In merito alla figura dell’on. RUMOR così si è espresso sinteticamente Carlo DIGILIO descrivendo i motivi di astio che l’ambiente di Ordine Nuovo coltivava contro la sua persona:
“L’Ufficio
chiede a DIGILIO se possa meglio specificare quali fossero le ragioni di
astio da parte dell’ambiente di Ordine Nuovo nei confronti dell’on. Mariano
RUMOR accennate nell’interrogatorio in data 12.10.1996, f.4, in relazione
al progetto di spingere BERTOLI ad attentare contro la vita dello stesso
RUMOR.
Questo è
un argomento molto importante e posso meglio spiegare i motivi di quella
che secondo Ordine Nuovo, tramite uno strumento come Gianfranco BERTOLI,
doveva essere una vera e propria vendetta e punizione nei confronti dell’on.
RUMOR.
Questi era
odiato poiché i dirigenti di Ordine Nuovo ritenevano che l’on. RUMOR,
Presidente del Consiglio nel dicembre 1969, avesse fatto il “vile” in quanto,
venendo meno alle promesse fatte, non aveva attivato un certo meccanismo
dopo gli attentati decretando lo “stato di emergenza” e mettendo in moto
i militari che avrebbero saputo che sbocco dare alla crisi.
Questa delusione
mi fu espressa da SOFFIATI e da MAGGI negli incontri di cui ho già
riferito, che avvennero dopo gli attentati del 12 dicembre, e cioè
quello con MAGGI pochi giorni dopo la strage e la cena con MAGGI e SOFFIATI
che avvenne allo Scalinetto nei giorni di Natale del 1969.
In particolare
MAGGI era deluso e disse che di fronte alla reazione dell’opinione pubblica
vi era stata una “ritirata” di RUMOR che aveva impedito un’immediata presa
di posizione dei militari.
Disse proprio
“presa di posizione” e non “presa di potere” nel senso che sarebbe stato
un primo intervento che avrebbe dato inizio ad un maggior controllo dei
militari sulla vita del Paese senza un vero e proprio colpo di Stato.
Ciò
avrebbe permesso comunque l’uscita allo scoperto dei NUCLEI DI DIFESA DELLO
STATO con funzione di appoggio e di propaganda in favore dei militari.
In seguito
il capitano CARRET mi confermò che quello era stato il progetto,
ben visto anche dagli americani, e che era fallito per i tentennamenti
di alcuni democristiani come RUMOR.
Mi spiegò
anche che nei giorni successivi alla strage le navi militari sia italiane
sia americane avevano avuto l’ordine di uscire dai porti perché,
in caso di manifestazioni o scontri diffusi, ancorate nei porti potevano
essere più facilmente colpite.
Anche con
Sergio MINETTO, a casa di Bruno SOFFIATI, vi furono da parte di quest’ultimo
commenti simili prima ancora dei colloqui che ebbi con CARRET”.
(DIGILIO, int.21.2.1997,
f.1)
Ciò non significa certamente che l’on. Mariano RUMOR fosse organizzatore o mandante di stragi come qualche giornalista, dopo l’audizione di questo giudice dinanzi alla Commissione Parlamentare sulle stragi e il terrorismo, ha titolato, suscitando il comprensibile sdegno di alcuni ex-esponenti della Democrazia Cristiana.
Significa piuttosto che il Presidente del Consiglio dell’epoca e una parte della D.C., ed anche e soprattutto il P.S.D.I., erano visti come il terminale che doveva concretizzare con le sue decisioni i frutti di una strategia politico/eversiva che, partendo da soggetti operativi come MAGGI, ZORZI e FREDA, attraverso mediazioni, probabilmente anche militari, che forse non saranno mai note, era in grado di indirizzare le scelte ai massimi vertici istituzionali.
Il racconto di Carlo DIGILIO non è isolato nel quadro della ricostruzione della strategia politica di Ordine Nuovo, discussa molto probabilmente a livello dei vertici romani dell’organizzazione.
Vincenzo VINCIGUERRA aveva parlato, sin dagli interrogatori resi subito dopo l’assunzione di responsabilità dell’attentato di Peteano e quindi in un’ottica di denunzia delle collusioni della destra apparentemente “rivoluzionaria” con apparati e strategie statali, della sospetta insistenza con cui il dr. MAGGI e Delfo ZORZI, più volte fra il 1971 e il 1972, gli avevano proposto di eliminare l’on. RUMOR, piano per la cui esecuzione era stata scelta la residenza dell’on. RUMOR nei pressi di Vicenza e in ordine alla quale “non vi sarebbero stati problemi con la scorta”, prospettandosi così complicità inaccettabili per il “puro” VINCIGUERRA (int. al G.I. di Venezia, 14.8.1984, vol.12, fasc.7, ff.136-138).
Anche Martino SICILIANO aveva appreso da Delfo ZORZI la stessa spiegazione in merito alle ragioni dell’astio contro l’on. RUMOR:
“In relazione
agli avvenimenti che ci interessavano Delfo ZORZI, all’inizio del 1970,
mi parlò della figura dell’on. Mariano RUMOR spiegandomi che da
lui l’ambiente di destra si era aspettato che, nella sua qualità
di Presidente del Consiglio, subito dopo i fatti del 12.12.1969 portasse
avanti la scelta di far proclamare lo Stato di Emergenza.
Sempre secondo
ZORZI, già prima dei fatti del dicembre vi erano stati contatti
fra alti esponenti di Ordine Nuovo a Roma e ambienti istituzionali, soprattutto
democristiani, per giungere ad una soluzione di quel tipo in caso di attentati
gravi.
Tale soluzione
sembrava sicura, ma dopo gli attentati del 12 dicembre l’on. RUMOR aveva
disatteso queste nostre aspettative e non si era sentito di portare avanti
questa scelta.
Per questo
l’on. RUMOR, agli occhi degli alti dirigenti di Ordine Nuovo fra i quali
ZORZI mi indicò MAGGI e SIGNORELLI, era visto come un traditore
e quindi andava prima o poi punito”.
(SICILIANO, int.
24.6.1997, f.4).
Tale complessiva ricostruzione trova corrispondenza in un documento molto particolare e precisamente un volumetto, riguardante gli attentati del 12.12.1969 e soprattutto quanto sarebbe avvenuto, sul piano politico/istituzionale, dopo gli attentati stessi, quasi sconosciuto anche agli studiosi del settore e mai preso in considerazione ed analizzato durante le precedenti istruttorie.
Si tratta del breve saggio politico-giudiziario “Il Segreto della Repubblica”, edito nel 1978 dalle sconosciute Edizioni FLAN e firmato da tale Walter RUBINI.
In realtà Walter RUBINI, come non è stato difficile accertare, è lo pseudonimo di Fulvio BELLINI e il libro è stato praticamente stampato in proprio avendo in precedenza le Edizioni FLAN stampato solo un altro volume scritto dallo stesso autore.
Fulvio BELLINI è un ormai anziano studioso e polemista residente a Milano, militante sino all’immediato dopoguerra del P.C.I. e in seguito, per un periodo, legatosi a Giorgio PISANO’ insieme al quale aveva collaborato a varie pubblicazioni di polemica politico/giudiziaria.
Le informazioni cui ha sovente potuto accedere Fulvio BELLINI non devono essere certamente di seconda mano se egli per primo, nel 1963, ha potuto prospettare (prima con una serie di articoli sul periodico “Il Secolo XX” e poi con un libro, il primo, appunto, pubblicato dalle Edizioni FLAN), con significative argomentazioni sia sul fatto sia sul movente, la morte di Enrico MATTEI, a bordo dell’aereo su cui viaggiava, come atto di sabotaggio attuato, forse, da elementi dell’O.A.S. al servizio di interessi politico-economici stranieri (cfr. atti trasmessi dal P.M. di Pavia, dr. Vincenzo Calia, vol.20, fasc.10, ff.21 e ss. e 43 e ss.).
Chiave di volta della ricostruzione operata nel volume pubblicato nel 1978 (che comunque non contiene, in merito all’esecuzione degli attentati, nulla che non fosse già noto alle indagini) è il compromesso, appunto “Il Segreto della Repubblica”, che sarebbe stato raggiunto il 15.12.1969, subito dopo il solenne funerale delle vittime della strage di Piazza Fontana, fra due ampie aree politiche, una autoritaria e quasi filo-golpista e una più cauta e non disponibile a ridurre gli spazi di democrazia, compromesso che comportava che il Presidente del Consiglio, on. Mariano RUMOR, non si adoperasse per la dichiarazione dello stato di emergenza e non decidesse di sciogliere le Camere e che tuttavia in cambio, quale condizione posta dalla componente autoritaria, si desse via libera alla prosecuzione della pista anarchica voluta dal Ministero dell’Interno e si rinunziasse ad approfondire la “pista nera” che il nucleo di p.g. dei Carabinieri di Roma aveva cominciato a battere con successo.
Gli antecedenti sul piano politico e i passaggi di tale situazione di compromesso, esposti nel volume, sono stati sintetizzati dall’Ufficio nella parte introduttiva alla testimonianza cui è stato chiamato Fulvio BELLINI in data 2.4.1997 dinanzi a questo Giudice Istruttore e al Pubblico Ministero:
“….l’Ufficio richiama l’attenzione del dr. Bellini sui seguenti passaggi della sua ricostruzione:
– scissione
del P.S.I. e formazione del P.S.U. nel luglio 1969, presuntivamente appoggiata
e finanziata da ambienti americani, e ruolo di tale Partito nei successivi
eventi di spinta verso soluzioni autoritarie, noti come “strategia della
tensione” conseguenti agli attentati;
– prevista
disponibilità, all’interno della medesima strategia (di cui braccio
operativo sarebbero stati Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale), del Presidente
del Consiglio, on. Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza e a
sciogliere le Camere nella prospettiva della formazione di un governo di
centro-destra con l’esclusione del P.S.I.;
– fallimento
di tale strategia a seguito dei dubbi e dei tentennamenti a mettere in
opera tali scelte da parte dell’on. Rumor, in particolare dopo i funerali
delle vittime della strage del 12.12.1969, e conseguente venir meno dell’obiettivo
politico degli attentati;
– formazione
comunque di un accordo a livello dei più alti vertici politici,
compreso l’on. Moro allora Ministro degli Esteri, affinchè non fosse
sviluppata la pista riguardante l’Aginter Press e Avanguardia Nazionale,
delineata nell’appunto del S.I.D. del 16.12.1969 e inizialmente sviluppata
da alcune indagini del Nucleo di p.g. dei Carabinieri di Roma (in particolare
nei confronti di Delle Chiaie) e di conseguenza avesse sviluppo a livello
di indagine di p.g. solo la c.d. pista rossa o anarchica avviata in particolare
dal Ministero dell’Interno”.
La testimonianza di Fulvio BELLINI si è sviluppata, nei suoi passaggi più importanti, nel modo che segue:
“….posso
innanzitutto confermare che la parte centrale e significativa del volume
stesso è la ricostruzione di quanto avvenne a livello politico nel
periodo immediatamente precedente e successivo agli attentati del 12 dicembre
1969 e di come le indagini presero in sostanza l’indirizzo che era più
consono alle scelte politiche prevalenti in quei momenti.
Faccio ancora
presente che pur avendo scritto il libro tra l’inverno 1977 e la primavera
1978, tanto che era praticamente già scritto quando fu rapito l’on.
Moro, avevo già raccolto le informazioni utili sulla parte centrale
dello stesso sin dall’inizio del 1970.
Quando avvennero
gli attentati, a livello di intuizione politico-storica e pur senza avere
inizialmente alcun dato diretto, mi ero subito formato la convinzione che
VALPREDA fosse un capro espiatorio e che gli anarchici fossero vittime
di un meccanismo ben più grande e articolato.
Dico questo
non per scelta politica, ma perché proprio sul piano storico e di
ricerca avevo compreso che alle spalle di questi attentati doveva esserci
un piano finalizzato a cambiare gli equilibri politici del momento.
La mia fonte
su quello che avvenne negli ambienti politici dopo gli attentati che ho
riportato nei capitolo VI e VII del libro fu, a partire dal gennaio 1970,
un conoscente inglese che frequentava gli ambienti giornalistici e diceva
di essere il corrispondente in Italia dell’Agenzia Reuter e che conobbi
al Circolo della Stampa, abituale punto di ritrovo di giornalisti, esponenti
politici e personaggi vari.
Sono tuttavia
certo che, così come altri soggetti che si qualificavano come giornalisti,
egli in realtà fosse un agente dell’Intelligence Service inglese.
Questo signore
aveva all’epoca circa 50 anni ed aveva un aspetto tipicamente inglese e
non si è mai presentato con nome e cognome, cosa che del resto io
non gli ho mai chiesto e che non è mia abitudine fare.
Ho continuato
a vederlo normalmente fino al 1975/1976 mentre in seguito gli incontri
si sono un po’ rarefatti quantomeno fino al 1987.
Ripeto che
la mia esperienza sin dai tempi della guerra, sia con agenti dell’O.S.S.
paracadutati in Italia sia con agenti inglesi mi faceva ben comprendere
con quale tipo di persona stessi parlando.
Anche per
la mia simpatia nei confronti di questi ultimi, cioè gli inglesi,
dopo la guerra rifiutai la Bronze Star americana.
Io e l’inglese
parlammo per la prima volta credo all’inizio del gennaio 1970, comunque
poche settimane dopo i fatti.
Egli mi
fornì in sostanza tutte le informazioni che io ho riportato nei
due capitoli centrali del libro e cioè che vi era stato un grosso
scontro istituzionale in sostanza fra l’area che aveva fatto capo a Saragat,
definibile come Partito americano, e l’area che aveva fatto capo a Moro,
scontro che aveva avuto il suo epilogo qualche giorno prima di Natale.
In sostanza
aveva vinto questa seconda linea che aveva dalla sua parte la possibilità
di mettere sul tavolo i primi risultati delle indagini delegate dal Ministro
della Difesa GUI, molto vicino a Moro, al controspionaggio militare e ai
Carabinieri e che stavano portando alla evidenziazione della responsabilità
di gruppi di estrema destra.
Per questa
ragione non era stato decretato lo stato di emergenza e non erano state
sciolte le Camere, come soprattutto i settori del rinato P.S.U. volevano,
anche se l’accordo si era comunque concluso lasciando da parte i risultati
delle prime indagini sulla destra e lasciando così che si sviluppasse
la c.d. pista rossa.
Sempre il
giornalista inglese mi disse che l’on. Rumor, che inizialmente faceva parte
dell’area del Partito americano, fortemente colpito dalla grande mobilitazione
popolare che vi era stata per i funerali delle vittime del 12 dicembre
1969, era stato colto da dubbi e si era alleato con l’on. Moro non consentendo
così che avvenisse una svolta autoritaria e soprattutto non consentendo
che fossero sciolte le Camere.
L’inglese
mi mostrò anche una copia dell’articolo dell’Observer del 14.12.1969
che ho citato all’inizio del capitolo VI e che indicava già a grandi
linee questo tipo di strategia.
Io non conoscevo
questo articolo poiché non leggevo l’Observer, ma comunque mi resi
conto che già dal 14 dicembre quel giornale aveva compreso e sintetizzato
la dinamica degli avvenimenti che l’inglese mi aveva ricostruito.
Con riferimento
a questo articolo, l’inglese mi disse che in realtà non era un semplice
commento giornalistico, ma una sorta di presa di posizione ufficiale ben
comprensibile negli ambienti politico-diplomatici, che intendeva disapprovare
la possibile destabilizzazione del nostro Paese a seguito di un eventuale
scioglimento delle Camere.
Ciò
era stato ben compreso ed era per queste ragioni che Saragat, stizzito,
aveva indotto il Governo ad una protesta diplomatica.
Comunque
da tale messaggio del giornale inglese, l’ala facente capo a Moro e a una
forte parte della D.C. aveva capito che non era isolata.
Io, ovviamente,
sino a quel momento non sapevo nulla del fatto che fosse stata iniziata,
anche se subito interrotta, un’indagine da parte del controspionaggio militare
che aveva intrapreso una strada ben diversa da quella che portava agli
anarchici del gruppo Valpreda.
Nel corso
di questo o di un secondo incontro, l’inglese mi fece vedere dei suoi appunti,
di cui presi nota, che riguardavano proprio gli avvenimenti e soprattutto
le indagini successivi al 12 dicembre così come li ho riportati
nel libro.
Ricordo
che l’inglese mi citò il fatto dell’immediato ritorno di Moro da
Bruxelles e il fatto che subito GUI lo informò dei primi esiti delle
indagini del servizio informazioni militare sviluppatesi poi con gli interrogatori
di DELLE CHIAIE da parte dei Carabinieri.
Io misi
da parte gli appunti che avevo potuto ricavare dai colloqui con l’inglese
e iniziai a svilupparli, sino a scrivere il libro, solo nel momento in
cui, intorno al 1973, le indagini sulla pista nera condotte prima a Treviso
e poi a Milano e l’evidenziazione del ruolo di personaggi come GIANNETTINI
mi diedero la certezza che si era trattato di informazioni esatte e di
prima mano.
Le notizie
politiche che l’inglese mi ha fornito si sono sempre rivelate esatte anticipando
sovente lo sviluppo di grossi avvenimenti politici nel nostro Paese e risultando
certo qualcosa di ben diverso dalla normale attività giornalistica.
Io non gli
ho mai chiesto, dopo l’inizio della nostra conoscenza in cui mi disse che
era della Reuter, per chi effettivamente lavorasse”.
(dep. Fulvio BELLINI,
2.4.1997).
In sostanza Fulvio BELLINI, anche nella sua testimonianza, ha confermato che sarebbero stati i dubbi e poi il cambiamento di campo dell’on. Mariano RUMOR nel dicembre 1969 a determinare il fallimento della strategia politico-istituzionale, gradita agli americani e alle aree politiche italiane ad essi vicine, che sarebbe stato l’obiettivo della campagna di attentati.
Fulvio BELLINI avrebbe ricevuto tali informazioni, sin dall’inizio del 1970, da un giornalista inglese, in realtà corrispondente dei servizi informativi di tale Paese, di cui si è ben guardato di consentire l’identificazione, anche se il rapporto con lo stesso sarebbe durato, e proficuamente, per molti anni.
Tale linea di acquisizione di notizie sembra verosimile tenendo presente, ad esempio, che nei giorni immediatamente successivi al 12 dicembre 1969 la stampa britannica più autorevole (dal TIMES all’OBSERVER) e portatrice del punto di vista del Governo non aveva avuto dubbi nell’indicare come “nera” la matrice della strage e nel ritenerla connessa ad un progetto di svolta autoritaria, mostrando di disporre di informazioni non di seconda mano (cfr. perizia del dr. Aldo Giannuli, f.142).
Sembra però difficile che le informazioni raccolte da Fulvio BELLINI si limitino a quelle raccolte nel 1970 dall’agente inglese e non siano state arricchite, in seguito, da altri dati di conferma anche in considerazione del fatto che il volume è stato scritto solo molti anni dopo, secondo l’autore fra l’inverno 1977 e la primavera 1978, e comunque pubblicato alla fine del 1978.
Non sembra un caso che nella nota aggiunta alla prefazione (pag.9), scritta certamente quando il testo era già stato scritto, Fulvio BELLINI sottolinei che la pubblicazione del c.d. memoriale Moro (quello rinvenuto in Via Montenevoso, a Milano, il 1°.10.1978) evidenzi “una impressionante analogia fra gli argomenti toccati dallo scomparso statista e quelli trattati nel “Segreto della Repubblica”.
A questo punto, tenendo presente che secondo il volume, scritto nel periodo corrispondente al rapimento dello statista, l’on. Aldo MORO (all’epoca Ministro degli Esteri) sarebbe stato uno dei principali artefici del “compromesso” del dicembre 1969 che aveva comunque arginato la linea oltranzista appoggiata dai filo-americani del P.S.D.I., compromesso che era stato possibile grazie al mutamento di campo dell’on. RUMOR (pagg.85-87), è possibile azzardare un’ipotesi.
Non è infatti escluso che Fulvio BELLINI, grazie ai poliedrici contatti di cui godeva sia a destra sia a sinistra (egli, nella testimonianza, si è in sostanza qualificato come un comunista amico dei fascisti e viceversa, mostrando stima nei confronti di entrambi i “rivoluzionari” Mussolini e Lenin), abbia potuto ricevere confidenze o anticipazioni in merito ai temi e alle linee di interpretazione toccate dall’on. MORO durante la sua prigionia, e in particolare quelle relative alla strage di Piazza Fontana e alla strategia della tensione, ricevendo da ciò conferma dei primi elementi raccolti nel 1970.
L’esame del “memoriale MORO” e in particolare del secondo testo rinvenuto nel 1990 in Via Montenevoso in una intercapedine (ammesso che anche tale testo sia completo) sembra avvalorare tale prospettazione e anche la ricostruzione di collaboratori di giustizia secondo cui la strage di Via Fatebenefratelli non sarebbe stato un episodio secondario e l’obiettivo sarebbe stato direttamente l’on. Mariano RUMOR, e non genericamente le personalità presenti, da punire per il “tradimento” del dicembre 1969.
Infatti nella parte del “memoriale MORO” dedicata alle riflessioni del “prigioniero” sulla strage di Piazza Fontana (si veda un estratto, vol.20, fasc.10, ff.14 e ss.), oltre ad accennare a “responsabilità che si collocano fuori dall’Italia” e al fatto che nella strategia della tensione doveva presumersi che “Paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati ad un certo indirizzo si fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi di informazione” (evidente richiamo, questo, agli Stati Uniti d’America e ai Paesi del Patto Atlantico), vi è una serie di riferimenti, ben 4 in poche pagine, all’on. RUMOR.
Leggendo con attenzione il testo si può notare che tutti i riferimenti all’on. RUMOR contengono, dopo la citazione del nome dell’esponente democristiano, un insistente riferimento al fatto che “egli stesso” sarebbe stato “destinatario dell’attentato BERTOLI” (o oggetto di attacco del BERTOLI o di un attentato, e così via), riferimenti pleonastici dopo la prima citazione, tenendo presente il fatto che l’avvenimento di Via Fatebenefratelli era ampiamente noto.
Perchè, allora, citare 4 volte l’attentato di Gianfranco BERTOLI (strage, per così dire, “minore” rispetto ad altre) nei passi relativi alla strage di Piazza Fontana e al ruolo dell’on. RUMOR?
Si ha la sensazione che l’on. MORO, in parte in ragione del suo stile e in parte della situazione di prigionia in cui si trovava, abbia voluto inviare un messaggio criptico che comunque imponeva lo stesso collegamento fra i due episodi, quello del 1969 e quello del 1973, emerso nella presente istruttoria.
In uno dei passaggi, l’on. RUMOR è anche definito “uomo intelligente ma incostante e di scarsa attitudine realizzativa”, definizione che sembra richiamare il comportamento incerto di RUMOR sino all’ultimo momento di quel dicembre 1969 messo in luce tanto dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia quanto dal saggio polemico di Fulvio BELLINI.
Se a ciò
si aggiunge il riferimento inequivoco contenuto nel memoriale (in un altro
passo, oltre a quelli citati, si legge: “…la presenza straniera, a mio
avviso, c’era”), l’insieme delle risultanze della presente istruttoria
ne risulta notevolmente rafforzata e, in prospettiva, la strada dell’approfondimento
di tali collegamenti (e in primo luogo delle “fonti” di Fulvio BELLINI)
potrebbe ancora essere utilmente percorsa.
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