Tale episodio costituisce, secondo il racconto di Martino SICILIANO, il momento iniziale, avvenuto nel 1965 o più probabilmente nel 1966, della formazione della dotazione militare della struttura occulta di Ordine Nuovo per quanto concerne la cellula mestrino/veneziana e non a caso la data dell’episodio corrisponde ad un momento di poco successivo al Convegno dell’Istituto Pollio, a Roma, durante il quale fu deciso di costituire una struttura anticomunista a diversi livelli, anche prettamente clandestini, e si colloca altresì contestualmente alla nascita, soprattutto in Veneto, dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO costituiti da militari e da civili prevalentemente ordinovisti.
Una prima descrizione sintetica dell’episodio è stata fornita da Martino SICILIANO in uno dei suoi primissimi interrogatori, in data 20.10.1994, introducendo il discorso a partire dallo stabile utilizzo da parte del gruppo dell’autovettura del dr. Carlo Maria MAGGI:
“….Voglio
anche aggiungere che il dr. Maggi era il responsabile operativo per il
Triveneto e poi anche per la Lombardia quando si formò il gruppo
milanese, che aveva qualche presenza anche a Bergamo e a Brescia. ….
Vorrei anche precisare che la prima macchina del dr. Maggi da me guidata
era una Fiat 500, intorno al 1964/1965, sempre disponibile nel garage San
Marco di Piazzale Roma a Venezia.
Con tale
macchina ci recammo io, Zorzi e Piercarlo Montagner sui monti del Chiampo,
nella provincia di Vicenza, per il prelievo di una quantità di AMMONAL
e di miccia a lenta e rapida combustione di cui ho già parlato.
Preciso
che Delfo Zorzi, nativo di Arzignano che è un Paese vicino al Chiampo,
conosceva molto bene la zona.
Una parte
di tale materiale fu da noi trasportata sulla 500 di Maggi, un’altra parte
invece, dopo essere stata nascosta in quella zona vicino allo stesso casotto
dove era stata prelevata, venne recuperata pochi giorni dopo da me e da
Zorzi e trasportata prima sulla corriera che dal Chiampo porta a Vicenza
e poi in treno fino a Marghera, ove restò a disposizione di Zorzi….”.(SICILIANO,
int. 20.10.1994.
L’episodio è stato poi ripreso da Martino SICILIANO, con maggiori dettagli, nell’interrogatorio in data 15.3.1995 allorchè egli, rientrato in Italia dopo la primissima fase della sua collaborazione, ha ripercorso con maggiori approfondimenti tutti gli episodi e le circostanze già rapidamente descritte nei primi tre interrogatori dell’ottobre 1994:
“….Ci recammo
sul posto con la FIAT 500 del dr. Maggi, accompagnati ovviamente da Zorzi
che conosceva i luoghi.
Ricordo
che io avevo da poco preso la patente e guidavo la macchina.
Eravamo
io, Montagner e Zorzi.
Maggi era
al corrente che noi dovevamo prendere la macchina per questa missione.
Rubammo
da un casotto, sfondando la porta, l’esplosivo, erano 30 o 40 chilogrammi
di ammonal diviso in sacchetti di plastica trasparente, nonché detonatori
e miccia sia detonante sia a lenta combustione.
Poiché
si trattava di un grosso quantitativo ne nascondemmo una parte in un luogo
non distante e portammo il resto a Venezia con la 500.
Dopo qualche
giorno tornammo a Vicenza in treno, sempre noi tre, prendemmo l’autobus
per Arzignano e recuperammo l’altro l’esplosivo e la miccia nascondendoceli
addosso e rientrando così a Venezia.
Zorzi si
occupò personalmente di custodire tutto l’esplosivo.
Non sono
in grado di dire dove lo custodisse.
Poiché
l’Ufficio mi chiede di descrivere questo esplosivo, posso dire che era
contenuto in sacchetti di plastica trasparente del peso di circa 1 o 2
chili ciascuno ed era a scaglie di colore rosa perlaceo e biancastro.
Poiché
l’Ufficio mi fa il nome della località Paese, posso dire che conosco
l’esistenza di questa località che è nei pressi di Treviso
e dove se non sbaglio vi è una base aerea.
Non la ricollego
tuttavia, almeno per quanto a mia conoscenza, ad attività del gruppo.
Posso essere
più preciso in merito alla data del furto ad Arzignano.
Io avevo
preso da poco la patente di guida, esattamente l’11.12.1964, come posso
rilevare dal documento che ho con me e quindi il fatto si colloca sicuramente
nella prima metà del 1965….” (SICILIANO, int.15.3.1995).
Anche per tale episodio, come per quasi tutti gli altri oggetto della presente istruttoria e narrati da Martino SICILIANO e da Carlo DIGILIO, l’iniziale confessione e chiamata in correità di una delle persone coinvolte non è rimasta isolata, ma si sono aggiunte altre dichiarazioni che hanno consentito di acquisire un riscontro incrociato e altamente rassicurante sulla verità degli avvenimenti narrati.
Un primo elemento di riscontro, seppur generico, è giunto infatti dalle dichiarazioni di Giancarlo VIANELLO, anch’egli militante della cellula mestrina e coinvolto negli episodi di Trieste e Gorizia dell’ottobre 1969.
Giancarlo VIANELLO il quale, nell’ambito di dichiarazioni piuttosto ricche e dettagliate, ha confermato quasi tutte le circostanze riferite per primo da Martino SICILIANO, ha anche ricordato un particolare in piena sintonia con l’episodio del furto presso la cava di Arzignano.
Infatti VIANELLO ha ricordato che Delfo ZORZI, nel corso di riunioni tenute a Mestre con gli altri militanti, aveva segnalato che uno dei modi migliori per approvvigionarsi di esplosivo senza difficoltà era rubarlo presso le cave (int. 11.7.1995, f.2).
I reati connessi al furto dell’esplosivo presso la cava di Arzignano sono stati contestati, oltre che a ZORZI il quale non si è mai presentato in Italia per rispondere, anche ovviamente a Piercarlo MONTAGNER, fotografo tuttora residente a Mestre, legato da rapporti ancora vivi ed attuali a Delfo ZORZI, sebbene questi risieda da moltissimi anni in Giappone.
Si ricordi infatti che Piercarlo MONTAGNER, una delle primissime persone indicate da Martino SICILIANO quale possibile contatto ancora operativo ed esistente fra l’ambiente di Mestre e il Giappone, è stato uno dei tre soggetti colpiti da ordinanza di custodia cautelare emessa su richiesta della Procura di Milano nell’estate del 1996 in quanto, soprattutto a seguito di intercettazioni telefoniche ed ambientali, era emersa una vivacissima attività di sostegno e di favoreggiamento nei confronti del capo carismatico del gruppo di Mestre, impossibilitato a seguire direttamente in Italia lo sviluppo delle indagini.
Piercarlo MONTAGNER, infatti, sentito anche alla presenza del Pubblico Ministero in data 5.8.1996 quando egli insieme ad ANDREATTA e a TRINGALI era detenuto per il reato di favoreggiamento aggravato dalla finalità di terrorismo, ha fatto parziali ammissioni in merito all’episodio di Arzignano.
Egli ha infatti ammesso di essersi recato con altri componenti del gruppo ad Arzignano, nella zona ove vi sono le cave, proprio per verificare i luoghi dove, senza particolari protezioni di persone o di cani da guardia, lasciavano l’esplosivo normalmente utilizzato per tale tipo di lavoro.
Il gruppo, sempre secondo il racconto di MONTAGNER, aveva potuto vedere l’esplosivo, chiaro e di aspetto granulare, e quindi assolutamente corrispondente a quello descritto da Martino SICILIANO.
MONTAGNER ha tuttavia negato di avere poi partecipato materialmente al furto dell’esplosivo e ha sostenuto che i sopralluoghi cui egli aveva preso parte erano avvenuti non con una FIAT 500 (tipo di vettura di cui allora disponeva il dr. MAGGI), bensì con una GIULIA o una FIAT 1100.
Martino SICILIANO non ha avuto difficoltà, focalizzando ulteriormente i suoi ricordi in merito a tale episodio, a smentire il tentativo pur parziale di MONTAGNER di ridurre le proprie responsabilità e forse anche di escludere il dr. MAGGI dalla corresponsabilità in questa prima azione del gruppo.
Infatti, risentito in data 28.8.1996 dopo l’audizione di MONTAGNER, Martino SICILIANO ha fornito ulteriori particolari che scolpiscono la presenza di MONTAGNER al momento della materiale consumazione del furto:
“….Quanto
dice MONTAGNER è una verità parziale nel senso che egli ha
invece materialmente partecipato al furto dell’esplosivo.
Riprendendo
quanto ho già dichiarato in data 15.3.1995, in relazione al furto
di Arzignano, posso infatti fornire ulteriori particolari che mi vengono
in mente, focalizzando specificamente tale episodio.
Partimmo
un sabato alla volta di Arzignano io ZORZI e MONTAGNER, subito dopo la
fine dell’orario scolastico, in quanto eravamo ancora tutti studenti.
Avevamo
la 500 di MAGGI, che andammo a prendere, come sempre, al garage San Marco
di piazzale Roma.
Prendemmo
l’autostrada fino a Padova poi la statale fino a Vicenza e raggiungemmo
la cava che ZORZI già conosceva.
Attendemmo
l’imbrunire e riuscimmo ad entrare nel casotto sfondando la porta di ingresso.
Risalimmo
in macchina tutti e tre riempiendo il portabagagli anteriore della 500
con il materiale rubato.
Sono assolutamente
certo del fatto che avessimo la macchina di MAGGI per un preciso fatto
particolare.
Io ero,
ovviamente, più abituato a guidare la 1100 di mio padre, che aveva
il cambio al volante e di cui conoscevo bene il funzionamento della retromarcia.
Avevo, invece,
qualche problema con il cambio a cloche della 500 che conoscevo poco e
quando ci allontanammo, finimmo in un viottolo, che terminava in un burrone,
andando vicini a finirci dentro.
Non riuscii
assolutamente ad ingranare la retromarcia e fummo costretti a girare la
500, che per fortuna era abbastanza leggera, a mano, facendo forza tutti
e tre.
Lasciammo
parte del materiale a non molta distanza dal casotto in una boscaglia,
e l’indomani solo io e ZORZI andammo sul posto in treno e in autobus per
recuperare quanto era rimasto lì.
Ricordo
che faceva ancora abbastanza freddo, avevamo il cappotto e nascondemmo
sotto quell’indumento il materiale….” (SICILIANO, int.28.8.1996).
Anche Carlo DIGILIO ha riferito di avere appreso, seppur in tempi molto successivi ai fatti, da Marcello SOFFIATI, che Delfo ZORZI e il suo gruppo avevano rubato dell’esplosivo in una cava vicina proprio al paese natale di Delfo ZORZI e cioè Arzignano nel vicentino (int.31.1.1996, f.4).
Il furto dell’esplosivo nella cava e la disponibilità da parte del gruppo già a partire dalla metà degli anni ’60 di almeno 30 chili di AMMONAL, pur concretizzandosi in reati prescritti sul piano processuale, costituiscono un tassello molto importante della ricostruzione dell’attività del gruppo mestrino e della credibilità complessiva di quanto narrato da SICILIANO, DIGILIO e dagli altri testimoni che hanno deciso di riferire, magari parzialmente, quanto a loro conoscenza.
Infatti è proprio in relazione al furto dell’AMMONAL che le dichiarazioni di Martino SICILIANO e Carlo DIGILIO (i quali non avevano mai operato congiuntamente e si erano a stento conosciuti) si intersecano rafforzandosi reciprocamente e fornendo l’uno all’altro un riscontro di cui ciascuno dei due non poteva nemmeno conoscere l’esistenza.
L’esplosivo rubato ad Arzignano, di cui Martino SICILIANO ignorava il luogo ove in seguito era stato custodito non avendo personalmente accesso ai “depositi” gestiti da Delfo ZORZI, è infatti l’esplosivo visto e maneggiato successivamente da Carlo DIGILIO in occasione dei suoi accessi al casolare di Paese, nei pressi di Treviso, gestito da ZORZI insieme a Giovanni VENTURA e Marco POZZAN, componenti della cellula padovana.
Carlo DIGILIO ha parlato delle consulenze da lui effettuate in tale casolare, ove erano ammassate armi ed esplosivo e vi era una stampatrice di proprietà di VENTURA, sin dai suoi primi interrogatori, ampliando man mano il tenore e la portata delle sue dichiarazioni e mettendo sempre maggiormente a fuoco l’importanza di tale base operativa e il ruolo da lui svolto non solo nella manutenzione delle armi presenti, ma anche della fabbricazione degli ordigni esplosivi utilizzati per gli attentati ai treni dell’8/9 agosto 1969.
Vediamo le dichiarazioni di Carlo DIGILIO rese in data 19.2.1994, relative a tale importantissima vicenda, raccontate dopo avere spiegato di avere svolto sin dalla metà degli anni ’60 l’attività di informatore, così come Marcello SOFFIATI, per una struttura americana che aveva sede nella base FTASE di Verona:
“….La persona
a cui facevo riferimento all’interno di questa attività <<nota
Ufficio: l’attività informativa appena citata>> mi chiese di prendere
contatto con un professore di Vittorio Veneto che aveva bisogno di una
persona come me esperta in armi, ma non conosciuta politicamente in tale
zona e non contrassegnata da una precisa militanza politica.
Mi recai
quindi a Vittorio Veneto ove conobbi il professore che si chiamava Professor
FRANCO….
Costui ….
aveva combattuto per la Repubblica Sociale Italiana tanto da essere appunto
il responsabile della locale sezione degli ex combattenti della R.S.I.
Il professore
mi disse che avrei dovuto controllare una certa situazione proprio grazie
alla mia esperienza in fatto di armi.
Avrei dovuto
poi riferirgli ed egli stesso avrebbe poi riferito alla Struttura cui facevamo
riferimento.
Mi disse
quindi di andare a Treviso in una libreria di cui non ricordo più
il nome, gestita da GIOVANNI VENTURA e di chiedere di costui.
Così
feci e conobbi VENTURA, in un primo momento un po’ diffidente, ma poi abbastanza
presto affabile.
Mi espose
il suo problema che consisteva nella catalogazione e risistemazione di
quella che lui chiamava una “collezione di armi”.
Capii subito
che VENTURA non capiva niente di armi.
Ci incontrammo
quindi una seconda volta, di lì a pochi giorni, e mi accompagnò
con la sua macchina, una Mini Minor rossa, partendo da Treviso sul posto
che dovevamo raggiungere.
Si trattava
di un casolare un po’ isolato in provincia di Treviso che all’occorrenza
saprei indicare.
Ricordo
che VENTURA con la sua macchinetta correva a rotta di collo.
Arrivammo
quindi in una casetta modesta, isolata, in fondo ad un viottolo e vi trovammo
un’altra persona che mi riservo di indicare, persona che si fece riconoscere
e che io vedevo per la prima volta proprio in quella occasione.
All’interno
di questo casolare, costituito da due stanze al piano terreno, c’era nella
prima stanza a destra qualcosa coperto da un telo ed era una stampatrice
che loro stessi indicarono come “la vecchia”.
VENTURA
disse proprio all’altro: “Stai facendo la guardia alla vecchia?”.
Nella stanza
a sinistra, lungo il muro del lato destro, sotto un telo c’era ammassato
un quantitativo di armi in una gran confusione, alcune intere, alcune smontate
e c’erano anche alcune cassette di munizioni e di caricatori.
Sembravano
buttate lì di fretta per una ulteriore sistemazione.
Ricordo
dei moschetti MAUSER, dei M.A.B., un fucile semiautomatico tedesco di precisione,
qualche STEN e una mitragliatrice MG 42 e cinque o sei cassette di cartucce
per questa mitragliatrice.
E poi c’erano
altre cartucce di vario tipo.
C’erano
vari tipi di armi e tanti tipi di cartucce. Ricordo che VENTURA si preoccupava
della intercambiabilità di queste cartucce.
Talune armi,
come ho detto, erano smontate e attaccate con del nastro isolante.
Io mi misi
a fare questo lavoro di catalogazione e sistemazione occupandomi anche
del rimontaggio, quando era possibile, della armi smontate.
C’era veramente
di tutto, anche delle pistole dell’800 ad avancarica.
Il casolare
era circondato da un muretto e ciò non consentiva a nessuno, anche
a chi fosse passato di lì per caso, di vedere cosa vi fosse all’interno.
Ad un certo
punto, essendo ora di pranzo, VENTURA uscì con la macchina per andare
a prendere dei panini in un paese vicino e l’altro rimase fuori dal casolare
di guardia.
Mi avevano
detto che i sacchi che si notavano sul lato sinistro della stanza dove
c’erano le armi, erano un paio di sacchi di juta e un paio di plastica,
contenevano del concime chimico e che mi dissero di lasciare perdere.
In effetti
dall’aspetto poteva sembrare così, ma io sfruttai quei pochi minuti
per rendermi conto di cosa ci fosse realmente.
Nei due
sacchi di juta c’erano due cassette metalliche color verdastro, di tipo
militare,
che io aprii rapidamente e dentro le quali c’erano dei candelotti di tritolo
di quelli in uso all’Esercito, ricoperti di carta con il vano cilindrico,
da un lato protetto da un velo di carta, per introdurvi il detonatore.
Ricordo
che per controllare che non fossero di plastico ne ho preso in mano qualcuno
che ho battuto leggermente sullo spigolo della cassetta e davano il suono
secco dei candelotti di tritolo che avevo visto durante il servizio militare.
Sotto le
cassette c’erano anche alcune mine anticarro ancora con la loro custodia
metallica e integre.
I sacchi
di plastica, che stavano davanti a quelli di juta e che erano quelli che
potevano sembrare contenere il concime, contenevano invece in totale una
ventina di chili di una sostanza a scaglie di colore rosaceo che era un
tipo di esplosivo che non sarei in grado di definire.
Non mi azzardai
a prenderne un campione poichè temevo di essere controllato all’uscita,
come in effetti poi avvenne.
Sfruttai
quei pochi minuti anche per smontare il percussore della mitragliatrice
MG 42 che consideravo l’arma più pericolosa nelle loro mani e che
ritenevo necessario neutralizzare.
Nascosi
il percussore, che è molto piccolo, in un calzino.
D’altro
canto la mancanza del percussore non viene notata dall’esterno e quindi
ero tranquillo del fatto che non se ne sarebbero accorti.
A domanda
dell’Ufficio, tra armi corte e lunghe saranno state una quarantina di cui,
a mio avviso, quasi la metà erano pero non utilizzabili.
I due ritornarono,
dissi loro che avevo fatto un controllo sommario e comunque non completo,
e VENTURA mi disse che comunque aveva fretta e che si sarebbe potuto completare
l’inventario in seguito in data da stabilirsi.
All’uscita,
effettivamente, la seconda persona, come io temevo, disse a VENTURA che
nonostante l’amicizia e la fiducia dovevo essere comunque perquisito cosa
che fece facendomi vuotare le tasche.
Io reagii
manifestando il mio disappunto, ma non mi opposi.
Non trovarono
quindi il percussore che avevo nascosto tra le dita dei piedi.
Con VENTURA
tornai quindi in macchina a Treviso e li ci lasciammo.
Relazionai
accuratamente il professore, così come mi era stato richiesto, e
gli consegnai il percussore segnalandogli anche la pericolosità
della situazione che avevo notato grazie al mio esame dei sacchi che avevo
fatto all’insaputa dei due….” (DIGILIO, int. 19.2.1994).
Nel corso del successivo interrogatorio in data 5.3.1994, DIGILIO ha sciolto la riserva in merito all’identità della persona che custodiva il casolare, indicandola in Delfo ZORZI, uomo di fiducia del dr. MAGGI, ed ha ancora fatto cenno all’esplosivo in scaglie:
“….Sciogliendo la riserva del precedente interrogatorio, posso dire che la persona che si trovava nel casolare a fare la guardia era Delfo ZORZI…. In relazione alle armi che ho visto, posso precisare, oltre a quelle che ho già elencato nel precedente interrogatorio, che c’era una machinen pistol SCHMEISSER MP40 nonchè un fucile cal.8 semiautomatico di precisione, di fabbricazione tedesca del 1943, G43 MAUSER…. Per quanto concerne l’esplosivo, la sostanza a scaglie di cui ho accennato era bianca con riflessi rosacei….” (DIGILIO, int.5.3.1994).
A tale primo accesso al casolare da parte di DIGILIO ne era seguito un secondo, la cui descrizione è utile riportare in questa sede non perché vi siano ulteriori riferimenti all’esplosivo proveniente dalla cava, ma perché da tale seconda “visita” ben si desume cosa si stesse preparando in quel luogo:
“….La mia
seconda visita al casolare avvenne dopo che VENTURA mi aveva chiesto quelle
delucidazioni sulle modalità di accensione dei congegni di cui ho
già parlato nei precedenti interrogatori e di cui io riferii al
prof. FRANCO.
L’interesse
di Ventura quindi risultava essersi spostato anche nel campo dei congegni
esplosivi e il prof. Franco volle andare a fondo di questa vicenda.
Il prof.
Franco mi convocò per telefono, ci incontrammo a Treviso alla stazione
(io avevo raggiunto Treviso in treno) e Franco mi riferì che aveva
sentito Ventura il quale aveva dei problemi…. Ci recammo a Paese esattamente
quello stesso giorno con una macchina guidata da Franco, dopo avere raccolto
a Treviso Giovanni Ventura il quale stava aspettando nei pressi della stazione
a bordo della stessa Mini Minor rossa con la quale lo avevo già
visto la volta precedente.
Raggiunto
il casolare vi trovammo Delfo Zorzi che era nella prima stanza, entrando,
dove c’era un tavolino.
La seconda
stanza, a sinistra della prima, aveva la porta semiaperta e c’era un’altra
persona che non mi fu presentata e che rimase in quella stanza senza partecipare
ai nostri discorsi…. Ebbi la netta impressione che Franco e Delfo Zorzi
si conoscessero già.
Zorzi appariva
più affabile della prima volta in cui l’avevo visto.
Franco gli
chiese di vedere la pistola.
Zorzi recuperò
nella stanza a sinistra la pistola che era effettivamente una pistola non
comune, una vecchia FROMMER ungherese piuttosto malconcia.
Io diedi
un’occhiata all’arma, vidi che era piuttosto maltenuta e dissi che con
quella era certo meglio non spararci e non aveva neanche un gran valore
come arma da collezione.
Capii però
che nei miei confronti la verifica su quell’arma era poco più che
un pretesto in quanto Zorzi insieme all’arma portò alcune componenti
di un congegno esplosivo.
Si trattava
in sostanza del meccanismo di accensione e cioè una pila, un orologio
da polso e dei fili nonchè della polvere nera da caccia e dei fiammiferi
di tipo comune.
ZORZI e
VENTURA assemblarono insieme il tutto con una pinzetta e dissero al prof.
FRANCO che il problema che non avevano ancora deciso come risolvere era
quello di collegare il filo che faceva da resistenza o a polvere nera o
a un fiammifero.
In questo
secondo caso la resistenza doveva essere avvolta attorno al fiammifero.
FRANCO,
vedendo quell’armeggiare e i dubbi che venivano esposti, sbottò
dicendo che il filo non era di quelli più idonei in quanto era troppo
rigido e infatti nella prova nelle mani di Zorzi e Ventura si ruppe e dovettero
ripetere l’operazione ed inoltre i fiammiferi erano troppo piccoli e potevano
usare invece fiammiferi con la testa più grossa, più lunghi,
e cioè quelli antivento normalmente in commercio.
Franco durante
questa operazione accennò che per suoi ricordi di guerra il congegno
assomigliava a quello di cui si era tanto parlato in relazione all’attentato
di Via Rasella.
Disse che
si ricordava bene questo particolare sia perché era un vecchio combattente
sia perché era un fumatore.
Franco nello
scambio di battute disse ai due “state attenti che siano solo petardi”,
alludendo chiaramente all’invito ad usarli solo per attentati dimostrativi.
Io assistetti
senza dire nulla e ebbi comunque la sensazione che Franco non aveva voluto
andare al casolare da solo.
Da quelle
poche battute si comprendeva che Franco nei confronti dei suoi interlocutori
aveva un atteggiamento di richiamo alla moderazione e cioè di ricordare
loro che non dovevano essere commessi episodi con gravi conseguenze….
Ovviamente commentai con Franco anche il senso di quell’incontro.
Egli mi
disse che aveva dato questo piccolo aiuto a Ventura per una ragione ben
precisa.
Si espresse
così “se Ventura perde l’appalto, io non so più quale altra
persona lo sostituirebbe ricevendo il suo incarico”.
Del resto
il prof. Franco mi aveva specificamente fatto presente che quell’attività
di controllo era un’attività che egli svolgeva per incarico della
C.I.A. in un momento delicato e nella zona che era di sua competenza.
Tornammo
a Treviso, mi ringraziò per la mia collaborazione e mi disse che
avrebbe continuato lui personalmente a seguire quella storia e io non sarei
stato più disturbato….” (DIGILIO, int. 10.10.1994).
Nel corso dello stesso interrogatorio e dei successivi, Carlo DIGILIO ha indicato in Marco POZZAN, persona da lui già conosciuta a Treviso e in seguito incontrata nuovamente in Spagna in occasione di un’altra operazione in materia di armi affidata a DIGILIO dalla struttura statunitense, il quinto soggetto presente quel giorno nel casolare di Paese.
Tale presenza salda definitivamente la comune operatività del gruppo padovano e del gruppo mestrino/veneziano nella fase immediatamente precedente la catena di attentati della primavera/estate e del dicembre 1969.
Carlo DIGILIO, superate ulteriori titubanze, ha così narrato altri particolari relativi alla seconda “visita” al casolare, in occasione della quale erano in corso di costruzione le scatolette di legno che dovevano essere utilizzate per gli attentati ai treni dell’8/9 agosto 1969:
“….Effettivamente
ho visto come le scatolette di legno sono state costruite e ciò
è avvenuto proprio in occasione del secondo accesso al casolare.
Come avevo
già riferito in un precedente interrogatorio, Giovanni VENTURA mi
aveva fatto cenno alla necessità di munirsi di scatole di legno,
simili a quelle per i sigari, per contenere un ordigno caratterizzato dall’innesco
con fili di nichel-cromo e fiammiferi antivento…. Giovanni VENTURA poi,
come ho già dichiarato, mi fece vedere nel suo ufficio delle scatole
di legno per sigari che per la loro fattura assomigliavano a quelle che
avrebbero dovuto servire per contenere gli ordigni.
Quando arrivai
per la seconda volta al casolare di Paese, nella stanza più piccola
vidi Marco POZZAN e, durante la mia permanenza sul posto insieme a Lino
FRANCO, VENTURA e ZORZI, entrai in questa stanzetta dove POZZAN stava lavorando.
Io in realtà
già lo conoscevo perché lo avevo visto in qualche occasione
nella libreria di VENTURA a Treviso ed era anche presente la prima volta
in cui andai al casolare, circostanza questa che non avevo riferito.
POZZAN era
di piccola statura e aveva i capelli neri; all’epoca era piuttosto magro
ed emaciato e con i lineamenti del viso spigolosi.
Sul tavolo
di questa stanzetta egli stava eseguendo l’assemblaggio di scatolette di
legno, parte delle quali erano già terminate e parte erano ancora
in costruzione.
Sul tavolo
c’era un seghetto, listelle di legno già tagliate, un cacciavite,
viti, delle piccole cerniere e vari tubetti di colla il cui odore impregnava
la stanza.
C’erano
due tipi di legno, uno tipo pino, più chiaro, e uno più scuro.
Diverse
scatolette erano già pronte, appoggiate una sull’altra.
Le scatolette
non erano molto grandi, non più di 15/20 centimetri per lato.
Sul tavolo
c’erano anche parecchie pile di tipo comune da 4,5 volt.
Con POZZAN,
che stava lavorando, scambiai solo pochi convenevoli e continuai la mia
attività nell’altra stanza dove, con il prof. Lino FRANCO, si stava
lavorando intorno al meccanismo di accensione.
Ricordo
che ad un certo punto, ZORZI andò nella stanzetta dove era POZZAN
incitandolo a darsi da fare…. Quando sui giornali vidi pubblicate le
fotografie di uno degli ordigni non esplosi, rinvenuto su uno dei convogli
ferroviari, riconobbi immediatamente una delle scatolette di legno viste
sul tavolo di POZZAN, così come riconobbi immediatamente il meccanismo
di innesco contenuto nella scatola, che era quello che veniva preparato
nell’altra stanza.
In sostanza,
quando mi trovavo nel casolare mancava solo la presenza dell’esplosivo
per completare gli ordigni che poi sarebbero stati utilizzati per gli attentati.
Quando Marcello
SOFFIATI, nel settembre 1969, discusse con MAGGI in merito alla scatola
per sigari che MAGGI gli aveva fatto mettere, si riferiva ovviamente a
una di quelle scatole modellate come scatole per sigari che avevo visto
a Paese.
Come ho
già accennato, SOFFIATI aggiunse, aprendo il discorso con MAGGI,
che la scatola era incartata, diventando così un pacchetto….”
(DIGILIO,
int. 20.9.1996).
Non è questa la sede per soffermarsi sulla figura del prof. Lino FRANCO di Vittorio Veneto (da molto tempo deceduto) e cioè la persona presso la quale il superiore di Carlo Digilio, Sergio MINETTO, aveva mandato il suo “agente” affinchè, per conto della struttura informativa americana di cui tanto MINETTO quanto il prof. FRANCO facevano parte con ruoli di rilievo, effettuasse le sue “visite” di controllo e consulenza presso il casolare.
La figura del prof. Lino FRANCO, già volontario nei reparti tedeschi di contraerea FLAK e animatore a Vittorio Veneto del gruppo SIGFRIED, è stata infatti ampiamente analizzata nel rapporto del Reparto Eversione del R.O.S. Carabinieri in data 8.5.1996, relativo al coinvolgimento di strutture di intelligence straniere nella c.d. strategia della tensione (pagg. 31-38).
E’ sufficiente, per quanto concerne la posizione del dr. MAGGI, ricordare che anch’egli conosceva bene MINETTO e che dalle dichiarazioni di Martino SICILIANO (pur personalmente estraneo alla struttura di intelligence) emergono stretti rapporti politici fra il dr. MAGGI, ZORZI e Lino FRANCO sin dalla metà degli anni ’60, avendo lo stesso SICILIANO partecipato con gli altri ad alcune visite del gruppo presso l’abitazione del prof. FRANCO a Vittorio Veneto (int. SICILIANO, 15.3.1995, f.8).
Appare invece utile, al fine di comprendere la gravità degli avvenimenti che si stavano preparando nel casolare, vera base operativa della struttura occulta di Ordine Nuovo, riportare la parte dell’interrogatorio reso a questo Ufficio in data 16.5.1997 da Carlo DIGILIO, nell’ambito del quale egli ha riconosciuto di avere effettuato una terza “consulenza tecnica” presso il casolare, partecipando direttamente alla preparazione e alla distribuzione degli ordigni che sarebbero serviti, di lì a pochi giorni, per gli attentati dell’8/9 agosto 1969 sui 10 convogli ferroviari:
“….io andai
a Paese anche una terza volta in un momento vicinissimo agli attentati
ai treni dell’agosto 1969.
Mi convocò
VENTURA per telefono utilizzando una frase in codice concordata e cioè
dicendomi che erano arrivati “altri libri nuovi e che bisognava impacchettarli”
con ciò riferendosi alle scatolette da preparare per gli attentati
e cioè quelle che io ho descritto nei miei precedenti interrogatori
nell’estate del 1996.
Mi diede
appuntamento alla stazione di Treviso e questa volta venne a prendermi
non con la MINI MINOR, ma con la macchina grossa di marca tedesca con la
stella sul cofano.
Raggiungemmo
rapidamente Paese e lì trovammo già ZORZI e POZZAN.
Sul tavolo
della prima stanza c’erano le scatolette ormai finite, parecchi fogli di
carta per impacchettarle, i pezzetti di tritolo tratti dall’esplosivo che
avevo già visto al casolare e cioè le mine anticarro pescate
dai laghetti, le pile, gli orologi con il perno già fissato sul
quadrante e filo elettrico.
Io e ZORZI
assemblammo rapidamente i vari componenti inserendoli nelle cassette e
ad un certo momento a ZORZI, che era molto nervoso, subentrò VENTURA.
Nel frattempo
POZZAN, nell’altra stanza, stava finendo di costruire le ultime cassette.
Faccio presente
che la quantità di esplosivo che sistemavamo nelle cassette era
abbastanza modesta e cioè tra i 50 e i 100 grammi perchè
gli attentati dovevano essere solo dimostrativi.
Lavorammo
di buona lena per un paio d’ore, ricordo che era pomeriggio, e alla fine
avevamo approntato circa due dozzine di cassette.
Ciascuna
venne poi impacchettata con la carta bloccata da uno scotch leggero che
consentisse di aprirle con una certa facilità.
Infatti
ZORZI aveva preparato parecchi foglietti con uno schizzo illustrativo destinato
a ciascuno di coloro che avrebbero poi deposto l’ordigno che doveva essere
innescato.
C’era il
disegno dell’interno della scatoletta e la spiegazione scritta delle operazioni
da compiere e in particolare: agganciare il filo al perno sul quadrante
e dare la carica all’orologio.
La lancetta
era già posta a 45 minuti dal contatto.
Tale operazione,
secondo il programma, andava fatta nella toilette del treno.
Verso sera,
ZORZI mise in un borsone buona parte delle cassette, mentre VENTURA ne
prese qualcuna che mise nella sua borsa di vilpelle nera.
POZZAN rimase
al casolare e VENTURA accompagnò me e ZORZI alla stazione di Treviso.
Salimmo
sul treno per Mestre e ZORZI aveva appunto questo borsone sportivo con
dentro le cassette.
Alla stazione
di Mestre ci dividemmo: io presi la filovia per Piazzale Roma, mentre ZORZI
si avviò da solo in città.
Sapevo che
gli attentati sui treni sarebbero avvenuti da lì a pochissimi giorni.
Nel giro
di uno o due giorni mi misi in contatto con MAGGI, gli relazionai su quello
che avevamo fatto ed egli, con il suo solito modo ironico, disse “se sono
rose fioriranno”.
Comunque
ZORZI mi aveva già detto che avrebbe contattato MAGGI per la messa
a disposizione di tutti gli uomini anche perché MAGGI doveva aggiungere
alcuni elementi a quelli di cui ZORZI già disponeva….”
Si noti che l’esistenza del casolare, pur da moltissimi anni demolito e non più individuabile a causa delle modifiche urbanistiche intervenute nella zona, non può certo essere ritenuta un parto della fantasia.
Infatti dell’esistenza di tale base operativa vi era traccia già nell’istruttoria condotta agli inizi degli anni ’70, anche se gli accenni fatti all’epoca da due testimoni, in ragione della loro genericità e del carattere indiretto delle notizie apprese dai componenti della cellula padovana, non avevano consentito o giustificato, purtroppo, l’avvio di ricerche utili.
Ci riferiamo alla negletta deposizione di Livio JUCULANO, resa spontaneamente all’A.G. di Padova nei giorni immediatamente successivi ai 10 attentati sui convogli ferroviari dell’agosto 1969.
Livio JUCULANO, persona con precedenti penali di carattere comune, ma comunque gravitante intorno all’ambiente della cellula padovana, nell’agosto del 1969 aveva fornito molte notizie, purtroppo sottovalutate (e rese inutilizzabili anche dal trasferimento punitivo del Commissario Iuliano che stava indagando sulla cellula eversiva), sulle attività del gruppo di Franco FREDA e in particolare aveva riferito di avere saputo che il gruppo disponeva di un deposito utilizzato per la preparazione degli esplosivi.
Secondo JUCULANO tale deposito si trovava in una località di campagna nella zona di Treviso, probabilmente proprio a Paese.
Anche Guido LORENZON, amico di infanzia di Giovanni VENTURA e poi principale testimone d’accusa avendo raccolto in varie occasioni le imprudenti confidenze dell’amico, aveva riferito quasi incidentalmente, in un deposizione resa al G.I. dr. D’Ambrosio il 18.8.1972, di aver appreso da VENTURA che le armi del gruppo erano state occultate in una cascina disabitata ubicata fra Paese e Istrana.
Tali due testimonianze, non sviluppate e rimaste all’epoca inutilizzate nelle pieghe degli atti processuali, costituiscono una conferma anticipata e difficilmente discutibile delle dichiarazioni rese, oltre vent’anni dopo, da Carlo DIGILIO.
Si ricordi inoltre che Guido LORENZON aveva avuto occasione di vedere per un breve momento, nell’appartamento di VENTURA a Treviso, mostrategli dall’amico, alcune delle armi del gruppo probabilmente in fase di trasferimento da un luogo ad un altro.
Fra queste aveva potuto notare un sacco di juta contenente alcune cassette metalliche militari con scritte in inglese e cioè cassette portamunizioni assolutamente identiche, anche in relazione al sacco che le conteneva, a quelle visionate da Carlo DIGILIO nel casolare (deposizione LORENZON a questo Ufficio, 27.10.1994, f.2), ed inoltre identiche a quelle utilizzate da ZORZI e dal suo gruppo per gli attentati di Trieste e Gorizia dell’ottobre 1969.
In sostanza,
dalle risultanze istruttorie pure esposte in questo provvedimento in via
di sintesi, emergono gravi indizi nei confronti del dr. MAGGI e degli altri
componenti del gruppo in relazione alle seguenti circostanze:
– l’esplosivo
da cava rubato dal gruppo ad Arzignano è il medesimo esplosivo visto
in seguito da Carlo DIGILIO nel casolare di Paese.
– in tale casolare,
oltre all’esplosivo da cava e al tritolo, erano presenti cassette metalliche
militari identiche a quelle utilizzate per gli attentati di Trieste e Gorizia
nonchè una notevole quantità di armi parte delle quali altro
non erano che quelle che sarebbero poi state casualmente rinvenute nel
novembre 1971 a Castelfranco Veneto nella disponibilità di persone
vicine a VENTURA, ritrovamento da cui sarebbero partite a Treviso le indagini
note come “pista nera”.
Raffrontando
infatti il verbale di sequestro delle armi di Castelfranco Veneto e le
armi da DIGILIO come presenti nel casolare è facile notare come
vi compaiano i medesimi “pezzi”: in particolare SCHMEISSER MP40, mitra
STEN e cartucce per mitragliatrici.
– il casolare
era gestito in comune dagli elementi più affidabili e spiccatamente
operativi del gruppo padovano facente capo a Franco FREDA e del gruppo
veneziano facente capo al dr. MAGGI e, nei momenti più delicati,
l’attività di consulenza tecnica era stata affidata all’esperto
della struttura e cioè Carlo DIGILIO.
– in tale casolare
erano stati preparati e assemblati i congegni per gli attentati ai treni
dell’agosto 1969 e probabilmente tale luogo era stato utilizzato per altre
operazioni appartenenti alla medesima campagna terroristica.
– la struttura
informativa statunitense facente riferimento alla base FTASE di Verona
era perfettamente al corrente, tramite Carlo DIGILIO, il prof. FRANCO e
il caporete Sergio MINETTO, di quanto si stava preparando in quel casolare.
Vi è
infine da ricordare che, secondo recenti risultanze acquisite da questo
Ufficio ed entrate a far parte delle indagini in corso presso la Procura
di Milano che riguardano direttamente l’esecuzione degli attentati del
12.12.1969, è probabile che l’esplosivo sottratto ad Arzignano sia
stato parte di quello utilizzato per tali attentati.
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