Siamo abituati a pensare alla P2 come ad un rottame della storia,
o al massimo come un retaggio di un malaffare politico e massonico. Un
qualcosa fuori dal tempo che, di tanto in tanto, si ripresenta come un
insulto alle coscienze, e per questo, solo per questo, accende furibonde
reazioni.
Ma cos’è davvero la P2? Cos’è il sistema piduista?
Nel senso comune prevale ormai la formula che evoca il sistema di malaffare,
i faccendieri e i vecchi agenti segreti senza scrupoli, pronti a depistare.
Come se una progressiva «usura» del tempo avesse operato sulle
parole stesse «P2 e piduista», facendo diventare questi termini
etichette prive di contenuto. Insulti che, quando sono utilizzati, paradossalmente
bloccano sul nascere ogni ragionamento; diventano risposte scontate che
spengono ogni domanda.
La domanda, invece, va riaccesa. Bisogna comprendere che il «sistema
piduista», nei suoi valori e nelle linee strategiche, è un
credo politico ben strutturato. Non è semplice malaffare. E’, semmai,
una dottrina che ha fatto (e sicuramente fa ancora) leva sul malaffare,
sui burattini d’avventura, come gli scenari oscuri che sono comparsi intorno
al falso scandalo Telekom Serbia stanno ampiamente dimostrando. Gli obiettivi
che persegue, però, sono politici.
Null’altro che politici.
Ecco perché arretrare all’accezione insultante (e stereotipata)
di piduista è un limite, se non un grave errore, che non consente
di individuare le linee strategiche lungo le quali sta proseguendo il piano
di rinascita – il termine non è casuale – di una concezione autoritaria,
affaristica e sostanzialmente antieuropea che sempre più si va radicando
in una parte consistente della cultura politica conservatrice, moderata
nelle apparenze ma reazionaria nelle pulsioni primarie.
Vale la pena, quindi, analizzare serenamente (si fa per dire) quel
complesso di vicende che oggi, paradossalmente, hanno portato l’ex presidente
della Repubblica Francesco Cossiga ad affermare tranquillamente e sinceramente
che nel nostro paese si va riproponendo una «questione massonica»,
dal momento che stiamo assistendo ad un ritorno al passato, quando in alcune
logge si decidevano le sorti della politica e dell’economia.
Allora bisogna partire dalla questione delle questioni, che nella
politica piduista era rappresentata dalla stessa identità della
repubblica italiana. Una repubblica antifascista la cui Costituzione è
stata elaborata dalle forze politiche che avevano promosso la lotta di
Liberazione. Una eredità politica ce non è mai stata digerita
da quell’insieme di forze che si è storicamente radunato intorno
alla P2. I motivi sono del tutto evidenti: l’unità delle forze antifasciste,
o del cosiddetto «arco costituzionale», è stata sempre
vista come una ferita aperta da sanare al più presto perché
attraverso questo «mito» il Pci aveva ottenuto quella legittimità
democratica che mai e poi mai avrebbe dovuto avere. Colpa dei comunisti,
ma anche di tutti quei cattolici democratici che, pur nella diversità
e nell’asprezza dello scontro, non avevano mai voluto recidere le radici
comuni che univano le forze che avevano dato vita al patto costituzionale.
Ecco, dunque, perché nella logica piduista l’unità antifascista
andava sostituita al più presto con un’altra unità, che adottasse
uno sbarramento a sinistra e, nello stesso tempo, aprisse a destra, pur
rifiutando ufficialmente di accogliere in questo patto i neofascisti.
Per «rompere» questo patto, nella logica di Licio Gelli
e dei suoi seguaci, non c’erano che due strade: depotenziare il «mito»
dell’unità antifascista e dare una diversa lettura della lotta partigiana
per annullare il valore storico e politico e, come secondo passo, cancellare
la Costituzione che in quella storia aveva la sua scaturigine.
Proprio questa concezione è stata, negli anni Settanta, alla
base di alcune avventure eversive, a cominciare dal golpe Borghese, che
a dispetto dei nostalgici di Mussolini e dei repubblichini che avrebbero
dovuto portarlo a termine, non sarebbe stato un colpo di stato dichiaratamente
«fascista»; così come «fascista» non sarebbe
stato il progetto eversivo di Edgardo Sogno, passato alla storia come «golpe
bianco». Secondo questo schema, i mali d’Italia erano rappresentati
dal «pericolo comunista», ma anche dalla sostanziale «inaffidabilità»
democristiana il cui gruppo dirigente era ancorato ai valori della Costituzione,
né intendeva disfarsene. Da qui i continui timori del lento ma progressivo
e inesorabile scivolamento verso il «caos comunista» e la celebre
frase di Edgardo Sogno secondo la quale la sua organizzazione si era presa
l’impegno di «sparare» contro chiunque – i democristiani traditori
– avesse consentito al Pci di entrare nel governo.
Se queste sono, come sono, le premesse, si comprende come l’attuale
e sempre più stringente tentativo di minare i valori fondanti della
nostra Repubblica, la rivalutazione di Mussolini, del fascismo e della
repubblica di Salò, la volontà di equiparare – nel rispetto
dei morti – partigiani e repubblichini ovvero il desiderio di snaturare
il valore simbolico del 25 aprile e di annacquarlo nella condanna indistinta
dei regimi totalitari, siano passaggi ineludibili della strategia piduista.
Così come non si può certamente liquidare come una semplice
battuta infelice la frase di Silvio Berlusconi sulla “Costituzione sovietica”.
Su questo, come detto, varrebbe la pena di riflettere invece di
limitarsi ad utilizzare il termine piduista come insulto. A chiedersi come
mai, ad esempio, da un po’ di tempo a questa parte viene lasciato il solo
presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, a celebrare degnamente
il 25 aprile. O perché Berlusconi scelse questa data per ricordare
a Torino proprio Edgardo Sogno, decorato per il suo valore partigiano,
che in seguito, però, era diventato uno dei paladini dell’oltranzismo
anticomunista, fino ad approdare alla loggia P2 e a partorire progetti
eversivi. E c’è da chiedersi se non sia proprio per l’avanzare di
questa revisione di stampo piduista che è l’intera storia della
Repubblica ad essere messa in discussione. Non si spiegherebbe altrimenti
l’ossessione “comunista” che sembra pervadere Silvio Berlusconi ed i suoi
sudditi, impegnati a denunciare il grande complotto con il quale i “rossi”
(grazie anche all’inazione democristiana) si sarebbero infiltrati in tutti
i gangli dello Stato fino a conquistarlo.
Può servire, nel Duemila, agitare lo spettro comunista per
guadagnare qualche voto in più?
C’è di che dubitarne. E allora tanto zelo si giustifica con
il fatto che la “nuova” Italia che qualcuno ha in mente può essere
costruita solo sulle macerie della nostra Costituzione e della sua storia.
Cancellare la memoria dell’Italia repubblicana. Non c’è nulla di
più “piduista” di questo proposito. Eppure molti di coloro, per
i quali la P2 evoca qualcosa di negativo, si mostrano assai più
condiscendenti di fronte a questa deriva, magari ingannati da nobili slogan
come “pacificazione”, che sicuramente è un obiettivo da raggiungere,
ma che adesso è semplicemente un diversivo.
Ci sarebbe poi da riflettere su un altro particolare di non poco
conto: la collocazione internazionale della P2. Oggi, dopo molto tempo,
lo stesso ex preside Cossiga – che pure ha sempre criticato gli esiti della
commissione P2 presieduta da Tina Anselmi – è disposto ad ammettere
che la loggia di Licio Gelli è stata un centro di irradiazione dell’oltranzismo
atlantico. C’era la guerra fredda e in occidente l’anticomunismo aveva
differenti gradazioni. Nella loggia di Licio Gelli c’erano i “duri”; coloro
i quali pensavano, appunto, che l’unità antifascista fosse un orpello
e che ci volessero le misure forti. Così, proprio perché
espressione dei settori più rigidi dell’atlantismo, Licio Gelli
divenne uno dei referenti più apprezzati del partito repubblicano
degli Stati Uniti e, per essere più precisi, un referente della
destra repubblicana.
Oggi chi ha l’immagine del Gelli depistatore e faccendiere dimentica
che il Maestro Venerabile della P2, ad esempio, fu uno tra i più
attivi nel sostenere la candidatura di Ronald Reagan alla presidenza degli
Stati Uniti e si impegnò, anche per convincere i numerosi italo-americani,
a far pubblicare sul Corriere della Sera una serie di articoli che dovevano
mettere in buona luce lo sfidante del presidente uscente, Carter. Anche
per questo Gelli (oltre a lui c’era Francesco Pazienza) fu tra gli invitati
al ricevimento che si tenne negli Stati Uniti per festeggiare la vittoria
di Reagan.
L’Italia pensata dalla P2 era una repubblica legata mani e piedi
agli Stati Uniti. Anzi, a quei settori più reazionari e più
“oltranzisti” nella lotta contro il nemico che allora si chiamava comunismo.
Cosa c’è di differente dal governo di oggi, nel quale le spinte
ad ancorarsi ai voleri della destra repubblicana, oggi rappresentata da
Bush jr., sono così forti da mettere in discussione il ruolo dell’Italia
nel processo di unificazione Europea? Cambiano gli scenari ma, evidentemente,
il cordone ombelicale non è stato reciso. Ed ecco manifestarsi quegli
atteggiamenti da vassallo prostrato di fronte all’imperatore che nemmeno
negli anni Settanta, quando pure forte era la polemica sul “servilismo
atlantico” dell’Italia, si erano mai visti in simile maniera. Anche in
questo caso, non c’è nulla di più piduista.
Quella che abbiamo di fronte, dunque, è una precisa strategia
politica che oggi trova in Silvio Berlusconi la sua espressione ma che,
probabilmente, è una tendenza politica che sopravviverà a
Berlusconi, così come è sopravvissuta nel passaggio tra la
prima e la seconda repubblica. Politica che, come detto, fa spesso leva
sul malaffare, ma che non è materia esclusiva (anzi, è vero
il contrario) degli specialisti delle trame. Oggi, come detto, alcuni personaggi
comparsi a margine del caso Telekom Serbia e le spavalde dichiarazioni
di Licio Gelli rappresentano il volto di questo oscuro passato. Ma il problema
è che questo “passato” è presente. E siffatta strategia sta
ottenendo i suoi più significativi successi proprio là dove
la sensibilità democratica è meno sensibile o, se è
sensibile, reagisce solo appellandosi alla ritualità dei simboli.
Oggi il piduismo è più forte non solo perché ricompaiono
Gelli, Pazienza e uno stuolo di faccendieri. E’ più forte perché
si stanno minando le basi della nostra Repubblica secondo uno schema ben
collaudato. E nessuno, fino ad ora, ha davvero disinnescato quelle cariche.
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