Ecco il racconto di Carlo DIGILIO in merito a quanto avvenuto in Via Stella, a Verona, nel maggio del 1974:
“Spontaneamente
intendo riferire una circostanza della massima importanza e che riguarda
la gravissima strage che avvenne a Brescia.
Qualche
giorno dopo la cena con MAGGI, MINETTO e i due SOFFIATI di cui ho parlato
nel precedente interrogatorio, e precisamente non più di 4 o 5 giorni
dopo, Marcello SOFFIATI, su ordine del dr. MAGGI, fu mandato a Mestre a
ritirare una valigetta da Delfo ZORZI e con questa valigetta, in treno,
tornò a Verona nell’appartamento di Via Stella.
Io mi trovavo
lì e vidi Marcello SOFFIATI letteralmente terrorizzato.
Mi fece
vedere la valigetta, era tipo 24 ore, che conteneva una quindicina di candelotti,
non so se dinamite o gelignite, ma comunque diversi da quelli che aveva
procurato ROTELLI in passato e che erano entrati nella disponibilità
di ZORZI.
Insieme
ai candelotti vi era anche il congegno praticamente già approntato.
Era costituito
da una normale pila da 4,5 volt e da una sveglia grossa di tipo molto comune
con dei bilancieri che facevano rumore.
I fili erano
già collegati tra la pila e la sveglia e quest’ultima, inoltre,
aveva già il perno sistemato sul quadrante e le lancette con le
punte piegate in alto per facilitare il contatto.
Notai che
il quadrante della sveglia non era di vetro, ma di plastica.
Era una
sveglia veramente dozzinale e di poco prezzo.
SOFFIATI
era molto spaventato perchè anche se la sveglia era ovviamente ferma,
egli temeva che in qualche modo il congegno potesse entrare un funzione
poichè il perno era già ben inserito e il quadrante di plastica,
se toccato si schiacciava e poteva creare anche involontariamente il contatto.
Io gli dissi
che era stato un pazzo a portare quell’ordigno in treno da Mestre e di
buttare via nell’Adige quella roba appena avesse potuto.
SOFFIATI
però mi disse che su disposizione di MAGGI gli era stato in pratica
ordinato di andare a Mestre per ritirare il congegno da ZORZI per portarlo
poi a Milano, sempre in treno.
ZORZI aveva
detto che per quell’operazione era disponibile a mettere a disposizione
l’esplosivo e il congegno, ma non a fare altro.
SOFFIATI
era preoccupato e spaventato, ma alla fine mi disse che non poteva fare
altro che portare l’esplosivo dove gli era stato ordinato.
L’unica
cosa che potei fare fu quella di sollevare un po’ il perno dal quadrante
svitandolo con grande attenzione e riducendo così il pericolo di
un contatto non voluto.
Dopo pochissimi
giorni vi fu la strage di Brescia.
Marcello
apparve subito angosciato in modo terribile e da quel momento entrò
in contrasto definitivo con ZORZI e MAGGI ed io gli consigliai di abbandonare
definitivamente il gruppo.
Marcello
SOFFIATI ebbe la netta sensazione che ZORZI intendesse eliminarlo ed infatti
quando si trovò in qualche occasione a Mestre ebbe cura di tenere
una pistola alla cintola.
Da quel
momento, anche su mio consiglio, intensificò i viaggi all’estero,
in particolare in Spagna, per tenersi lontano dall’ambiente.
In sostanza
vi fu una progressione costituita dalla cena di Rovigo, di cui ho già
parlato e che fu molto importante sul piano strategico, dalla cena a Colognola
con MAGGI e MINETTO e appunto dall’arrivo di SOFFIATI a Verona con la valigetta.
Il tutto
nel giro di pochi giorni.
Secondo
me, in particolare a quella cena di Rovigo, fu decisa una vera e propria
strategia di attentati che si inserivano nei progetti di colpo di Stato
che vedevano uniti civili e militari e si inserivano nella strategia anticomunista
del Convegno Pollio del 1965.
Marcello
SOFFIATI parlò, come destinatari dell’ordigno, di gente delle S.A.M.
a Milano, senza specificare nomi.
Faccio presente
che
quando vi fu la cena con MINETTO e MAGGI in cui quest’ultimo preannunziò
l’attentato non disse in quale città sarebbe avvenuto, ma indicò
genericamente il Nord-Italia.
Dopo quella
cena io ero un po’ spaesato e rimasi ospite da Marcello SOFFIATI in Via
Stella e quindi ero lì quando lui partì per Mestre e ritornò
a Verona sapendo di trovarmi”.
In merito al luogo ove l’ordigno era stato prelevato da Marcello SOFFIATI, in un successivo interrogatorio (15.6.1996, f.3) Carlo DIGILIO ha precisato:
“Mi sono
ricordato un particolare che mi sembra importante.
Quando Marcello
SOFFIATI ritornò a Verona con la valigetta che Delfo ZORZI gli aveva
dato, mi disse che il ritiro della stessa non era stato poi così
semplice poichè aveva incontrato Delfo ZORZI a Mestre, ma aveva
poi dovuto seguirlo in direzione di Spinea e si erano fermati a MIRANO
dove ZORZI disponeva di una vecchia casa (Marcello la definì una
casaccia) in cui teneva sia del materiale di pelletteria sia gli esplosivi.
Dal racconto
di Marcello trassi l’impressione che fosse qualcosa di simile al casolare
che avevo visto anni prima a Paese”.
Il fabbricato indicato, sia pure indirettamente, da DIGILIO è stato individuato, anche grazie alla deposizione di Pietro LEVORATO che vi aveva lavorato all’inizio degli anni ‘80 per conto di Rudi ZORZI (dep. LEVORATO a personale del R.O.S., 18.7.1996), in quello ubicato in Via Miranese 104, al confine tra il territorio del Comune di Mirano e il territorio del Comune di Spinea (cfr. nota R.O.S. e allegati rilievi fotografici, 24.7.1996, vol.6, fasc.4, ff.46 e ss.).
Anche Martino SICILIANO si era recato in quel luogo alla metà degli anni ‘70 ricordando che all’epoca si presentava come un modesto casolare di campagna in mattoni rossi (mentre attualmente, dopo la ristrutturazione, ha l’aspetto di un capannone commerciale) e che già da parecchi anni i fratelli ZORZI e Roberto LAGNA lo utilizzavano per gli aspetti illeciti dell’attività commerciale che svolgevano nel campo della pelletteria, apponendo, all’interno dello stesso, i marchi di fabbrica falsi di Gucci o Valentino sulla merce destinata all’esportazione nei Paesi orientali (int. SICILIANO, 16.6.1996, ff.1-1; 2.8.1996, f.3).
Era impiegato in tale attività non solo Pietro LEVORATO (all’epoca cognato di SICILIANO avendone sposato la sorella Franca), ma anche Stefano TRINGALI, altro uomo di fiducia di Delfo ZORZI, e Martino SICILIANO ha ricordato che, oltre al casolare sito fra Mirano e Spinea, il gruppo disponeva, nei dintorni, di uno o due altri casolari simili, utilizzati per le medesime attività illecite (int. 16.6.1996, f.2).
Quanto riferito da Marcello SOFFIATI a Carlo DIGILIO, e cioè il prelevamento dell’ordigno nei pressi di Mestre in un casolare nella disponibilità del gruppo di Delfo ZORZI, è quindi del tutto verosimile e non è da escludersi che tale fabbricato, sicuro e lontano da occhi indiscreti, sia stato utilizzato sin dalla fine degli anni ‘60 come deposito di armi ed esplosivi in parallelo al casolare di Paese e poi, quando quest’ultimo era stato abbandonato (probabilmente non oltre l’inizio del 1970), in sostituzione dello stesso.
Infatti il casolare di Paese, facilmente raggiungibile da Treviso per VENTURA e da Padova per i componenti della cellula di Franco FREDA, era invece piuttosto distante da Venezia e quindi è verosimile che il gruppo mestrino/veneziano avesse bisogno di un nascondiglio di pronto uso e più prossimo alla zona ove operava e questo poteva appunto essere il casolare di Mirano.
E’ probabile che tale casolare, in qualche fase dell’attività del gruppo, sia stato anche il deposito della grande quantità di candelotti di gelignite, acquistati da Roberto ROTELLI , che Carlo DIGILIO non aveva mai notato nel casolare di Paese e il cui trasporto in un luogo lontano, anche per ragioni di sicurezza connesse ai rischi di trasudamento di tale tipo di esplosivo, poteva non essere ritenuto opportuno.
Tornando al racconto di Carlo DIGILIO in merito all’arrivo di Marcello SOFFIATI in Via Stella, a Verona, con l’ordigno prelevato a Mestre, si deve ricordare che Pietro BATTISTON e Roberto RAHO hanno fornito di tale episodio un racconto involontario ed anticipato che difficilmente può essere messo in discussione.
Infatti nella conversazione registrata nel settembre 1995 grazie all’intercettazione ambientale disposta dal P.M. di Venezia e illustrata nel capitolo 5, BATTISTON e RAHO si erano rallegrati che Carlo DIGILIO, di cui era ormai nota all’ambiente la scelta di collaborazione, non avesse comunque ancora parlato del fatto che Marcello SOFFIATI era partito il giorno prima della strage di Brescia alla volta di tale città con una valigia piena di esplosivo, e cioè proprio dell’episodio gravissimo che DIGILIO avrebbe riferito in termini analoghi qualche mese dopo, sviluppando le proprie dichiarazioni.
Si ricordi ancora che un altro significativo riscontro è costituito dal rinvenimento nell’abitazione di Silvio FERRARI (saltato in aria a Brescia pochissimi giorni prima della strage mentre stava trasportando un ordigno a bordo della propria motoretta) di un candelotto di gelignite proprio di marca jugoslava, corrispondente quindi al tipo di esplosivo di cui le strutture veneta e lombarda di Ordine Nuovo si erano procurate una grande quantità già a partire dalla fine degli anni ‘60 (cfr. verbale di sequestro in data 10.6.1974, vol.17, fasc.5, f.4 e perizia disposta dal G.I. di Brescia, ff.23 e ss.).
Non è possibile, allo stato, sapere se i candelotti e il congegno di innesco transitati a Verona e diretti con Marcello SOFFIATI alla volta di Milano e Brescia nel maggio 1974 siano stati poi effettivamente utilizzati, in tutto o in parte, per il confezionamento dell’ordigno deposto in Piazza della Loggia, a Brescia, in un cestino di rifiuti, la mattina del 28.5.1974.
E’ comunque
certo che tale episodio, descritto da Carlo DIGILIO e corroborato da importanti
riscontri, costituisce un elementi significativo della stabile operatività
della struttura di Ordine Nuovo dalla fine degli anni ‘60 quantomeno sino
al 1974, del raccordo strategico fra il gruppo veneto e i militanti della
Lombardia e della costante disponibilità e preparazione di ordigni
esplosivi di altissima capacità offensiva.
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