Il 28.10.1995, preceduto da una serie di allarmi e messaggi via via segnalati da questo Ufficio alla Procura di Milano, usciva su “La Nuova Venezia” e altri quotidiani veneti uno scoop esclusivo firmato da Giorgio CECCHETTI, cronista giudiziario di Venezia, dal titolo con ampio risalto sulla prima pagina “PIAZZA FONTANA: L’ULTIMO DEPISTAGGIO.
Lo scoop, prendendo spunto dal tardivo e generico esposto del dr. Carlo Maria MAGGI e da alcuni accertamenti effettuati dal dr. Felice Casson in merito agli aspetti formali della tutela garantita a Martino SICILIANO (non è chiaro in base a quale competenza, trattandosi di situazioni non verificatesi a Venezia) ed acquisendo, non si sa in quale modo, tali iniziali notizie (si pensi alla riservatezza che dovrebbe contraddistinguere l’attività del Comitato di Controllo sui Servizi di Sicurezza cui il dr. Casson aveva appena inviato una missiva), tentava, senza mezzi termini e senza alcuna verifica dell’effettivo lavoro in corso presso questo Ufficio, di screditare frontalmente e delegittimare i risultati in via di acquisizione nella presente istruttoria.
Il giornalista “avvisava” con clamore l’intero ambiente veneto e nazionale che era in corso ad opera del S.I.S.Mi. l’ “ultimo depistaggio” sulla strage di Piazza Fontana, che sarebbe stato scoperto che Martino SICILIANO era stato aiutato e tutelato dal S.I.S.Mi. (curiosa “scoperta”, posto che l’azione del S.I.S.Mi. era già documentata in base alle comunicazioni trasmesse dalla Direzione del Servizio, momento per momento, nei fascicoli dell’istruttoria condotta da questo Ufficio) al fine di “indirizzare in una direzione invece che in un’altra le indagini”.
Tutto ciò sarebbe addirittura avvenuto per “impedire che fosse dato un nome e un volto a chi ha organizzato il vile attentato di Piazza Fontana”.
Perdipiù, con un’autentica opera di disinformazione, l’articolo aggiungeva che i pentiti sarebbero stati “l’uno contro l’altro”, in particolare Martino SICILIANO avrebbe “scagionato tutti coloro che erano stati indicati come autori della strage da altri “pentiti” neofascisti”, mentre DIGILIO avrebbe addirittura accusato SICILIANO di avere confezionato la bomba scoppiata nella Banca Nazionale dell’Agricoltura.
Il giornalista concludeva affermando che era in corso un’azione in sostanza simile a quella che negli anni ‘70, ad opera del S.I.D., aveva visto la fuga di Marco POZZAN e Guido GIANNETTINI e che a tale situazione stavano fortunatamente ponendo rimedio altri Uffici Giudiziari, diversi ovviamente dall’Ufficio Istruzione di Milano sulle cui indagini, così come sugli operanti del R.O.S., gravavano sospetti ed accuse.
Tale cumulo di falsità e distorsioni, pubblicate perdipiù senza che il giornalista operasse alcuna verifica, provocavano un effetto devastante sulle indagini anche in ragione del fatto che i quotidiani ove era apparso l’articolo sono pubblicati nell’area veneta, ove risiede la maggior parte degli imputati e dei testimoni.
Veniva messa in pericolo la credibilità, la prosecuzione della collaborazione e forse anche la sicurezza di Martino SICILIANO e Carlo DIGILIO (il primo, all’epoca, ancora privo di un formale programma di protezione, il secondo ripresosi proprio in quei giorni dal grave ictus che lo aveva colpito), veniva con tale opera di delegittimazione resa impossibile o messa in grave difficoltà la prosecuzione delle audizioni già in corso di alcuni testimoni e l’audizione di testimoni sino a quel momento non sentiti in quanto costoro non sapevano più, trovandosi di fronte a personale del R.O.S. Carabinieri, se stavano avendo a che fare con onesti e impegnati investigatori o con pericolosi depistatori, veniva frustrata la scelta e la disponibilità offerta, forse per la prima volta, dal S.I.S.Mi. di dare un prezioso contributo informativo in tale tipo di indagini.
Ne usciva rafforzato e più compatto al proprio interno solo l’ambiente ex -ordinovista che da tempo (cfr. quanto esposto al capitolo 19) stava meditando una mossa azzardata, ma resa inevitabile dal progredire delle indagini, finalizzata a colpire soprattutto il personale del R.O.S. che stava giungendo al cuore dell’attività delle cellule eversive di Mestre, Venezia e Milano.
Gli ispiratori dell’articolo, diversi comunque dagli ex-ordinovisti e interni probabilmente ad ambienti istituzionali, forse anche a quelli che a parole hanno sempre sostenuto di volere la verità sulla strategia della tensione, ritenevano probabilmente, con una simile azione di attacco e di discredito, di provocare, anche a seguito delle inevitabili reazioni di questo Ufficio e degli operanti, una catena di polemiche tali da distruggere in poche settimane le indagini.
Non si dimentichi, del resto, che solo la presente istruttoria, oltre a far venire alla luce le modalità e i materiali esecutori di molti attentati, stava dirigendosi, con elementi di prova sempre più consistenti, verso l’individuazione delle collusioni in tali attentati e delle attività di “controllo” del nostro Paese, negli anni della strategia della tensione, da parte delle strutture dell’Alleanza Atlantica, verità forse auspicata in anni lontani quando, peraltro, non era possibile dimostrarla, ma ormai scomoda, per molteplici ragioni storiche e politiche, al tempo presente.
Fortunatamente il tentativo di delegittimazione non raggiungeva il suo scopo e nel giro di qualche mese, seppure con difficoltà e sacrifici inauditi, il fronte delle indagini si ricostituiva permettendo via via l’acquisizione di nuovi e importanti elementi di prova e di conoscenza.
La gravità e la strumentalità dell’operazione ora descritta è testimoniata pagina per pagina dagli atti dell’istruttoria e da quanto esposto nella presente sentenza-ordinanza.
Appare tuttavia doveroso riportare integralmente in questa sede quanto Martino SICILIANO ha voluto verbalizzare, in uno dei primi interrogatori resi dopo l’operazione dell’ottobre 1995, in merito alla storia, anche personale, della sua collaborazione in quanto tale racconto testimonia la linearità e la sincerità della sua scelta processuale ed è la migliore risposta all’operazione che è stata tentata:
“Nell’autunno
del 1995, quando mi trovavo all’estero con mia moglie e mia figlia, ebbi
eco dall’Italia, ed in particolare da mio fratello, del fatto che sulla
stampa di Venezia e in televisione erano usciti servizi che mi riguardavano
e mi attaccavano pesantemente.
Rientrato
in Italia circa due settimane or sono, ho potuto leggere con attenzione
gli articoli pubblicati nell’ottobre/novembre 1995, in particolare l’articolo
a firma Giorgio Cecchetti pubblicato su “La Nuova Venezia” il 28.10.1995.
Leggendo
questo articolo ho provato molta amarezza sul piano personale in quanto
ciò ha ferito e danneggiato non solo me, ma anche la mia famiglia
che vive a Mestre e posso dire che il contenuto dell’articolo è
veramente falso, vile e disgustoso.
Del resto
fu proprio il giornalista Giorgio Cecchetti, per primo, a colpirmi pubblicando
nell’ottobre del 1993 un articolo sul quotidiano “La Repubblica”, rendendo
noto che ero stato indiziato per la strage di Piazza Fontana.
Tale articolo,
ripreso dalla stampa nazionale e anche dalla televisione, ebbe l’effetto,
come ho già spiegato, di farmi perdere il posto di lavoro e di privarmi
di ogni forma di sostentamento.
All’epoca,
infatti, io lavoravo come rappresentante e persona di fiducia della società
tedesca FRANKE & RUHRHANDEL, società di importazione in Germania
di articoli sportivi e da campeggio.
Io, per
questa società, seguivo gli acquisti, i pagamenti, i carichi e quando
veniva in Italia personale direttivo della società, svolgevo anche
l’attività di interprete e di accompagnatore presso le ditte italiane.
Ovviamente,
pochi giorni dopo le notizie di stampa fui convocato a MECKENHEIM, vicino
a Bonn, dalla sede centrale e mi fu detto che a causa della pubblicità
fatta sul mio nome non mi era più possibile lavorare per loro.
Riconsegnai
quindi la vettura e rientrai in Francia.
Mi ritrovai
quindi in una situazione di enorme difficoltà e come ho già
dichiarato nei miei primi interrogatori, contattai MONTAGNER lasciandogli
il mio numero di telefono francese, e chiedendogli di essere contattato
da Delfo ZORZI.
Questi mi
chiamò dopo qualche giorno, lasciandomi anche un suo numero di fax,
ma non di telefono, e mi esortò a non presentarmi in Italia, a non
cedere, poiché egli avrebbe risolto tutti i miei problemi legali
e di lavoro.
Concordammo,
come ho già detto, un appuntamento a Parigi nel maggio del 1994,
dove rimanemmo insieme per qualche ora.
Dopo qualche
giorno egli mi riconfermò il suo pieno appoggio purchè non
rientrassi in Italia o, al più, rendessi dichiarazioni del tutto
reticenti accettando eventualmente di essere sentito solo in Francia.
Dopo qualche
settimana mi ricontattò e mi disse che una ditta a lui collegata
mi avrebbe mandato un invito per recarmi a San Pietroburgo, invito necessario
affinché io potessi ottenere un visto d’ingresso dal Consolato dell’ex/URSS
a Marsiglia.
Mi fece
avere, come ho già detto, sul conto di mia moglie una somma equivalente
a 600 o 700 dollari che mi permise di recarmi a Marsiglia per ottenere
visto e poi a Zurigo dove avrei trovato un biglietto aereo prepagato per
San Pietroburgo.
Il mio viaggio
a San Pietroburgo subì comunque un ritardo perchè io ero
incerto se accettare o meno le offerte di ZORZI.
Faccio del
resto presente che prima di incontrare ZORZI a Parigi io avevo telefonato
al dr. Madia (nota Ufficio: un funzionario del S.I.S.Mi.), che avevo conosciuto
a Mestre e che mi aveva fornito il numero del suo cellulare, manifestandogli
il mio disagio e chiedendogli quali sarebbero state eventualmente le condizioni
e gli esiti di una mia presentazione in Italia.
Ovviamente
non gli dissi, in questa occasione, che ero già stato contattato
da ZORZI.
Infatti,
già dalla primavera del 1994 io vivevo in uno stato di angoscia
poiché le proposte di ZORZI e le sue telefonate chilometriche e
piene di allusioni non mi convincevano affatto e dentro di me mi sentivo
molto combattuto e molto incerto sulla strada da scegliere.
Infatti,
se da un lato ZORZI mi prometteva un avvenire sicuro sul piano lavorativo
e anche su quello legale, nello stesso tempo percepivo da parte di quell’ambiente
un senso di pericolo in quanto non sapevo che fine avrei fatto una volta
messomi nelle loro mani.
Infatti
per loro ero l’anello debole della catena e percepivo nettamente questa
sensazione e non sapevo se mi avrebbero effettivamente aiutato o se si
sarebbero poi in qualche modo liberati di me.
Sapevo inoltre
da mio fratello che a Mestre Bobo LAGNA e Piercarlo MONTAGNER seguivano
costantemente i miei movimenti, cercavano di acquisire notizie ed esercitavano
una forte pressione parallela a quella che mi proveniva da ZORZI.
Nonostante
questi embrionali contatti che avevo spontaneamente riattivato con il dr.
Madia, andai lo stesso a San Pietroburgo dopo il primo spostamento della
prenotazione e mi incontrai appunto con Rodolfo ZORZI che era accompagnato
dal responsabile della ditta QUATZAR che io già conoscevo come ex
cameriere a Mestre.
Questa persona
aveva preso il posto di Bobo LAGNA che nel frattempo era deceduto.
A San Pietroburgo
mi furono rinnovate le offerte di lavoro, in quella zona, come uomo di
fiducia della catena commerciale, con uno stipendio non eccessivamente
elevato, ma con un tenore di vita molto più alto in quanto l’albergo
in cui avrei alloggiato costava circa 400 dollari al giorno solo per la
camera.
Mi ero reso
conto, del resto, che ZORZI poteva mettere a posto chi voleva in quanto
il mestrino che accompagnava Rodolfo ZORZI a San Pietroburgo era stato
in passato semplicemente un cameriere in una pizzeria ed era ora responsabile
di una società commerciale.
Mi ero anche
reso conto che a ZORZI faceva capo, in Russia, una grossa catena commerciale
poichè Rodolfo aveva portato per il punto vendita di San Pietroburgo
una somma liquida di 50 mila dollari e parecchie valige di occhiali da
sole “firmati”, introvabili in quella città.
Avevano
altri punti vendita a Kiev e a Mosca che dovevano essere contattati in
quei giorni da Rodolfo.
Tutta la
situazione, comunque, non mi convinceva e avevo paura.
Fui colto
da una crisi di paura, non diedi una risposta definitiva e dissi che per
il momento avrei dovuto comunque rientrare in Francia e così feci.
Quando a
San Pietroburgo mi sentii male, ZORZI, contattato al telefono dal mestrino
che accompagnava Rodolfo, tentò di convincermi di rimanere in Russia
dove avrei potuto farmi curare a sue spese.
Io, utilizzando
come scusa il fatto che mi sarei trovato più a mio agio presso medici
francesi, non accettai di rimanere.
Rientrato
in Francia mi ricoverai in una clinica di Toulouse per tutto il mese di
agosto, anche se ZORZI mi aveva subito telefonato, appena ero giunto a
casa, per sapere cosa intendessi fare e io non gli risposi prendendo tempo.
All’inizio
di settembre ZORZI mi richiamò e mi disse che se non mi andava bene
San Pietroburgo avrei potuto avere un’altra sistemazione in Giappone, dalle
parti di Osaka dove lui aveva un’attività commerciale.
A questo
punto capii che ero al bivio e che dovevo scegliere.
ZORZI mi
disse che lui non aveva problemi, ma che ero io, persona molto più
scoperta, ad averne e compresi che rimanendo in Francia ZORZI non mi avrebbe
mollato.
Dovevo quindi
scegliere e telefonai al dr. Madia, verso la metà di settembre,
e gli dissi che ero disponibile a incontrarlo a Toulouse per discutere
la mia situazione e valutare il mio rientro in Italia affidandomi alle
Autorità del mio Paese.
Faccio presente
che già prima di partire per San Pietroburgo avevo comprato il biglietto
per rientrare in Italia, e precisamente per l’aereoporto di Venezia dove
avrei dovuto incontrare il dr. Madia, ma proprio poche ore prima di imbarcarmi,
alle 4 del mattino ora di Toulouse, quando avevo già la valigia
pronta, ZORZI mi telefonò dal Giappone e riuscì a convincermi
a non partire dicendomi che se mi fossi presentato in Italia sarei certamente
stato arrestato, nonostante le garanzie che mi erano state fornite e mi
rammentò, con velate minacce, che non avrei dovuto azzardarmi a
testimoniare.
In settembre,
invece, la mia decisione era sostanzialmente presa e accettai l’incontro
con il dr. Madia che si svolse a Toulouse alla fine di settembre.
Il dr. Madia,
giungendo all’aereoporto, mi avvicinò da solo e molto correttamente
mi disse che viaggiava con un collega che io avrei potuto decidere di incontrare
o meno; io accettai di incontrare entrambi.
Il loro
comportamento rafforzò la mia fiducia e accettai di spiegare loro,
ovviamente per sommi capi tutti gli episodi e le circostanze in cui ero
stato coinvolto negli anni ’70 e mi resi quindi disponibile a rientrare
in Italia nel giro di pochissimo tempo.
Rientrai
infatti in Italia nell’ottobre 1994, ma nelle ultime settimane della mia
permanenza a Toulouse ZORZI continuò a tempestarmi di telefonate
e io cercavo di rispondere evasivamente.
Egli mi
telefonò addirittura la sera in cui ero appena partito per l’Italia
e mia moglie rispose che io ero partito e che non sapeva dove fossi.
Certamente
ZORZI comprese che io avevo accettato di testimoniare e da quel momento
mise tutto l’ambiente sulle mie tracce.
In merito
a quanto avvenne in questo periodo e alla mia vicenda personale intendo
fermamente sottolineare quanto segue. Io ero profondamente turbato sia
perché avevo compreso che in qualche modo ero oggetto dell’istruttoria
e che su di me rischiava di pesare indefinitamente il sospetto di essere
l’autore materiale di un massacro di cui personalmente non ero invece responsabile,
con le conseguenze che ne derivavano anche su mio padre anziano e sul resto
della mia famiglia.
D’altronde
sin dalla fine del 1969, come ho già avuto modo di dire nell’interrogatorio
in data 20.10.1994, ho provato rimorso e turbamento essendomi reso conto
di avere partecipato ad una progressione di attività criminose e
di attentati che, pur senza la mia successiva partecipazione, si era conclusa
con fatti gravissimi.
Mi sono
sentito quindi, in qualche forma, moralmente responsabile e umanamente
coinvolto, nonostante il mio distacco da moltissimo tempo da quell’ambiente.
Le pressioni
di ZORZI e delle persone a lui legate mi facevano temere che io non andassi
incontro ad una sistemazione lavorativa, ma a qualcosa di ben diverso.
Per questi
motivi, nonostante molte titubanze e tentennamenti, nella primavera del
1994 riaprii il contatto con il dr. Madia e alla fine decisi di rientrare.
Il dr. Madia
mi era parso subito come una persona estremamente positiva anche sul piano
umano, molto preparata ed ebbe con me un comportamento sempre corretto
e lineare.
Mi disse
che se io avessi accettato di dare informazioni utili, e in prospettiva
anche di collaborare formalmente con l’Autorità Giudiziaria, avrei
dovuto dire esclusivamente la verità, dire tutto quanto a mia conoscenza
per avervi partecipato direttamente o per averlo nell’ambiente in un contesto
di affidabilità ed attenermi strettamente a questo tipo di comportamento.
Da parte
mia risposi che se avessi scelto tale via mi sarei attenuto a tale comportamento
e infatti così ho fatto, raccontando tutto quanto a mia conoscenza
senza alcuna reticenza e nel contempo senza inventare o aggiungere nulla.
Credo che
le conferme che sono giunte, come ho appreso durante gli interrogatori,
da altri imputati o testimoni confermino ciò e d’altra parte alcune
imprecisioni soprattutto nei primi interrogatori, quando a distanza di
tanto tempo tante circostanze si affollavano nella mia memoria, ritengo
che testimonino la mia spontaneità e sincerità.
Ovviamente
ho chiesto e ho avuto garanzia, qualora avessi scelto questa strada, di
un aiuto economico in quanto mi trovavo in una situazione disperata avendo
perso il lavoro e non avendo più un posto dove stare, dal momento
che la mia residenza francese era facilmente rintracciabile dagli elementi
del mio vecchio ambiente.
Faccio presente
che una volta ottenuto tale aiuto economico, dall’ottobre 1994, avendo
fissato la mia residenza in un luogo molto lontano per motivi familiari
e di sicurezza, me la sono cavata da solo senza alcuna ulteriore misura
di protezione e tenendomi solo periodicamente in contatto con i due funzionari
che avevo conosciuto.
Non ho mai
saputo, nè mi interessa saperlo, per quale struttura dello Stato
lavorassero il dr. Madia e il Capitano Giraudo.
Per me sono
due funzionari dello Stato che hanno dimostrato correttezza, notevole competenza,
e profonde doti di umanità richiamandomi anche, e sempre, ai valori
morali della mia scelta.
Ciò
è avvenuto anche nei momenti più difficili tenendo presente
che, dopo la pubblicazione dell’articolo su La Nuova Venezia, la mia situazione
familiare nel Paese in cui mi trovavo si era notevolmente aggravata e sono
riuscito per molti mesi a reggere l’impatto psicologico di questa situazione
solo grazie ai contatti telefonici rassicuranti a tranquillizzanti con
il personale del R.O.S. carabinieri di Roma.
Nonostante
la rabbia ho accuratamente evitato di rilasciare interviste o mettermi
in contatto con giornalisti, in quanto non volevo mettere in difficoltà
lo sviluppo delle indagini e volevo mantenere, come sentivo mio dovere,
un comportamento lineare e sereno.
L’articolo
del giornalista Cecchetti è stato quindi veramente un episodio vergognoso,
punto conclusivo di un accanimento che questo giornalista ha mostrato nei
miei confronti e nei confronti della mia famiglia, anche con articoli pubblicati
in anni precedenti a questa istruttoria.
Oltre a
colpire me, come mi sono reso conto tornando in Italia, questo articolo
ha colpito anche il lavoro della Giustizia in quanto essendo pubblicato
su giornali veneti ha certamente spaventato molti possibili testimoni che
potevano certamente aiutare le indagini ed ha invece fatto il gioco dei
vecchi elementi di Ordine Nuovo che hanno le maggiori responsabilità
in queste vicende.
Ho trovato
estremamente ingiusto che quanto scritto dal Cecchetti, la cui amicizia
di lunga data con il P.M. di Venezia che si occupa di questa materia è
a Mestre e Venezia di dominio pubblico, non sia stata smentita da tale
Autorità che pure aveva il dovere di farlo e la possibilità
di informarsi delle modalità della mia collaborazione, che certo
non è stato un depistaggio, ma un aiuto offerto alle Autorità
inquirenti.
Ho provato
anche delusione per il comportamento della Procura di Milano che, da quanto
si legge sull’articolo del Cecchetti, sembra anch’essa non avere compreso
la mia collaborazione nonostante gli interrogatori che ho reso anche ad
essa e che perdipiù, nel mese di ottobre 1995, nel corso di un interrogatorio
in presenza di un ufficiale dei Carabinieri, mi aveva garantito l’avvio
di una forma di protezione all’estero, cosa che non è mai avvenuta.
Dal canto
mio sono invece rimasto sempre lealmente disponibile a rendere all’Autorità
Giudiziaria fra cui anche al Giudice Istruttore di Milano, dr. Lombardi,
tutti gli interrogatori che fossero ritenuti necessari, compresi i confronti
con altre persone del vecchio ambiente ordinovista”. (int .SICILIANO,
29.3.1996, ff.2-8).
Si noti che il racconto di Martino SICILIANO in merito alle sue peripezie dopo che la sua incriminazione era divenuta di dominio pubblico, al tentativo del gruppo di Delfo ZORZI di prevenire ogni sua possibile testimonianza e alla sua formale scelta di collaborazione sono in perfetta sintonia con quanto documentato dal S.I.S.Mi. (che ha evitato ogni attività di carattere solamente “informale” e quindi non controllabile) momento per momento, contatto per contatto, telefonata per telefonata nelle note via via trasmesse dal Funzionario operante alla Direzione del Servizio, dalla Direzione del Servizio al Reparto Eversione del R.O.S. e da tale reparto a questo Ufficio (vedi vol.45, fasc.1).
Tale doppio riscontro, testimoniale e documentale, testimonia la trasparenza dell’azione svolta dal S.I.S.Mi., che costituisce in tale settore il migliore esempio di azione di intelligence che sino a questo momento sia mai stato condotto dal nostro Paese.
I danni ai potenziali
risultati delle indagini in corso fra il 1995 e il 1996 cagionati dall’operazione
Cecchetti e dai suoi ispiratori non potranno comunque essere mai calcolati
nè riparati e in questo senso il rinvio a giudizio del giornalista,
richiesto e ottenuto nella primavera del 1997 dalla Procura di Padova anche
a seguito di querela presentata dal Direttore del S.I.S.Mi. dell’epoca,
generale Sergio Siracusa (caso, questo, unico nella recente storia giudiziaria),
per rispondere del reato di diffamazione aggravata, risarcisce solo in
parte e solo sul piano storico/morale l’indagine dei danni subìti.
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