LA DEPOSIZIONE DI TULLIO FABRIS
La valutazione di una imputazione così delicata come quella di spionaggio politico-militare di cui al capo 33 di imputazione, mossa a Sergio MINETTO e Carlo DIGILIO e prospettabile anche nei confronti di alcuni ufficiali statunitensi e quindi contestata, forse per la prima volta dal dopoguerra ad oggi, nella presente istruttoria ad agenti appartenenti non a Paesi dell’Est-europeo, ma a Paesi della N.A.T.O., comporta innanzitutto l’esame dei fatti storici che sarebbero stati oggetto delle attività di spionaggio e collusione.
Il capo di imputazione, così come articolato, riguarda l’attività illecita della struttura informativa (e i motivi dell’illiceità saranno esposti nel capitolo 52) in relazione alla strage di Piazza Fontana e agli attentati che l’hanno preceduta, la strage dinanzi alla Questura di Milano del 17.5.1973 ed altre situazioni di carattere golpistico o eversivo o attività di depistaggio delle indagini riguardanti tali episodi, tutte avvenute in territorio veneto anche se proiettate su avvenimenti consumatisi prevalentemente a Milano.
E’ quindi necessario, prima di valutare sul piano penale l’illiceità e le conseguenze del comportamento di MINETTO, DIGILIO, del capitano CARRET e degli altri componenti della struttura informativa avente la sua base a Verona, esporre in modo sintetico, ma sufficientemente illustrativo, quanto emerso nel corso dell’istruttoria in relazione agli episodi più gravi e in particolare la strage di Piazza Fontana e la strage dinanzi alla Questura di Milano.
Tali eventi criminosi sono lo specifico oggetto di altre due indagini (condotte rispettivamente, con il rito vigente, da parte della Procura della Repubblica di Milano e, con il rito abrogato in regime di proroga, da parte del Giudice Istruttore dr. Antonio Lombardi) ed hanno visto nel giugno 1997, peraltro sulla base prevalentemente di elementi di prova comuni alla presente istruttoria, l’emissione di provvedimenti restrittivi nei confronti del dr. Carlo Maria MAGGI e di Delfo ZORZI per gli attentati del 12.12.1969 e nei confronti dello stesso dr. MAGGI, di Giorgio BOFFELLI e di Francesco NEAMI per la strage del 17.5.1973.
Non si intende né sarebbe necessario, in questa sede, duplicare le ampie e dettagliate motivazioni poste a base dei provvedimenti restrittivi del giugno 1997, ma appare tuttavia utile, sotto un profilo logico e ricostruttivo e al fine di offrire un immediato quadro di interpretazione dei comportamenti degli imputati accusati di avere fatto parte della rete americana, esporre, in modo sufficientemente organico e con riferimento comunque ai soli elementi emersi in questa istruttoria, il quadro probatorio formatosi in merito a tali due stragi e ai probabili collegamenti fra di esse sia in tema di comuni mezzi operativi sia in tema di movente di tali azioni (cfr., su tale ultimo punto, il capitolo 40 dedicato al ruolo dell’on. Mariano RUMOR).
L’esposizione degli elementi raccolti può iniziare con l’esame di una testimonianza che forse non è stata, sul piano esterno, eclatante come la collaborazione di Martino SICILIANO e Carlo DIGILIO, ma che sul piano storico e processuale risulta determinante per affermare la responsabilità della struttura veneta di Ordine Nuovo negli attentati del 12.12.1969 e sarebbe stata dirompente se gli elementi di prova che per ragioni di timore sono stati taciuti sino all’autunno del 1994, fossero giunti quantomeno prima della chiusura dei dibattimenti celebrati a Catanzaro.
Ci riferiamo alle nuove e complete deposizioni rese dall’elettricista di Padova, Tullio FABRIS, l’uomo che aiutò Franco FREDA nell’acquisto dei timers, a personale del R.O.S. Carabinieri in data 16 e 17 novembre 1994 e 9.12.1994 (e dalla moglie, Maria Paola BETTELLA, in data 17.11.1994), successivamente confermate con ulteriori precisazioni dinanzi a questo Ufficio in data 24.3.1995.
Il valore di tali dichiarazioni, la cui acquisizione alle istruttorie in corso costituisce un grande risultato sul piano della serietà e della capacità investigativa del personale del R.O.S. Carabinieri, è eccezionale.
Si può affermare con ragionevole certezza che tali dichiarazioni, tenendo presente che provengono da un uomo semplice che per tanti anni, per ragioni più che comprensibili, non aveva avuto la forza di raccontare tutto ciò che sapeva, se acquisite nel corso dei precedenti giudizi, ne avrebbero mutato l’esito facendo franare il castello difensivo dei componenti della cellula padovana.
Se le nuove dichiarazioni di Tullio FABRIS hanno valore solo storico nei confronti di Franco FREDA e Giovanni VENTURA, assolti, sia pure per insufficienza di prove, con sentenza definitiva, esse hanno invece pieno valore processuale e piena attualità nei confronti di altri componenti del gruppo quali il dr. Carlo Maria MAGGI e Delfo ZORZI.
Infatti questi ultimi sono attualmente accusati, come si desume anche dall’ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P. di Milano nel giugno 1997, di avere organizzato e commesso gli attentati del 12.12.1969 in concorso con FREDA, VENTURA e altri componenti della cellula padovana e di conseguenza i nuovi elementi emersi a carico dei componenti di tale cellula, fortunosamente assolti, sono pienamente utilizzabili nei confronti di MAGGI e ZORZI contribuendo a formare il quadro complessivo delle responsabilità della struttura veneta.
Del resto, come si delinea chiaramente dalle nuove deposizioni di Tullio FABRIS, gli insegnamenti tecnici che grazie a lui sono stati raccolti da FREDA e VENTURA nello studio legale padovano in merito al funzionamento dei timers erano destinati non ad essere utilizzati direttamente da costoro, ma ad essere travasati agli elementi che dovevano materialmente operare, e quindi certamente a Delfo ZORZI e ad altri componenti della cellula di Mestre/Venezia.
Passando all’esame delle dichiarazioni di FABRIS nel loro sviluppo storico e logico, bisogna innanzitutto ricordare che questi era estraneo al gruppo e a qualsiasi militanza politica ed era semplicemente l’elettricista che Franco FREDA, dopo averlo impiegato in alcuni comuni lavori da artigiano nella fase del rinnovo e dell’arredamento dello studio di Padova, aveva utilizzato per l’acquisto dei timers presso la ditta ELETTOCONTROLLI di Bologna senza spiegargli l’uso che intendeva farne.
Tullio FABRIS infatti, nel settembre 1969, aveva ritirato i 50 timers presso la ditta bolognese pagandoli con denaro anticipato da FREDA e consegnandoli poi alla segretaria dello studio.
Nell’istruttoria condotta prima dai giudici di Treviso e poi dai giudici di Milano, FABRIS aveva confermato l’intervento nell’acquisto dei timers e aveva aggiunto tre circostanze:
– nello studio legale di Padova aveva sentito discutere FREDA e VENTURA dei timers acquistati e ave a visto FREDA cederne uno a VENTURA;
– aveva acquistato per FREDA 5 metri di filo di nichel-cromo (cioè il filo poi utilizzato dal gruppo come resistenza nell’innesco degli ordigni);
– nel settembre 1969, FREDA gli aveva detto che i timers andavano messi all’interno di cassette metalliche e gli aveva chiesto di procurarne qualcuna (si ricordi l’uso, per la prima volta, di cassette metalliche nell’ottobre 1969 in occasione degli attentati di Trieste e Gorizia).
Nel corso della prima istruttoria, anche in sede di confronto con FREDA, Tullio FABRIS non aveva detto di più, pur confermando le precedenti dichiarazioni.
Quanto riferito sino a quel momento da Tullio FABRIS non era tutta quanta la verità e tutto quanto poteva interessare così da vicino l’istruttoria.
Nel corso delle deposizioni rese nel novembre 1994 a personale del R.O.S. e successivamente dinanzi a questo Ufficio egli ha innanzitutto spiegato la ragione della sua parziale reticenza rivelando di essere stato minacciato ben in tre occasioni, proprio mentre erano in corso le indagini milanesi, da persone vicine agli imputati e cioè Massimiliano FACHINI e Pino RAUTI.
Tali minacce sono state confermate anche dalla moglie di Fabris, Maria Rosa BETTELLA, che aveva assistito all’episodio avvenuto all’interno del negozio del marito e che aveva visto come protagonisti, insieme, RAUTI e FACHINI.
Ecco i passi più salienti delle dichiarazioni rese da FABRIS e dalla moglie in merito alle minacce subite:
“….Voglio
far presente che ho molto timore non per avere avuto un ruolo nella strage,
ma per essere stato trascinato, a causa della mia ingenuità e buona
fede, anche perché il Sig. FREDA appariva come un rispettabile avvocato,
in situazioni che mi hanno permesso di capire che si stavano realizzando
delle cattive azioni.
I miei timori
sono fondati, in quanto già nel passato ho subìto visite
intimidatorie, delle quali voglio parlare perché si sia coscienti
della mia situazione emotiva.
Preciso
che subito dopo il primo o il secondo verbale di cui mi è stata
concessa lettura (n.d.r.: si tratta di verbali di dichiarazioni rese nel
gennaio 1972 dal teste davanti al G.I. di Treviso) ricevetti la visita
di una persona che non conoscevo e che mi disse di chiamarsi FACHINI e
di essere un amico di FREDA e mi precisò di essere un amico di questi.
Ricordo
che era in un periodo freddo.
Il FACHINI
mi chiese di raccontargli quali erano state le domande fatte dai Giudici,
cosa alla quale io risposi, chiedendomi inoltre se avevo bisogno di aiuto
e se il lavoro andava bene.
Io gli risposi
che non volevo avere più alcun rapporto con loro.
Il FACHINI
in questa occasione non reagì in malo modo.
Voglio precisare
che in realtà la prima minaccia la subii proprio contestualmente
alla prima deposizione in Padova, allorquando mi incrociai con la mamma
di Franco FREDA che mi intimò di stare attento, in quanto mi avrebbe
mandato al creatore.
Successivamente,
sempre in periodo freddo invernale, nello stesso tempo in cui effettuavo
alcune deposizioni in Milano, il FACHINI rivenne, unitamente ad altra persona
a me al momento non nota, sempre presso la mia abitazione/negozio.
In questa
occasione era presente mia moglie ed alcuni clienti.
I due aspettarono
l’uscita dei clienti per iniziare a parlare, cosa che fecero solo con mia
moglie, in quanto io arrivai proprio nel momento in cui lei li stava cacciando
e la udii dire che gli avrebbe graffiato il muso.
Mia moglie
mi narrò che era stata minacciata in particolar modo dallo sconosciuto
che si era qualificato come milanese.
Riconoscemmo
poi in un articolo di giornale l’individuo che aveva accompagnato il FACHINI,
si trattava di Pino RAUTI.
L’ultima
minaccia la ebbi nel corso della Fiera Campionaria di quello stesso anno,
credo svoltasi in giugno, ove avevo una stand della Hoover.
Preciso
che si trattava dei lavori preparatori della Fiera.
Mentre ero
alla Fiera mi trovai improvvisamente di fronte al FACHINI, che fu molto
più duro della prima volta, tant’è che io ebbi il coraggio
di intimargli di non darmi più fastidio”. (dep.
FABRIS a personale del R.O.S. in data 16.11.1994)
“Non feci
allora presente quanto ho inteso oggi dire, poiché ero vittima di
una paura ben comprensibile: chi aveva osato tanto non avrebbe avuto alcun
timore ad eliminare scomodi testimoni.
Anzi le
minacce ricevute, senza che mi venisse accordata alcuna protezione, mi
rafforzarono nel convincimento che si era creata una situazione di estremo
pericolo per me e per i miei congiunti”. (dep.
FABRIS a personale del R.O.S. in data 17.11.1994)
“In conseguenza
delle testimonianze che resi, prima all’A.G. di Treviso e in seguito all’A.G.
di Milano, subii i tre episodi di minaccia che ho già riferito.
Il primo
avvenne nel mio negozio dopo essere stato sentito dall’A.G. di Treviso
e fu opera del solo Fachini.
Il secondo,
sempre in negozio, avvenne dopo essere stato sentito dall’A.G. di Milano
e avvenne ad opera di Massimiliano Fachini e di Pino Rauti e in tale occasione
era presente anche mia moglie.
Il terzo
episodio avvenne quando io lavoravo allo stand della Fiera Campionaria,
a Padova, e fu opera del solo Fachini.
Posso precisare
che prima di questi tre episodi avevo visto Massimiliano Fachini una sola
volta. Egli mi attese una sera davanti al mio box in fondo alla discesa
e me lo trovai a fianco proprio quando stavo per tirare su la saracinesca.
Il box si
trova proprio sotto la mia abitazione.
Egli si
presentò come Fachini e mi disse che era un amico di Freda. Mi chiese
se avevo problemi di lavoro e se avevo avuto qualche problema dal punto
di vista giudiziario.
Il suo tono
non era minaccioso e l’incontro fu breve e del resto era una persona abbastanza
di poche parole.
Io in quel
momento non ero ancora stato sentito dai giudici, mentre ero già
stato sentito dal dr. Stiz quando Fachini venne per la prima volta nel
mio negozio.
L’incontro
davanti al box si colloca circa un paio di mesi prima della prima venuta
di Fachini nel mio negozio.
L’incontro
alla Fiera avvenne invece nel maggio del 1972, che è il mese in
cui si tiene appunto la Fiera, quindi questa serie di “incontri” si colloca
fra l’autunno 1971 e la primavera 1972.
La seconda
volta in negozio, Fachini venne con una persona che egli disse venire da
Milano, era una persona con il cappello e il cappotto con il bavero alzato
e dimostrava circa 40/45 anni.
Durante
tutto l’incontro, a parte la presentazione da parte di Fachini, fu sempre
quest’uomo con il cappello a parlare con un tono minaccioso e da far paura.
Mia moglie reagì vivacemente minacciando di graffiarlo se non se
ne fossero andati subito. Fece anche il gesto di uscire da dietro il bancone
per raggiungerli.
Circa due
settimane dopo riconoscemmo con certezza l’uomo con il cappello in Pino
Rauti che apparve diverse sui giornali e in televisione perchè coinvolto
nell’istruttoria su Piazza Fontana.
Nel corso
delle deposizioni rese all’epoca non ho mai voluto narrare con precisione
tutti questi episodi per evidenti ragioni di paura connesse proprio alle
minacce che avevo subìto.
Infatti
a quel tempo queste persone sembravano in grado di fare del male, la nostra
è una famiglia semplice e non abbiamo conoscenze e abbiamo avuto
paura.
Posso aggiungere
che subito dopo la visita di Fachini e Rauti avevo sollecitato un aiuto
al maresciallo Toniolo dei Carabinieri che lavorava al Tribunale di Padova.
Chiedevo
sorveglianza e protezione, ma in realtà non ho mai visto nulla,
le risposte del maresciallo erano generiche e anzi mi consigliò
di non mettermi in mezzo e di limitare le mie testimonianze al minimo indispensabile.
In sostanza
il maresciallo Toniolo mi ascoltava quasi con fastidio.” (dep. FABRIS
a questo Ufficio, 24.3.1995)
“Prendo atto
che, dopo avermi resa edotta di quanto deposto da mio marito, mi si richiedono
ulteriori particolari in merito all’episodio di cui fui protagonista.
A questo
proposito faccio presente che, pur non potendo ricordare con precisione
l’epoca, nel periodo invernale in cui mio marito rese le sue deposizioni,
si presentarono nel negozio due sconosciuti, che attesero che io avessi
finito di servire i clienti che si trovavano al bancone in quel momento.
Usciti i
clienti, i due mi si avvicinarono e il più grande di età,
quello che indossava un cappello ed un cappotto, con il bavero alzato,
mi venne presentato dal più giovane come persona proveniente da
Milano.
A questo
punto iniziò a parlare l’uomo con il cappello che mi disse: “Vengo
per il caso FREDA, voglio sapere quello che suo marito ha detto ai Carabinieri
e alla Magistratura negli interrogatori”.
Preciso
che il tutto fu detto con fare molto autoritario, anzi con prepotenza e
in modo che io rimanessi bloccata in un angolo del magazzino.
Risposi
che non avevano alcun diritto di fare quelle domande e li invitai con fermezza
a recarsi dai Carabinieri o dai Magistrati per apprendere quanto volevano.
Quello col
cappotto ribattè che: “Lei si rende conto con chi sta parlando?”
e continuò formulando frasi intimidatorie, al che mi avvicinai verso
di lui con l’intento di graffiargli il volto e questi a mo’ di difesa si
girò dirigendosi verso l’uscita.
Io aprii
la porta così da dargli modo di andarsene dal negozio e, proprio
poco prima di uscire a seguito dell’uomo più giovane, si girò
su se stesso pronunziando le seguenti parole: “Le ripeto che lei non sa
chi sono io e vedrà le conseguenze”.
Sul vialetto
i due si incrociarono con mio marito che, successivamente, chiedendomi
che cosa era accaduto, mi informò che l’uomo senza appello era il
FACHINI…..specifico che l’uomo senza copricapo rimase, tranne la frase
iniziale, sempre muto.
Circa due
settimane dopo, rivedemmo l’uomo con il cappello, che era venuto nel negozio,
in televisione, dove venne indicato come Pino RAUTI.
Ovviamente
prestammo attenzione ai quotidiani e rivedendo la foto di Pino RAUTI avemmo
la piena certezza che era colui che si era recato in negozio accompagnato
dal FACHINI”. (dep.
BETTELLA a personale del R.O.S. in data 17.11.1994).
Si noti che il riferimento temporale fornito da FABRIS in relazione alla persona di RAUTI è esatto.
FABRIS, infatti, era stato sentito dal G.I. di Milano, dr. D’Ambrosio, dal 19 al 22 gennaio 1972 e al personale del R.O.S. ha fatto presente di essere stato minacciato da RAUTI e FACHINI poco tempo dopo, nel suo negozio, e di avere riconosciuto, ancora pochissimo tempo dopo, RAUTI in televisione in quanto tratto in arresto per concorso nella strage di Piazza Fontana.
Il mandato di cattura nei confronti di Pino RAUTI è stato effettivamente emesso dai Giudici milanesi il 2.3.1972 e quindi la scansione temporale indicata da Tullio FABRIS è assolutamente esatta.
Quanto esposto da FABRIS conferma che questi non aveva riferito, nel corso dell’istruttoria, tutti i particolari dei suoi rapporti con FREDA e VENTURA (in caso contrario, del resto, le minacce sarebbero state inutilmente pericolose), ma soprattutto rivela come, per proteggere la posizione di FREDA, si sia attivato addirittura Pino RAUTI, cioè il vertice di Ordine Nuovo, evidentemente nella consapevolezza che l’aggravarsi delle prove a carico di FREDA e VENTURA ed un loro eventuale crollo dinanzi agli inquirenti avrebbe inesorabilmente travolto l’intera struttura dal centro alla periferia.
Il coinvolgimento delle più alte strutture gerarchiche di Ordine Nuovo è del resto in corrispondenza con il complessivo racconto di Carlo DIGILIO, il quale ha riferito che Pino RAUTI aveva partecipato a Padova ad una riunione preparatoria della strategia degli attentati (int. 16.5.1997, ff.3-4) e che, secondo il quadro fornitogli da Delfo ZORZI, tutto era stato deciso a Roma d’intesa con apparati istituzionali.
Passando all’esposizione delle nuove circostanze rivelate da Tullio FABRIS, questi ha riferito di non essersi limitato a rendere possibile l’acquisizione dei timers da parte di Franco FREDA, ma che nello studio legale di Padova vi erano stati ben tre incontri grazie ai quali FREDA e VENTURA avevano imparato a far funzionare gli inneschi, anche con prove pratiche che avevano avuto pieno successo, l’ultima delle quali collegando direttamente uno dei timers alle restanti parti del sistema di attivazione.
Vediamo cosa avvenne nei tre incontri, che costituiscono una prova del nove delle responsabilità del gruppo veneto:
– In un primo incontro nello studio legale, presente solo FREDA (dep. FABRIS al R.O.S., 17.11.1994, f.2; al G.I., 14.3.1995, f.1) viene provato l’innesco formato da: batteria, filo elettrico al nichel-cromo e fiammifero antivento (procurato da FREDA; dep. 24.3.1995, f.3); quest’ultimo, grazie al surriscaldamento del filo elettrico al momento della chiusura del circuito, si accende.
Tale incontro avviene prima dell’acquisto dei timers e Franco FREDA rimane soddisfatto della prova (dep. 5.12.1994, f.1).
Tullio FABRIS ha descritto tale primo esperimento, effettuato quando non erano ancora disponibili i timers, con spontaneità e nello stesso tempo con l’estrema precisione tecnica che gli deriva dalla sua professione (dep. 17.11.1994, f.2).
Si noti che il particolare relativo all’utilizzo del fiammifero antivento è di estrema importanza poichè si tratta della miglioria suggerita dal prof. Lino FRANCO in occasione del secondo accesso al casolare di Paese (int. DIGILIO, 10.10.1994, f.3) ed il fatto che Franco FREDA si sia impadronito di tale espediente tecnico testimonia il travaso delle conoscenze all’interno del gruppo nel periodo in cui il miglioramento dei sistemi di innesco era in fase di continua sperimentazione.
– Il secondo incontro, sempre nello studio di FREDA, presente anche VENTURA, avviene dopo l’acquisto dei timers ed ha carattere teorico in quanto i due si limitano a chiedere a FABRIS in che modo l’innesco provato nel corso del primo incontro possa essere collegato ad un timer.
FREDA annota tutto su un foglio (dep. 5.12.1994, f.1).
Franco FREDA aveva giustificato a FABRIS tale richiesta di informazioni affermando che il timer, con il suo meccanismo di attivazione in ritardo, doveva servire alla “partenza di più missili” (dep. 5.12.1994, f.1).
– Nel terzo incontro, quello decisivo, sempre presenti FREDA e VENTURA, avviene la prova pratica.
Uno dei timers acquistati tramite FABRIS viene collegato al congegno elettrico.
Vengono fatte due prove che hanno entrambe successo ed il filo al nichel-cromo, dopo la chiusura del contatto da parte del timer, accende il fiammifero antivento intorno a cui è avvolto (dep. 5.12.1994, f.2).
Dopo le due prove, VENTURA porta via tutto nella sua borsa.
Conviene riportare integralmente tale descrizione della scena contenuta nella deposizione di Tullio FABRIS in data 5.12.1994 poichè costituisce una fotografia “tecnica”, ma a posteriori drammatica, di quello che sarebbe avvenuto poche settimane dopo all’interno della borsa deposta nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura e presso gli altri obiettivi della giornata del 12 dicembre 1969:
“… All’incirca
un mese dopo, nell’ottobre/novembre del 1969, si portava l’impermeabile
e non il cappotto, vi fu la prova pratica, anche questa volta nell’Ufficio
del dr. FREDA.
Fu utilizzato
un solo timer e la prova fu piuttosto breve, in quanto si trattò
solo di fare il collegamento tra il filo elettrico già sperimentato
e i tre morsetti, cioè il “RITORNO UNO”, il “COMUNE” e il “RITORNO
DUE”.
Ribadisco
che il timer della ditta RICA non aveva il “ritorno due” ed era quindi
inutilizzabile per gli scopi di FREDA.
Il timer
della ELETTROCONTROLLI aveva invece tre morsetti.
il collegamento
fu fatto unendo la linguetta rimasta libera delle due batterie da 4.5 volt
con il morsetto “comune” del timer, invece il filo al nichel-cromo, che
era collegato ad un capo ad altra linguetta delle due batterie, fu connesso
al morsetto denominato “ritorno due”, col faston.
Ovviamente
non vi è alcun bisogno di fare collegamenti al morsetto denominato
“ritorno uno”; esso è presente solo perchè il commutatore,
cioè il timer in deviazione, possa essere utilizzato anche come
semplice timer.
Preciso
ancora meglio, mentre il timer della Elettrocontrolli poteva fare anche
la funzione del timer della Rica, non poteva avvenire il contrario.
Anche in
questo caso fu realizzato l’esperimento utilizzando un fiammifero antivento.
Credo di
ricordare che furono effettuate solo due prove, esse andarono entrambe
bene e sia il FREDA che il VENTURA rimasero molto soddisfatti.
Non vi fu
bisogno di cambiare le batterie, furono in grado di sopportare tutti e
due i cortocircuiti.
Ovviamente
prima si fa il collegamento di una linguetta delle due pile con il COMUNE,
poi si carica il timer e, solo dopo questa operazione, si può fare
l’ultima connessione tra il nichel-cromo e il RITORNO DUE.
Se non venisse
data la carica, il timer si comporterebbe come se la molla si fosse già
scaricata e quindi immediato cortocircuito.
Anche in
questo caso il FREDA si annotò il tutto e, comunque, in ogni caso,
era impossibile che sbagliassero in quanto, come detto l’altra volta, il
VENTURA si mise il tutto nella sua borsa e cioè con i contatti con
i morsetti ancora attaccati….”.
Tullio FABRIS ha aggiunto che il congegno così preparato era stabile sul piano tecnico, cioè non poteva essere danneggiato da sollecitazioni meccaniche o piccoli urti e che la carica del timer, benché meno precisa rispetto a quelli attuali in quanto ancora a molla, era comunque abbastanza affidabile in quanto su una carica di 60 minuti poteva portare ad un anticipo non voluto al massimo di 2 o 3 minuti (dep. 5.12.1994, f.2).
Tale prova pratica con l’utilizzo del timer era avvenuta appunto nell’ottobre-novembre 1969, secondo una precisa scansione temporale in cui si sono succeduti i tre incontri e che Tullio FABRIS ha ricollegato anche, con precisione, a sue attività di quel periodo.
Tale circostanza sgretola, quindi, definitivamente la versione di Franco FREDA secondo cui, subito dopo l’acquisto, e cioè nel settembre 1969, egli avrebbe ceduto i 50 timers al fantomatico capitano HAMID dei servizi segreti algerini.
Invece un timer da utilizzarsi come campione era presente nello studio di FREDA varie settimane dopo tale fantasiosa cessione e quindi il racconto di Tullio FABRIS in merito al terzo incontro e alla prova pratica che in tale occasione era stata effettuata indica in modo preciso la responsabilità del gruppo di FREDA e VENTURA e dell’intera struttura veneta nella strage.
D’altronde Franco FREDA aveva fatto presente a Tullio FABRIS che vi era un’altra persona che avrebbe provveduto a realizzare concretamente quanto in quel frangente si stava imparando e sperimentando (dep.5.12.1994, f.2), persona facilmente individuabile in Delfo ZORZI e cioè colui che doveva assumersi il compito di eseguire materialmente, coordinando quel giorno anche gli altri elementi operativi, gli attentati del 12.12.1969.
Oltre a quanto avvenuto in occasione dei tre incontri nello studio legale di Franco Freda, Tullio FABRIS ha riferito altre circostanze di eccezionale gravità che evidenziano, fra l’altro, la sicurezza dell’impunità che caratterizzava i movimenti e le attività del gruppo.
Infatti anche dopo gli attentati del 12.12.1969, Franco FREDA non si era fatto scrupolo di chiedere ancora la collaborazione di FABRIS, tranquillizzandolo in merito alle protezioni di cui il gruppo godeva e promettendo, questa volta, un lauto guadagno.
Ecco, in merito ai discorsi di FREDA prima e dopo la strage, il racconto di Tullio FABRIS:
“…voglio
ancora precisare che in un tempo successivo alla strage di Piazza Fontana
e quando il tempo volgeva verso la primavera quindi, credo, nel marzo o
aprile 1970, mentre mi trovavo nell’Ufficio del signor FREDA, sito in Via
San Biagio, alla presenza del signor Giovanni VENTURA, mi fu chiesto se
desideravo lavorare per loro in maniera continuativa per eseguire i collegamenti
elettrici tra i timers e le pile ed il resto del materiale occorrente citato
nel verbale redatto ieri.
Precisarono
testualmente: “La pagheremo bene e sarà protetto in quanto se dovessero
verificarsi dei problemi, anche a noi, stia tranquillo che c’è una
persona importante a livello governativo che ci darebbe una mano e che
proteggerebbe anche lei”.
Non risposi
subito e presi tempo e nell’arco di due giorni ne parlai con mia moglie
decidendo in senso negativo e, ritornando presso l’ufficio del FREDA, questa
volta da solo, lo informai del mio diniego.
Voglio precisare
che all’epoca io e mia moglie stavamo costruendo con sacrifici la nostra
casa e che dei soldi ci avrebbero fatto molto comodo, ma erano successi
alcuni episodi che ci fecero molto riflettere e ci imposero di staccarci
completamente da quell’ambiente.
Tali episodi
sono essenzialmente:
1) il far
presente da parte del FREDA, nel corso del secondo semestre del 1969, che
in dicembre di quello stesso anno si sarebbe verificato qualcosa di molto
importante;
2) il legare,
sempre da parte del FREDA questi eventi importanti, ricordo il plurale,
alle specifiche richieste in campo elettrico che mi faceva per crearsi
un bagaglio culturale nello specifico settore;
3) il parlare
da parte del FREDA, genericamente, della realizzazione di un “COLPO DI
STATO” e comunque di una “DESTABILIZZAZIONE” della situazione politica
italiana.
Preciso
che i termini virgolettati sono esattamente quelli utilizzato dal FREDA
ed erano in riferimento a quanto doveva accadere nel dicembre 1969.
Intendo
specificare che queste frasi dette dal FREDA non trovavano la loro origine
in una particolare confidenza, ma in un forte desiderio di vantarsi di
quest’ultimo e di appalesare il suo potere…”
Tullio FABRIS, tuttavia, dopo essersi anche consultato con la moglie (dep. 24.3.1995, f.1), non aveva accettato tali proposte e aveva troncato ogni rapporto con FREDA evitando anche di parlargli per telefono.
Infatti egli aveva ormai compreso per quale disegno era stato utilizzato:
“…Poichè
l’Ufficio me lo chiede, intendo anche dire che ebbi un fortissimo travaglio
emotivo.
Il pomeriggio
del 12.12.1969, dopo aver appreso da un cliente di quanto era accaduto
a Milano, ebbi in cuor mio la certezza morale che FREDA e VENTURA erano
degli assassini, tuttavia non vi volevo credere.
Vi prego
di credere che fu un grave contrasto emozionale.
Solo più
tardi, quando mi fu fatta la proposta di lavoro continuativo, ebbi la certezza
che erano stati loro: il chiedermi di lavorare per loro fu da me interpretato
come un complimento alle mie conoscenze elettriche, da quel momento non
ho più voluto avere alcun rapporto neanche telefonico con il FREDA,
tant’è che facevo rispondere mia moglie…”.
I discorsi di Franco FREDA, riferiti da FABRIS, in merito alle protezioni godute (si ricordi che sino al 1971 il gruppo veneto non sarebbe stato toccato dalle indagini) e al collegamento dell’azione delle persone vicine a FREDA con la realizzazione di un progetto golpistico (si veda, sul punto, ampiamente il capitolo 38 della sentenza-ordinanza di questo Ufficio conclusiva del primo filone istruttorio) sono in perfetta sintonia con le restanti acquisizioni processuali.
Non a caso,
del resto, Vincenzo VINCIGUERRA aveva sottolineato che l’acquisto dei timers
da parte di FREDA senza particolari precauzioni (ed anzi coinvolgendo addirittura
una persona come FABRIS, estranea al gruppo) era dovuto al fatto che l’operazione
del 12.12.1969 si inquadrava in un piano golpistico che, secondo gli autori
degli attentati, avrebbe certamente avuto successo e quindi gli stessi,
lungi dall’essere perseguitati, si sarebbero anzi trovati in breve volgere
di tempo in posizioni di maggior potere (int. VINCIGUERRA, 10.7.1992, f.1).
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