In seguito, dopo il rientro dell’avv. FORZIATI dal suo “soggiorno” in Spagna, questi, sentito dall’A.G. di Trieste e di Milano, aveva dichiarato di avere appreso da un altro componente del gruppo triestino, Manlio PORTOLAN, che autori dell’attentato erano stati due ordinovisti di Mestre e cioè Delfo ZORZI e Martino SICILIANO.
Anche tale seconda istruttoria si era tuttavia conclusa con un proscioglimento poichè le indagini a Mestre erano state assai superficiali e non era stato possibile acquisire elementi più consistenti. Anche alla luce delle successive dichiarazioni di Vincenzo VINCIGUERRA, che aveva indicato quale profilo non sufficientemente esplorato dalle indagini l’unità di azione, a partire dalla fine degli anni ’60, del gruppo mestrino e del gruppo triestino, era comunque sempre rimasto il fondato sospetto che le indagini iniziali avessero imboccato, anche se non coltivato fino in fondo, la pista giusta.
L’attentato di Trieste e quello contemporaneo di Gorizia sono stati i primi episodi di cui Martino SICILIANO ha parlato al momento della sua scelta di collaborazione sia per l’intrinseca gravità dei fatti sia per la netta percezione che egli aveva immediatamente avuto che essi fossero collegati agli attentati del 12.12.1969.
Vi era infatti la presenza dei candelotti di gelignite, vi era l’utilizzo di cassette metalliche (seppur portamunizioni e non portavalori e quindi diverse da quelle usate per il fatti del 12.12.1969) che avrebbero dovuto aumentare la potenza della deflagrazione; vi era la netta sensazione che la spedizione a Trieste e Gorizia costituisse una prova di affidabilità e una sperimentazione degli uomini e dei mezzi in vista di azioni ancora più gravi.
Non a caso Martino SICILIANO, forse giudicato non sufficientemente determinato o forse troppo facilmente individuabile in caso di indagini abbastanza approfondite (interr. SICILIANO, 12.9.1996, f.5), era stato escluso dopo gli attentati di ottobre dal nucleo operativo.
Ecco il racconto in merito ai due attentati reso immediatamente da SICILIANO sin dai primi interrogatori:
“ATTENTATO ALLA SCUOLA SLOVENA DI TRIESTE – OTTOBRE 1969
Il 2 ottobre
1969 ZORZI mi parlò della necessità di effettuare un atto
dimostrativo al confine orientale in funzione di contestazione alla preannunciata
visita di Saragat a Tito.
La visita
poi non si verificò comunque, ma per motivi che non attenevano al
nostro fallito attentato
Fui incaricato
da lui di realizzare col pantografo dei volantini manoscritti anti-Tito
da lasciare in loco.
Ne parlò
solo a, me ma ci mettemmo d’accordo per partire il giorno dopo, insieme
a Giancarlo VIANELLO, con la macchina di MAGGI.
L’appuntamento
era a Piazzale Roma, dove io, Zorzi e Vianello arrivammo in autobus e presso
il garage San Marco c’era la macchina di Maggi.
Nel baule
della stessa vi erano due contenitori metallici del tipo per nastri da
mitragliatrice, di colore grigio/verde, riempiti di bastoni di gelignite
con un timer già approntato al quale mancava solamente di essere
attaccata la batteria.
Chiesi a
Zorzi perché vi erano due ordigni al posto di uno e mi risponde
che uno dovevamo deporlo a Trieste e l’altro a Gorizia.
Preciso
che i soldi per la benzina, l’autostrada e il mangiare furono forniti da
Maggi.
Zorzi, poiché
glielo chiesi, mi disse che gli ordigni erano stati preparati dallo ZIO
OTTO che ribadisco essere DIGILIO…. Poichè avevo paura di poter
saltare in aria innescando l’ordigno, espressi le mie preoccupazioni a
ZORZI il quale mi tranquillizzo dicendomi che tutto era stato preparato
dalla solita persona…. Io non sapevo come effettuare il collegamento
dei timers agli ordigni, ma lo ZORZI mi spiegò come i due poli dovessero
essere collegati alle batterie.
Non sono
in grado di spiegare perché fossi stato prescelto.
Saliti in
macchina andiamo a TRIESTE ove abbiamo appuntamento con dei locali e cioè
NEAMI e PORTOLAN, quest’ultimo ci portò a casa della nonna o della
zia, deceduta da poco per cui la casa era libera e dove fu effettuato il
collegamento del primo ordigno.
Dagli stessi
siamo stati chiamati a questa scuola di lingue slovena ove l’ordigno è
stato collocato se non erro su una finestra. Non ricordò chi lo
collocò, io ho lasciato nelle adiacenze i volantini.
Prendo visione
delle fotografie contenute nel fascicolo originale dei rilievi tecnici
del procedimento relativo all’attentato alla scuola slovena.
Riconosco
i fogliettini con scritte che furono redatti da me con scritte antislave
ed abbandonati sul posto.
Io avevo
iniziato a scrivere i foglietti con un pantografo, ma dopo poco mi stufai
e continuai a scriverli a mano a stampatello…. Riconosco altresì
la cassetta portamunizioni, i candelotti e il congegno di accensione, quest’ultimo
che ebbi occasione do osservare da vicino prima di effettuare personalmente
il collegamento dei fili.
L’orologio
era stato munito di un perno per costituire il contatto.
Eravamo
convinti, andando via, di sentire un boato che avrebbe dovuto verificarsi
quando noi uscendo da Trieste saremmo stati ormai sulla strada per Gorizia.
Il tempo
programmato non era molto, meno di un’ora, forse 40 o 45 minuti, ma comunque
non sentimmo nulla.
Prendo atto
che il congegno non esplose in quanto la batteria era quasi del tutto scarica
e che ciò è stato accertato dalla perizia.
In merito
non so cosa dire; io ero convinto che il congegno esplodesse tanto è
vero che ho avuto paura di saltare in aria innescandolo, ma evidentemente
qualcuno aveva programmato l’azione in modo diverso perché mi sembra
difficile che possa avvenire un errore del genere.
Come è
noto, io e Delfo Zorzi, sulla base delle dichiarazioni di Gabriele FORZIATI,
fummo indiziati in istruttoria di tale attentato doversi anni dopo lo stesso.
Fummo prosciolti,
ma Forziati in realtà aveva detto il vero.
Egli non
aveva avuto alcun ruolo nella vicenda, ma evidentemente nell’ambiente di
Trieste, che era piccolo, aveva avuto delle confidenze esatte.
Subì
anche una bastonatura per ritorsione che proveniva ovviamente dall’ambiente
di Ordine Nuovo di Trieste.
Preciso
che sui quotidiani locali apparve la notizia che la bomba avrebbe dovuto
esplodere intorno a mezzogiorno causando vittime fra i bambini che frequentavano
la scuola.
Ciò
non è assolutamente esatto perché l’ora prevista di scoppio
non era certo mezzogiorno, ma intorno a mezzanotte e cioè poco dopo
che l’ordigno era stato deposto e innescato.
D’altronde
la posizione del perno non consente un periodo di attesa superiore ad un’ora
in quanto veniva usato un comune orologio da polso.
ATTENTATO AL CIPPO DI CONFINE CON LA JUGOSLAVIA A GORIZIA
Da Trieste
Neami e Portolan ci accompagnarono alla strada per Gorizia ove arrivammo
con la luce e quindi ci intrattenemmo in un bar onde aspettare il buio
e innescare l’ordigno in macchina. Non avemmo appoggi locali.
Fu scelto
il cippo situato di fronte alla vecchia stazione ferroviaria. Il luogo
era adatto anche perchè la strada era poco illuminata.
Nei pressi
del cippo c’era la rete metallica che segnava il confine.
Non sono
in grado di ricordare chi depose la cassetta, forse fui io stesso. Fui
invece certamente io a lasciare lì vicino dei volantini del tutto
analoghi a quelli lasciati a Trieste, anche questi da me manoscritti.
Il congegno
deposto a Gorizia, per quanto ricordo, era del tutto identico a quello
deposto a Trieste.
Sapemmo
che anche questo ordigno non esplose in quanto non apparve alcuna notizia
sui giornali e Neami e Portolan ci confermarono poi la notizia e a distanza
di qualche settimana comparve sui giornali la notizia del ritrovamento
dell’ordigno inesploso.
Io e Zorzi
commentammo il fallimento dei due attentati attribuendolo ad un errore
nostro e cioè di manipolazione dell’ordigno al momento dell’innesco.
Non pensammo ad un difetto originario dell’ordigno….”(SICILIANO,
18.10.1994, ff.3-5).
Il dr. Carlo Maria MAGGI era perfettamente consapevole delle finalità della spedizione e dei motivi per cui la sua autovettura veniva utilizzata:
“….posso
precisare che il dr. Maggi, prestandoci la vettura per andare a Trieste
e a Gorizia, era perfettamente a conoscenza degli attentati che dovevano
essere compiuti e dei loro obiettivi.
Preciso
che quando arrivammo al Garage San Marco, Maggi non c’era e la macchina
era parcheggiata nel garage con le chiavi nel quadro in quanto era obbligatorio
lasciarvele….” (SICILIANO,
19.10.1994, f.8).
In data 20.10.1994, Martino SICILIANO ha fornito ulteriori precisazioni in particolare quelle importantissime relative al color rosso della carta che avvolgeva la gelignite:
“….In merito
agli attentati alla Scuola Slovena di Trieste e al cippo di confine a Gorizia,
faccio presente che Zorzi mi disse, nel corso del viaggio a Trieste, che
nel caso in cui l’effetto sperato sull’opinione pubblica non fosse stato
sufficiente, era già stato approntato un terzo ordigno per il sacrario
di Redipuglia, ove sono sepolti i caduti della prima guerra mondiale, attentato
che ovviamente avrebbe dovuto essere attribuito ai gruppi sloveni di sinistra.
Sempre in
merito agli attentati di Trieste e Gorizia, posso precisare che le due
cassette metalliche contenenti l’esplosivo erano una un po’ più
grande dell’altra, ma comunque molto simili e di colore e di chiusura uguali.
I candelotti
di gelignite erano avvolti in carta color rosso di sfumatura intorno al
mattone/bordeaux.
Posso inoltre
precisare che i detonatori erano del tipo elettrico al fulminato di mercurio.
Voglio aggiungere
che, in occasione dell’incriminazione per i fatti di Trieste e Gorizia,
io fornii al giudice istruttore un alibi falso affermando che quella sera
mi trovavo a Trieste con una entreneuse originaria di Bolzano e che a Trieste
aveva un bar-latteria. Io conoscevo effettivamente quella ragazza, che
si chiamava Ivana Deck, nota come Ivonne, ma ovviamente quella sera non
ero con lei….” (SICILIANO, 20.10.1994).
Durante e dopo la spedizione a Trieste e Gorizia, Delfo ZORZI aveva fatto a Martino SICILIANO discorsi ancora più inquietanti: vi erano ancora molti candelotti di gelignite e molte cassette metalliche utilizzabili per altre operazioni e ZIO OTTO (cioè Carlo DIGILIO) aveva migliorato e reso più sicuro il sistema di timeraggio cosicchè le nuove azioni in progettazione sarebbero state portate a termine in condizioni di assoluta affidabilità (interr. SICILIANO, 20.10.1994, f.3).
Anche Giancarlo VIANELLO ha parlato sin dal primo interrogatorio degli attentati di Trieste e Gorizia, i fatti più gravi in cui durante la sua militanza era stato coinvolto sotto la spinta e la determinazione carismatica di Delfo ZORZI:
“….I due
episodi di Trieste e di Gorizia nacquero in concomitanza con una visita
del Presidente Saragat in Jugoslavia.
Secondo
Zorzi il senso di questi attentati non era tanto antislavo, quanto di creare
tensione all’interno del nostro Paese con un ripetersi di episodi, magari
non gravi ma diffusi, che colpissero l’opinione pubblica e provocassero
disagio ed una richiesta comunque di maggior autorità e ordine….
L’organizzazione degli episodi era dovuto anche nei suoi particolari a
Delfo Zorzi, ma pur senza alcuna reticenza non riesco a ricordare se io
ne avessi avuta qualche notizia in anticipo o al momento stesso della partenza.
Comunque,
il senso del mio coinvolgimento, e probabilmente di quello della ragazza
che era con noi, era comunque pormi in una situazione tale da non potere
più poi fare marcia indietro rispetto alla nostra militanza, essendo
compartecipe di fatti di una certa gravità
Martino
Siciliano, invece, all’epoca non aveva mostrato segni di distacco dai progetti
e dalle proposte di Zorzi.
Ricordo
comunque che partimmo in macchina da Venezia con una Fiat 1100 di colore
chiaro, credo beige, del dr. Maggi, vettura che già conoscevo essendo
stata usata in occasione di propaganda politica e attacchinaggi.
Martino
Siciliano, unico di noi ad avere la patente, guidava e oltre a lui c’eravamo
Delfo, io e una ragazza della Campania in qualche modo collegata a Delfo
e che non ebbi più occasione di vedere in seguito…. Io vidi per
la prima volta le due cassette metalliche quando ci fermammo a Trieste
per l’approntamento definitivo degli ordigni.
Raggiungemmo
infatti Trieste nel pomeriggio e ci aspettavano due triestini che conoscevo
e che erano noti attivisti di Ordine Nuovo di quella città.
Uno era
sicuramente Francesco NEAMI e il secondo era un altro militante che conoscevo,
ma non riesco assolutamente a ricordare se si trattasse di BRESSAN o di
PORTOLAN.
In sostanza
c’erano due dei militanti triestini più conosciuti.
Ricordo
che ci incontrammo in un certo punto e li seguimmo in macchina fino ad
una abitazione che per quanto ricordo era la casa vuota di una nonna o
di una parente di uno dei due e quindi poteva essere utilizzata per approntare
i congegni con tranquillità. Era una casa in città a Trieste.
In questa
casa Delfo Zorzi fece un primo collegamento dei congegni probabilmente
non completo perché ancora un certo tratto di strada ci divideva
da Gorizia. Gli ordigni, per quanto ricordo, erano costituiti appunto da
cassette metalliche con all’interno dei candelotti e un congegno di innesco
formato da batteria e filo elettrico, detonatore e orologio o sveglia che
fungeva da timer.
Ricordo,
per affermazione di Zorzi, che i candelotti erano di gelignite, ma non
saprei descriverli in particolare perché li vidi al più per
pochi attimi in quanto Zorzi si era appartato in un’altra stanza per armeggiare
con essi.
Ripartimmo
da questo appartamento, che ricordo modesto, alla volta di Gorizia dove
arrivammo solo noi quattro intorno all’ora di cena.
C’era ancora
movimento e ci recammo quindi a cena in una trattoria e poi al cinema all’ultimo
spettacolo, cioè quello che inizia intorno alle 22.00/22.30, solo
per tirare la mezzanotte e poterci muovere con più libertà….
Ricordo ancora molto bene quale fosse il film che vedemmo quella sera.
Il cinema
era a Gorizia-città e si trattava di un film e brevi episodi di
carattere realistico, ma con toni surreali, a colori, credo americano,
nel corso del quale c’era ad esempio un episodio di questo genere: due
innamorati, che si erano lasciati, si erano dato un appuntamento per molto
tempo dopo e in un’altra città, e per la fretta di raggiungersi
al momento convenuto si erano scontrati con le rispettive vetture rimanendo
uccisi.
Era un film
con attori poco noti o che io non conoscevo.
Terminato
lo spettacolo ci portammo in una zona fuori città e isolata e al
buio, all’interno della macchina e con la luce interna, Zorzi collegò
l’ultimo contatto
Prendemmo
poi una strada sterrata ove, ricordo, ebbi molta paura in quanto la macchina
sobbalzava e con l’ordigno già innescato c’era il serio rischio
di saltare per aria.
Raggiungemmo
il punto di confine con la Jugoslavia nei presso di una stazione ferroviaria.
Zorzi scese
e collocò personalmente, mostrando una notevole freddezza, l’ordigno
nei pressi del cippo di confine jugoslavo, superando quindi da solo il
cippo italiano e la cosiddetta zona di nessuno…. Ripartimmo rapidamente
per Trieste, che raggiungemmo quindi intorno all’una di notte.
Preciso
che a Trieste, prima di raggiungere la casa della parente di uno dei due
triestini, costoro ci avevano mostrato dove era la Scuola Slovena e quindi,
dopo Gorizia, raggiungemmo il secondo obiettivo senza particolare difficoltà.
Credo, anche
se non ho un ricordo preciso, che come per l’episodio precedente, sia stato
effettuato qualche minuto prima l’ultimo collegamento e poi Delfo depose
l’ordigno in qualche punto presso la struttura della scuola.
In questo
caso ricordo che lasciammo un certo numero di bigliettini con scritte antislave
nei pressi della scuola. Io li vidi per la prima volta poco prima dell’azione
e ricordo che mi inquietai in quanto le iniziali del “Fronte Anti Slavo”
citato negli stessi, erano le stesse della sigla “F.A.S – Fronte di Azione
Studentesca” che avevamo usato per diffondere volantini di destra nelle
scuole di Mestre e Venezia e ciò avrebbe potuto condurre le indagini
fino a noi…. Ricordo un altro particolare e cioè che insieme all’ordigno
fu deposto un contenitore con benzina che avrebbe dovuto, se fosse avvenuta
l’esplosione, creare un incendio.
Ripartimmo
a rotta di collo per Venezia…. Posso ancora aggiungere che ebbi la sensazione
che l’utilizzo di questa sigla “F.A.S.” che almeno in un certo contesto
era ben leggibile e l’utilizzo di una notevole quantità di esplosivo
fossero un messaggio a referenti di Zorzi per rafforzare il senso della
sua capacità operativa.
Ritengo
peraltro che gli ordigni non siano esplosi per un casuale malfunzionamento,
ma che non dovevano esplodere per costituire proprio il messaggio di cui
ho appena parlato, oltre naturalmente a rafforzare il coinvolgimento degli
altri compartecipi….” (VIANELLO,
19.11.1994).
Anche Giancarlo VIANELLO ha dichiarato di avere appreso da ZORZI che il congegno di innesco era dovuto all’aiuto fornito da “OTTO” e che la gelignite era custodita in un deposito segreto di Delfo ZORZI.
Giancarlo VIANELLO è stato in grado di ricordare sia come si presentava la gelignite sia un altro importante particolare di riscontro e cioè la trama del film che il gruppo aveva visto quella sera a Gorizia in attesa di passare all’azione:
“….Mi sono
ricordato, dopo il precedente interrogatorio, che i candelotti di gelignite
erano avvolti con carta oleata di colore rosso scuro tendente al mattone
o al bordeaux.
E’ questo
un ricordo visivo netto, anche se non sono in grado di dire a quale momento
della vicenda risalga e cioè a quale momento degli episodi, di cui
ho parlato, dell’ottobre 1969.
Comunque
non avevo mai visto tali candelotti prima del viaggio a Trieste e Gorizia.
Per quanto
concerne la sosta a Gorizia in attesa del momento più opportuno
per agire, posso confermare che assistemmo in città ad una proiezione
cinematografica in un comune cinematografo che certamente non era una cineteca
o simili.
Ribadisco
che il film era di produzione statunitense e che era un film ad episodi
di carattere fantastico che rappresentava vicende grottesche o surreali.
Mi sono
ricordato di qualche frammento di un altro episodio che raccontava la vicenda
di un automobilista decapitato in autostrada da lamiere trasportate da
un camion. L’automobilista aveva proseguito la sua corsa senza testa provocando
incidenti dovuti alla sorpresa degli altri automobilisti….”(VIANELLO,
6.12.1994).
In sostanza i due racconti di SICILIANO e VIANELLO, resi separatamente da parte di persone che avevano perso i contatti da oltre vent’anni, sono quasi integralmente sovrapponibili e danno quindi garanzia di piena affidabilità.
L’unico lapsus di memoria, più che divergenza, consiste nel fatto che Martino SICILIANO, nella concitazione del primo interrogatorio in cui egli ha dovuto mettere a fuoco in poche ore i ricordi relativi a molti episodi lontanissimi nel tempo, ha collocato l’episodio di Gorizia come successivo, pur nell’ambito della stessa serata, a quello di Trieste.
Sentito peraltro sul punto in data 25.1.1995, Martino SICILIANO ha ricordato che l’esatta scansione temporale dei fatti era quella descritta da Giancarlo VIANELLO.
I particolari forniti dai due ex-militanti di Ordine Nuovo in merito alle caratteristiche dei due episodi coincidono inoltre perfettamente con quanto emerge dai rapporti giudiziari redatti nell’immediatezza dei fatti.
Perdipiù sia SICILIANO sia VIANELLO hanno riferito di avere assistito in un cinema di Gorizia, attendendo la notte e quindi il momento di passare all’azione, ad un film a carattere surreale e grottesco diviso in singoli episodi (interr. SICILIANO, 25.1.1995, f.2, e 8.11.1996, f.2; VIANELLO, 19.11.1994, f.7, e 10.12.1996, f.2).
Tale film è certamente “La realtà romanzesca”, un film ad episodi che era appunto in programmazione in quei giorni presso il Cinema Verdi di Gorizia, come si desume dai quotidiani locali dell’epoca, acquisiti da questo Ufficio tramite la Digos di Venezia.
Tale riscontro conferma in modo assolutamente indiscutibile la presenza del gruppo, quella sera, a Gorizia.
Carlo DIGILIO, completando il già ricco quadro probatorio relativo ai due attentati “preparatori”, ha confermato che in quel periodo, in occasione di diversi incontri avvenuti a Mestre, svolgeva attività di “consulenza” in favore di Delfo ZORZI in merito alle tecniche più adeguate per l’innesco di ordigni esplosivi e che Delfo ZORZI gli aveva confidato di avere organizzato e personalmente partecipato all’attentato alla Scuola Slovena di Trieste e al cippo di confine di Gorizia (interr. DIGILIO 12.11.1994 e memoriale allegato; 21.2.1997 f.3).
Tali azioni, sempre secondo ZORZI, anche se gli attentati materialmente erano falliti, avevano avuto un effetto positivo per l’ambiente di destra del Veneto in termini di prestigio e di operatività e soprattutto avevano contribuito a meglio selezionare e coagulare il gruppo di militanti che ruotava intorno allo stesso ZORZI (interr. DIGILIO 13.1.1996 f.2).
In relazione all’attentato do Gorizia, Delfo ZORZI si era vantato con DIGILIO di essersi portato personalmente sulla linea di confine e di avere deposto l’ordigno sfidando il pericolo di essere sorpreso da qualche pattuglia di “graniciari” (le guardie di confine jugoslave) che pattugliavano la zona (interr. DIGILIO 21.2.1997 f.2).
Tali particolari corrispondono alle effettive modalità dell’attentato, oltre che alla assoluta determinazione di Delfo ZORZI quale emerge dagli atti, e corrispondono altresì alla descrizione della materiale esecuzione dell’attentato fornita da Giancarlo VIANELLO, il quale ha rievocato la “freddezza” dimostrata da ZORZI nell’avvicinarsi da solo alla linea di confine (interr. VIANELLO 19.11.1994 f.7)
Infine, sul piano dei riscontri documentali, sono state acquisite al presente procedimento alcune copie di lettere inviate via telefax da Stefano TRINGALI a Delfo ZORZI, presso la sua residenza in Giappone, che erano state rinvenute casualmente e sequestrate dal Nucleo Regionale polizia tributaria della Guardia di Finanza di Firenze nell’abitazione di Roberto LAGNA (componente del gruppo di Delfo ZORZI, deceduto nel 1993) durante un’operazione in materia di evasione fiscale e di utilizzo di marchi falsi.
Il contenuto di tali lettere, che attestano la costante opera di informazione svolta da TRINGALI in favore di ZORZI in merito a quasi tutte le indagini in materia di eversione di destra in corso in Italia e in cui si fa cenno a molte cose “scottanti” affidate in passato da ZORZI a TRINGALI, sono state contestate a quest’ultimo, che si è avvalso della facoltà di non rispondere, nel corso degli interrogatori svolti in data 2.8.1996 e 16.10.1996 ai sensi dell’art.348 bis c.p.p. del 1930.
In una di queste lettere, risalente all’estate del 1986, si fa chiaro riferimento al fatto che le indagini allora in corso potessero toccare gli elementi più “deboli” e cioè Martino SICILIANO e Giancarlo VIANELLO in quanto “si tratta di roba molto vecchia” e gli inquirenti “cercano sempre un tuo (nota Ufficio: di Delfo ZORZI) parere nella faccenda (GO)”.
E’ evidente la preoccupazione di TRINGALI che, a seguito di un possibile cedimento di SICILIANO e VIANELLO potesse emergere la responsabilità (il “parere”) di ZORZI in relazione all’attentato di Gorizia.
Inoltre nella stessa lettera si fa chiaro riferimento alla soddisfazione legata al successo per l’assoluzione di FREDA e VENTURA ai processi di Catanzaro e Bari, ma nel contempo alla preoccupazione per la possibilità che gli inquirenti, indagando sul gruppo mestrino, possano trovare “l’anello di congiunzione” tra “l’amico FRITZ” (quasi certamente Franco FREDA) e il dr. Carlo Maria MAGGI e cioè provare il collegamento che era mancato nelle prime istruttorie sugli attentati del 12.12.1969.
Sono quindi espressi a chiare lettere da TRINGALI, sin dal 1988, i timori la cui fondatezza sarà confermata, quasi 10 anni dopo, dalla collaborazione di Martino SICILIANO e Carlo DIGILIO ed in questo senso il messaggio sequestrato costituisce un pieno riscontro anticipato e documentale a quelle che saranno le acquisizioni della presente istruttoria.
In conclusione, a carico del dr. MAGGI, così come a carico di Delfo ZORZI (cui la contestazione è già stata effettuata con notifica al domicilio eletto presso il difensore), sussistono gravi indizi della sua corresponsabilità sul piano decisionale ed operativo nei due attentati dell’ottobre 1969.
Tale circostanza non è di poco conto in quanto, pur non apparendo corretto contestare in relazione a tali episodi, come era avvenuto nelle prime istruttorie, il reato di tentata strage (in quanto l’ordigno doveva esplodere quando la scuola era chiusa), sono assai significativi gli indizi di continuità strategica e di progressione operativa fra tali due attentati e quelli del 12.12.1969.
Ci riferiamo alle circostanze riferite da Martino SICILIANO ed esposte all’inizio di questo paragrafo e in particolare alla presenza a Trieste e Gorizia di candelotti di gelignite, contenenti binitrotoluene, esplosivo fortemente compatibile, in base alle perizie effettuate all’epoca, con quello utilizzato per la strage di Piazza Fontana e i 4 attentati ad essa contemporanei.
Ci riferiamo altresì ad altri particolari che Martino SICILIANO non poteva conoscere.
I frammenti degli ordigni esplosivi collocati il pomeriggio del 12.12.1969 a Roma dinanzi all’Altare della Patria, sottoposti a perizia, hanno evidenziato infatti che i candelotti utilizzati in tale occasione erano avvolti da carta rossa paraffinata, e cioè dello stesso colore di quella che avvolgeva i candelotti venduti da Roberto ROTELLI a Delfo ZORZI, visti e maneggiati da SICILIANO, da VIANELLO e, successivamente, per l’attentato al COIN di Mestre, da Piero ANDREATTA.
Inoltre anche i candelotti fatti rinvenire da Franco COMACCHIO dopo il rinvenimento delle armi a Castelfranco Veneto nel novembre 1971, e a lui consegnati da Giovanni VENTURA, erano in parte candelotti di gelignite avvolti in carta rossa.
Perdipiù Ruggero PAN, commesso della libreria di Giovanni VENTURA, nel corso della prima istruttoria ha riferito che questi, nell’agosto del 1969, dopo gli attentati ai treni, aveva espresso il proposito di utilizzare, per l’avvenire, delle cassette di ferro al fine di provocare danni maggiori, incaricando l’elettricista Tullio FABRIS (che ha confermato la circostanza) di reperirle.
Poche settimane dopo, a Trieste e a Gorizia, sono comparse per la prima volta le cassette metalliche, fortunatamente non esplose.
Gli elementi
di collegamento sono quindi più di quanti lo stesso Martino SICILIANO
potesse immaginare.
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