Carlo DIGILIO è stato colto da un moto di stizza allorché ha avuto notizia delle dichiarazioni del Procuratore Aggiunto di Milano, dr. Gerardo D’Ambrosio, in occasione della commemorazione della strage di Piazza Fontana tenuta a Palazzo Marino il 12.12.1996, dichiarazioni da cui traspariva un disinteresse di tale Ufficio per gli elementi emersi in merito al “controllo senza repressione” dell’attività di Ordine Nuovo da parte delle strutture informative americane, al coinvolgimento di queste ultime negli avvenimenti del 1969 e alla conseguente coniugazione, sul piano politico/strategico, della c.d. pista interna, e cioè l’attività di collusione e depistaggio dei nostri servizi di sicurezza, con la c.d. pista internazionale, in realtà due facce della medesima medaglia.
Poiché anche gli interventi fuori luogo sono talvolta utili, Carlo DIGILIO, il 14.12.1996, al momento dell’apertura dell’interrogatorio, ha inteso spontaneamente rivelare quanto a sua conoscenza (e mai riferito prima) in merito all’attentato all’Ufficio Istruzione di Milano, episodio che aveva visto l’interessamento e il coinvolgimento proprio dell’ufficiale americano suo superiore, intendendo così anche confermare il ruolo svolto da tale struttura negli avvenimenti più gravi.
Carlo DIGILIO ha inteso, con tale racconto, rivolgersi in un certo senso anche al dr. D’Ambrosio, oggetto del suo moto di stizza, rivelando un episodio che, in base al suo ricordo, coinvolgeva direttamente il magistrato, ma sotto questo profilo è incorso in una sorta di sovrapposizione in quanto è vero che all’epoca il dr. D’Ambrosio svolgeva l’attività di giudice istruttore, ma non conduceva ancora le indagini sul terrorismo di destra e l’attentato, quindi, aveva un valore dimostrativo ed era diretto contro l’Ufficio Giudiziario in quanto tale e non contro uno specifico magistrato.
Ecco, comunque, il racconto di Carlo DIGILIO, assai dettagliato e preciso ad eccezione del parziale errore in merito all’obiettivo, dovuto all’emotività del momento:
“Negli ultimissimi
giorni, tramite la televisione e la stampa che mi è stata letta
da mio cognato, in particolare Il Corriere della Sera, Il Giornale e La
Repubblica, ho saputo che, in occasione delle commemorazioni per gli attentati
del 12 dicembre 1969 e relative manifestazioni, la Procura di Milano ha
espresso scarsa considerazione sulla fondatezza dell’interessamento della
C.I.A. in relazione ai gravi avvenimenti di cui ho parlato nel corso dei
miei interrogatori e ciò nonostante io abbia evidenziato moltissimi
fatti e sia stato l’unico, anche a rischio della mia vita, a parlare dell’attività
di una simile struttura.
Questa cosa
mi ha molto stizzito perché ho detto la verità e ritengo
di avere detto cose molto importanti, che sono state verificate e servono
a far luce sulla strategia di quegli anni”.
L’Ufficio dà atto che effettivamente, in particolare il giorno 13 dicembre sono apparse sulla stampa e anche in televisione delle sintesi dell’intervento svolto dal Procuratore Aggiunto di Milano, dr. D’Ambrosio, in occasione della commemorazione ufficiale relativa agli attentati del 12.12.1969 avvenuta in una sala di Palazzo Marino a Milano e che da tale intervento, come concordemente riportato da tali organi di informazione, emerge lo scarso interesse attribuito da tale Ufficio al possibile coinvolgimento di strutture americane in particolare nei fatti del dicembre 1969.
DIGILIO prosegue: “Poiché le cose stanno così e poiché mi sembra che non sia stato dato il giusto peso a quanto ho rivelato su ciò che gli americani sapevano, intendo immediatamente rivelare un altro episodio molto grave che riguarda proprio la persona del dr. Gerardo D’Ambrosio.
PROGETTO DI ATTENTATO CONTRO IL DR. GERARDO D’AMBROSIO
In un periodo
di tempo che, quantomeno in questo momento, non sono in grado di collocare
con esattezza, ma che comunque cercherò di fissare in base ad altri
ricordi dell’epoca, venne a Venezia il capitano David CARRET, allora già
mio referente nella struttura C.I.A.
Mi contattò
tramite il solito sistema di cui ho già ampiamente parlato e cioè
collocando un bigliettino nella buca delle lettere di casa mia a Sant’Elena.
Ci incontrammo,
come facevamo di solito, all’entrata del Palazzo Ducale in San Marco e
mi disse che intendeva parlarmi di una cosa molto delicata.
Mi disse
che la sua struttura aveva saputo a Roma, dall’ambiente di Ordine Nuovo,
che tale organizzazione stava progettando un grave attentato con esplosivo
contro la persona del Giudice milanese, dr. D’Ambrosio.
Mi spiegò
che tale attentato era stato ispirato da servizi segreti italiani e in
particolare la medesima struttura che aveva ispirato e spinto Delfo ZORZI
e il suo gruppo alla catena di attentati da loro commessi.
Non mi specificò
quale, fra le varie esistenti all’epoca, fosse tale struttura italiana
e del resto io non ero sufficientemente titolato a chiedergli spiegazioni
del genere e non sarebbe stato consono ai nostri rispettivi ruoli.
Mi disse
che molto probabilmente, visto che io avevo già svolto il ruolo
di “consulente” recandomi al casolare di Paese ed ero conosciuto come tecnico,
chi stava preparando tale attentato mi avrebbe in qualche modo contattato
o comunque interpellato per farmi controllare il corretto funzionamento
dell’ordigno.
Faccio presente
che certamente il capitano CARRET aveva saputo dei miei due accessi al
casolare di Paese tramite le relazioni del prof. Lino FRANCO.
CARRET mi
spiegò che un attentato di tal genere era contrario alla loro politica
e alle direttive dei servizi americani e del generale WESTMORELAND che
pure raccomandavano una durissima opposizione ai comunisti, ma senza però
provocare vittime in modo indiscriminato e che quindi un’azione del genere
non era ammessa e doveva essere contrastata anche per le ripercussioni
che aveva avuto.
Mi chiese
quindi di attivarmi, qualora fossi stato coinvolto, per vanificare e sabotare
tale progetto.
Faccio presente
ancora, per comprendere il contesto degli avvenimenti, che io avevo grande
stima del capitano CARRET che era un militare di grande esperienza ed equilibrato.
Effettivamente
circa un mese e mezzo dopo, il dr. MAGGI mi telefonò avvisandomi
che avrei avuto una visita.
Faccio presente
che per comunicazioni di tal genere il dr. MAGGI telefonava sempre, per
motivi di sicurezza, non da casa ma dall’Ospedale o da un telefono pubblico.
Mi specificò
che era stato lui a dare il mio indirizzo a questa persona che comunque
era una mia vecchia conoscenza.
Il giorno
dopo venne a casa mia Giovanni VENTURA; ricordo che si presentò
vestito in modo un po’ particolare, con occhiali da sole e un foulard e
sembrava uno dei tanti turisti che girano per Venezia.
Era solo
e aveva con una borsa di pelle nera.
Mi disse
che mi doveva dare un “ingrato compito” e cioè verificare se l’ordigno
che si trovava nella borsa era stato confezionato secondo le regole di
sicurezza per chi lo avrebbe trasportato.
Mi fece
vedere quanto aveva con sè e tirò fuori dalla borsa una delle
solite scatole militari portamunizioni, del tutto identica a quelle che
avevo visto al casolare di Paese.
All’interno
c’era un ordigno che così descrivo: c’era un tubo Innocenti sui
20 centimetri di lunghezza saldato ad un’estremità, mentre dall’altra
aveva una filettatura a cui era avvitato un tappo. All’interno del tubo,
che svitai, c’era della gelignite sfusa e un sacchettino di plastica con
il solito orologio Ruhla già pronto con il buco e il perno, una
pila da 9 volt, almeno così la ricordo, e dall’orologio partiva
il filamento al nichel-cromo e il fiammifero antivento che serviva da accensione.
Oltre a questo tubo, parte nella scatola e parte nella borsa, c’erano altri
4 o 5 candelotti di gelignite in carta rossa.
Notai che
l’innesco era fatto bene e naturalmente la batteria non era collegata e
l’orologio non era caricato.
Ricordo
che il filamento era avvolto sul fiammifero e fermato ad esso con dello
scotch.
VENTURA
mi disse che aveva avuto quel congegno a Mestre dal gruppo di ZORZI e del
resto io avevo riconosciuto la fattura dell’innesco che avevo già
visto a Paese durante il secondo accesso.
VENTURA
mi disse che era stato fortunato a riuscire a tornare libero, che si sentiva
comunque perseguitato e che l’ordigno doveva essere usato contro il Giudice
D’Ambrosio.
Io gli feci
subito notare che un ordigno del genere era di grande potenza e avrebbe
potuto provocare conseguenze più gravi di quelle di Piazza Fontana.
Gli spiegai
comunque che l’ordigno era in condizioni di sicurezza per il trasporto,
ma che comunque, per evitare conseguenze gravissime, si poteva al più
utilizzare a fine intimidatorio solo il tubo che conteneva non più
di mezzo candelotto di gelignite.
Inoltre,
per creare ulteriori difficoltà all’esecuzione di un attentato potenzialmente
tanto grave, staccai con una pinzetta la resistenza dal resto dell’orologio
senza farmi notare da VENTURA che, mentre svitavo il tappo del tubo si
era prudentemente ritirato in corridoio.
Richiusi
il tubo prima che VENTURA si avvicinasse e così lui non se ne accorse.
VENTURA
si trattenne a casa mia non più di un quarto d’ora e diede l’impressione
di avere accolto il mio consiglio e infatti disse che si sarebbe disfatto
dell’esplosivo in più.
Lessi qualche
giorno dopo sui giornali che era avvenuto a Milano un attentato dimostrativo
ed esattamente il rinvenimento di un ordigno inesploso, mi sembra proprio
nei pressi dell’Ufficio del dr. D’Ambrosio, e ricollegai quindi immediatamente
tale episodio di intimidazione a quanto era avvenuto durante la visita
di Giovanni VENTURA.
Passò
ancora qualche giorno e rividi a Venezia CARRET con il medesimo sistema
e nel medesimo posto.
Gli relazionai
quello che avevo fatto ed egli si congratulò con me dicendo che
avevo fatto un ottimo lavoro nel senso che avevo evitato una cosa molto
grave.
Mi disse
che la loro struttura era stufa di tollerare o appoggiare azioni di servizi
segreti italiani che avevano superato i limiti e scherzavano con il fuoco.
Mi confermò,
come già aveva fatto nel primo incontro, che erano concepite azioni
dimostrative in senso anticomunista, ma non massacri indiscriminati.
Questo mi
confermò quella che era stata sempre la mia sensazione e cioè
che CARRET avesse un’etica militare e non fosse disposto ad oltrepassarla.
Per quanto concerne il contesto in cui maturò il progetto, posso
dire quanto segue.
Il capitano
CARRET mi aveva detto che avevano recepito l’informazione sul progetto
nell’ambiente di Ordine Nuovo di Roma.
Io avevo
già saputo da SOFFIATI, in tempi precedenti, che Pino RAUTI era
in contatto con la struttura C.I.A. con la veste di informatore e di fiduciario
e ciò mi fu confermato dallo stesso capitano CARRET nel corso del
secondo incontro, quando parlammo del modo in cui essi avevano acquisito
la notizia del progetto”.(DIGILIO,
int. 14.12.1996, ff.1-4).
L’attentato descritto da Carlo DIGILIO è certamente quello del 24.7.1969 allorchè, in un corridoio dell’Ufficio Istruzione, sopra una mensola di marmo (l’attentato era infatti diretto contro l’Ufficio come tale e non contro un singolo magistrato), fu rinvenuto un ordigno inesploso, probabilmente ormai abbandonato da molte ore, formato da un tubo di metallo filettato con un coperchio avvitato e all’interno della gelignite sfusa, di colore rosso, e con il sistema di innesco formato da un orologio RUHLA, un detonatore e polvere nera.
L’ordigno era a sua volta celato all’interno di una scatola di cartone della lozione per capelli “Endoten”, apparentemente abbandonata per caso (cfr. nota della Digos di Milano in data 18.12.1996 e atti allegati, vol.8, fasc.7, e copia della perizia disposta all’epoca dal Giudice Istruttore, vol.15, fasc.4, ff.19 e ss.).
L’ordigno, di fattura molto particolare, era quindi esattamente come è stato descritto da Carlo DIGILIO, ad eccezione della presenza della polvere nera e del detonatore al posto del fiammifero antivento, particolare che comunque il collaboratore ha precisato nel successivo interrogatorio in data 30.12.1996, nel corso egli ha anche spiegato le ragioni per cui aveva indicato erroneamente il Giudice Istruttore, dr. D’Ambrosio, come diretto obiettivo dell’attentato:
“Ricordo
che l’esplosivo era di colore rosso scuro ed era compresso nel tubo.
Il congegno
di innesco era costituito dal solito orologio, e, ripensandoci meglio,
era completato non dal fiammifero antivento, ma da polvere nera e da un
detonatore.
Il filamento
di lampadina, che funzionava da resistenza una volta chiuso il circuito,
faceva accendere la polvere che faceva a sua volta accendere il detonatore
provocando poi l’esplosione dell’ordigno.
Per quanto
concerne il periodo in cui l’episodio è avvenuto, esso si colloca
d’estate, qualche mese dopo il mio secondo accesso al casolare di Paese.
L’Ufficio
a questo punto mostra a DIGILIO le fotografie allegate al rapporto della
Digos di Milano in data 18.12.1996 concernente il fallito attentato avvenuto
il 24.7.1969 in danno dell’Ufficio Istruzione di Milano essendo l’ordigno
stato collocato in un corridoio di tale Ufficio.
DIGILIO,
dopo avere visionato le fotografie, dichiara:
Le fotografie
riproducono in ogni suo aspetto esattamente l’ordigno che aveva VENTURA
e cioè tubo metallico filettato, orologio RUHLA con il solito perno,
sacchetto di cellophane e fili elettrici con lo scotch adesivo.
L’attentato
è quindi certamente quello di cui ho parlato.
L’Ufficio fa presente a DIGILIO che all’epoca il dr. D’Ambrosio non era ancora titolare di indagini concernenti la cellula padovana.
Evidentemente
nel corso del precedente interrogatorio, anche in quanto ero molto turbato
per le dichiarazioni che mi erano state lette, avevo sovrapposto due elementi
e cioè l’obiettivo dell’attentato, che era appunto l’Ufficio Istruzione
di Milano, e l’astio che il gruppo aveva maturato, negli anni successivi,
contro il dr. D’Ambrosio, titolare delle indagini sulla strage di Piazza
Fontana e sul gruppo veneto.
Il dr. D’Ambrosio
era infatti divenuto solo in seguito, per noi e per tutta la destra, il
nome noto all’interno dell’Ufficio Istruzione di Milano, e il fallito attentato,
pur avendo per obiettivo il medesimo Ufficio, non era diretto contro la
sua persona che non ci era ancora nota.
Comunque
mi sembra di ricordare che VENTURA, quando venne a casa mia, fece cenno
a qualche motivo di rancore contro la giustizia per qualche guaio giudiziario
che aveva avuto.
Aggiungo
che VENTURA ribadì anche che ordigni di quel tipo si potevano confezionare
ed eseguire con una spesa di 100.000 lire. Egli faceva spesso di questi
discorsi perchè era molto attaccato al denaro”. (DIGILIO,
int. 30.12.1996, ff.1-2).
Anche Martino SICILIANO, durane le riunioni tenute presso la libreria “Ezzelino” di Padova, aveva avuto notizia dell’attentato all’Ufficio Istruzione di Milano:
“….ricordo
che questo episodio avvenne nel 1969 in un periodo intermedio fra l’attentato
al Rettore dell’Università di Padova, prof. Opocher, e il periodo
degli attentati ai treni.
Se ne parlò
alle riunioni tenute alla libreria Ezzelino, a Padova, con la presenza
sia dei padovani sia dei mestrini, riunioni di cui ho già ampiamente
parlato e che si collocano appunto poco prima degli attentati ai treni.
L’attentato
al Palazzo di Giustizia di Milano era già avvenuto quando vi furono
alcune di queste riunioni e i padovani fecero capire che era stato FREDA
a deporre l’ordigno in quanto per via della sua professione di procuratore
legale aveva più facile accesso al Palazzo di Giustizia.
Ricordo
però che da tali discorsi emergeva che fosse stato VENTURA a spingere
perchè l’attentato avvenisse in quel preciso luogo forse anche a
causa di una questione personale nei confronti del Tribunale di Milano.
Ricordo
proprio che l’obiettivo era stato ricordato nei discorsi alle riunioni
come l’Ufficio Istruzione.
Preciso
che le riunioni che si tennero nell’ufficetto della libreria Ezzelino furono
in totale 4 o 5 e si tennero nel giugno/luglio del 1969 alla presenza dei
soli militanti di sicuro affidamento.
Non vi furono
riunioni a Padova dopo gli attentati ai treni anche perchè vi era
la sensazione che la Polizia stesse stringendo i controlli e avesse focalizzato
il gruppo FREDA soprattutto per l’attentato al prof. Opocher e l’incendio
alla Sinagoga di Padova.
Quindi da
quel momento gli incontri si spostarono sulla nostra zona, cioè
a Mestre.
L’Ufficio mostra a SICILIANO le fotografie allegate alla nota della Digos di Milano del 18.12.1996 relative all’attentato all’Ufficio Istruzione di Milano del 24.7.1969.
Non avevo
mai visto l’ordigno in questione, che peraltro ha una caratteristica particolare
rispetto agli altri per la presenza di un cilindro filettato.
Rilevo invece
che il congegno era contenuto in una scatola di lozione per capelli; tale
particolare è perfettamente in sintonia con le “istruzioni” che
venivano fornite proprio durante le riunioni di Padova.
Veniva infatti
spiegato, in particolare da parte di FREDA, che nel caso in cui gli ordigni
dovessero essere deposti in luoghi chiusi e frequentati, come potrebbe
essere l’Università o altro ufficio pubblico, dovevano essere utilizzati
contenitori esterni che dessero l’idea di un comune oggetto dimenticato.
Mi sembra
del resto che in uno degli attentati di quel periodo, forse proprio quello
in danno dello studio del Rettore dell’Università di Padova, sia
stato utilizzato un libro “scavato” all’interno in modo da lasciare posto
all’esplosivo.
Noto che anche in questo caso è stato utilizzato un orologio di marca RUHLA che è stata per molti anni una sorta di “firma” di Ordine Nuovo per gli attentati sia perchè erano orologi che costavano poco sia soprattutto per il richiamo di valenza simbolica ad un nome tedesco”.(SICILIANO, int. 20.12.1996, f.2).
L’attentato all’Ufficio Istruzione di Milano era stato uno degli argomenti toccati da Giovanni VENTURA durante la lunga semi-confessione al Giudice D’Ambrosio il 17.3.1973.
Giovanni VENTURA aveva dichiarato di aver accompagnato Franco FREDA a Milano la sera precedente il giorno dell’attentato e di aver incontrato di notte, alla Stazione Centrale, un misterioso romano che aveva consegnato loro l’ordigno che tuttavia VENTURA non aveva personalmente deposto al Tribunale in quanto era partito immediatamente per Milano.
Sulla base di tale monca e in parte fantasiosa confessione, tipica dell’atteggiamento di VENTURA, sia FREDA sia lo stesso VENTURA sono stati condannati per l’episodio del 24.7.1969, al termine dei dibattimenti celebrati a Catanzaro e quindi esiste già una statuizione definitiva in ordine alla responsabilità della cellula padovana per tale attentato.
Il racconto di Carlo DIGILIO, tuttavia, consente ora di collocarlo con maggiore precisione all’interno della campagna terroristica del 1969, in quanto per la prima volta è emerso come effettivamente fu preparato l’ordigno, utilizzando ancora una volta i candelotti di gelignite, e soprattutto è emersa, anche in relazione a tale episodio, l’unità operativa fra la cellula padovana e la cellula mestrino/veneziana.
Di grande importanza per la ricostruzione complessiva è poi il coinvolgimento della struttura informativa americana, che era al corrente dei progetti del gruppo ed era favorevole ad un attentato meramente dimostrativo, come pure, ovviamente, l’indicazione di DIGILIO in merito ai rapporti fra tale struttura e il Centro Studi Ordine Nuovo di Pino RAUTI a Roma, rapporti che avevano evidentemente consentito agli americani di acquisire le notizie sul nuovo attentato che era in progettazione.
Sembra in sostanza che si fossero costituiti due rapporti fiduciari e di disponibilità a rendere noti i propri progetti nel contesto di una linea strategica che poteva essere comune: a Roma fra il livello centrale della struttura informativa americana e direttamente i dirigenti del Centro Studi Ordine Nuovo; in Veneto, a livello periferico, fra Sergio MINETTO, fiduciario della struttura americana, e il dr. MAGGI, responsabile di Ordine Nuovo per il Triveneto.
Gli attentati sui dieci convogli ferroviari dell’8/9 agosto 1969, finalizzato soprattutto a dimostrare che la struttura terroristica disponeva di molte cellule ed era in grado di colpire contemporaneamente in ogni parte d’Italia (ottenendo così il risultato di spaventare al massimo la popolazione proprio mentre era in pieno svolgimento l’esodo estivo), hanno seguito di pochi giorni l’attentato più “mirato” e istituzionale contro l’Ufficio Istruzione di Milano.
Carlo DIGILIO ha descritto praticamente in diretta l’ultima fase preparatoria della giornata dell’8/9 agosto quando, il 16.5.1997, ha raccontato il suo terzo accesso al casolare di Paese e i passi salienti di tale interrogatorio sono ampiamente riportati nel capitolo 12.
Quel giorno, all’interno del casolare, VENTURA, ZORZI, POZZAN e DIGILIO avevano sistemato il tritolo e il congegno di innesco all’interno delle scatolette di legno preparate da POZZAN e le scatolette, impacchettate con carta da regalo affinchè non destassero sospetti quando fossero state deposte negli scompartimenti, erano state divise fra ZORZI e VENTURA i quali dovevano affidarle a chi materialmente avrebbe dovuto operare (int. 16.5.1997, ff.4-6).
Uno di questi era Marcello SOFFIATI il quale, alla Stazione di Mestre, aveva deposto uno dei pacchetti su un treno della linea Venezia-Milano, come DIGILIO aveva appreso pochi giorni dopo dallo stesso SOFFIATI (int. 13.7.1996, f.3), aiutato da un giovane veneziano, uomo di fiducia del dr. MAGGI (int. 16.5.1997, f.3), identificato, con un buon margine di probabilità, grazie agli atti trasmessi dal G.I. di Venezia, dr. Carlo Mastelloni, in Mario FASSIRON (int. 26.6.1997, f.3), purtroppo recentemente deceduto prima di poter essere interrogato.
Del resto Carlo DIGILIO, già prima di tale accesso al casolare di Paese, aveva visto nell’Ufficio di Giovanni VENTURA, a Treviso, alcune scatole di legno molti simili a quelle che sarebbero poi state usate per contenere gli ordigni esplosivi da deporre negli scompartimenti dei treni (int. 13.7.1996, f.1) ed ha riconosciuto senza alcun dubbio, nelle fotografie raffiguranti le scatolette di legno che avevano contenuti i due ordigni rimasti inesplosi in occasione degli attentati dell’8/9 agosto 1969, i contenitori che erano stati preparai da Marco POZZAN nel casolare di Paese (int. 4.10.1996, f.3, con riferimento ai fascicoli dei rilievi tecnici trasmessi dal R.O.S. Carabinieri e dalla D.C.P.P. del Ministero dell’Interno).
Il dr. Carlo Maria MAGGI, inoltre, in una riunione di “consuntivo” tenuta a Colognola ai Colli nel settembre 1969, poche settimane dopo gli attentati, con la presenza di DIGILIO e SOFFIATI, aveva fatto presente che per gli attenatti dell’8/9 agosto erano stati utilizzati tutti i militanti disponibili delle cellule di Mestre, Trieste, Rovigo, Vicenza e Verona, così da realizzare un’altra tappa del programma e anche dare “una dimostrazione agli americani della capacità di agire in modo diffuso e coordinato” (int. 22.6.1996, f.3).
Spostandosi per un momento in avanti sul piano temporale, ma sempre in tema di attentati a linee ferroviarie commessi dalla struttura veneta di Ordine Nuovo, merita di essere ricordato quanto riferito da Carlo DIGILIO in merito ad un grave episodio successivo, quello avvenuto in provincia di Vicenza, sulla linea ferroviaria all’altezza di Grumolo delle Abbadesse:
“Ho acquisito
nel gruppo alcune notizie in merito ad un attentato che avvenne in danno
della linea ferroviaria nei pressi di Vicenza.
L’episodio
si colloca in un periodo successivo agli attentati del 12.12.1969, ma precedente
al prelevamento dell’avv. FORZIATI e alla sua presenza in Via Stella.
Me ne parlò
Marcello SOFFIATI con toni critici, dicendomi che facendo attentati di
questo genere si rischiava di ritonare a commettere episodi molto gravi
che avrebbero danneggiato e non aiutato la nostra area politica.
Mi disse
che in concomitanza con una visita del Maresciallo TITO in Italia, i triestini
che avevano ovviamente forti motivi di odio nei confronti di TITO, aiutati
dai mestrini, avevano fatto esplodere una carica su un binario nei pressi
di una stazione di cui ricordo il nome: Grumolo delle Abbadesse.
Non conosco
specificamente tale località, ma mi fu detto che era nella zona
di Vicenza.
Il racconto
di SOFFIATI avvenne poco tempo dopo il fatto, mentre ci trovavamo a Colognola
in occasione di una festa in onore di Bruno SOFFIATI.
Marcello
mi fece cenno, quali responsabili dell’azione, NEAMI per il gruppo triestino
e ZORZI per il gruppo mestrino”. (DIGILIO,
int. 29.10.1996, f.4).
Il grave attentato era effettivamente avvenuto il 28.3.1971, in concomitanza con una visita del Maresciallo TITO in Italia, e il treno passeggeri diretto a Venezia che era transitato poco dopo aveva rischiato di deragliare, con conseguenze facilmente immaginabili, salvandosi solo grazie alla sua velocità e al fatto che le cariche di esplosivo avevano fatto saltare un pezzo notevole di rotaia (circa 72 centimetri), ma non sufficiente a impedire che il convoglio oltrepassasse di slancio il pezzo mancante.
L’episodio era già emerso nell’istruttoria concernente l’attentato di Peteano, in quanto Vincenzo VINCIGUERRA aveva riferito al G.I. di Venezia di essersi incontrato, uno o due giorni dopo l’attentato, a Mestre nella sede di Ordine Nuovo, con MAGGI, ZORZI, PORTOLAN e forse Francesco NEAMI e durante la riunione ZORZI e PORTOLAN gli avevano confidato di aver appena compiuto l’attentato sulla linea ferroviaria quale risposta al viaggio di TITO in Italia.
La mancanza, all’epoca, di altri elementi di prova e alcune imprecisioni in cui era incorso VINCIGUERRA (egli, probabilmente per errore di memoria, aveva inizialmente riferito che l’attentato era avvenuto in provincia di Vercelli invece che in provincia di Vicenza) avevano imposto al Giudice il proscioglimento istruttorio dei quattro indiziati (cfr. sentenza-ordinanza del G.I. di Venezia nel procedimento 1/89 G.I. depositata in data 29.1.1993, vol.7, fasc.2, ff.134 e ss.).
A distanza di tanti anni, le dichiarazioni di VINCIGUERRA, all’epoca isolate, hanno trovato conferma in quelle di Carlo DIGILIO ed è significativo che la comune operatività del gruppo di Mestre/Venezia e del gruppo di Trieste, anche negli anni successivi al 1969, sia confermata anche da questo episodio.
Poiché
già nell’istruttoria condotta dall’A.G. di Venezia agli indiziati
era stato contestato il reato di concorso in strage, in ragione dell’elevato
pericolo di deragliamento che aveva corso il convoglio, l’interrogatorio
di Carlo DIGILIO del 29.10.1996 è stato trasmesso da questo Ufficio
alla Procura della Repubblica di Milano per l’eventuale diretto esercizio
dell’azione penale in connessione con gli altri fatti di strage ascritti
al gruppo o, in alternativa, per la trasmissione degli atti alla Procura
della Repubblica di Vicenza competente per territorio.
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