PIAZZA FONTANA: UNA STRAGE DI STATO SENZA COLPEVOLI
CON UN’INTERVISTA A GUIDO SALVINI
BOMBE E SEGRETI
LUCIANO LANZA
www.eleuthera.it nuova edizione rivista e aggiornata © 1997, 2005 Luciano - Lanza Elèuthera editrice info@eleuthera.it

INDICE
Prefazione 7
I. Anno zero 9
II. Una giornata esplosiva 17
III. Aprite, è la polizia 20
IV. In questura con il motorino 25
V. È lui! È lui! 29
VI. Non l’abbiamo ucciso noi 38
VII. È morto un cane 43
VIII. La furia della bestia umana 47
IX. Quelli della Ghisolfa 55
X. Tutto comincia in aprile 60
XI. Nazisti in maschera 66
XII. Il pericolo comunista 74
XIII. Faremo ordine, ma nuovo 81
XIV. Qui ci vuole il morto 88
XV. Dàgli all’anarchico 93
XVI. Sulle tracce dei fascisti 99
XVII. Il «commissario finestra» 106
XVIII. L’importante è depistare 113
XIX. Sentenza di Carnevale 121
XX. La strage? Di Stato 127
Quella verità da non dimenticare 137
(intervista a Guido Salvini)

PREFAZIONE
La strage di piazza Fontana, 12 dicembre 1969, segna un punto fondamentale della storia italiana del dopoguerra.
Quel giorno si materializza la criminalità di una classe politica che, per conservare il potere di fronte all’avanzata
del «comunismo», è pronta a tutto. Anche a lasciare morti sul suo percorso pur di non veder messa in discussione
la sua leadership. Quella strage non è una pagina oscura, non è la «notte della repubblica», è un capitolo chiaro, preciso: meglio i morti che un cambiamento. E di morti, negli anni successivi, ce ne sono stati molti. Per mano soprattutto della destra, ma anche della sinistra. Un gioco perverso: la destra aveva attaccato, la sinistra doveva rispondere. Anzi, doveva innalzare il «livello di scontro». Una logica assurda che ha messo in crisi quasi tutte le proposte di cambiamento radicale della società italiana. In questa ottica la bomba di piazza Fontana ha segnato e scritto la storia. Che è anche una storia infinita.
Dagli anarchici «pazzi criminali» si passa ai nazisti e fascisti colpevoli. Accomunati sul banco degli imputati, verranno assolti tutti. E i colpevoli?

Non esistono. Poi rispuntano responsabilità dei nazifascisti quando i principali colpevoli non possono essere più condannati. Infine altri tre processi che ancora una volta mandano tutti assolti. Una vera commedia all’italiana, se non fosse una tragedia. Una tragedia che vede negli attentati del dicembre 1969 il momento centrale di una strategia che doveva portare, nelle intenzioni degli esecutori, a un regime autoritario, ma che è stata gestita dai più alti organi dello Stato per mettere fuori
gioco gli avversari politici e per creare un clima di paura che perpetuasse la centralità della Democrazia cristiana e dei suoi alleati. In questo senso la bomba di piazza Fontana è l’analizzatore della società italiana: mette a nudo il ruolo di ministri, servizi segreti italiani ed esteri, magistrati, forze di polizia.
Tutti coinvolti in un progetto criminale. È l’unica definizione possibile.

Ricostruire quell’avvenimento, che vede le sue premesse nelle bombe del 25 aprile e del 9 agosto 1969, significa
dunque individuare l’essenza nascosta dello Stato italiano. Perché non si è di fronte a organismi deviati dai loro compiti.

Questa è una grande favola che i mezzi d’informazione hanno cercato di raccontare quando le responsabilità dei «servitori dello Stato» non erano più occultabili. La realtà, infatti, è molto più semplice e sconcertante, scrive il giudice Guido Salvini, titolare dell’ultima indagine su piazza Fontana: «La presenza di settori degli apparati dello Stato, nello sviluppo del terrorismo di destra, non può essere considerata ‘deviazione’, ma normale esercizio di una funzione istituzionale».

Allora si comprende come il termine «strage di Stato» assuma una valenza che va al di là dello slogan politico, perché individua invece una verità inconfutabile, nonostante le sentenze di assoluzione.
Infine una precisazione. Questo libro è di parte, ma non partigiano. Nel senso che io, l’autore, ho vissuto molte di quelle vicende come anarchico del Circolo Ponte della Ghisolfa.

Ho condiviso la mia attività politica (fino al 15 dicembre1969, giorno della sua morte) con Giuseppe Pinelli e ho partecipato attivamente alla campagna per la liberazione di Pietro Valpreda. Sono quindi coinvolto, anche sul piano emozionale. Ma ho cercato, grazie anche ai quasi quattro decenni trascorsi, di pormi un traguardo: raggiungere il massimo di obiettività possibile.
 
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ANNO ZERO
Roma, 3 maggio 2005. Nel Palazzaccio di piazzale Clodio il presidente della seconda sezione penale della Cassazione, Francesco Morelli, legge con voce monotona una sentenza storica: respinge i ricorsi contro la sentenza della Corte d’appello per la strage di piazza Fontana. Tutti assolti titolano televisioni e giornali. La Cassazione, infatti, ha confermato la sentenza che scagiona Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni e Delfo Zorzi. Gli ultimi tre personaggi (all’epoca
esponenti dell’organizzazione neonazista Ordine nuovo) di una storia infinita iniziata il pomeriggio del 12 dicembre 1969. Sentenza storica in due sensi: perché si tratta di una strage commessa trentasei anni prima e perché chiude una vicenda che ha scritto (modificandola) la storia d’Italia con il sangue di sedici morti (cui se ne aggiungerà un altro deceduto anni dopo per le ferite riportate) e di quasi un centinaio di feriti (ottantasei ufficialmente registrati e un’altra decina che preferì allontanarsi dalla Banca nazionale dell’agricoltura e curarsi in modo privato).

La «strage di Stato» è arrivata al capolinea. Nessun magistrato si azzarderà più ad addentrarsi in questo ginepraio. A scoperchiare quel «mistero di Stato», ci aveva riprovato nel 1989 il giudice istruttore di Milano Guido Salvini. In quell’anno eredita un’inchiesta molto sommaria sull’eversione di destra. Indaga. Interroga. Ascolta. Ordina ispezioni negli archivi della polizia, dei centri studi, delle amministrazioni statali. Individua personaggi fino a quel momento nemmeno sfiorati dalle indagini per la strage del 12 dicembre 1969. Prende forma un panorama inedito e, allo stesso tempo, antico.

Un gruppo di Ordine nuovo di Venezia-Mestre, con a capo Zorzi e in qualità di «armiere» Carlo Digilio (sotto la regia di Maggi), è riconducibile all’attività di un altro gruppo neonazista padovano, quello di Franco Freda e Giovanni Ventura.

Colpo grosso! Sì, perché Freda e Ventura sono stati assolti, nel 1985 e poi nel 1987, per piazza Fontana ma condannati a quindici anni per i due attentati «propedeutici» (25 aprile a Milano e bombe sui treni del 9 agosto) a quello del 12 dicembre.
Assolti in quelle due sentenze, ma il 23 febbraio 1979 Freda e Ventura, insieme all’informatore del SID Guido Giannettini, erano stati condannati dalla Corte d’assise di Catanzaro all’ergastolo proprio per la strage di piazza Fontana.

Colpo grosso, allora. I conti tornano. L’inchiesta di un magistrato di Treviso, Giancarlo Stiz, aveva individuato già agli inizi degli anni Settanta i veri responsabili della strage. Mettendo alla berlina le accuse di due magistrati romani, Vittorio Occorsio ed Ernesto Cudillo, decisamente «convinti» che quell’attentato fosse stato compiuto da Pietro Valpreda. Anarchico e per di più ballerino. Un colpevole perfetto.

A questo punto, sulla base dell’inchiesta Salvini, bastava andare al processo e con la mole di prove raccolte con le confessioni ottenute non si poteva che arrivare alla condanna dei neonazisti, e finalmente scrivere anche nelle aule giudiziarie ciò che molti, tanti, sapevano già.

Il 30 giugno 2001, infatti, la Corte d’assise di Milano, presieduta da Luigi Martino, condanna all’ergastolo Maggi, Rognoni e Zorzi e a tre anni di reclusione Stefano Tringali per favoreggiamento nei confronti di Zorzi.

Ma c’è un ma. I giudici di primo grado li condannano nonostante i pubblici ministeri Grazia Pradella e Massimo Meroni.
Detta in parole povere, i due hanno scarsa competenza in processi di tale spessore: dopo, non se ne sentirà più parlare,
ritorneranno nel limbo da cui erano stati prelevati.
Pradella e Meroni sembrano essere stati scelti per azzoppare l’inchiesta di Salvini. E ci riescono.
Il 12 marzo 2004 la Corte d’appello di Milano assolve infatti Maggi, Rognoni e Zorzi. Con una nota curiosa: riduce da tre a un anno la pena di Tringali, ritenuto colpevole di favoreggiamento nei confronti di Zorzi. Particolare che solo qualche «raffinato» leguleio può spiegare, mentre logica vorrebbe che se non c’è reato non ci può essere favoreggiamento.
In sostanza, i giudici di Milano affermano che il pentito Carlo Digilio (prescritto il reato per la sua attività di armiere del gruppo di Ordine nuovo di Venezia-Mestre, grazie al suo ruolo di pentito) è inattendibile perché si è più volte contraddetto, ha commesso errori. Certo, li ha commessi dopo aver subìto un ictus che lo ha un po’ menomato (anche se relazioni mediche, non prese in considerazione, sostenevano la sua piena capacità mentale). L’altro pentito, Martino Siciliano, è invece attendibile, ma fornisce testimonianze di «seconda mano», quindi inutilizzabili ai fini processuali. Non è bastato che Zorzi (ricchissimo industriale della moda, divenuto
cittadino giapponese, difeso in un primo tempo da Gaetano Pecorella, deputato di Forza Italia e difensore anche di Silvio Berlusconi) abbia a più riprese minacciato e allettato con pacchi di soldi Siciliano perché ritrattasse. E in effetti Siciliano è stato un pentito «ondeggiante», ma che alla fine, in aula, ha confermato tutte le accuse. Non è bastato. L’assoluzione dei tre ricalca la vecchia formula, oggi abolita formalmente, dell’insufficienza di prove.

I giudici milanesi aggiungono poi una vera «perla» nelle motivazioni della loro sentenza di assoluzione. Ricostruendo la sequenza degli attentati del 1969 riconoscono che Giovanni Ventura e Franco Freda sono i responsabili di piazza Fontana e non solo degli attentati a Milano del 25 aprile e ai treni del 9 agosto: «L’assoluzione di Freda e Ventura è un errore frutto di una conoscenza dei fatti superata dagli elementi raccolti in questo processo».

Insomma, a Milano si compie l’ultima beffa. I due colpevoli individuati da Stiz (si veda il capitolo XVI, Sulle tracce dei fascisti) sarebbero i responsabili della strage, ma non sono sufficientemente provati i loro rapporti con gli ordinovisti di Venezia-Mestre e Milano. Partita chiusa anche per Stefano Delle Chiaie, l’allora capo di Avanguardia nazionale a Roma, cioè il gruppo che diede un appoggio logistico (e non solo) per gli attentati, sempre del 12 dicembre 1969, al monumento al Milite ignoto (quattro feriti) e alla Banca nazionale del lavoro di via Veneto (quattordici feriti). Delle Chiaie, dopo una latitanza durata anni, rientrato in Italia è stato assolto in via definitiva nel 1991.

E poi dal processo sono definitivamente usciti (da anni) invertici dello Stato italiano, quei democristiani e socialdemocratici che hanno fattivamente operato in sintonia con i servizi segreti italiani e americani (e con la manovalanza degli estremisti di destra) per mantenere lo status quo in Italia anche con le bombe e le stragi.
Dimenticare o confondere è quello che vogliono sia la destra sia (pur con intendimenti diversi) la sinistra. Con una strategia messa in campo a colpi di relazioni nella Commissione stragi sul finire dell’anno 2000. Prima arriva la relazione dei parlamentari DS. Una lettura (o rilettura) degli anni delle bombe, degli attentati e dei tentativi di golpe. I DS fanno una ricostruzione a prima vista sufficientemente suffragata da fatti, da sentenze, da accertamenti. Il risultato è la messa in evidenza del ruolo delle organizzazioni neonaziste e neofasciste, delle coperture di cui hanno goduto negli apparati dello Stato, della magistratura, dei servizi segreti, e del ruolo rilevante che hanno avuto la CIA e i servizi segreti della NATO. L’aspetto originale è rappresentato dall’immagine immacolata che assume il PCI degli anni Sessanta e Settanta: il partito di Luigi Longo e di Enrico Berlinguer sarebbe stato il grande bastione a difesa della democrazia in Italia. Un’autoesaltazione, insomma.

Dopo arriva la risposta dei parlamentari Alfredo Mantica e Vincenzo Fragalà di Alleanza nazionale.
Con due brevi, ma fantasiose, relazioni riportano l’attenzione sugli anarchici:
«Nell’inchiesta su piazza Fontana è avvenuto di più e di peggio: ogni notizia che potesse dare impulso alla pista anarchica è stata semplicemente ignorata». Secondo Mantica e Fragalà, infatti, Pietro Valpreda sarebbe il vero colpevole dell’attentato del 12 dicembre a Milano. Giuseppe Pinelli, coinvolto in quella storia (forse anche confidente della polizia), messo alle strette si sarebbe suicidato. Per di più gli anarchici milanesi in fatto di bombe avrebbero, a loro avviso, una storia che inizia fin dai primi anni Sessanta. Logico, quindi, che tra loro andassero cercati i responsabili della strategia della tensione. Il tutto sotto la regia del servizio segreto sovietico: il KGB.

Una manovra maldestra, neppure documentata seriamente, piena di illazioni senza riscontri, ma che ha un preciso scopo politico: la storia di quegli anni può essere letta in modi diametralmente opposti. E se nessuno ha torto, nessuno ha ragione. Quindi meglio lasciar perdere e applicare la regola tutta italiana del colpo di spugna.
L’intento è chiaro: annullare dopo le elezioni del 2001 (vinte dal centrodestra) la Commissione stragi. Quindi riconoscere che gli anni Sessanta e Settanta sono stati luttuosi. Ma ora bisogna uscirne e mandare tutti a casa e tutti non colpevoli.

Quel passato scotta per entrambe le formazioni politiche.
La destra vi è coinvolta in prima persona, tanto che ha rinunciato all’alleanza elettorale con Pino Rauti e il suo MSI-Fiamma tricolore. Sarebbe stato un alleato troppo scomodo perché pesantemente coinvolto nella stagione degli attentati:
Ordine nuovo, di cui allora era capo Rauti, è stato in moltissimi casi il braccio armato di quella strategia. Per non dire delle connivenze del Movimento sociale di Giorgio Almirante con i terroristi neri. E Gianfranco Fini, allora giovane fedelissimo di Almirante, vuole far dimenticare quel passato.
Alleanza nazionale, infatti, ha assunto la forma di «destra democratica ». Quindi bisogna lasciarsi alle spalle le posizioni «estremiste». Da qui la necessità per il centrodestra di seppellire un passato scomodo e decisamente poco presentabile.

Discorso in un certo senso analogo per il centrosinistra, soprattutto per la sua componente maggioritaria, i DS. Il progenitore, il PCI, ha utilizzato (per dirla in modo schematico) la verità sulle stragi di Stato (che conosceva) per favorire la sua ascesa al potere. In pratica ha commercializzato il suo silenzio. Come? Mettendo alle strette la Democrazia cristiana, grande calderone politico in cui vivevano gomito a gomito tendenze filogolpiste con personaggi «democraticamente più presentabili». La famosa tattica del «io so, ma non parlo se ci mettiamo d’accordo». Una tattica che ha dato i suoi frutti anche perché la DC aveva un alleato compromesso
nella copertura del ruolo dei servizi segreti americani: il PSDI.

Il partito americano operante nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta (non a caso nato nel 1947 con un sostanzioso finanziamento della CIA tramite il sindacato AFL-CIO).
Sempre nello stesso anno, il 2000, sulla stessa lunghezza d’onda ci sono anche altri magistrati. Libero Mancuso, pubblico ministero a Bologna, è a suo modo profetico: sostiene infatti che occuparsi di piazza Fontana è fare «archeologia giudiziaria» perché non si potrà mai arrivare a nulla.
E non è un caso che il giudice Salvini si debba difendere da accuse lanciategli da altri magistrati, in particolar modo dal collega veneziano Felice Casson con l’ausilio del giornalista Giorgio Cecchetti di «La nuova Venezia» e «la Repubblica», autore di diversi scoop su notizie ancora riservate.
Alla fine Salvini viene assolto sia dal Consiglio superiore della magistratura sia dalla Cassazione. Era accusato di «incompatibilità ambientale» (cioè non avrebbe dovuto lavorare al tribunale di Milano) e di violazione degli obblighi di magistrato (aveva utilizzato agenti del SISMI peracquisire notizie su Martino Siciliano).
La vicenda è comunque rivelatrice di una questione non irrilevante: chi indaga su piazza Fontana mettendo in discussione la «verità ufficiale» dà fastidio.
Nel 2000, per la precisione in settembre, il senatore a vita Paolo Emilio Taviani fa nuove importanti dichiarazioni dopo quelle rilasciate nel 1997 alla Commissione stragi. Nel maggio 1974, quando era ministro dell’Interno, era stato proprio Taviani a sciogliere l’ufficio affari riservati di Federico Umberto D’Amato. Un passo significativo, perché D’Amato è stato uno dei personaggi di punta nell’opera di depistaggio sull’eversione di destra e sulla strage del 12 dicembre (ma non solo, era anche regista di manovre). Il senatore a vita racconta a membri del ROS dei carabinieri di aver appreso nel 1974 che la bomba collocata a Milano non avrebbe dovuto provocare vittime e che un agente del SID, l’avvocato romano Matteo Fusco di Ravello, il 12 dicembre 1969 stava per partire da Fiumicino per Milano con l’incarico di impedire gli attentati. Quando sta per imbarcarsi viene a sapere che la bomba è già scoppiata. Anna, figlia di Fusco, morto nel 1985, conferma che il padre aveva lavorato a lungo per il SIFAR e poi per il SID e in varie occasioni le aveva parlato del suo fallito tentativo di impedire la strage di piazza Fontana.

Questo fatto è un altro tassello che prova come i più importanti apparati dello Stato fossero a conoscenza della preparazione degli attentati e avessero cercato solo all’ultimo momento di ridurne gli effetti. In questo senso Fusco, indicato dalla figlia come molto vicino a Rauti, è uno dei punti di contatto a più alto livello fra il mondo militare e dei servizi segreti e Ordine nuovo. Ma Taviani non si ferma qui. Dice che fra i soggetti istituzionali attivi nel depistare le responsabilità verso la sinistra,
c’è un ufficiale di Padova: Manlio Del Gaudio. Chi è questo signore? Il tenente colonnello Del Gaudio, comandante, all’epoca, dei carabinieri di Padova, sarebbe il militare cui il generale del SID Gianadelio Maletti nel 1975 affida l’incarico di «chiudere la fonte Turco», cioè la fonte Gianni Casalini, esponente di Ordine nuovo e informatore del SID che intendeva «scaricarsi la coscienza» e rivelare quanto sapeva sulle responsabilità del gruppo negli attentati ai treni tra l’8 e il 9 agosto 1969. Ma la Corte d’assise di Milano non vuole ascoltare, nell’aprile 2001, Taviani (che muore il 17 giugno) e la Fusco di Ravello. Il motivo? Le prove sono emerse
quando il dibattimento è ormai prossimo alla conclusione, e comunque non vengono reputate «assolutamente necessarie».
Uno dei tanti episodi rivelatore della matrice statale di quella strage e dei tanti attentati che hanno costellato gli anni Sessanta e Settanta. E se ne potrebbero elencare molti altri. Tutti dello stesso segno.

Adesso il clima è il più adatto per lasciar cadere nel dimenticatoio una questione così scomoda come piazza Fontana.
Pietro Valpreda è morto il 7 luglio 2002. Tanti altri protagonisti sono morti, così come hanno lasciato la scena tante comparse. E la sentenza della Cassazione sancisce una situazione di fatto: per quella strage non ci devono essere colpevoli.
Come comincia questa intricata storia che parte dagli anarchici per arrivare ai nazifascisti, ai servizi segreti italiani e americani e si conclude con «tutti assolti»? Ovvio, bisogna tornare a quel tristemente famoso 12 dicembre 1969.

II°
UNA GIORNATA ESPLOSIVA
Quel signore di mezza età dal vestito elegante, salito alla fermata di piazza Missori sul tram 23, non dava certo l’impressione di un personaggio un po’ stralunato che parla da solo o arringa la folla con frasi sconnesse. Eppure, subito dopo avere pagato le 70 lire del biglietto, guardando fisso davanti a sé, esclamò: «Che cosa sarà stato? Una caldaia esplosa o una bomba?». Alcuni dei passeggeri del tram che correva verso Porta Romana continuarono a leggere il giornale o a chiacchierare tra loro, ma quelli più vicini al signore di mezza età lo guardarono tra lo stupito e l’interessato. Allora l’improvvisato oratore riprese: «Arrivo da piazza Fontana, è un
inferno... ci sono ambulanze, poliziotti, carabinieri... c’è stata un’esplosione alla Banca dell’agricoltura». Su quel tram, che nel frattempo si allontanava dal centro di Milano, nessuno sapeva ancora nulla. Erano da poco passate le cinque del pomeriggio di un venerdì come tanti con in più una certa aria prenatalizia, ma non era un giorno qualunque. Era il 12 dicembre 1969 e neanche mezz’ora prima, alle 16,37, una bomba aveva ucciso quattordici persone (altre due moriranno in ospedale e un’altra anni dopo) e provocato circa cento feriti.

Una strage, come diranno subito i primi soccorritori. Quella di piazza Fontana non è una bomba isolata. Un’altra viene ritrovata a poca distanza nella sede della Banca commerciale italiana di piazza della Scala. Sono le 16,25 quando un commesso della Commerciale, Rodolfo Borroni, vede una borsa nera abbandonata vicino all’entrata di un ascensore. La raccoglie pensando a un cliente distratto. La borsa è molto pesante. Insieme ad altri colleghi Borroni la apre. C’è una
cassetta metallica, una bustina rettangolare di plastica e un dischetto nero, graduato da 0 a 60. Nient’altro. Qualcuno ipotizza che possa trattarsi di una bomba. La borsa viene presa dal brigadiere Vincenzo Ferrettino, trasportata nel cortile della banca e sotterrata. È una prova importante, ma Teonesto Cerri, ingegnere e perito balistico, alle nove di sera, cioè quattro ore dopo, la farà saltare con una carica di tritolo applicata alla serratura. Guido Bizzarri, maresciallo dell’esercito e artificiere
con oltre quarant’anni di esperienza, dichiarerà poi ai giornalisti: «L’avrei disinnescata io, ma nessuno me lo ha chiesto. È stato più pericoloso farla brillare che aprirla».

È uno dei primi misteri di quel 12 dicembre a cui se ne aggiungerà un altro. Il 7 febbraio 1970 si verrà a sapere che nella borsa in cui era contenuta la bomba c’era anche un vetrino colorato che la questura di Milano aveva subito inviato alla Criminalpol di Roma per esami. Risultato dell’analisi:
vetrino colorato utilizzato per fabbricare lampade liberty simile a quelli usati nel laboratorio artigianale di Roma da Pietro Valpreda. Un anarchico milanese che da poco tempo si è trasferito nella capitale.

Ed è proprio a Roma che si conclude la sequenza di scoppi di una giornata incandescente. Tra le 16,40 e le 16,55 in un corridoio sotterraneo della Banca nazionale del lavoro in via Veneto c’è un’esplosione che causa quattordici feriti tra gli impiegati dell’istituto. Poi, nell’arco di dieci minuti dopo le 17,20, altri due ordigni di minore potenza dei precedenti scoppiano all’Altare della patria in piazza Venezia. Soltanto quattro feriti: un carabiniere e tre passanti.
Si chiude così la giornata della strage. Radio e televisione mandano in onda i primi servizi, mentre nelle redazioni dei quotidiani si preparano i titoli a caratteri cubitali per l’edizione del 13 dicembre.

III
APRITE, È LA POLIZIA
Orrenda strage a Milano, titola il «Corriere della Sera»
del 13 dicembre. Infame provocazione, mette in prima pagina «Il Giorno». Strage a Milano. Un piano terroristico in Italia?,
«La Stampa». Un orrendo attentato provoca una terribile strage a Milano. Nel quadro di provocazioni fasciste e manovre reazionarie, «l’Unità». Ma se i maggiori quotidiani si limitano a riportare i fatti, almeno in prima pagina, e non fanno ancora ipotesi, con l’eccezione del giornale del PCI, su esecutori e mandanti della strage del giorno prima, c’è già chi ha le idee chiare. Nella stessa sera del 12 dicembre il prefetto di Milano, Libero Mazza, invia al presidente del consiglio, il
democristiano Mariano Rumor, un fonogramma chiaramente orientato: «Ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza indagini verso gruppi anarcoidi aut comunque frange estremiste.
Est già iniziata, previe intese autorità giudiziaria, vigorosa azione rivolta at identificazione et arresto responsabili ». L’indicazione è chiara. E non coglie certo impreparati i poliziotti che stanno seguendo il caso. Luigi Calabresi, funzionario dell’ufficio politico della questura di Milano, ha già una pista: l’estremismo di sinistra. Il motivo? Gli obiettivi, banche e Altare della patria, sono per lui indizi chiarissimi. E in queste sue certezze supera di slancio anche il suo diretto superiore
Antonino Allegra. La regia dell’inchiesta sembra seguire un copione già scritto. E infatti verranno fermati soprattutto anarchici, extraparlamentari di sinistra, e soltanto pochissimi attivisti di estrema destra.
Quel 12 dicembre Paolo Finzi è a letto con la febbre. Una leggera influenza. Ha appena compiuto 18 anni e studia al liceo Giosuè Carducci di Milano. È attivo nel gruppo anarchico della sua scuola. Un gruppo nel quale milita anche Fabio Treves, che qualche anno dopo diverrà famoso come musicista e consigliere comunale. Poco prima di mezzanotte suonano alla porta della casa dei Finzi, vicino a piazza della Repubblica. È la polizia. Agli allibiti genitori, Matilde e Ulisse, gli agenti di pubblica sicurezza dicono senza tanti preamboli: «Dobbiamo portare in questura vostro figlio perché è uno dei maggiori indiziati per la strage di piazza Fontana». Matilde Bassani Finzi non è una donna che si lascia facilmente impressionare. Ha 51 anni ed è stata una militante antifascista dalla fine degli anni Trenta, partecipando al Soccorso  rosso di Ferrara, la sua città natale. Poi dal 1943 è attiva nella resistenza a Roma collaborando con i gruppi Bandiera rossa. Un passato che l’ha temprata. Però quella notte Matilde Bassani è angosciata per Paolo, il più piccolo dei suoi tre figli. Paolo Finzi viene portato al quarto piano di via Fatebenefratelli.
Gli uffici della polizia politica. Nello stanzone vi sono decine di persone, tutte di sinistra, e solo quattro fascisti che fraternizzano e conversano con i poliziotti presenti. Lì Finzi vede Giuseppe Pinelli, per lui uno dei vecchi del circolo anarchico milanese Ponte della Ghisolfa. Ma c’è anche un altro anarchico più vecchio di Pinelli, che Finzi conosce perché amico dei suoi genitori: Virgilio Galassi. Galassi era nel movimento libertario dall’immediato dopoguerra, ma nel 1969 non è più un militante attivo. Però è anche lui tra i sospettati. Perché? Il motivo è semplice quanto ridicolo: è funzionario dell’ufficio studi della Banca commerciale italiana.
L’istituto dove è stata trovata la bomba inesplosa. Ma non resterà per molto tempo ospite della questura. Il presidente della banca, Raffaele Mattioli, interverrà in suo favore.

Passano le ore. Poi uno alla volta i fermati vengono chiamati in un’altra stanza dove si svolgono gli interrogatori. Solita routine. Verifica dell’alibi, richiesta di valutazioni sui fatti e un’ultima domanda: «Chi pensi sia stato?». Ma è una domanda superflua, i poliziotti danno per scontato che gli autori dell’attentato siano anarchici.

Finiti gli accertamenti, i fermati vengono trasferiti nelle camere di sicurezza della questura.
Tutto si conclude nel tardo pomeriggio del 13 dicembre quando quasi tutti vengono rilasciati.
Ma la polizia continua le indagini. O meglio il fermo di militanti dell’estrema sinistra. Fausto Lupetti non è un ragazzino come Finzi: ha 26 anni. Ma è sospettabile: milita nel Partito marxista-leninista italiano che qualche anno prima si è scisso in due tronconi, linea nera e linea rossa. Lupetti, oggi editore, fa parte della seconda corrente. E per di più è un «cinese» anomalo perché vive in una comune: un grande appartamento in via Mosso, dalle parti di via Padova, a Milano.
Alle sei della mattina del 13 dicembre i membri di quella comune vengono bruscamente svegliati. È sempre la polizia.
Tutti in questura. Interrogatorio di rito. Anche Lupetti nota Pinelli, forse l’anarchico milanese allora più conosciuto nell’ambito della sinistra milanese. «Mi colpì il fatto che il pavimento davanti a lui fosse cosparso di cenere di sigarette», ricorda Lupetti che verso sera verrà trasferito al carcere di San Vittore, dove resterà fino al 29 dicembre in compagnia di Pasquale Valitutti, detto Lello, un giovane anarchico, e Andrea Valcarenghi, animatore del gruppo Onda verde e dal 1971 responsabile del mensile «Re Nudo».

Il 15 dicembre il «Corriere della Sera» titola in prima pagina: Ventisette estremisti trattenuti a San Vittore. Appartengono in maggioranza ai gruppi neo-anarchici collegati con organizzazioni internazionali. L’attacco dell’articolo, firmato da Arnaldo Giuliani, spiega molto bene il clima che si sta creando: «Al termine delle prime quarantott’ore di indagini, l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana può così sintetizzarsi: 1) sono state fermate finora oltre centocinquanta persone sospette, appartenenti agli opposti estremismi; 2) alle venti di ieri sera restavano in stato di fermo a San Vittore ventisette giovani appartenenti in maggioranza a gruppi anarcoidi che si sospettano in collegamento con movimenti anarchici internazionali».

E nelle pagine interne viene approfondita la pista anarchica.
Titolo della quinta pagina: Anche i vecchi anarchici del Diana setacciati nei covi degli estremisti. L’autore dell’articolo, Enzo Passanisi, traccia una radiografia del movimento anarchico milanese, quasi a voler far conoscere meglio l’ambiente in cui può essere maturato l’attentato: «Gli anarchici italiani sono riuniti in una federazione, la FAI. [...] Ma quelli milanesi, che sono sui duemila fra membri attivi e simpatizzanti, seguono in maggioranza una linea autonoma. Sono divisi in circoli e gruppi: uno solo di questi ultimi, che prende il nome da Sacco e Vanzetti e che è composto principalmente da anziani militanti, è affiliato alla FAI. Gli altri gruppi, in numero di una dozzina, sono divisi a seconda delle rispettive branche di attività: c’è per esempio la Lega anarchica milanese che opera nelle università e in otto istituti superiori e c’è il sindacato anarchico fra i lavoratori. Vale la pena di ricordare come la linea politica seguita dal movimento [...] predichi il sovvertimento della società e la presa del potere della massa retta direttamente da assemblee del popolo e da comuni di lavoro, senza governo, né parlamento sull’esempio della Repubblica Ucraina formatasi durante la lotta fra bolscevichi e russi bianchi». Dopo la descrizione, la bomba. Non quella di piazza Fontana, ma al teatro Diana il 23 marzo 1921. Il precedente storico. Il giornalista Passanisi pone la domanda ad alcuni anarchici del Circolo Ponte della Ghisolfa. Ecco la risposta: «Un errore. Si volevano colpire i magistrati che stavano nell’albergo vicino al teatro: i giudici che tenevano in carcere, senza processo, Malatesta.
Agenti provocatori della polizia riuscirono a fare cambiare il bersaglio all’ultimo momento e fu il massacro. Un massacro che abbiamo sempre deplorato». E il giornalista può così commentare: «Già, fra l’attentato accettabile dalla linea anarchica e quello da respingere c’è sempre la possibilità dell’errore. Non potrebbe esserci stato un errore anche venerdì?».
Ma c’è già chi la stessa sera del 12 dicembre fa un accostamento tra la bomba alla banca e quella del Diana. È Alberto Grisolia del «Corriere della Sera», quotidiano diretto da Giovanni Spadolini, più storico che giornalista. «È come per il Diana», dice Grisolia (e il 14 dicembre lo scriverà sul «Corriere»: «La gravità dell’attentato, che a Milano ha soltanto il precedente del teatro Diana [...]») a Giulio Polotti, classe 1924, all’epoca segretario della UIL milanese e deputato socialista.
Polotti ricorda perfettamente quel venerdì pomeriggio: «C’era una riunione delle tre confederazioni nella sede della CISL in via Tadino per discutere il piano degli scioperi per i rinnovi contrattuali. Verso le 17 arriva la notizia dello scoppio, come deputato vado subito in piazza Fontana per vedere che cosa è successo. Entro nell’atrio della banca e, orrore, inciampo nel braccio di una vittima. Poi salgo al primo piano e lì arrivano anche il sindaco Aldo Aniasi, il prefetto Libero Mazza, il questore Marcello Guida e il cardinale Giovanni Colombo. A quel punto è chiaro: è stata una bomba. Vado a telefonare per informare Atonio Giolitti a Roma e lui mi dice che anche nella capitale ci sono state delle esplosioni. Dopo la telefonata incontro Grisolia che mi parla dell’attentato al Diana come precedente storico di questa bomba». Stesso clima a Roma. Il «Corriere d’informazione» del pomeriggio del 14 dicembre scrive: «Non hanno dormito stanotte, gli estremisti d’ogni colore, sonni tranquilli. La polizia ha effettuato, in tutta la città, una vasta retata di estremisti di ogni tendenza, di individui compromessi con movimenti che
non hanno mai fatto mistero delle loro intenzioni sovvertitrici». E più avanti Fabrizio De Santis, autore dell’articolo, aggiusta il tiro: «Sono evidentemente individui decisi a tutto. Volevano non soltanto spaventare la popolazione, dimostrare la loro esistenza come elementi rivoluzionari e contestatori. Volevano uccidere».
Il clima psicologico e sociale è pronto. Manca soltanto il «mostro» da sbattere in prima pagina.

IV
IN QUESTURA CON IL MOTORINO
Quel 12 dicembre era rientrato alle sei di mattina. Abitava nelle case popolari di via Preneste 2, a Milano. Nel quartiere san Siro, strana mescolanza di palazzoni, villette con giardino e piscina, condomini piccolo-borghesi. Giuseppe Pinelli aveva fatto il turno di notte. Manovratore allo scalo della stazione di Porta Garibaldi. Un’ora dopo la moglie Licia sveglia le figlie, Silvia e Claudia. Prepara la colazione e le accompagna a scuola. Dopo si ferma a fare la spesa, torna a casa. Verso
le 11 arriva uno che a lei piace poco: Nino Sottosanti. Licia sta lavando i pavimenti. «Vai di là che lo svegli», dice Licia a Sottosanti. Poi va a riprendere le bambine. Quando arriva a casa, Pinelli e Sottosanti stanno parlando di Tito Pulsinelli che con altri giovani anarchici è in prigione per gli attentati del 25 aprile alla stazione Centrale di Milano e alla Fiera campionaria.
Ma Pulsinelli è accusato anche di essere l’autore dell’attentato alla caserma di pubblica sicurezza Garibaldi del 19 gennaio 1969. E Sottosanti può fornire un alibi a Pulsinelli per quella notte. Perché? Sottosanti si è infatuato del giovane Pulsinelli e la notte dell’attentato l’hanno passata insieme. Pinelli, membro della Croce nera anarchica (organismo di difesa costituito nell’aprile 1969, sull’esempio dell’inglese Anarchist Black Cross, inizialmente per aiutare la lotta degli anarchici
spagnoli contro il franchismo, ma poi sempre più impegnato nel difendere gli anarchici italiani colpiti dalle misure repressive di polizia e magistratura), deve quindi tenere contatti con questo personaggio ambiguo: amico di estremisti di destra, ex volontario nella Legione straniera, ammiratore di Benito Mussolini, in precedenza custode della sede di Nuova Repubblica. Nei capannelli che di tanto in tanto si formano in piazza Duomo è conosciuto come Nino il fascista o Nino il
mussoliniano.

Alle due del pomeriggio Pinelli e Sottosanti escono. Devono cambiare un assegno di 15 mila lire per Sottosanti. Un rimborso per le spese di viaggio. Il conto corrente è quello dei fondi della Croce nera, agenzia 11 della Banca del Monte di Milano. Prima bevono un caffè al bar di via Morgantini. In via Pisanello, sede della banca, i due si lasciano e Sottosanti va a Pero dove abitano i parenti di Pulsinelli. Arriverà alle 16,30, secondo la deposizione di Lucio Pulsinelli, fratello di Tito.
Pinelli invece, dopo aver riscosso la busta paga con la tredicesima alla stazione di Porta Garibaldi, spedisce una lettera a Paolo Faccioli, un altro anarchico arrestato per i fatti del 25 aprile. È una lettera semplice, ma rivelatrice dell’indole di Pinelli. Eccola: «Caro Paolo, rispondo con ritardo alla tua, purtroppo tempo a disposizione per scrivere come vorrei ne ho poco: ma da come ti avrà spiegato tua madre ci vediamo molto spesso e ci teniamo al corrente di tutto. Spero che ora la situazione degli avvocati sia chiarita. Vorrei che tu continuassi a lavorare, non per il privilegio che si ottiene, ma per occupare la mente nelle interminabili ore; le ore di studio non ti sono certamente sufficienti per riempire la giornata. Ho invitato i compagni di Trento a tenersi in contatto con quelli di Bolzano per evitare eventuali ripetizioni dei fatti. L’anarchismo non è violenza, la rigettiamo, ma non vogliamo nemmeno subirla: esso è ragionamento e responsabilità e questo lo ammette anche la stampa borghese, ora speriamo lo comprenda anche la magistratura. Nessuno riesce a comprendere il comportamento dei magistrati nei vostri confronti. Siccome tua madre non vuole che ti invii soldi, vorrei inviarti libri, libri non politici (che me li renderebbero) così sono a chiederti se hai letto Spoon River, è uno dei classici della poesia americana; per altri libri dovresti dirmi tu i titoli. Qua fuori cerchiamo di fare del nostro meglio. Tutti ti salutano e ti abbracciano, un abbraccio particolare da me e un presto vederci.Tuo Pino».

A questo punto la ricostruzione del pomeriggio di Pinelli si complica. Alcuni avventori del bar di via Preneste, Mario Magni, Mario Pozzi, Luigi Palombino e Mario Stracchi sostengono che Pinelli giocò a carte con loro dalle 15-15,30 fino alle 17-17,30, confermando così l’alibi fornito da Pinelli al brigadiere Carlo Mainardi che lo aveva interrogato. Ma il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio nella sua sentenza del 27 ottobre 1975 (quella che mandò tutti assolti per la morte di Pinelli, inventando un caso nuovo nella medicina mondiale: «il malore attivo») sostiene che quei testimoni si confondono con il giorno precedente e ricorda che il titolare del bar, Pietro Gaviorno, smentisce questa circostanza sostenendo che Pinelli bevve un caffè con uno sconosciuto e poi si allontanò.
D’Ambrosio trova discordanze o incompatibilità temporali negli spostamenti di Pinelli, soprattutto grazie alla circostanza «che l’appuntato di pubblica sicurezza Carmine Di Giorgio abbia insistito nell’affermare di essere quasi certo che quel giorno egli non aveva giocato». Di Giorgio era un altro avventore in quel bar e la sua «quasi certezza» vale molto di più della certezza degli altri. Così D’Ambrosio può sostenere che questi ultimi si confondono: «Del resto non è senza significato,
ai fini dell’errore sul giorno della partita, che Pozzi, Palombino e Stracchi fossero presenti allorché il Magni fu intervistato dai giornalisti. La suggestione che ne potette derivare è evidente».
Comunque sia andata, Pinelli, dopo aver giocato o non giocato a carte, va al Circolo Ponte della Ghisolfa. In piazzale Lugano 31. Lì incontra Ivan Guarnieri, anche lui membro della Croce nera, e un altro giovane anarchico, Paolo Erda.
L’orario? Tra le 17 e le 18. Come al solito gira con il suo motorino.
Un po’ malandato, ma Pino ne è orgoglioso. Ed è a cavallo del suo Benelli che poco prima delle 19 arriva al Circolo di via Scaldasole. Una sede anarchica aperta da poco tempo, in un seminterrato di un antico caseggiato fatiscente, a due passi da Porta Ticinese. Ci sono molti lavori di restauro da fare e Pinelli vuole chiudere la giornata dando una mano a un anarchico da poco arrivato dalla Sardegna, Sergio Ardau, che sapeva essere già là. Prima di arrivare al circolo Pinelli si ferma a comprare delle sigarette. È un accanito fumatore. Ed è dal tabaccaio che per la prima volta sente notizia di quanto è successo alla Banca dell’agricoltura. Arrivato in via Scaldasole, Pinelli trova Ardau. Ma non è solo. Ci sono anche tre poliziotti. Li guida il commissario della squadra politica, Luigi Calabresi.
«Ah, bene, sei qui anche tu», dice Calabresi a Pinelli, «vieni in questura, puoi seguirci con il tuo motorino». Ardau viene fatto salire sulla macchina della polizia. Durante il percorso Calabresi dice ad Ardau: «C’è una sicura matrice anarchica negli attentati». Poi chiede notizie di «quel pazzo criminale di Valpreda». E aggiunge: «Voi due siete due bravi ragazzi, ma dovete riconoscere che tipi loschi come quel pazzo di Valpreda con il suo codazzo di ragazzini, con la loro esaltazione criminale
ci costringono a prendere seri provvedimenti che si ritorcono anche contro di voi, perché ora non possiamo più tollerare ciò che in passato abbiamo fin troppo tollerato. Dovete rendervi conto che ci sono stati quattordici morti e non venitemi a raccontare, tu o altri, che sono stati i fascisti. Questa è roba da anarchici, non c’è ombra di dubbio. E voi dovete aiutarci a trovarli e fermarli prima che possano uccidere ancora».
Questo è quanto Ardau ricorda di quel colloquio. Intanto Pinelli li segue. È il suo penultimo viaggio. Quello definitivo sarà da una finestra del quarto piano della questura di Milano in via Fatebenefratelli.

V
È LUI! È LUI!
Piazza Duomo è piena di gente. Anche i sindacati hanno deciso la mobilitazione. Migliaia di milanesi sono assiepati sul sagrato. Il Duomo è stracolmo. Lì si svolgono i funerali delle quattordici vittime. Officiante l’arcivescovo di Milano, cardinale Giovanni Colombo. In rappresentanza dello Stato c’è il presidente del consiglio, Mariano Rumor, per la città il sindaco, Aldo Aniasi. Ma la mattina del 15 dicembre non c’è in piazza del Duomo una persona importante in questa vicenda.
Non solo importante, ma essenziale: l’involontario protagonista, Pietro Valpreda. Valpreda è un anarchico di 36 anni, milanese, che da giovane abitava in via Civitale, quartiere San Siro, a poche centinaia di metri dalla casa dove Pinelli va a vivere dopo essersi sposato con Licia Rognini. Una vita da ragazzo di periferia, quella di Valpreda. Con un paio di precedenti penali: nel 29 1956 viene condannato a quattro anni di carcere dalla Corte d’assise di Milano per rapina a mano armata commessa contro una coppia in macchina. La seconda condanna è del 1958 per contrabbando. Poi comincia ad appassionarsi di questioni politiche e sociali. E mentre studia danza moderna si dedica alla lettura dei classici del pensiero anarchico: Michail Bakunin, Pëtr Kropotkin, Errico Malatesta. Balla per alcune compagnie di rivista, ha qualche ingaggio alla televisione. Gira l’Italia al seguito dei corpi di danza nei quali è scritturato.

Nei primi anni Sessanta è stato operato per disturbi di circolazione: porta ancora sulle gambe i segni dell’intervento che lo ha guarito. La sua militanza nei gruppi milanesi è forzatamente saltuaria. Ma quando è a Milano va quasi sempre a trovare gli anarchici del Circolo Sacco e Vanzetti, in viale Murillo 1, vicino a piazzale Brescia, e poi, dal maggio 1968, del Circolo Ponte della Ghisolfa, la nuova sede degli anarchici milanesi. Valpreda è un tipo dalla statura media, agile, dalla battuta ironica sempre pronta lanciata con accento tipicamente milanese e con la erre un po’ arrotata. Nei primi mesi del 1969 si trasferisce a Roma. Comincia a frequentare il Circolo Bakunin, formato da gruppi aderenti alla FAI (Federazione anarchica italiana). Poi, in disaccordo, se ne stacca e con altri (Mario Merlino, Roberto Mander, Emilio Borghese, Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola) fonda il Circolo 22 marzo in via del Governo vecchio 22. E visto che le scritture teatrali si sono molto diradate (è praticamente disoccupato) apre con Ivo Della Savia (a cui subentra Giorgio Spanò quando Della Savia, a metà ottobre, va all’estero) un negozio artigiano in via del Boschetto, dove fabbrica lampade liberty, gioielli e collanine. Tra i materiali utilizzati vi sono anche molti vetrini colorati. Uno simile a questi comparirà poi, in modo strano, nella borsa che conteneva la bomba alla Banca commerciale.

Valpreda è a Milano dalle sette del 12 dicembre. È partito la sera prima da Roma, perché convocato dal giudice Antonio Amati. Il 15 dicembre Valpreda, accompagnato dalla nonna Olimpia Torri, alle otto va in via San Barnaba 39 dove c’è lo studio di Luigi Mariani, il suo avvocato. Deve presentarsi ad Amati, il giudice istruttore che si occupa degli attentati del 25 aprile alla Fiera campionaria e alla stazione Centrale di Milano. Amati si considera un esperto di anarchici e di attentati: poco dopo l’esplosione di piazza Fontana sa già che è una bomba e che a metterla non possono essere stati che degli anarchici. È quanto dice al telefono parlando con i responsabili della questura milanese Valpreda, con Mariani e Luca Boneschi, altro suo avvocato, va dunque al Palazzo di giustizia. Lì i due avvocati si separano da Valpreda. Appuntamento a dopo l’interrogatorio. Valpreda lascia la nonna ad aspettarlo e bussa alla porta dello studio di Amati. Sono le 10,35. Entra e viene accolto dal giudice con un’esclamazione: «Ah, è qua lei?». «Sì, non sono potuto venire prima perché ero a Roma, sa, io sono un ballerino-attore e mi sposto per motivi di lavoro», risponde Valpreda. Ma il giudice Amati lo interrompe con una serie di domande: «Ma chi siete voi anarchici? Cosa volete? Perché amate tanto il sangue?». Questo dialogo (reale o inventato?) si svolge nello studio del giudice, ma c’è qualcuno che lo sente e che lo riporterà sul «Corriere della Sera» del giorno successivo. È Giorgio Zicari, un giornalista molto particolare. Nel 1969 è un informatore dei servizi segreti, ma più che informatore è uno che viene informato e a cui i servizi fanno arrivare notizie o, meglio, veline riservate. Il suo ruolo verrà poi definitivamente reso pubblico il 20 giugno 1974 da Giulio Andreotti, all’epoca ministro della Difesa, in un’intervista a Massimo Caprara, giornalista ed ex segretario del leader del PCI Palmiro Togliatti, pubblicata sul settimanale «il Mondo».

Andreotti rivela che Zicari «era un informatore gratuito del SID» e che poi «è passato alle dipendenze della direzione affari riservati della pubblica sicurezza». Una carriera, quella di Zicari, che anni dopo lo rivedrà giornalista nel gruppo Monti come direttore responsabile del «Corriere di Pordenone». Zicari è dunque al posto giusto nel momento giusto. E lo sarà per molte volte ancora, sollevando le proteste dei giornalisti delle altre testate: soltanto lui ha accesso alle notizie riservate di questura e tribunale. Dal suo osservatorio privilegiato Zicari vede uscire Valpreda, alle 11,30, finito l’interrogatorio con Amati. Vede che due poliziotti lo prelevano a forza prendendolo sotto le ascelle e dopo averlo ammanettato, in una saletta del tribunale, lo accompagnano in questura. La nonna Olimpia non riesce neppure a comprendere che cosa stia succedendo. Chiama il «suo Pietro», ma i poliziotti si allontanano rapidamente. In via Fatebenefratelli, Valpreda, dopo un breve interrogatorio, viene lasciato ad attendere in una stanza. Poi, colpo di scena: trasferimento a Roma alla questura di via San Vitale. Tre poliziotti, l’autista e Valpreda partono per la capitale. Ad attenderli ci sono Umberto Improta, commissario della squadra politica che anni dopo diventerà questore di Milano, Alfonso Noce, altro funzionario della politica, e i brigadieri di polizia Remo Marcelli e Vincenzo Santilli. Alle 3,30 del mattino del 16 dicembre viene redatto il primo verbale ufficiale. Prima però, tra le due e le tre, Valpreda deve accompagnare i poliziotti in un campo di fianco alla via Tiburtina. Per cercare, senza risultato, un deposito di esplosivi. Ecco che cosa viene messo a verbale. Valpreda: «Ricordo che Ivo Della Savia, prima di partire da Roma l’ultima volta, passando per la via Tiburtina all’altezza della Siderurgica romana e della ditta Decama, a circa due o trecento metri dal Silver cine, mi indicò [...] un tratto di boscaglia, dicendomi: ‘Non molto lontano dalla strada, ai piedi di una pianta non molto alta, tengo della roba conservata’». E aggiunge: «Non mi precisò di che cosa si trattasse. Comunque con la parola roba, noialtri intendiamo far riferimento a esplosivi, detonatori e micce». Perché Valpreda fa questa ammissione? Semplice: Merlino è stato il primo del gruppo 22 marzo a venire interrogato dalla polizia romana. Non perché sospettato, ma come testimone. È il 13 dicembre, ore 13,45, Merlino fa verbalizzare: «In merito agli attentati [...] sono in grado di riferire che i miei amici Emilio Borghese, Roberto Mander e Giorgio Spanò, in occasione di incontri che hanno avuto separatamente con me, mi hanno parlato dell’esistenza in Roma di un loro deposito di armi e materiale esplodente. [...] Spanò, circa un mese e mezzo fa, nella sede del Circolo Bakunin di via Baccina, parlando di attentati in genere, mi disse di essere al corrente di alcuni fatti e particolari riguardanti gli attentati verificatisi a Roma». Merlino, che solo più tardi verrà incriminato con Valpreda e gli altri anarchici del Circolo 22 marzo, quando viene interrogato, sempre come testimone, rilascia altre dichiarazioni che devono incastrare i suoi compagni. E fa verbalizzare: «Roberto Mander, il 28 novembre, in occasione del raduno nazionale dei metalmeccanici, in piazza Santa Maria Maggiore, verso le ore dieci, mentre era in atto il concentramento degli studenti che poi parteciparono al corteo degli operai, mi disse che aveva bisogno di esplosivo perché la situazione politica stava precipitando e quindi era necessario agire. Inoltre il 10 o l’11 corrente, in via Cavour, verso le 20, Roberto, avendogli io riferito alcune cose che mi erano state dette da Emilio Borghese, mi disse che loro effettivamente tenevano un deposito sulla via Casilina». Un deposito itinerante, dunque, che si sposta dalla Tiburtina alla Casilina. Frutto forse più di millanteria esaltata che di attività dinamitarda. Continua Merlino: «Emilio Borghese una o due sere prima dell’incontro con Mander [...] nella sede del Circolo anarchico 22 marzo, mi disse che sulla via Casilina aveva un deposito di esplosivo, detonatori e armi: al riguardo mi precisò di avere [...] un forte quantitativo di detonatori e minor quantità di esplosivo [...] ricordo che soggiunse pure di essere andato al deposito qualche giorno prima in compagnia di Roberto Mander e Pietro Valpreda. Di essere andato con la macchina di Valpreda e di aver prelevato o di aver depositato [...] un certo quantitativo di esplosivo». Prima contraddizione: se Mander aveva libero accesso al famoso deposito, perché aveva bisogno di esplosivo? E perché si rivolgeva a Merlino? Mistero. Un mistero che lo stesso Mander, studente liceale di 17 anni, figlio di un direttored’orchestra sinfonica, provvede a dissipare in un interrogatorio del 15 dicembre con la polizia: «Il giorno dello sciopero dei metalmeccanici, il 28 novembre, con Merlino esaminai l’opportunità che scoppiasse un ordigno esplosivo per creare incidenti; cioè discutemmo se ai metalmeccanici poteva fare comodo che si verificassero scontri con la polizia. La settimana successiva il Merlino mi hiese se era vero che io e Valpreda tenevamo un deposito di esplosivo sulla via Casilina. Pregai il Merlino di informarsi bene da dove provenivano quelle voci. Nell’occasione gli chiesi se aveva la possibilità di procurare dell’esplosivo al fine di compiere qualche atto dimostrativo. Nei giorni scorsi ho fatto analoga richiesta di esplosivo a Borghese, il quale mi aveva detto che non aveva niente per le mani». Dichiara ancora Mander: «Debbo precisare che quando mi recai sulla Tiburtina ove mi venne indicato il deposito di materiale, mi sembra micce e detonatori, mi trovavo in compagnia di Ivo Della Savia».
Quindi niente esplosivo. Mander aggiunge un’altra dichiarazione: «Ritengo che Valpreda sia più esperto di me nell’uso dell’esplosivo per il fatto che ha militato per molti anni nelle associazioni anarchiche e anche perché è rimasto implicato negli attentati alla Fiera di Milano e credo anche in altri attentati». I militanti del Circolo 22 marzo cominciano ad accusarsi reciprocamente e Merlino insiste: «Posso aggiungere che, oggi in questura, avendo detto che il commissario mi aveva contestato l’esistenza di esplosivo degli anarchici sulla via Casilina, il Mander mi ha risposto: ‘Sanno pure questo?’. [...] Il Borghese mi disse anche che aveva modo di rimediare altro esplosivo ma non capii dove lo teneva».
Chi invece non si lascia coinvolgere nel gioco che sta orchestrando la polizia è Roberto Gargamelli, 20 anni, figlio di un funzionario della Banca nazionale del lavoro, che alle cinque del mattino del 15 dicembre fa mettere a verbale: «Durante gli incontri con il Valpreda, sia da solo sia in compagnia degli altri compagni, non ho mai sentito parlare di esplosivi, intendo dire che non ho mai sentito che da parte del Valpreda, del Mander o del Borghese sia stata fatta richiesta di procurare materiale esplosivo, né ho sentito mai parlare dell’esistenza di un deposito o di un magazzino posto sulla via Casilina o sulla via Tiburtina, nel quale il Mander o il Borghese tenessero depositato detto materiale».

Ma chi è Merlino, che con tanta determinazione vuole gettare sospetti sui suoi compagni? Laureato in filosofia, 25 anni, figlio di un funzionario del Vaticano, ramo Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, Merlino nel 1962, quando ha 18 anni, inizia la sua militanza nei gruppi di estrema destra, soprattutto in Avanguardia nazionale guidata da Stefano Delle Chiaie. Stringe rapporti anche con Pino Rauti (il fondatore di Ordine nuovo, poi leader del Movimento sociale-Fiamma tricolore, «defenestrato» dal partito nel 2004) e con il deputato missino Giulio Caradonna. Quest’ultimo, esponente dell’ala dura del fascismo italiano, guida gli attivisti della Giovane Italia, circa duecento e tra questi Merlino, negli scontri del 17 marzo 1968 contro gli studenti dell’estrema sinistra che occupano la facoltà di lettere dell’università La Sapienza di Roma. Nell’aprile dello stesso anno Merlino partecipa al viaggio in Grecia promosso dall’ESESI, la lega degli studenti greci fascisti in Italia, e organizzato da Rauti e Delle Chiaie. Rientrato in Italia, Merlino ha una conversione politica. Comincia a vestirsi secondo gli schemi della sinistra più radicale, si lascia crescere barba e baffi, inizia a frequentare gruppi della sinistra extraparlamentare, fonda il Circolo XXII marzo, progenitore, in un certo senso, del futuro Circolo 22 marzo. Diffonde volantini che inneggiano alla rivolta studentesca di Parigi, partecipa con una bandiera nera su cui campeggia la scritta «XXII marzo» a una manifestazione davanti all’ambasciata francese. Nel settembre 1969 approda al Circolo Bakunin di via Baccina. Qui non fa mistero del suo passato e dichiara di essere ormai un ex camerata e di nutrire simpatie per l’anarchia. All’interno del Circolo Bakunin si lega ai militanti più insofferenti verso la linea politica del circolo e con questi, alla fine di ottobre, dà vita al Circolo 22 marzo. Merlino resta ancora oggi una figura difficilmente definibile. Valpreda, anche dopo il loro arresto e la carcerazione, continuerà a difenderlo sostenendo che anche un fascista può cambiare idea e che il clima creatosi con la contestazione aveva rotto molte certezze anche fra i militanti della destra estrema. Resta il fatto però che i collegamenti con i camerati e soprattutto con Delle Chiaie non si interrompono con la sua dichiarata conversione all’anarchia. Anzi, quando verrà messo alle strette dalla polizia, cioè quando la sua posizione passerà da quella di testimone-informatore a quella di inquisito, Merlino come alibi per il pomeriggio del 12 dicembre può contare soltanto su una persona: Stefano Delle Chiaie. Che verrà perfino incriminato per falsa testimonianza. Tanto che Merlino nel gennaio 1981 in un’intervista al settimanale «L’Europeo» riconosce questo suo debito di gratitudine verso Delle Chiaie: «Ha detto la verità e continua a dirla anche adesso a distanza di undici anni. [...] Ma le ragioni della mia stima non sono tutte qui. A proposito della strage di Bologna, per esempio, è stato l’unico ad avere il coraggio di dire certe cose, a prendersi le proprie responsabilità di fronte al terrorismo, rosso o nero che sia. A differenza di certi personaggi, come Rauti e Almirante, che si sono lanciati in centomila distinguo, quando non sono corsi in questura a consegnare gli elenchi degli aderenti a Terza posizione».

Se Valpreda nei confronti di Merlino tiene un atteggiamento di solidarietà, nutre però molti sospetti su qualcuno che non riesce a identificare: «Tra noi c’era una spia. [...] La polizia sapeva tutto dei nostri spostamenti, dei discorsi che si facevano al circolo», aveva scritto il 27 novembre 1969 al suo avvocato, Boneschi. La sensazione è esatta, ma Valpreda non sa ancora chi è la spia che diligentemente informa la polizia di tutto quanto facevano i giovani anarchici del Circolo 22 marzo.
Chi è questo personaggio? È il «compagno Andrea», con questo nome lo conoscono gli anarchici di via Governo vecchio, ma in realtà si chiama Salvatore Ippolito, ed è l’agente di pubblica sicurezza incaricato di infiltrarsi tra gli anarchici romani. Due persone, Merlino e Ippolito, controllavano quindi quel piccolo gruppo. Il primo informava Delle Chiaie, il secondo il suo superiore della questura, il commissario Domenico Spinella. C’era poi un terzo, Stefano Serpieri, frequentatore saltuario del circolo e informatore del SID. Ma la carta vincente per la polizia non è tra questi personaggi C’è il «superteste» Cornelio Rolandi, tassista a Milano.
Rolandi si è presentato ai carabinieri e poi alla polizia per fare un’importante dichiarazione: ha trasportato l’uomo che ha messo la bomba in piazza Fontana. Viene trasferito a Roma, dove arriva alle ore 17 del 16 dicembre. Si organizza un confronto.
Valpreda è tra quattro poliziotti (Vincenzo Graziano, Marcello Pucci, Antonino Serrao e Giuseppe Rizzitello). Sono presenti anche il pubblico ministero romano Vittorio Occorsio (il 10 luglio 1976 verrà ucciso da un commando di Ordine nuovo composto da Pierluigi Concutelli e Gianfranco Ferro) e Guido Calvi, avvocato difensore di Valpreda. Prima del confronto Rolandi dichiara: «L’uomo di cui ho parlato è alto metri 1,70-1,75, età circa 40 anni, corporatura regolare, capelli
scuri, occhi scuri, senza baffi e senza barba. Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere. Mi sono state mostrate anche altre foto di altre persone. Non sono mai stato chiamato allo stesso esperimento». Poi Rolandi indica Valpreda. Questi gli chiede di guardarlo meglio, ma Rolandi replica: «È lui. E se non è lui qui non c’è».
Con questa testimonianza, che verrà poi smontata nella sua assurdità, viene creato il «mostro». I giornali possono cantare vittoria: «La macchina del terrore è ormai saltata».

VI
NON L’ABBIAMO UCCISO NOI
L’interrogatorio è arrivato a una fase cruciale oppure si svolge secondo la consueta routine? È concitato o disteso?
L’alibi del fermato è caduto oppure regge? C’è calma in quella stanza o c’è violenza? La finestra è chiusa, socchiusa o spalancata? A queste domande non è possibile dare risposte certe, perché i testimoni si sono contraddetti più volte.
Tra loro e con se stessi. Le ultime ore di vita di Giuseppe Pinelli sono infatti racchiuse nei racconti dei poliziotti che lo interrogavano. Di coloro che gran parte dell’opinione pubblica ha indicato come i responsabili della sua morte. La verità è sepolta con Pinelli nel cimitero di Musocco a Milano e poi dal 1981 in quello di Carrara. Il commissario Luigi Calabresi e i suoi poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Pietro Mucilli e il tenente dei carabinieri Savino Lograno quella notte al quarto piano della questura interrogavano Pinelli. Poi il ferroviere anarchico è volato dalla finestra.
È la mezzanotte del 15 dicembre, il cronista dell’«Unità», Aldo Palumbo, ha lasciato la sala stampa della questura. È nel cortile quando sente un tonfo seguito da altri due. Qualcosa che sbatte contro i cornicioni dei vari piani. Accorre, vede un uomo per terra nell’aiuola. Corre a chiamare agenti e colleghi. È mezzanotte? Manca ancora qualche minuto? È già iniziato il 16 dicembre? Altro quesito irrisolto. L’ora esatta della caduta di Pinelli diventerà un altro tormentone in questa storia tormentata. Dalla questura è partita una richiesta di ambulanza prima che Pinelli cadesse o dopo? Mistero. Che pretende di risolvere Gerardo D’Ambrosio con la sua famosa sentenza del «malore attivo», che manda tutti assolti, ma riabilita pienamente Pinelli. Scrive D’ambrosio: «Pinelli accende la sigaretta che gli offre Mainardi. L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto». Tutto qui. D’Ambrosio non tiene in considerazione le enormi contraddizioni in cui sono caduti i poliziotti. Secondo loro Pinelli si è gettato dalla finestra gridando: «È la fine dell’anarchia». I poliziotti accorrono per fermarlo, scossi dal suo grido. Panessa afferma di essere riuscito ad afferrare Pinelli, rimanendo con una scarpa in mano. Ma i giornalisti accorsi vicino al moribondo lo vedono con tutte e due le scarpe ai piedi. E poi c’è il fatto che Pinelli non presenti ferite sulle mani e sulle braccia: in caso di caduta vengono istintivamente portate a difesa della testa. Mancano lesioni (perdite di sangue dal naso, dalla bocca) che si registrano in questi casi. Tutte contraddizioni che per il giudice D’Ambrosio non hanno rilevanza. Inoltre D’Ambrosio stigmatizza solo a parole il comportamento degli inquirenti. Ecco un riepilogo dei fatti. Pinelli viene fermato al Circolo Scaldasole con Sergio Ardau alle 19 del 12 dicembre. Segue i poliziotti in questura con il suo motorino. A mezzanotte viene interrogato per la prima volta.
Gli chiedono notizie su quel «pazzo di Valpreda». Sabato 13 Ardau viene trasferito nel carcere di San Vittore, mentre Pinelli resta all’ufficio politico. La mattina di domenica 14 un agente telefona alla moglie di Pinelli: «Signora, dica alle ferrovie che suo marito è malato e non andrà a lavorare». Il tono è amichevole: inutile creare complicazioni sul lavoro. Alle 9,30 di lunedì 15 l’anarchico riceve la visita della madre, Rosa Malacarne, che lo trova tranquillo, sorridente e sereno. Verso le 14,30 la moglie Licia riceve una telefonata dall’ufficio politico: «Signora telefoni alle ferrovie e dica che suo marito è fermato in attesa di accertamenti. Ha capito? Deve dire che è fermato». Niente più fair play: Pinelli deve capire che rischia il posto di lavoro. Alle 22 un’altra telefonata, questa volta è lo stesso Calabresi: «Signora cerchi il libretto chilometrico di suo marito». Cioè il documento personale di ogni ferroviere dove vengono annotati i viaggi. Dopo dieci minuti Licia Pinelli telefona in questura: ha trovato il libretto. Alle 23 arriva un agente a ritirarlo. Calabresi sta giocando un’altra carta contro Pinelli: gli fa nuovamente balenare la possibilità di coinvolgerlo come uno dei responsabili degli attentati sui treni nella notte tra l’8 e il 9 agosto (aveva cercato di farlo tempo addietro anche Allegra). L’ultimo interrogatorio di Pinelli si svolge nella stanza di Calabresi, che sostiene di essere uscito poco prima di mezzanotte per informare dell’andamento dei colloqui i suoi superiori. Pinelli vola dalla finestra. Poco dopo l’una del 16 dicembre alcuni giornalisti bussano alla porta di casa dei Pinelli, la moglie viene informata che suo marito è caduto dalla finestra. Lei telefona a Calabresi: «Perché non mi avete avvertito?». Risposta del commissario: «Non avevamo il tempo, abbiamo molte altre cose da fare...». Nel frattempo Pinelli è stato trasportato al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli. Lì è arrivata la giornalista Camilla Cederna con i colleghi Corrado Stajano e Giampaolo Pansa. Cederna riesce a parlare con il medico di turno, Nazzareno Fiorenzano: «Niente più attività cardiaca apprezzabile, polso assente, lesioni addominali paurose, una serie di tagli alla testa. Abbiamo tentato di tutto, ma non c’è niente da fare, durerà poco». Fiorenzano verrà interrogato dal sostituto procuratore Giuseppe Caizzi soltanto quattro mesi dopo: il 7 aprile 1970. Caizzi chiuderà l’inchiesta sulla morte di Pinelli il 21 maggio 1970. Risultato? Nessun responsabile, Pinelli è morto per «un fatto del tutto accidentale». Trasmette il fascicolo al capo dei giudici istruttori, Antonio Amati, che deposita il decreto di archiviazione il 3 luglio. Poi il 17 luglio, a tribunale praticamente chiuso per ferie, Caizzi deposita un’altra richiesta di archiviazione: quella relativa alla denuncia della moglie e della madre di Pinelli contro il questore Marcello Guida. Perché questa denuncia? Bisogna tornare alla famosa notte tra il 15 e il 16 dicembre. Ufficio del questore Guida (nel 1942 era direttore del confino di Ventotene), con lui ci sono Allegra, Calabresi e Lograno. Sono le prime ore del 16 dicembre. Vengono fatti entrare i giornalisti e Guida dichiara: «Era fortemente indiziato di concorso in strage... era un anarchico individualista... il suo alibi era crollato... non posso dire altro... si è visto perduto... è stato un gesto disperato... una specie di autoaccusa, insomma». «Il suo era un fermo prorogato dall’autorità». Queste le frasi che Cederna registra sul suo taccuino. La parola passa ad Allegra: negli ultimi tempi il suo giudizio su Pinelli era cambiato, perché certe notizie avevano messo l’anarchico in una luce diversa, poteva essere implicato in una storia come quella di piazza Fontana, annota Renata Bottarelli cronista di «l’Unità». Sempre Bottarelli registra l’intervento di Calabresi: «Innanzi tutto ci disse che al momento della caduta lui era da un’altra parte; era appena uscito per andare nell’ufficio di Allegra per informarlo del decisivo passo avanti fatto, a suo parere, durante le contestazioni. Gli aveva, infatti, contestato i suoi rapporti con una terza persona, che non poteva ovviamente nominare, lasciandogli credere di sapere molto di più di quanto non sapesse; aveva visto Pinelli trasalire, turbarsi. Aveva sospeso l’interrogatorio, che però non era un vero e proprio interrogatorio, per riferire ad Allegra questo trasalimento». Calabresi cambierà poi versione dei fatti. Guida invece la stessa mattina del 16 dicembre farà una dichiarazione a dir poco sconcertante: «Vi giuro che non l’abbiamo ucciso noi! Quel poveretto ha agito coerentemente con le proprie idee.
Quando si è accorto che lo Stato, che lui combatte, lo stava per incastrare ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico». Ma va ricordato che l’alibi di Pinelli non era affatto caduto: Mario Pozzi, interrogato, aveva confermato che quel pomeriggio del 12 dicembre Pinelli aveva giocato a carte con lui. E Pinelli sorridendo lo aveva ringraziato. Calabresi quasi un mese dopo, l’8 gennaio 1970, dichiara ai giornalisti: «Fummo sorpresi del gesto, proprio perché non ritenevamo che la sua posizione fosse grave. Pinelli per noi continuava a essere una brava persona, probabilmente il giorno dopo sarebbe tornato a casa [...] posso dire anche che per noi non era un teste chiave, ma soltanto una persona da ascoltare». Una persona da ascoltare che però veniva trattenuta illegalmente: il fermo di polizia era scaduto dalla sera del 14 dicembre e il magistrato incaricato delle indagini, il sostituto procuratore Ugo Paolillo, non sapeva nulla di questo fermato. Così come non sapeva niente del trasferimento a Roma di Valpreda. Paolillo infatti era già stato espropriato della sua inchiesta. Tutto veniva ormai deciso nella questura di Milano e nel tribunale di Roma.

VII
È MORTO UN CANE
«Hanno buttato Pinelli da una finestra della questura. Vediamoci tutti in via Fatebenefratelli. Facciamoci arrestare. Devono buttarci tutti dalla finestra per farci tacere», dice con tono addolorato e al tempo stesso concitato Amedeo Bertolo telefonandomi (cioè all’autore di questo libro). Sono da poco passate le sette del 16 dicembre. Scatta la catena telefonica. Tutti sono avvisati. Sono scosso, ma mi vesto rapidamente ed esco dopo pochi minuti da casa. Mi avvio a piedi verso la questura. Abito nella zona di porta Venezia, così attraverso i Giardini pubblici, arrivo in piazza Cavour e a passi svelti raggiungo via Fatebenefratelli. Davanti alla questura non c’è ancora alcun anarchico. Aspetto. I minuti passano lentamente. Nessuno. Poi mi accorgo che alcune persone, quasi sicuramente poliziotti in borghese, cominciano a osservarmi con insistenza. Cerco di darmi un’aria tranquilla, anche se non è facile. Aspetto. Dopo quasi mezz’ora, ma mi sono sembrate ore, vedo arrivare Enrico Maltini, anche lui del Circolo Ponte della Ghisolfa. Continuiamo ad aspettare gli altri per entrare tutti insieme e consegnarci ai poliziotti: l’obiettivo è creare un caso politico. Ma non arriva proprio nessuno. Cominciamo a sentirci a disagio. I poliziotti ci hanno praticamente circondati. «Andiamo a telefonare», dice Maltini. Chiama Bertolo, risponde sua moglie, Antonella, che quasi grida: «Lo hanno arrestato sulle scale di casa». Inizia un giro di telefonate agli altri. Il risultato è sempre lo stesso: arrestati. A quel punto Maltini e io ci rendiamo conto di essere praticamente gli unici del Ponte della Ghisolfa ancora in libertà. Breve consultazione sul da farsi. Maltini, che è anche membro della Croce nera anarchica, propone: «Andiamo da Boneschi» Quando arriviamo nello studio di Luca Boneschi, uno dei difensori degli anarchici, troviamo l’avvocato seduto alla sua scrivania. È uno studio moderno con mobili laccati di bianco, ma il volto di Boneschi è ancora più bianco. Solo gli occhi cerchiati di nero danno segni di vita. Ci vede e non riesce a trattenere un moto di stupore: «Ma come... siete ancora liberi?
Scappate subito... qui vi ammazzano tutti». L’avvocato però si sbaglia. Nelle prime ore del pomeriggio quasi tutti i fermati vengono rilasciati. Mentre era trattenuto al commissariato San Siro, quello del suo quartiere, Bertolo sente un graduato di polizia gridare allegramente: «È morto un cane. Un cane di meno», riferendosi a Pinelli. Anche per gli altri fermati il trattamento non è dei migliori: controllo degli alibi, minacce e intimidazioni. Ma alla fine tutti fuori. Così scatta un altro tam tam telefonico e gli anarchici si ritrovano in Conca del Naviglio, vicino al Circolo di via Scaldasole. Decidono che come prima mossa devono almeno fare un comunicato stampa. Bertolo si siede su una panchina, scrive un breve testo che termina con una sfida: «Per ogni anarchico che cade, dieci prenderanno il suo posto. No pasaran» (è lo slogan degli antifascisti spagnoli durante la guerra civile contro i generali golpisti). In quel momento arriva un altro anarchico: «Gli studenti sono in assemblea alla Statale per decidere quale risposta dare all’uccisione di Pinelli». Mentre uno si incarica di portare il comunicato all’ANSA (verrà ignorato da tutta la stampa), gli altri decidono di andare alla Statale. Ma arrivati all’università c’è una sorpresa: gli studenti sono sì in assemblea, ma per discutere i piani di studio. Altro che repressione o morte di Pinelli. Agli sbalorditi anarchici uno dei leader del Movimento studentesco, Andrea Banfi, spiega che l’assemblea sta per finire e quindi, se vogliono, poi potranno intervenire. Così dopo quasi un’ora prendo la parola. Leggo il comunicato e insisto sulla gravità del momento: si vuole dare una sterzata reazionaria per stroncare il movimento sindacale più radicale e la sinistra rivoluzionaria. Subito Banfi, Salvatore Toscano, Popi Saracino, tre capi del Movimento studentesco, intervengono per minimizzare una situazione oggettivamente drammatica. Qualche tempo dopo rivendicheranno di essere stati i primi ad accorgersi del «pericolo fascista». Il giorno dopo, 17 dicembre, gli anarchici del Ponte della Ghisolfa tengono nella loro sede una conferenza stampa. Arrivano pochi giornalisti, tra questi Enzo Passanisi del «Corriere della Sera» e Pier Maria Paoletti del «Giorno». Gli anarchici si difendono attaccando: «Pinelli è stato ucciso, Valpreda è innocente, la strage è di Stato». È proprio durante quella conferenza stampa che viene coniata la locuzione «strage di Stato» che accompagnerà manifestazioni, l’opera di controinformazione e darà il titolo a un libro famoso sui fatti di piazza Fontana. Il giorno dopo il «Corriere della Sera» titolerà: Farneticante conferenza-stampa al Circolo Ponte della Ghisolfa. Nessuna recriminazione fra gli anarchici. L’articolo di Passanisi esemplifica il modo con cui quasi tutta la stampa italiana si è occupata della strage di piazza Fontana subito dopo la morte di Pinelli. Scrive Passanisi: «Spaventosa macchinazione poliziesca per salvare il sistema, è la parola d’ordine. Si colpiscono gli anarchici per coprire i fascisti. Valpreda? Non ha mai fatto del male a nessuno, tranne un piccolo peccato di gioventù, rapina a mano armata, roba da ridere». «Pinelli? Dato che non aveva alcun motivo per uccidersi, ad ucciderlo non possono essere stati che i poliziotti. Direttamente o indirettamente, materialmente o psicologicamente. Una macchinazione diabolica, appunto, alla quale i giovani, quantomeno impulsivi estremisti, di piazzale Lugano oppongono una loro verità, sostenuta con fideistica convinzione dalla quale non sono disposti a scostarsi di un’unghia». «La strage e gli attentati contemporanei, falliti o no? Un giro grosso, un giro internazionale, fascista ovviamente». «I ragazzi del circolo, sotto lo choc subìto in questi giorni, non si accorgono di spingersi un poco troppo in questo gioco di controaccuse». «Nesso fra gli attentati del 25 aprile, dell’agosto e di venerdì scorso: una continuità logica che ha come rovescio la montatura governativa e poliziesca contro gli anarchici. I morti di piazza Fontana sono da addebitare al ‘fine intuito’ della polizia che incarcera gli innocenti e lascia in pace i colpevoli, agendo ‘fuori dalla legge’. Colpevoli che sono coperti dal ministero dell’Interno, sul quale sarebbe bene indagare». Passanisi conclude ironizzando:
«Ma dormiamo sonni tranquilli. Ci sono loro, i giovani anarchici, che pensano a salvare l’Italia dal fascismo».

VIII
LA FURIA DELLA BESTIA UMANA
«La macchina del terrore è saltata, ormai si tratta soltanto di raccoglierne le schegge. La bestia umana che ha fatto i quattordici morti di piazza Fontana e forse anche il morto, il suicida di via Fatebenefratelli, è stata presa, è inchiodata: la sua faccia è qui, su questa pagina di giornale, non la dimenticheremo mai, la bestia ci ha fatto piangere, ci ha fatto sentire fino in fondo l’amarissimo sapore del dolore e della rabbia. Ora si comincia a respirare, si comincia a tirare la somma della diabolica avventura. Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha 37 anni, mai combinato niente nella vita; rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be bop, del rock, un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta o sotto le strade del centro. È approdato anche al palcoscenico della rivista musicale, faceva il boy, uno di quei tipi con le  sopracciglia limate e ritoccate a matita grossa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette che scende o precipita da una scala crepitante di luci al neon: che mestiere corto, infelice, di pochi soldi a parte tutto. Di più, questo refoulé si ammala, il sangue non gli circola più normale nelle arterie delle gambe, è il morbo di Burger, una feroce morsa che blocca e che alla lunga può dare l’embolo e la morte. Un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda s’avvia a diventare la bestia». Così comincia l’articolo, intitolato La furia della bestia umana, in prima pagina del «Corriere d’informazione» di mercoledì 17 dicembre, firmato da Vittorio Notarnicola, direttore responsabile Giovanni Spadolini, che assomma questa carica a quella di numero uno del «Corriere della Sera». Sopra l’articolo campeggiano due grandi foto: quelle del tassista Cornelio Rolandi e di Pietro Valpreda. In alto un titolo a caratteri cubitali: Valpreda è perduto. Formalmente più asettici i giornali del mattino di quello stesso giorno, pur con alcune sfumature, ma ovviamente la  linea è chiara: accettazione senza riserve della colpevolezza di Valpreda. «Corriere della Sera»: L’anarchico Valpreda arrestato per concorso nella strage di Milano. «La Stampa»: Anarchico arrestato per concorso in strage. Inchiesta sul suicidio alla questura di Milano. «Il Giorno»: Incolpato di strage. «l’Unità»: Un arresto per la strage. «Avanti!»: Arrestato per concorso in strage. «Il Resto del Carlino»: Un anarchico arrestato per la strage. «Il Messaggero»: Arrestati i criminali. «Il Tempo»: L’assassino arrestato: è l’anarchico Pietro Valpreda. «Paese sera»: Denunciato per concorso in strage l’uomo riconosciuto dal tassista. «Il Popolo»: Arrestato un anarchico per la strage di Milano. «L’Avvenire»: Nella rete i dinamitardi. «Il Secolo d’Italia»: Arrestato un comunista per la strage di Milano. «Il Mattino»: Catturato il terrorista che ha compiuto la strage. «Roma»: Il mostro è un comunista anarchico ballerino di Canzonissima: arrestato. La televisione non è da meno. Al telegiornale della sera del 16 dicembre, il giornalista Bruno Vespa, in diretta dalla questura di Roma, afferma: «Pietro Valpreda è un colpevole, uno dei 48 responsabili della strage di Milano e degli attentati di Roma». Non ci devono essere dubbi. La partita sembra quindi chiusa: la polizia ha scovato in tempi da record i responsabili. Ma la testimonianza del tassista Cornelio Rolandi è l’unico puntello su cui si fonda l’accusa. Per di più è al limite del credibile. Alle ore 16 del 12 dicembre Rolandi è in piazza Beccaria con la sua Seicento multipla. Sale un cliente che gli chiede di accompagnarlo all’incrocio con via Santa Tecla. Lì gli dice di aspettarlo. Scende con una borsa nera. Dopo pochi minuti ritorna e si fa lasciare in via Albricci. Per chi conosce il centro di Milano la cosa appare pazzesca. Il parcheggio di piazza Beccaria dista 135 metri dall’ingresso della Banca nazionale dell’agricoltura. Da via Santa Tecla alla banca ci sono 117 metri. Quindi Valpreda, per risparmiarsi 135 metri, ne avrebbe compiuti tra andata e ritorno al tassì 234. Con in più il rischio di farsi riconoscere da un tassista insospettito da chi gli chiede una corsa talmente breve. Così Rolandi ha rievocato quel pomeriggio: «In piazza Beccaria sul mio tassì salì quel tipo con la borsetta, che aveva in mano una borsa nera. Lo guardai attraverso lo specchietto retrovisore e notai subito che aveva delle lunghe basette come si usano oggi. Mi disse di accompagnarlo in via Albricci passando per via Santa Tecla. Era un percorso piuttosto breve, ma in via Albricci ci sono molte compagnie aeree e pensai che fosse un viaggiatore in partenza. In via Santa Tecla, come mi aveva ordinato il cliente, mi fermai. Gli feci presente che la via Albricci non era molto distante, che avrebbe potuto andare a piedi. Mi disse di aspettarlo, che aveva fretta. Scese con la borsa. Ritornò poco dopo: la borsa nera non l’aveva più. Lo accompagnai in via Albricci: lui pagò l’importo della corsa, 600 lire, e quindi se ne andò» (Franco Damerini, Intervista a Milano con il teste-chiave, «Corriere d’informazione» del 17 dicembre) A parte il fatto che secondo le tariffe dell’epoca quel viaggio con la sosta doveva costare poco più della metà di quanto dichiarato da Rolandi, c’è una testimonianza che getta ombre su quella ricostruzione. È di Liliano Paolucci, direttore del patronato scolastico di Milano. Paolucci con la figlia Patrizia prende il tassì 3444, quello di Rolandi, la mattina del 15 dicembre, si accorge che il tassista è strano, sbaglia continuamente le strade, poi, dopo che la figlia è scesa per andare a scuola, Rolandi si confida con Paolucci. E Paolucci ha registrato una sua memoria al magnetofono domenica 21 dicembre affinché restasse traccia certa di quel suo strano incontro: «Ecco il racconto, il più fedele possibile, che il tassista mi ha fatto: erano circa le 16 di venerdì 12 dicembre. Mi trovavo in piazza Beccaria quando, dalla galleria del Corso, vidi venire, verso piazza Beccaria, un uomo dall’apparente età di quarant’anni. Si avvicinò a me e mi disse: ‘Alla Banca dell’agricoltura di piazza Fontana’. Parlava un italiano perfetto senza inflessioni dialettali. Io gli dissi: ‘Ma signore, la Banca dell’agricoltura è qui a due passi, a 50 metri. Fa prima a piedi. Egli non disse niente. Aprì lo sportello e si introdusse nel tassì, lo vidi bene: portava una valigia, una grossa borsa che mi sembrò molto pesante. Partimmo e arrivammo davanti alla Banca dell’agricoltura, cinque-sei minuti dopo. Egli scese dal tassì, entrò frettolosamente nella Banca dell’agricoltura, e uscì ancora frettolosamente. Saranno passati 40-50 secondi, un minuto. Entrò di nuovo nel tassì e mi disse...». A questo punto Paolucci interviene nel discorso e gli domanda perché quell’uomo veniva dalla galleria del Corso. La risposta di Rolandi è esemplare: «Ma lei non sa che alla galleria del Corso c’è un famoso covo?». Affermazione che ripete per tre volte. Ma, fatto ancora più misterioso, Rolandi negherà di aver trasportato Paolucci e di aver parlato con lui. E soprattutto polizia e magistratura non metteranno mai a confronto Rolandi e Paolucci per verificare le diverse versioni dei fatti. Ma questa non è l’unica stranezza, come fa rilevare lo stesso Paolucci al giornalista Enzo Magrì che lo intervista per il settimanale «L’Europeo» del 9 marzo 1972: «Lunedì mattina alle 9,15 io, un cittadino, denuncio un fatto grave. [...] Racconto i fatti per filo e per segno. Ebbene la polizia come reagisce? Non mobilita due gazzelle, non viene subito da me,
non mi tiene al telefono. Bisogna ricordare che Cornelio Rolandi non è ancora andato dai carabinieri di via Moscova, dove si recherà ale 11,35 di quel giorno. Quindi questo Rolandi può essere un pazzo, ma può anche dire la verità. E se dice la verità bisogna cercarlo prima che qualcuno lo possa eliminare. [...] Ebbene a me che in quel momento sono l’unico a conoscere una verità sconvolgente, il telefonista della questura, mezz’ora dopo la mia chiamata, dice: ‘Sono il poliziotto che ha preso la sua chiamata. Senta lei, per caso, non ha chiesto al tassista com’era vestito l’uomo che è stato accompagnato davanti alla Banca nazionale dell’agricoltura?’» Ma non ci sono soltanto le contraddizioni rilevate da Paolucci. C’è anche un altro testimone. Molto importante. Perché sostiene che Valpreda il 12 dicembre era a letto ammalato. Chi è? La prozia di Valpreda, Rachele Torri, che abita a Milano in via Vincenzo Orsini. La prozia così ricorda quel pomeriggio: «Pietro era a letto con la febbre. Bisognava andare a prendere il cappotto che avrebbe usato l’indomani per andare in ordine dal giudice Amati. Bene ci andai io. Saranno state le 19-19,30 e ricordo che salendo sull’autobus E in piazza Giovanni dalle Bande nere una signora ha aperto ‘La Notte’ e ho visto a grossi caratteri qualcosa di morti; le chiesi se fosse stato un incidente e lei mi rispose che erano state le bombe. Sono scesa in piazza del Duomo e passando in via Dogana per prendere il tram 13 per andare in piazza Corvetto dai genitori di Pietro, mi sono fermata all’edicola e ho comprato ‘La Notte’. Arrivata da mia nipote le ho detto che Pietro era arrivato, che stava male, che perciò ero andata io a prendere il cappotto. La sorella di Pietro, la Nena, mi ha raccomandato di farlo mangiare, mi ha dato il cappotto e le scarpe. Allora sono tornata subito a casa, ho detto a Pietro che sua sorella gli raccomandava di mangiare, poi gli ho dato il giornale» (intervista a Rachele Torri pubblicata su «A-rivista anarchica» del febbraio 1971). Il giorno dopo, cioè il 13, Valpreda incontra l’avvocato Luigi Mariani, con lui va dal giudice Amati. Non lo trova, lascia un biglietto per informarlo che sarebbe tornato lunedì 15. Poi raggiunge la casa dei nonni, Olimpia Torri in Lovati e Paolo Lovati, in viale Molise. E vi resta fino alla mattina del famoso 15 dicembre. Lo vanno a trovare la sorella Maddalena e un’amica d’infanzia, Elena Segre, 33 anni, imiegata come traduttrice, che vive in un palazzotto di viale Lucania, lo stesso dove abitano i genitori di Valpreda. Segre passa a salutare l’amico Pietro la domenica 14 verso le ore 18. In un’intervista a Giampaolo Pansa sulla «Stampa» del 18 febbraio 1970, afferma: «Pietro era qui dai nonni. Ho suonato il campanello e mi hanno aperto. Quel ragazzo era lì, sul divano messo contro la parete di sinistra, indossava un pigiama forse azzurro, si è alzato dal sofà per venirmi incontro...». Pansa la interrompe per ricordarle che è già stata sentita da Ernesto Cudillo, giudice istruttore, e Vittorio Occorsio, pubblico ministero, e quindi se mente la possono arrestare. Segre risponde: «Senta, domenica quel ragazzo era qui! Che cosa posso farci se l’ho visto? Mi ha salutato, era da molto tempo che non ci vedevamo. Si è seduto sul divano-letto, anch’io mi sono seduta, lui era alla mia destra, di fronte c’erano i due nonni. Abbiamo cominciato a parlare [...]». Valpreda ha dunque un alibi per i giorni che vanno dal 12 al 15 dicembre. Alibi che contraddicono la sua presenza in piazza Fontana e il suo incredibile tragitto in tassì. A questo punto la colpevolezza di Valpreda è difficilmente sostenibile. Ma poliziotti e magistrati non si danno certo per vinti. E così dopo poco più di un mese, ai primi del febbraio 1970, spuntano alcuni testimoni romani per i quali Valpreda era nella capitale nei giorni 13 e 14 dicembre. Se i familiari di Valpreda mentono per quei due giorni, allora hanno detto il falso anche per il 12 dicembre e così si salverebbe la testimonianza del tassista Rolandi. Chi sono questi testimoni? Ermanna Ughetto, in arte Ermanna River, Enrico Natali, Gianni Sampieri, Armando Caggegi e sua moglie, Benito Bianchi, tutti personaggi dell’ambiente dell’avanspettacolo che spesso si esibiscono al teatro Ambra-Jovinelli di Roma. Ma nei confronti giudiziari che Valpreda ha poi con alcuni di questi, il 6 marzo, si assiste alla contrapposizione di due ricostruzioni dei fatti. I testi romani affermano di aver incontrato il 13 o il 14 Valpreda a Roma. Valpreda sostiene che quegli incontri si sono svolti circa dieci giorni prima. E cioè poco tempo dopo che Valpreda è uscito, il 25 novembre, dal carcere di Regina Coeli. Valpreda è stato infatti arrestato il 19 dopo una rissa con alcuni fascisti nel quartiere Trastevere. Altro particolare: alla visita medica, prima di entrare in carcere, Valpreda presenta un’ecchimosi all’occhio sinistro. Livido che non ha più quando viene fermato il 15 dicembre. Alcuni testimoni ricordano quel livido quando sostengono di aver incontrato Valpreda dopo la strage di piazza Fontana. È un’altra contraddizione che non crea dubbi in Cudillo e Occorsio che incriminano per falsa testimonianza i parenti di Valpreda. Ma inspiegabilmente non prendono alcun provvedimento contro Segre che sostiene le stesse cose. E per aumentare i capi d’accusa Beniamino Zagari, della questura di Milano, il 7 febbraio dichiara che nella borsa in cui c’era la bomba inesplosa alla Banca commerciale italiana, è stato trovato anche un vetrino colorato simile a quelli che Valpreda usava per fabbricarelampade liberty. Un’imperdonabile distrazione dell’anarchico attentatore. La scoperta di quella incredibile prova risale, secondo la polizia, alle ore 14 del 14 dicembre. Però fino a febbraio nessuno ha visto quel vetrino. Così il difensore di Valpreda, Guido Calvi, può con facilità mettere in dubbio quel «provvidenziale» ritrovamento. Per i giudici, Valpreda è arrivato a Milano il 12 dicembre con la sua Cinquecento. Alle 16 ha preso un tassì per andare a depositare la bomba in piazza Fontana. La mattina del 13 va con l’avvocato Mariani dal giudice Amati. Non lo trova e lascia un biglietto per informarlo che tornerà il 15 dicembre. Poi parte, sempre con la sua scassatissima Cinquecento, per Roma. Incontra in serata la ballerina Ughetto e va a cena con lei. Domenica 14 gira ancora per i bar vicino all’Ambra-Jovinelli, si fa vedere da altri che potranno smentire il suo alibi. Alle ore 21 è ancora a Roma. Alle otto del mattino successivo è già dal suo avvocato milanese. Tecnicamente, forse con un’altra macchina, è possibile. Ma non si capisce perché Valpreda fornisca un alibi così fasullo, che molti possono smentire. Neppure si capisce perché i parenti di Valpreda e l’amica Segre, con i quali non ha parlato dal momento del suo arresto, confermino quanto Valpreda ha dichiarato. Per Cudillo e Occorsio la verità è un’altra: Valpreda è colpevole. Mente. E mentono i suoi parenti. Soprattutto dice la verità Rolandi che così potrà incassare la taglia di 50 milioni del ministero dell’Interno. Una verità che il 2 luglio 1970 Cudillo e Occorsio provvederanno a registrare in un interrogatorio «a futura memoria», forse prevedendo che Rolandi morirà il 16 luglio 1971.

IX
QUELLI DELLA GHISOLFA
La morte di Giuseppe Pinelli segna la prima profonda frattura nella disorientata opinione pubblica. Il castello di accuse contro Pietro Valpreda e gli altri anarchici del Circolo 22 marzo regge ancora. Ma quel volo dal quarto piano della questura di Pinelli, persona conosciuta e stimata nella sinistra milanese, provoca molte perplessità. Le contraddizioni dei poliziotti, le false dichiarazioni del questore Marcello Guida, il fermo illegale non passano inosservati. E quando il 27 dicembre 1969 la vedova e la madre di Pinelli denunciano e querelano Guida, diversi giornali cominciano a fare marcia indietro su Pinelli colpevole e suicida. «La querela è per diffamazione continuata e aggravata. La denuncia è per violazione del segreto d’ufficio. Il questore Guida avrebbe compiuto entrambi questi reati subito dopo il suicidio del ferroviere, rilasciando ai giornali dichiarazioni ‘che non doveva rilasciare’ e addentrandosi in ‘valutazioni, interpretazioni e giudizi’ che le due Pinelli hanno ritenuto diffamatori della figura del loro parente scomparso», scrive Giampaolo Pansa su «La Stampa» del 28 dicembre.

E così prosegue: «Parlano i tre giovani penalisti che assistono le due donne nella vicenda: Domenico Contestabile, Marcello Gentili e Renato Palmieri. Le accuse degli avvocati sono articolate in tre punti. Intanto, subito dopo la morte del Pinelli, il questore ha dichiarato ‘in più conferenze stampa’ che tutti gli alibi del ferroviere erano caduti. Secondo i tre penalisti si tratta di affermazioni ‘gravi e infondate’ che tuttavia Guida avrebbe ripetuto più volte. [...] Seconda ‘colpa’ del questore: aver messo subito in relazione le contestazioni mosse a Pinelli e ‘l’asserito suicidio’ dicendo a tutti: Pinelli si è ucciso perché era inchiodato dalle domande dei funzionari dell’ufficio politico. [...] Terza ‘colpa’ del questore (e la più grave a giudizio dei tre penalisti): aver indicato il Pinelli come colpevole degli attentati dinamitardi».

Insomma, si domandano in molti: se Pinelli era innocente perché si è suicidato? Perché tremila persone, nonostante il clima di intimidazioni poliziesche, hanno seguito i funerali dell’anarchico il 20 dicembre? Domande che incrinano le verità ufficiali di poliziotti e magistrati. Che hanno mentito su questo uomo nato a Milano nel 1928 nel popolare quartiere di Porta Ticinese. Corporatura robusta, statura media, baffi e pizzetto neri, Pinelli finite le scuole elementari deve andare a lavorare, prima come garzone, poi come magazziniere. Ma l’abbandono della scuola non lo allontana dai libri: ne leggerà centinaia e centinaia. È un appassionato autodidatta. Nel 1944 è tra le fila della resistenza a Milano. Staffetta della Brigata Franco collabora con un gruppo di partigiani anarchici. È l’incontro che segna la sua vita: comincia in quegli anni la sua militanza anarchica. Nel 1954 vince un concorso ed entra nelle ferrovie come manovratore. L’anno dopo si sposa: avrà due figlie, Silvia e Claudia. Arriva il 1963, aria nuova, alcuni giovani creano il gruppo Gioventù libertaria. Pinelli è con loro anche se ha già 35 anni mentre gli altri sono poco più che ventenni. È il naturale punto di contatto tra i nuovi arrivati all’anarchismo e i vecchi militanti scampati al fascismo. Poi il salto di qualità: nel 1965 è tra i fondatori del Circolo Sacco e Vanzetti, di viale Murillo. Da dieci anni gli anarchici milanesi non avevano una loro sede. Ma nel 1968 arriva lo sfratto, gli anarchici trovano un’altra sede in piazzale Lugano, la chiamano Circolo Ponte della Ghisolfa: a pochi metri c’è l’omonima sopraelevata che sovrasta innumerevoli e piccolissimi orti.

Il vento del maggio francese soffia in tutta Europa. E Pinelli vive la frenesia di quei giorni. Gli studenti contestano l’autorità, gli operai danno segni di insofferenza verso i sindacati tradizionali. È una grande occasione per uno come Pinelli che sta cercando di ridare vita all’USI (Unione sindacale italiana), il sindacato libertario che negli anni Venti, guidato dall’anarchico Armando Borghi, vedeva tra le sue fila anche un giovane che diverrà famoso come segretario della CGIL, Giuseppe Di Vittorio. Nascono i primi CUB (Comitati unitari di base), strutture sindacali autonome dalle tre centrali CGIL, CISL e UIL. Il più combattivo dei CUB è quello dell’ATM, l’azienda tramviaria milanese. Lo anima un cinquantenne che ha militato nel movimento anarchico nell’immediato dopoguerra. Le affinità fra il tramviere e il ferroviere Pinelli sono tante. I CUB trovano nel Circolo Ponte della Ghisolfa il luogo più adatto dove riunirsi (poi il clima creato dalle bombe del 12 dicembre e la campagna contro gli anarchici consigliano i militanti dei CUB di trovarsi un’altra sede). Pinelli sembra instancabile nel creare occasioni di confronto, prendendo contatti con gli insofferenti del sindacalismo ufficiale. Viene aperto un altro circolo, quello di via Scaldasole, dove si riuniscono prevalentemente gli studenti galvanizzati dalle rivolte parigine del maggio 1968. La situazione è decisamente effervescente, anche un po’ caotica, ma, contrariamente a quello che scriveranno poi i giornali, gli anarchici milanesi (e non solo quelli) hanno strutture organizzative precise, fondate su piccoli gruppi di militanti che si conoscono bene. A Milano la Gioventù libertaria ha cambiato denominazione: Bandiera nera. Nel gruppo oltre a Pinelli c’è un altro operaio: Cesare Vurchio, nato a Canosa di Puglia nel 1931.

Con lui Pinelli ha un rapporto più intenso: sono quasi coetanei e hanno una famiglia da mandare avanti. Gli altri sono tutti giovani, alcuni ancora studenti. Ma uno, Amedeo Bertolo, nonostante abbia soltanto 28 anni, ha già un’esperienza che nel 1962 lo ha visto protagonista di un fatto clamoroso: il rapimento del viceconsole spagnolo a Milano, Isu Elias. Il primo rapimento politico del dopoguerra. Perché questo sequestro? Ai primi di settembre del 1962 un giovane anarchico spagnolo, Jorge Conill Valls, viene condannato a morte dal tribunale militare di Barcellona per attività antifranchista. Non c’è tempo da perdere. Bertolo, che aveva conosciuto personalmente Conill un mese prima (durante una «missione» organizzata dalla clandestina Federazione iberica della gioventù libertaria), mette rapidamente in atto il sequestro, il 29 settembre, con una mezza dozzina di anarchici e socialisti «irrequieti». Il rapimento riempie le prime pagine dei giornali e innesca una campagna di solidarietà antifranchista e di pressioni sul regime di Francisco Franco a vari livelli (dalle manifestazioni di piazza all’intervento «umanitario» del cardinale Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI dal 1963 al 1978). Dopo tre giorni, quasi contemporaneamente, la condanna a morte di Conill viene commutata in trent’anni di carcere e Isu Elias viene liberato. I rapitori vengono ben presto identificati e (chi prima, chi dopo) incarcerati. Ultimo Bertolo, fuggito in Francia, che si presenta spontaneamente e rocambolescamente in tribunale all’apertura del processo. Il processo, seguito da gran parte della stampa più come un processo al regime fascista spagnolo che ai giovani antifranchisti italiani, si tiene a Varese. Il 21 novembre vengono tutti condannati, ma a pene molto miti. Per Bertolo (che nell’aprile 1969 sarà tra i fondatori della Croce nera anarchica, sciolta nel 1973 dopo la liberazione di Valpreda) la pena è di sei mesi di carcere per il sequestro e venti giorni per il porto abusivo di armi. Nella sentenza i giudici, presieduti da Eugenio Zumin, riconoscono che gli imputati hanno «agito per motivi di particolare valore morale e sociale». Sono tutti incensurati e quindi beneficiano della libertà condizionale.

X
TUTTO COMINCIA IN APRILE
Festa della liberazione, 25 aprile 1969. Nel padiglione della FIAT alla Fiera campionaria di Milano scoppia una bomba. Sono quasi le 19. Restano ferite, ma non gravemente, venti persone. Poco prima delle 21 alla stazione Centrale (ufficio cambi della Banca nazionale delle comunicazioni) c’è un’altra esplosione, pochissimi feriti lievi. Questa volta non ci sono stati morti, ma è soltanto un caso fortunato. Le due bombe sono state azionate da un congegno a orologeria. I dati ufficiali del ministero dell’Interno dicono che quelle azioni terroristiche sono state precedute da altri 32 attentati. A fine anno le esplosioni o gli incendi saranno 53, sempre secondo il ministero. Ma altre fonti arrivano a contarne oltre 140. Perché questa differenza? I dati del ministero si riferiscono unicamente ad attentati per cui qualcuno è stato denunciato o arrestato. Mancano quelli di autori ignoti. Per le bombe del 25 aprile (ricorrenza partigiana, ma obiettivi di «sinistra»: il simbolo del capitalismo italiano, la FIAT, e quello della finanza, una banca) c’è in azione un trio che nel corso dell’anno diverrà famoso: il commissario Luigi Calabresi, il suo capo Antonino Allegra e il giudice Antonio Amati. I tre imboccano subito la pista anarchica. Fermano una quindicina di libertari e ne trattengono quattro: Paolo Braschi, Paolo Faccioli, Giovanni Corradini e sua moglie Eliane Vincileone. Mentre i primi due sono giovanissimi e praticamente sconosciuti nella sinistra milanese, Corradini e Vincileone sono personaggi che godono di una discreta notorietà, lui è architetto, hanno ampie frequentazioni, per di più sono buoni amici dell’editore Giangiacomo Feltrinelli e della sua quarta moglie, Sibilla Melega. Risultato: Corradini e Vincileone sono le menti organizzative, i mandanti degli attentati. Corradini viene considerato dalla polizia anche un teorico dell’anarchia perché nel 1963 è stato direttore responsabile del mensile «Materialismo e libertà». Un giornale considerato innovativo negli ambienti anarchici, ma che ha vita brevissima: soltanto tre numeri. Ai quattro si aggiungeranno Angelo Piero Della Savia, estradato dalla Svizzera, e Tito Pulsinelli, arrestato a Riccione il 22 agosto. Pulsinelli viene preso con Enrico Rovelli che però è quasi subito rilasciato. Esce dalla scena delle indagini, ma entra nella parte di confidente del commissario Calabresi. Il suo ruolo verrà definitivamente alla luce durante le indagini sull’attentato compiuto, il 17 maggio 1973, da Gianfranco Bertoli davanti alla questura di Milano. Quell’inchiesta, condotta da Antonio Lombardi, giudice istruttore di Milano, appura, per stessa ammissione di Rovelli, che questi forniva informazioni al commissario Calabresi. E dell’ufficio affari riservati con il nome in codice di Anna Bolena. Anni dopo si ritrova Rovelli, sempre sulla piazza milanese, come organizzatore di grandi concerti rock e gestore di locali famosi come il Rolling Stones prima e l’Alcatraz poi. Gli anarchici vengono accusati sia delle bombe del 25  aprile (tre giorni dopo il parlamento dovrebbe discutere una proposta di legge per il disarmo della polizia che ovviamente, dato il clima creatosi, non verrà più presa in considerazione) sia di altri 18 attentati minori. Per alcuni di questi ultimi gli arrestati ammettono la paternità, ma respingono sempre con decisione le accuse per gli attentati del 25 aprile. In sede processuale ritrattano quelle ammissioni dichiarando che sono state estorte dal commissario Calabresi. Corradini e Vincileone il 7 dicembre 1969 vengono scarcerati per mancanza di indizi. Il loro alibi è stato confermato proprio da Feltrinelli e Melega che però vengono incriminati per falsa testimonianza. Un’accusa che cadrà solo durante il processo. Questo si apre quasi due anni dopo gli arresti, il 22 aprile 1971. Il 28 maggio gli imputati vengono assolti per gli attentati alla Fiera campionaria e alla stazione Centrale, ma condannati per sei attentati minori. Ecco le condanne: Della Savia otto anni, Braschi sei anni e dieci mesi, Faccioli tre anni e sei mesi. Pene poi ridotte dalla Corte d’appello nell’aprile 1976. Pulsinelli è invece assolto con formula piena. Il processo si risolve con una sostanziale sconfessione delle indagini del commissario Calabresi e dell’inchiesta del giudice Amati, che avevano fondato le accuse agli anarchici sostanzialmente su due testi: Rosemma Zublena e, altro nome ricorrente, l’esperto balistico Teonesto Cerri.
Zublena, ex amante di Braschi e più vecchia di lui di circa vent’anni, risulta completamente inattendibile durante gli interrogatori in aula. Accusava i giovani anarchici degli attentati sostenendo che Braschi, ma anche gli altri, le avevano confidato le loro imprese. Incalzata dagli avvocati difensori, che ne mettono in luce le dichiarazioni contraddittorie, cerca senza risultato di indicare in Giuseppe Pinelli la fonte delle sue informazioni. Infine, messa ancor più alle strette, se ne esce con una frase rivelatrice: «Io non ho fatto che ripetere quello che sapeva Calabresi».

E così il pubblico ministero, Antonio Scopelliti, nella sua requisitoria finale arriva a dire:
«La Corte non deve tenere conto di questa testimone, che ha incrinato diverse pagine di questa istruttoria con la sua presenza massiccia e ingombrante. [...] Alla Zublena il ruolo di testimone non si addice e le pagine processuali hanno chiaramente messo in mostra la sua fragilità accusatoria». Cerri sostiene invece le sue accuse ipotizzando un furto di esplosivi alla cava di Grone. Un furto non denunciato e che i responsabili della cava negano anche durante il processo. Ma contro ogni logica la giuria conferma il furto nella cava. Perché? Per giustificare la condanna per i sei attentati minori e indirettamente giustificare il possesso di esplosivi da parte di Pietro Valpreda. Ma, fatto ancora più grave, il presidente del tribunale, Paolo Curatolo, non tiene in alcun conto un documento pubblicato all’inizio di dicembre 1969 dai quotidiani inglesi «The Observer» e «The Guardian». E giudicato attendibile da esperti internazionali. Di cosa si tratta? È un documento segreto inviato al ministro degli Esteri di Atene in cui si informa il primo ministro Georgios Papadopoulos sui risultati della campagna di provocazione che il governo greco sta attuando da tempo in Italia, con la collaborazione di gruppi fascisti e di «alcuni rappresentanti dell’esercito e dei carabinieri». Nel rapporto si ipotizza la possibilità di un colpo di Stato di destra mediante l’incentivazione di gruppi di azione già da tempo operanti. In quel dossier (composto di tre pagine) si apprezza l’opera in questo senso svolta da Luigi Turchi, deputato del Movimento sociale, e di un certo signor P. Nel documento si legge anche: «Le azioni che era stato previsto fossero realizzate prima non è stato possibile realizzarle che il 25 aprile. La modifica dei nostri piani ci fu imposta dal fatto che era difficile penetrare nel padiglione FIAT. Entrambi i fatti hanno prodotto effetti considerevoli». L’altro fatto era la bomba esplosa alla stazione Centrale. C’è un elemento, ancora più clamoroso, che getta nuova luce su questo processo. Il 13 aprile 1971, quindi pochi giorni prima che iniziasse il dibattimento a Milano, il giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz, emette un mandatodi cattura contro Giovanni Ventura, 27 anni, editore e libraio di Castelfranco Veneto, Franco Freda, 35 anni, procuratore legale a Padova, e Aldo Trinco, studente di 28 anni. Il giudice Stiz li accusa di associazione sovversiva e «procacciamento di armi da guerra», ma soprattutto della preparazione di attentati dinamitardi a Torino nell’aprile 1969 e sui treni delle Ferrovie dello Stato nell’agosto 1969. Freda e Ventura verranno poi condannati definitivamente a quindici anni nel 1987 per questi attentati e per quelli del 25 aprile a Milano. Particolare sconcertante. Per quest’ultima operazione Gianni Casalini, del gruppo nazista di Padova e informatore del SID, nome in codice Turco, aveva comunicato ai servizi segreti di aver accompagnato in macchina a Milano Ivano Toniolo, uomo di fiducia di Freda, che portava una borsa contenente esplosivo. Ma ci penserà Gianadelio Maletti, direttore del reparto D del SID, a insabbiare le informazioni. Che cosa era successo nell’agosto 1969? Dieci treni vengono presi di mira sulle linee del Nord e del Centro-sud Italia. Otto bombe esplodono tra la una e le tre del 9 agosto, due, inesplose, vengono scoperte per un difetto nel congegno di accensione. Risultato: dodici feriti tra viaggiatori e ferrovieri. Il rapporto costi-benefici per gli attentatori non è certo favorevole. È stata messa in campo una notevole organizzazione logistica (per la bomba sul treno Pescara-Roma interviene direttamente Freda aiutato da Ivan Biondo, anche lui del gruppo nazista di Padova) che però non ha prodotto tutti gli effetti desiderati. Si è creato un clima di allarme, ma non c’è stato il morto.
Allegra e Calabresi anche in questo caso imboccano subito la pista anarchica. Allegra contesta questa accusa a Giuseppe Pinelli che, stando ai verbali d’interrogatorio, ride in faccia al capo dell’ufficio politico. Anche in questo caso, siamo nell’agosto 1969, i giornali si accodano alle direttive della questura. Il 13 agosto «La Stampa» pubblica un articolo siglato G. M. dal titolo "Scomparsi gli anarchici per evitare gli interrogatori." «Dopo gli attentati sui treni», scrive il corrispondente del quotidiano torinese, «gli anarchici milanesi sono spariti dalla circolazione. Un po’ per le vacanze, un po’ per evitare gli interrogatori della polizia hanno cambiato aria. Nell’aprile scorso alcuni vennero arrestati sotto l’accusa di una serie di attentati tra cui quello alla Fiera campionaria di Milano. Nonostante le prove raccolte dalla polizia gli arrestati hanno sempre respinto ogni addebito; forse soltanto al processo si potrà stabilire la verità. Gli anarchici milanesi si sono resi ‘uccelli di bosco’. Le sedi de La Comune di via Lanzone 39 e del gruppo Ponte della Ghisolfa sono chiuse. Dopo l’attentato alla Campionaria, era sembrato che l’organizzazione dei giovani anarchici fosse stata distrutta: in realtà la loro bandiera nera non è mai stata ammainata; le file sono state riorganizzate seguendo nuovi criteri per rendere più difficile l’identificazione dei nuovi accoliti». L’articolo si chiude con accuse fantasiose, ma a effetto: «Fino a qualche tempo fa gli anarchici a Milano erano pochi, privi di mezzi, per nulla organizzati. Ora qualcuno ha pensato di sfruttare le loro utopie. Così gli anarchici sono stati corteggiati e finanziati dalla destra totalitaria e dall’estremismo di sinistra». Nonostante l’appoggio dei giornali, le polizie delle varie città non riescono ad arrestare e accusare nessuno, però il clima è favorevole per interventi contro gli estremisti. Così all’alba del 19 agosto, 150 fra poliziotti e carabinieri di Milano sgomberano l’ex albergo Commercio, ribattezzato Casa dello studente e del lavoratore. L’immobile, destinato alla demolizione, è in piazza Fontana proprio di fronte alla sede della Banca nazionale dell’agricoltura. Occupato il 28 novembre 1968, dopo un’assemblea di studenti, lo stabile diventa subito un luogo di incontro dell’estrema sinistra; i giornali lo definiscono «una centrale della contestazione maoista e anarchica». Gli agenti sorprendono nel sonno cinquantotto persone che vengono fermate per l’identificazione. Tre verranno arrestate e rimesse in libertà il 22 agosto. Subito dopo lo sgombero entra in azione una squadra di demolitori e in poche ore dell’immobile restano soltanto macerie.

XI
NAZISTI IN MASCHERA
Mestre, giugno 1968. Durante la notte, ai primi del mese, vengono affissi numerosi manifesti inneggianti a Mao Tse Tung. Poi numerose auto vengono ritrovate dai proprietari imbrattate da scritte sempre inneggianti al presidente cinese. Una bravata di maoisti veneziani? No, gli autori sono tre giovani militanti del gruppo neonazista Ordine nuovo di quella città: Delfo Zorzi, Paolo Molin e Martino Siciliano. È quest’ultimo a confessare l’azione, il 6 ottobre 1995, al giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, che dal 1989 al 1997 ha indagato sulla strage di piazza Fontana: «Facemmo queste scritte sulle macchine parcheggiate nella zona per infastidire i residenti e sviluppare al massimo questa iniziativa di provocazione».

Palermo, 15 maggio 1969. Vengono arrestati sette fascisti. Appartengono alla Giovane Italia. Dal mese di aprile fino al giorno precedente hanno compiuto attentati contro la chiesa Regina Pacis, le stazioni dei carabinieri di Castellammare e di Pretoria, la caserma del centro addestramento reclute e il carcere dell’Ucciardone.

Legnano, 15 settembre 1969. Ettore Alzati, 26 anni, venditore ambulante, ed Ermanno Carensuola, 19 anni, impiegato in un’azienda di trasporti, vengono arrestati. Sono responsabili, e lo confessano, di aver lanciato una bottiglia molotov contro l’ingresso di un circolo dove era in corso un festival dell’«Avanti!». Ma fanno fiasco: la bottiglia si rompe senza esplodere. Allora cercano di dare fuoco allo striscione propagandistico. Stesso risultato deludente. Prima di andarsene, armati ormai soltanto di vernice, tracciano sul muro una grande A cerchiata. Vanno davanti al Club Turati e scrivono sui muri «Viva Mao». Alzati e Carensuola sono estremisti di destra iscritti alla sezione di Legnano del Movimento sociale.

Tre esempi, e altri ancora se ne potrebbero citare, che generano un’immediata domanda: che cosa sta succedendo? Il maggio francese del 1968 ha contagiato anche fascisti e nazisti? Come mai nascono strani gruppi che si definiscono nazi-maoisti? Perché estremisti di destra fanno attentati cercando di farli ricadere sugli anarchici? Sono soltanto atti estemporanei o fanno parte di un piano? I responsabili della Croce nera anarchica di Milano, tra questi c’è anche Giuseppe Pinelli, propendono per la seconda ipotesi. Sul numero uno del loro bollettino, pubblicato nel giugno 1969, scrivono a proposito dei fatti di Palermo: «Per quanto emozionalmente squilibrati siano i neofascisti, non siamo tanto ingenui da credere all’improvvisa contemporanea follia di sette di loro. Evidentemente le loro azioni facevano parte di un piano». I redattori del bollettino approfondiscono questa ipotesi: «Che dei fascisti colpiscano degli obiettivi ‘anarchici’ si può spiegare solo con l’intento di:

1) suscitare la psicosi dell’attentato sovversivo per giustificare la repressione poliziesca e l’involuzione autoritaria;

2) gettare discredito sugli anarchici (e, per estensione, sulle forze di sinistra). Essenziale per ottenere il secondo risultato e utile anche per il primo è fare qualche ferito innocente o meglio ancora (ma più pericoloso) qualche morto».

L’articolo si chiude con una previsione: «Quanto è successo a Palermo conferma quello che dicevamo subito dopo gli odiosi attentati del 25 aprile a Milano (Fiera e stazione): gli attentatori non sono tra noi. E l’insistenza della polizia ad arrestare e a fermare gli anarchici ci fa sospettare cose gravi».

Dopo gli attentati ai treni del 9 agosto, sempre sul bollettinodella Croce nera (numero due, agosto 1969), si legge: «Dove vige un regime autoritario, alla vigilia della venuta di qualche importante uomo di Stato vengono effettuati dei controlli particolari, teste calde, sediziosi e anarchici vengono trattenuti dalla polizia, chi per accertamenti, chi per pretesi crimini: tutti per precauzione. Ci si domanda allora, in questo terribile 1969, chi diavolo sta arrivando in Italia?».

A questo interrogativo risponderanno le bombe del 12 dicembre. I redattori del bollettino della Croce nera intuivano che qualcosa era in preparazione, ma ovviamente non disponevano ancora di una conoscenza completa dei fatti. Per esempio non sapevano che l’operazione «manifesti cinesi» e le altre azioni terroristiche fatte da fascisti, ma con firma anarchica o maoista, costituivano il prologo della «strategia della tensione». Non sapevano che a ideare, far stampare manifesti in decine di migliaia di copie e distribuirli per l’affissione a gruppi nazifascisti era Federico Umberto D’Amato, capo dell’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno. Una strategia precisa e teorizzata anche nel documento La nostra azione politica, sequestrato nel 1974 nella sede dell’Aginter Presse a Lisbona. Questa organizzazione terroristica di destra, guidata da Ralph Guerin Serac (pseudonimo di Yves Felix Marie Guillou, nato in Francia nel 1926), è uno degli snodi dell’azione eversiva nera. Nel documento sequestrato si legge, tra l’altro, che oltre all’infiltrazione nei gruppi filocinesi, dovevano essere attuate azioni di propaganda apparentemente opera degli avversari politici, tali da aumentare il clima di instabilità e creare una situazione di caos. Quelli della Croce nera non sapevano ancora che le operazioni di provocazione, prima, e di depistaggio, poi, erano guidate da D’Amato, tessera 1643 della loggia massonica P2, come risulta da numerosi riscontri e dalle dichiarazioni al giudice Salvini di Vincenzo Vinciguerra, autore, con Carlo Cicuttini, dell’attentato di Peteano (tre carabinieri uccisi e uno ferito il 31 maggio 1972) e militante di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale. Vinciguerra, che si definisce nazista rivoluzionario, si è dissociato dai suoi camerati perché li ritiene teleguidati dai servizi segreti. La tattica di fare attentati o azioni dimostrative spacciandosi per anarchici o estremisti di sinistra, i fascisti non l’abbandonano con i fatti del 1969. La pratica continuerà per anni.

Un altro esempio. La notte del 15 ottobre 1971 scoppia una bomba davanti all’università Cattolica di Milano, in largo Gemelli. Produce solo danni alla recinzione esterna dell’edificio. Chi è stato? Ecco la ricostruzione che Siciliano ha fatto a Salvini il 18 ottobre 1994: «L’episodio fu estemporaneo e nacque dopo una cena a Milano a casa di Marco Foscari, in via Piceno 19. Erano presenti Foscari e la moglie, Gianluigi Radice e la moglie, Giambattista Cannata,detto Tanino, e io». Siciliano è arrivato da Mestre con una bomba da mortaio senza spoletta. Finito di mangiare, il gruppo decide di fare un attentato da attribuire all’estrema sinistra.

Nella casa ci sono un detonatore, polvere da sparo e una miccia. Siciliano prepara la bomba: riempie la cavità dove avrebbe dovuto esserci la spoletta con polvere da sparo. Poi vi inserisce il detonatore e la miccia. Terminata la fase tecnica, il gruppo discute su quale obiettivo scegliere. Si decide per la Cattolica, perché i camerati di Milano hanno la tessera di uno studente di sinistra proprio dell’università di piazza Gemelli: gliela hanno presa durante un pestaggio. Cannata accompagna, con la sua Cinquecento, Siciliano. Gli altri rimangono con le mogli. L’idea è di lasciare il documento dello studente vicino a dove esploderà la bomba. Ma lo dimenticano a casa. Lasciato l’ordigno, dopo aver acceso la miccia, vicino alla cancellata (pensavano di scavalcarla, ma era troppo alta), i due ritornano velocemente alla macchina e fuggono. Ma senza il documento dello studente di sinistra non ottengono l’effetto sperato. Per di più quasi alla stessa ora c’è un altro attentato a una sede del Partito comunista. Come lamenterà tempo dopo Angelo Angeli in una lettera a Giancarlo Esposti, entrambi neonazisti, i due fatti vengono sostanzialmente collegati nelle ricostruzioni giornalistiche. Ma i gruppi neonazisti non fanno soltanto operazioni mascherate di sinistra. Già da anni, ben prima quindi del 1969, si preparano alla guerra insurrezionale. Assalti alle sedi dei partiti di sinistra e ai suoi militanti, campi di addestramento paramilitare (in uno di questi, a Pian del Rascino, morirà nel 1974 Esposti), reperimento di armi e di esplosivi sono il complemento operativo dell’indottrinamento ideologico.

Primi mesi del 1965. Siciliano, Piercarlo Montagner e Zorzi sono sulla macchina di Carlo Maria Maggi, capo di Ordine nuovo nel Triveneto. Alla guida c’è Siciliano che da pochi mesi ha preso la patente. Vanno a una cava di marmo vicino ad Arzignano del Chiampo, in provincia di Vicenza. Zorzi conosce bene la zona perché vi è nato. Sfondano la porta del deposito degli esplosivi e rubano quasi 40 chili di ammonal, detonatori e numerose micce detonanti e a lenta combustione. Un bottino ricchissimo, ma non ci sta tutto in macchina. Allora ne nascondono una parte poco lontano dalla cava. Tornano a Mestre e Zorzi si occupa di nascondere la refurtiva. Qualche giorno dopo tornano ad Arzignano. Questa volta in treno fino a Vicenza e poi in pullman fino ad Arzignano. Si infilano sotto i soprabiti esplosivo e micce. Tornano a Venezia. Nel 1969 l’azione dei militanti veneziani di Ordine nuovo ha un’impennata. Si addestrano, ma all’inizio con scarsi risultati, a preparare attentati con un esplosivo particolare: la gelignite. La bomba che scoppierà il 12 dicembre a Milano sarà composta da un chilo e mezzo di gelignite. Zorzi si è procurato questo esplosivo, in candelotti color rosso mattone, grazie a Carlo Digilio. A venderglielo è stato Roberto Rotelli, un contrabbandiere veneziano, specializzato nel recupero di beni preziosi da navi affondate. «Rotelli mi disse che intendeva vendere questo esplosivo che gli era costato circa 5 milioni investendo proventi del contrabbando di sigarette. Rotelli mi fece il nome di Zorzi come possibile acquirente e io gli risposi che la persona poteva andare bene», dichiara, il 13 gennaio 1996, Digilio al giudice Salvini. E aggiunge: «Zorzi era molto preoccupato che si mantenesse la segretezza di questo acquisto e io lo tranquillizzai che nessuno di noi aveva l’interesse a parlare».

Trieste, 3-4 ottobre 1969. Di lì a qualche giorno il presidente della repubblica, Giuseppe Saragat, deve far visita al presidente iugoslavo Tito. Zorzi, Siciliano e Giancarlo Vianello si ritrovano a Venezia in piazzale Roma. Nel grande garage ritirano la macchina di Maggi. Nel baule ci sono due contenitori metallici riempiti di gelignite con timer già predisposti. Manca soltanto il collegamento con la batteria. Il tutto è stato preparato da Digilio, che i tre chiamano anche zio Otto, ex legionario esperto di armi ed esplosivi. Però Digilio ha anche un altro soprannome che i giovani ordinovisti non conoscono: Erodoto. È il nome in codice come agente della CIA nel Veneto. Nome che ha ereditato nel 1967 alla morte del padre Michelangelo, anch’egli uomo legato ai servizi segreti americani. Il gruppo guidato da Zorzi parte per Trieste. Il primo obiettivo è la Scuola slovena nel rione San Giovanni. Depongono la prima bomba, dopo aver collegato la batteria, su una finestra, lasciano anche volantini antislavi e partono alla volta di Gorizia, il secondo obiettivo. Ma dopo una quarantina di minuti non sentono alcun boato. La perizia
accerterà che la batteria era completamente scarica. «Evidentemente qualcuno aveva programmato l’azione in modo diverso, perché mi sembra impossibile che possa avvenire un errore del genere», commenta Siciliano con il giudice Salvini il 18 ottobre 1994. Quando arrivano a Gorizia è già giorno. Aspettano il buio, poi depositano bomba e volantini al cippo di confine di fronte alla vecchia stazione ferroviaria. E via verso Venezia. Ma il risultato non cambia: la bomba verrà ritrovata inesplosa. Ci penserà, indirettamente, Giancarlo Rognoni, capo del gruppo ordinovista di Milano, La Fenice, a vendicare l’onore dei camerati veneti. Il 27 aprile 1974 due militanti della Fenice fanno saltare la Scuola slovena.

Fascisti e neonazisti, infatti, continueranno per anni a compiere attentati, praticamente fino agli anni Ottanta. Alcuni sono rimasti impressi nella memoria collettiva: piazza della Loggia a Brescia e treno Italicus nel 1974, stazione di Bologna nel 1980. Tanto per citare i più noti. Ma ce ne sono altri che non hanno superato la soglia della cronaca, anche se importanti.

Gioia Tauro, 22 luglio 1970. Una carica di tritolo fa saltare un tratto di binario poco prima della città calabra. Muoiono sei passeggeri e altri cinquantaquattro rimangono feriti. Inizialmente gli investigatori denunciano quattro ferrovieri per omicidio colposo. Ma non è un incidente dovuto a incuria o negligenza, è un attentato a cui ne seguiranno altri, sempre contro treni in Calabria. E gli esecutori, secondo testimonianze raccolte nel 1993, sarebbero Vito Silverini e Vincenzo Caracciolo (morti rispettivamente nel 1987 e nel 1990) che hanno agito dietro compenso dei responsabili del Comitato d’azione per Reggio capoluogo, organismo formato da fascisti calabresi.

Su quell’attentato Angelo Casile e Giovanni Aricò, due anarchici calabresi, avevano condotto attività di controinformazione.
Casile e Aricò muoiono nella notte tra il 26 e il 27 settembre 1970, con altri tre anarchici, schiantandosi sulla strada da Reggio a Roma contro un camion che aveva frenato bruscamente. Sulla dinamica di quell’incidente vennero scritte anche alcune sciocchezze da parte della controinformazione di sinistra. Tra queste si portò come prova che non di incidente si trattava, ma di omicidio organizzato dalla destra, il fatto che lo scontro avvenne in un tratto di strada (a circa 60 chilometri da Roma) che costeggiava alcune tenute del principe Junio Valerio Borghese.

Però il 26 marzo 1994 si è presentato al giudice Salvini il cugino di Aricò, Antonio Perna. Questi ha riferito che, il giorno prima di partire per Roma, Aricò gli aveva confidato che avrebbe portato a Veraldo Rossi (chiamato da tutti Aldo), esponente della FAI romana e redattore del settimanale anarchico «Umanità nova», molta documentazione importante sull’attentato di Gioia Tauro. Perna afferma anche che al momento della partenza Aricò aveva con sé quella documentazione, che non venne però ritrovata sul luogo dell’incidente, così come non vennero riconsegnate ai familiari le agende delle cinque vittime. Inoltre Casile, uno dei ragazzi morti, durante l’estate era stato interrogato dal giudice Vittorio Occorsio (indagine sulle bombe del 12 dicembre) e aveva dichiarato di aver visto a Roma, dopo l’attentato all’Altare della patria, Giuseppe Schirinzi, militante di Avanguardia nazionale a Reggio Calabria, e di averlo accusato, nella concitazione di quelle ore, di essere l’autore dell’azione. Schirinzi è stato condannato con Aldo Pardo per l’attentato contro la questura di Reggio Calabria del 7 dicembre 1969, pochi giorni prima dell’incontro a Roma con Casile. Ma Schirinzi non è un manovale delle bombe, è un personaggio di spicco in Avanguardia nazionale: nell’aprile 1968 partecipa con Mario Merlino (fondatore con Valpreda del circolo romano 22 marzo) al viaggio nella Grecia dei colonnelli e nell’estate del 1969 cerca di infiltrarsi nel circolo degli anarchici di Reggio Calabria che, ironia della sorte, si chiama 22 marzo.

XII
IL PERICOLO COMUNISTA
Che già dalla metà degli anni Sessanta fascisti e nazisti intensifichino l’attività per procurarsi armi ed esplosivi non avviene per puro caso. C’è chi sta teorizzando la strategia della tensione. E per di più lo fa pubblicamente. A Roma dal 3 al 5 aprile 1965 molti noti esponenti della destra si riuniscono all’hotel Parco dei principi. L’occasione è il convegno sulla «Guerra rivoluzionaria», organizzato dall’Istituto di storia militare Alberto Pollio. Tra i nomi di spicco figurano Pino Rauti,
fondatore di Ordine nuovo, Guido Giannettini, giornalista e agente del SID, Edgardo Beltrametti ed Enrico De Boccard, due giornalisti che daranno vita ai Nuclei di difesa dello Stato.

Assiste ai lavori anche un gruppo di circa 20 studenti, invitato per apprendere le nuove teorie. Tra questi ci sono due nomi ricorrenti nella storia di quegli anni: Stefano Delle Chiaie, capo di Avanguardia nazionale, e il suo pupillo, Mario Merlino. Se gli interventi di Rauti e Giannettini riscuotono applausi, chi magnetizza la sala è Pio Filippani Ronconi, docente universitario, traduttore di lingue orientali, crittografo alle dipendenze del ministero della Difesa e del SID. Le relazioni di quel convegno compaiono nel volume La guerra rivoluzionaria, pubblicato nello stesso anno dall’editore Gioacchino Volpe. Il libro circolerà soprattutto con una «diffusione militante» nei vari gruppi dell’estrema destra. È, per esempio, Paolo Molin a portarlo da Roma ai membri del gruppo di Ordine nuovo di Venezia. Quello guidato da Delfo Zorzi.

Tema del convegno è la strategia da adottare in tempi brevi contro l’avanzata del comunismo e quindi mantenere l’Italia nel campo occidentale. Nella sua relazione, "Ipotesi per una controrivoluzione", Filippani Ronconi propone uno schema di sicurezza articolato su più livelli, operativi e gerarchici. La base sarà costituita da professionisti, docenti e piccoli industriali. Individui capaci di compiere soltanto un’azione puramente passiva e non rischiosa, ma in grado anche di boicottare
le iniziative promosse dal campo comunista. Il secondo livello sarà formato da persone capaci di esercitare «azioni di pressione» con manifestazioni che si svolgano nell’ambito della legalità e che, anzi, si muovano in difesa dello Stato e della legge.

«A un terzo livello», sostiene Filippani Ronconi, «molto più qualificato e professionalmente specializzato, dovrebbero costituirsi (in pieno anonimato sin da adesso) nuclei scelti di pochissime unità, addestrati a compiti di controterrore e di ‘rotture’ eventuali dei punti di precario equilibrio, in modo da determinare una diversa costellazione di forze al potere. Questi nuclei, possibilmente l’un l’altro ignoti, ma ben coordinati da un comitato direttivo, potrebbero essere composti in parte da quei giovani che attualmente esauriscono sterilmente le loro energie in nobili imprese dimostrative». Ed ecco il vertice dell’organizzazione: «Di là di questi livelli dovrebbe costituirsi con funzioni ‘verticali’, un Consiglio che coordini le attività in funzione di una guerra totale contro l’apparato sovversivo comunista e dei suoi alleati, che rappresenta l’incubo che sovrasta il mondo moderno e ne impedisce il naturale sviluppo».

Testi sul pericolo comunista non sono certo una novità, ma qui si è di fronte a qualcosa di qualitativamente diverso.
Non è soltanto un’esercitazione teorica: l’organizzazione prospettata da Filippani Ronconi è già in fase di costituzione e diventerà operativa molto presto.

Nel 1966 ben duemila ufficiali dell’esercito ricevono, in busta chiusa, un volantino firmato, appunto, Nuclei di difesa dello Stato. Testo destinato, nelle intenzioni degli autori, a risvegliare l’orgoglio dei militari: «Ufficiali! La pericolosa situazione della politica italiana esige il vostro intervento decisivo. Spetta alle Forze armate il compito di stroncare l’infezione prima che essa divenga mortale. Nessun rinvio è possibile: ogni attesa, ogni inerzia significa vigliaccheria. Subire la banda di volgari canaglie che pretendono di governarci, significa obbedire alla sovversione e tradire lo Stato. Militari di grande prestigio e di autentica fedeltà hanno già costituito in seno alle Forze Armate i Nuclei di difesa dello Stato.

Voi dovete aderire ai NDS. O voi aderite alla lotta vittoriosa contro la sovversione, oppure anche per voi la sovversione alzerà le sue forche. E sarà, in questo caso, la meritata ricompensa per i traditori». Autori e diffusori del volantin sono Franco Freda e Giovanni Ventura, due protagonisti della stagione delle stragi. In quell’occasione compare un altro personaggio di rilievo in questa storia: Guido Lorenzon. All’epoca è ufficiale di complemento alla base di Aviano, anche lui riceve il volantino e durante una licenza ne parla con l’amico Ventura. Sorpresa: Ventura gli rivela di essere uno degli autori di quel documento. Verrà poi definitivamente condannato per apologia di reato con Freda, nel 1987. Accanto all’opera di divulgazione che fanno Freda e Ventura, c’è chi sta lavorando per creare la rete dei Nuclei di difesa dello Stato. Una rete parallela all’altra più famosa, ma forse meno pericolosa, organizzazione segreta: Gladio. Il maggiore Amos Spiazzi (oggi generale), responsabile dell’ufficio I (informazioni) dell’esercito a Verona, dopo un corso di aggiornamento al terzo corpo d’armata di Milano, nell’autunno-inverno tra il 1966 e il 1967, viene incaricato dai suoi superiori, «singolarmente e oralmente», di sviluppare nella sua città un’attività parallela a quella di Gladio. «Mi fu detto comunque che era necessario, regione per regione e capillarmente provincia per provincia, reclutare personale con analoghe caratteristiche, compartimentato al massimo e da addestrare in nuclei di tre persone [...] avvalendosi di istruttori dei locali reparti. [...] Questi Nuclei presero il nome di Legioni. [...] Formai così con 50 elementi selezionati la Quinta Legione», dichiara al giudice Guido Salvini, il 2 giugno 1994, Spiazzi, salito alla ribalta della cronaca nel 1974 per il suo coinvolgimento nell’organizzazione eversiva Rosa dei venti. E prosegue: «Nelle riunioni [...] fu sollecitata una collaborazione sempre più stretta con le associazioni d’Arma, con associazioni politiche esistenti quali gli Amici delle Forze armate, l’Istituto Pollio, il Combattentismo attivo, per unificare le forze in una attiva opera di difesa, di sostegno e di propaganda in favore delle Forze armate e dei valori da esse rappresentati». L’attività di Spiazzi non si ferma all’addestramento: organizza conferenze e dibattiti, collabora al giornale del Movimento di opinione pubblica del generale Francesco Nardella (iscritto alla P2 di Licio Gelli), prende contatto con Adamo Degli Occhi, avvocato milanese, leader delle manifestazioni della cosiddetta Maggioranza silenziosa, e con il Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese, comandante durante la guerra della Decima Mas e nel 1943 passato alla repubblica di Salò. Precisa Spiazzi: «Ogni mia attività esercitata fuori servizio in seno a tale organizzazione era nota ai superiori Uffici I».

Dal Veneto alla Lombardia e, per la precisione, in Valtellina.
Qui c’è un personaggio che rappresenta un autentico mito per i suoi uomini: Carlo Fumagalli. Comandante durante la resistenza, aveva guidato una formazione autonoma, I Gufi, composta da partigiani «bianchi». Il gruppo operava in stretto contatto con i servizi segreti americani dell’OSS (Office of Strategic Services). Da questi, alla fine della guerra, riceve la medaglia Bronze Star. Rimane legato ai servizi americani e alla fine degli anni Sessanta è pronto per dare una mano alla
trasformazione dell’assetto politico italiano in senso presidenzialista e con un ancor più marcato accento filoatlantico.
Fumagalli fonda il MAR (Movimento di azione rivoluzionaria) e, come copertura per le sue attività illegali, gestisce un’officina meccanica specializzata in fuoristrada. Segue la strategia della provocazione con attentati da attribuire alla sinistra, ma il colpo di Stato da lui desiderato non ha le connotazioni filonaziste dei suoi «alleati». Questo, però, non gli impedisce di mettere a segno operazioni clamorose.

Milano, 7 gennaio 1971. Viene appiccato un incendio al deposito di copertoni della Pirelli-Bicocca in viale Sarca. Le fiamme vengono spente solo dopo dieci ore. Con un danno di oltre un miliardo, ai valori dell’epoca. Durante le operazioni di soccorso muore un operaio di 30 anni, Gianfranco Carminati. «L’attentato nelle intenzioni del gruppo MAR doveva essere attribuito alle Brigate rosse che allora stavano sorgendo», dichiara, anni dopo, Gaetano Orlando, considerato l’ideologo del MAR. «Ricordo benissimo gli attentati che avvennero alla Pirelli all’inizio del 1971 e posso confermare che la nostra organizzazione era estranea al grosso incendio che fu appiccato a un deposito di copertoni della Pirelli-Bicocca», sostiene, il 23 luglio 1991, Roberto Franceschini, all’epoca dei fatti dirigente delle BR a Milano e oggi dissociato dal terrorismo.

Esattamente un mese prima, il 7 dicembre 1970, alcune colonne armate entrano in Roma. Le guida il principe Borghese del Fronte nazionale. Tra i maggiori finanziatori dell’operazione ci sono Remo Orlandini, costruttore romano, braccio destro di Borghese, e Attilio Lercari, genovese, amministratore delegato della Piaggio. L’obiettivo è occupare le sedi politiche più importanti, la RAI e l’aeroporto, mentre gli uomini di Stefano Delle Chiaie (i militanti di Avanguardia nazionale) devono impadronirsi della centrale operativa del ministero dell’Interno. Per poi passare la mano ai carabinieri e dedicarsi al rastrellamento degli avversari politici da internare nell’arcipelago delle Eolie. Alcune navi, fornite dagli armatori genovesi Cameli, sarebbero pronte per il trasporto.

Il classico colpo di Stato. Ma qualcosa non funziona, oppure qualcuno fa marcia indietro. C’è un fitto giro di telefonate: alla fine i golpisti lasciano Roma. Così anche Roberto Palotto e Saverio Ghiacci, che con altri militanti di Avanguardia nazionale sono riusciti a penetrare nel ministero dell’Interno (grazie alla collaborazione di Salvatore Drago, medico in servizio a quel dicastero, iscritto alla P2), devono lasciare velocemente il palazzo. Ma il golpe non è circoscritto solo alla capitale.
«Il maggiore ci disse di tenerci pronti in camerata, con gli abiti borghesi», ricorda Enzo Ferro che in quel dicembre 1970 prestava servizio militare alla caserma Montorio di Verona e quindi sottoposto al maggiore Spiazzi, «e che poi avremmo dovuto essere portati nella zona di Porta Bra a Verona, nella sede dell’Associazione mutilati e invalidi di guerra, dove si stampava il giornaletto del Movimento di opinione pubblica. [...] Ci fu detto chiaramente che dovevamo intervenire e che non potevamo tirarci indietro e che, giunti al punto di raccolta, saremmo stati armati e portati nella zona dove dovevamo operare come supporto al colpo di Stato. Tutte le cellule di civili e militari avrebbero dovuto intervenire. Tuttavia nella notte ci fu il contrordine, era verso l’una e trenta e ce lo comunicò direttamente il maggiore Spiazzi, dicendoci che il contrordine veniva direttamente da Milano».

«Anche a Venezia [...] per la notte del 7 dicembre era concordato il concentramento in punti determinati. Il concentramento effettivamente ci fu, ma poco dopo giunse il contrordine, con vivo disappunto di tutti i presenti. [...] Il punto di concentramento era l’Arsenale, cioè lo spiazzo dinanzi al comando della Marina militare. Anche di queste iniziative io riferii regolarmente a Verona (al comando FTASE) che quindi misi al corrente dei vari sviluppi», dichiara Carlo Digilio, legato
al gruppo di Ordine nuovo di Venezia e informatore della CIA dal 1967. L’agente a cui Digilio riferisce si chiama Sergio Minetto, capo della rete CIA per il Triveneto. Minetto, ovviamente, nega di avere mai ricoperto quel ruolo. Il FTASE indicato da Digilio è il comando generale delle Forze dell’alleanza atlantica per il Sud Europa. «A Reggio Calabria», ricorda Carmine Dominici, esponente fino al 1976 di Avanguardi nazionale, diretta, in quella città, dal marchese Felice Genoese Zerbi, «eravamo in piedi tutti pronti a dare il nostro contributo. Zerbi disse che aveva ricevuto delle divise dai carabinieri e che saremmo intervenuti in pattuglia con loro, anche in relazione alla necessità di arrestare avversari politici che facevano parte di certe liste che erano state preparate.

Restammo mobilitati fin quasi alle due di notte, ma poi ci dissero di andare tutti a casa».
Altre testimonianze, sempre raccolte dal giudice Salvini, rivelano che anche in molte località italiane, militari, civili e carabinieri erano pronti a intervenire per sostenere il colpo di Stato a Roma. Chi fermò il golpe fu Licio Gelli, cioè l’ispiratore e, sul piano operativo, l’uomo che doveva guidare il sequestro di Giuseppe Saragat, presidente della repubblica.
Gelli utilizzerà poi il coinvolgimento nel golpe di alti ufficiali per i suoi giochi fatti di ricatti e manovre a largo raggio.
Ma le sentenze del novembre 1978, novembre 1984 e infine la Cassazione nel marzo 1986 hanno mandato assolti tutti i congiurati. E per quanto riguarda Gelli e l’attività di cospirazione attuata per anni dalla loggia massonica P2, la sentenza definitiva della Cassazione ha stabilito, il 21 novembre 1996, che Gelli andava condannato a otto anni (ma da non scontare) soltanto per il reato di procacciamento di notizie riservate (mentre l’anno prima era stato condannato a dieci anni per calunnia e depistaggio sulla strage alla stazione di Bologna). Si chiude così un altro capitolo di una storia giudiziaria iniziata nel 1981, quando la Guardia di finanza scoprì nell’abitazione di Gelli, villa Wanda a Castiglion Fibocchi, l’elenco di 962 nominativi di affiliati alla loggia P2.

Quell’inchiesta venne tolta ai magistrati milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone e trasferita a Roma.
E la procura della capitale fece il suo dovere: bloccò le indagini.

XIII
FAREMO ORDINE, MA NUOVO
Ecco altri due attori di questa storia: Ordine nuovo e Avanguardia nazionale. Attori importanti, protagonisti. Perché?
Militanti di queste organizzazioni hanno eseguito gli attentati a Milano e a Roma il 12 dicembre 1969. Non si tratta però di semplici manovali del terrore. Il rapporto tra esecutori e ideatori è più complesso. Non il banale schema «prendi la bomba e vai a far saltare tutto». C’è una ragnatela di complicità, sollecitazioni, aiuti, reciproci ricatti che traccia alcune delle pagine più velenose della storia italiana. Una storia che vede come regista della strategia della tensione proprio il ministero dell’Interno nelle persone del responsabile del dicastero, Franco Restivo, e di molti suoi successori, e soprattutto di Federico Umberto D’Amato, capo dell’ufficio affari riservati (sciolto nel 1978). D’Amato, deceduto l’1 agosto 1996, è tornato alla ribalta poco dopo la sua morte con il ritrovamento in una palazzina sulla via Appia, alla periferia di Roma, di circa 150 mila fascicoli non catalogati (e forse in parte già depurati dei documenti più compromettenti).

Ma non solo documenti: per esempio c’è anche il quadrante di un timer utilizzato per l’attentato del 9 agosto 1969 sul treno Pescara-Roma (quello attuato personalmente da Franco Freda). Quei documenti, ritrovati il 17 agosto 1996 da Aldo Giannuli, esperto nominato dal giudice Salvini, costituiscono una sorta di archivio parallelo del Viminale nel quale sono racchiuse moltissime delle storie legate all’attività di spionaggio interno. Un archivio segreto che non è stato distrutto, ma depositato alla rinfusa in una sorta di magazzino. Forse per tenerlo comunque disponibile in caso di eventuali future utilizzazioni oppure fatto trovare dopo l’uscita di scena di D’Amato.

A questo punto occorre tornare indietro di oltre quarant’anni. È il 1956, Giuseppe Rauti, che tutti chiamano Pino, dà segni d’insofferenza sempre più evidenti verso la linea politica «piccolo borghese e legalitaria» del segretario del suo partito, il Movimento sociale italiano. Arturo Michelini, eletto alla massima carica dei neofascisti italiani nel 1954, viene considerato troppo ossequiente nei confronti della destra democristiana dai «duri» della corrente di Giorgio Almirante. Rauti è uno dei più duri. Si stacca dal MSI e fonda (con Clemente Graziani, Paolo Signorelli, Stefano Serpieri e Stefano Delle Chiaie) il Centro studi Ordine nuovo.

Nell’autunno 1969, quando diventa segretario del MSI Giorgio Almirante, Rauti rientra nel partito e scioglie il Centro studi. È un atto solo formale perché i gruppi e l’organizzazione di Ordine nuovo continueranno a operare ancora per anni.

Nel 1958 Delle Chiaie inizia un processo di autonomizzazione da Rauti che lo porta il 25 aprile 1960 a fondare Avanguardia nazionale. Organizzazione che formalmente si scioglie nel 1966 per permettere il reingresso di molti militanti nel MSI. Ma nel 1968 Delle Chiaie ricostituisce, sempre formalmente, la mai disciolta organizzazione. Ordine nuovo e Avanguardia nazionale hanno un’impostazione ideologica sostanzialmente simile. Il principale referente teorico è il filosofo Julius Evola, che Rauti ha conosciuto alla fine degli anni Quaranta. Il programma si fonda sulla lotta al comunismo e al capitalismo, per uno Stato delle corporazioni, sull’esempio del programma nazional-rivoluzionario del 28 agosto 1919 dei Fasci di combattimento costituiti in piazza San Sepolcro a Milano il 23 marzo 1919.

Programma perfezionato (almeno nelle enunciazioni) dalla repubblica di Salò (che vede tra i suoi combattenti il volontario Rauti di appena 17 anni). E inoltre lotta contro il sistema parlamentare e ogni forma di democrazia, per arrivare a uno Stato aristocratico e organico, riprendendo molte delle concezioni della Germania hitleriana. L’obiettivo finale è il Nuovo ordine europeo.

Le due organizzazioni in pratica si spartiscono il territorio italiano: Ordine nuovo colleziona gruppi soprattutto nel Nord, mentre Avanguardia nazionale ha le sue basi principali a Roma e nel Sud.

Nella primavera del 1969 è ormai giunto il momento di operare insieme. I dirigenti veneti di Ordine nuovo incontrano quelli romani di Avanguardia nazionale il 18 aprile. La riunione si tiene a Padova nella casa di Ivano Toniolo, un fedelissimo di Franco Freda. Con l’approvazione, è ovvio, di Carlo Maria Maggi, responsabile di Ordine nuovo nel Triveneto, e dei suoi referenti a livello nazionale, Signorelli e Rauti. D’ora in poi le due organizzazioni agiranno in modo concordato, almeno per le operazioni in grande stile. Il 25 aprile scoppiano le bombe di Milano (Fiera campionaria e stazione Centrale).

Si è creato un asse operativo che parte da Venezia, arriva a Padova, prosegue per Milano, punta sulla capitale e si estende fino a Reggio Calabria. I nomi? Per Venezia, Delfo Zorzi, Martino Siciliano, Giancarlo Vianello (che, infiltratosi nel 1970 in Lotta continua, si innamorerà di una militante del gruppo di estrema sinistra e finirà per abbandonare i camerati), Paolo Molin, Piercarlo Montagner. Con l’appoggio «tecnico » fornito da Carlo Digilio. A Padova, sotto la direzione di Freda, si muovono Giovanni Ventura, Massimiliano Fachini e Marco Pozzan. Giancarlo Rognoni è il capo riconosciuto del gruppo La Fenice di Milano. Delle Chiaie guida Avanguardia nazionale a Roma, mentre a Reggio Calabria il suo uomo di fiducia è il marchese Felice Genoese Zerbi. Questi può contare su un buon gruppo di militanti decisi come Carmine Dominici, Giuseppe Schirinzi e Aldo Pardo.

Tutti personaggi dalla vita avventurosa. Freda e Ventura saranno definitivamente condannati per 17 attentati compiuti tra il 15 aprile e il 9 agosto 1969 (quindi anche per quelli di Milano del 25 aprile e ai treni del 9 agosto). Rognoni eviterà ventitré anni di carcere dandosi latitante, soprattutto in Spagna. È stato infatti condannato in contumacia per un attentato compiuto dal suo luogotenente, Nico Azzi.

Treno Torino-Roma. È il 7 aprile 1973. Scoppia una bomba in un gabinetto. Ma l’attentatore, Azzi, non se n’è andato.
L’ordigno gli è esploso tra le mani. O meglio, tra le  gambe. Ferito, viene arrestato. E poi condannato a 20 anni.
Con lui finiscono in carcere altri due membri della Fenice: Mauro Marzorati e Francesco De Min. Quell’attentato, deciso  alla presenza dell’ideologo di Ordine nuovo, Paolo Signorelli, doveva servire, almeno nelle intenzioni, a depistare le indagini condotte dai giudici di Milano sulla strage di piazza Fontana, ed essere sfruttato politicamente nella manifestazione della Maggioranza silenziosa già fissata per il 12 aprile a Milano. Dopo l’attentato, infatti, doveva essere fatta una rivendicazione, per telefono, a nome di un’organizzazione di sinistra.

Carattere forte, duro, capace di passare subito alle mani, il suo viso è spesso segnato da ferite, non lo impressiona la vista del sangue, si occupa personalmente di infliggere punizioni ai camerati che sgarrano, ma anche introverso e affascinato dal buddhismo e dal pensiero di Evola, questo il profilo che traccia Siciliano del suo capo Zorzi. Cioè l’uomo che confesserà almeno in due occasioni di aver partecipato all’attentato di Milano del 12 dicembre.

È il 31 dicembre 1969. Zorzi, Siciliano e Vianello festeggiano l’ultimo giorno dell’anno andando prima a puttane in corso del Popolo a Mestre. «Abitudine cameratesca legata alla concezione fascista della virilità», commenta Siciliano. Poi vanno a casa di Vianello a mangiare, brindare e sentire inni nazisti. Il discorso cade sulle bombe di pochi giorni prima. Ecco che cosa dichiara Siciliano, l’8 giugno 1996, al giudice Salvini: «Zorzi ci ricordò che, secondo i nostri grandi teorici, anche il sangue poteva essere motore di una rivoluzione nazionale che, partendo dall’Italia, avrebbe salvato l’Europa difendendola dal comunismo. Riprese i discorsi che già erano stati fatti a Padova e che cioè la gente comune, colpita e non in grado di difendersi da sé, avrebbe chiesto essa stessa lo Stato forte, soprattutto in quanto la strategia prevedeva che episodi così gravi dovessero essere attribuiti all’estrema sinistra». E Zorzi così conclude, secondo Siciliano: «Ci fece chiaramente intendere che gli anarchici non c’entravano nulla e che erano stati presi come capro espiatorio per i loro precedenti bombaroli, un’accusa di quel genere nei loro confronti era credibile, e che in realtà gli attentati di Milano e Roma erano stati pensati e commissionati ad alto livello e materialmente eseguiti da Ordine nuovo del Triveneto».

Nel gennaio 1996 Digilio racconta al giudice Salvini che cosa gli ha detto Zorzi a Mestre nel 1973: «Guarda che io ho partecipato direttamente all’operazione di collocazione della bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura». E precisa Digilio: «Queste furono testualmente le sue parole, che ricordo ancora bene, anche per la loro gravità. Zorzi non parlò né di morti né di strage, ma usò il termine ‘operazione’, come se si fosse trattato di un’operazione di guerra». A questo punto Zorzi spiega a Digilio: «Me ne sono occupato personalmente e non è stata una cosa facile, mi ha aiutato il figlio di un direttore di banca».

Oggi Zorzi vive in Giappone, dove si è trasferito dopo che i giudici Giancarlo Stiz a Treviso, Pietro Calogero a Padova, Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini a Milano hanno cominciato a indagare sulla pista fascista per la strage di piazza Fontana.

A Tokyo, Zorzi mette in piedi una società di import-export. In pochi anni diventa miliardario tanto che nel 1993 può prestare 30 miliardi a Maurizio Gucci. Una fortuna che qualcuno sospetta sia stata accumulata grazie alla protezione della Yakuza, la potente mafia nipponica, e dei servizi segreti italiani e statunitensi. Zorzi nel frattempo si è sposato con una giapponese, dalla quale ha avuto una figlia, ha anche una rete di società e di negozi n Italia, ed è difeso in Italia dall’avvocato Gaetano Pecorella che nega qualsiasi coinvolgimento del suo cliente con la strage di piazza Fontana. Pecorella, conosciuto negli anni Settanta soprattutto per la difesamdi militanti di sinistra, negli anni Novanta affianca clienti come Zorzi a Ovidio Bompressi, ex Lotta continua, condannato a ventidue anni per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. «Ero a Napoli dove frequentavo l’università orientale, alla quale mi ero iscritto nel 1968», ha dichiarato Zorzi, riferendosi al 12 dicembre 1969, in un’intervista pubblicata il 14 novembre 1995 sul «Giornale». Un alibi che non è stato confermato.

Altro personaggio, altra fuga. Digilio, mentre viene interrogato da Salvini, ha già subìto una condanna in contumacia a dieci anni. Nel 1982, segretario del poligono di tiro di Venezia, Digilio viene arrestato la prima volta per detenzione illegale di munizioni. Rilasciato dopo pochi giorni, capisce che forse possono contestargli altri reati più gravi. Si rifugia in una casa isolata a Villa d’Adda, in provincia di Bergamo.

Poi alla fine del 1985 fugge a Santo Domingo con documenti falsi. Ma nell’autunno 1992 viene arrestato dall’Interpol e riportato in Italia a scontare la sua condanna per ricostituzione di Ordine nuovo, detenzione di detonatori, cessione di armi, detenzione di macchinari per la riparazione e trasformazione di armi e per la falsificazione di documenti.

Ed ecco il più famoso latitante dell’eversione fascista:
Delle Chiaie. Che prima di essere ribattezzato «primula nera», a Roma era conosciuto come «er caccola». Durante un interrogatorio al Palazzo di giustizia di Roma, chiede di andare al gabinetto. Scompare. È il 9 luglio 1970. La polizia non riuscirà a rintracciarlo nonostante venga visto nella capitale ancora per diversi mesi.

Fallito il golpe Borghese, Delle Chiaie si trasferisce a Madrid dove può godere della protezione di esponenti del franchismo, ma nel febbraio 1977, ormai tramontato il regime di Francisco Franco, Delle Chiaie approda nella più sicura America Latina. Di tornare in Italia non se ne parla, anche perché Giorgio Pisanò, direttore del settimanale fascista «Il Candido», gli ha mandato, attraverso le colonne del suo giornale, un messaggio chiaro. In una lettera aperta, pubblicata il 9 gennaio 1975, Pisanò ha scritto: «Resta dove sei e statti zitto. Perché se torni dovrai raccontarci tante cose: tanti traffici d’armi, per esempio, con relativa scomparsa di fondi che ti erano stati affidati, o i tuoi intrallazzi con Mario Merlino.

Oppure i tuoi rapporti con l’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno». Argentina, Bolivia, Paraguay e Cile sono le tappe dei continui spostamenti di Delle Chiaie. Che ha preso intanto una nuova identità, si chiama Alfredo Di Stefano.

Ma nel 1987 viene fermato a Caracas. Finisce così la sua latitanza durata 17 anni. Contro di lui è stato spiccato un mandato di arresto internazionale. Le accuse? Strage dell’Italicus, associazione sovversiva, rapina, concorso nella strage di piazza Fontana, banda armata. Viene processato in Italia nell’ottobre 1987, con Massimiliano Fachini, dalla Corte d’assise di Catanzaro (l’ultimo atto dei processi per piazza Fontana). Il 20 febbraio 1989, i due vengono assolti con formula piena dopo 90 udienze. Sentenza confermata in appello il 5 luglio 1991.

XIV
QUI CI VUOLE IL MORTO
Torniamo a bomba, cioè al 1969. Gli attentati del 25 aprile a Milano fanno solo pochi feriti. Stesso risultato per quelli ai treni del 8 e 9 agosto. Questi ultimi ordigni sono innescati da un comune orologio: marca Ruhla. Orologi che uno strano signore acquista a tre-quattro per volta al magazzino Standa di Treviso. Ma il primo esperimento non riesce. Il 24 luglio la bomba piazzata al Palazzo di giustizia di Milano non esplode. Ci vuole un esperto. Franco Freda si fa allora spiegare dall’elettricista Tullio Fabris (che nel 1968 gli ha montato i lampadari nel suo studio in via San Biagio a Padova) come collegare un orologio a sveglia con una resistenza che incendi poi dei fiammiferi antivento. E Fabris dà le informazioni tecniche a Freda. Sui treni l’esperimento è positivo: su dieci bombe, otto esplodono. Per le due che fanno cilecca si scopre che sono azionate da orologi Ruhla.

Il passo successivo è l’utilizzo di timer. Freda, tramite Fabris, ordina 50 timer da 60 minuti alla ditta Elettrocontrolli di Bologna. Il 19 settembre Freda va nel capoluogo emiliano con Fabris e ritira quei timer (fabbricati dalla Junghans-Diehl di Venezia). Nuovo strumento, nuove lezioni.

Prima lezione: Fabris insegna a Freda (anche se i timer non sono ancora stati acquistati) come collegare batteria, filo al nichelcromo, fiammifero antivento a un timer. Visti i risultati, Freda fa comprare a Fabris una discreta quantità di quei fili.

Seconda lezione: l’elettricista, dopo l’acquisto dei timer, fornisce a Freda e a Ventura nozioni generali sui congegni a tempo e sul loro utilizzo. Freda prende diligentemente appunti.

Terza lezione: Freda e Ventura, sotto la supervisione di Fabris, predispongono per due volte il congegno. L’esperimento riesce alla perfezione. Tutto è pronto per il grande botto. E infatti nella borsa che conteneva la bomba inesplosa alla Banca commerciale italiana di piazza della Scala a Milano viene ritrovato il dischetto orario staccatosi da un timer della Junghans-Diehl. Quella borsa fa parte di uno stock importato in Italia e prodotto dalla ditta tedesca Mosbach-Gruber. Le borse utilizzate per gli attentati sono di due tipi: City 2131 di colore marrone e Peraso 2131 di colore nero.
E soltanto tre negozi in Italia vendono entrambi i tipi: Biagini di Milano, Protto di Cuneo e Al Duomo di Padova.
Quando Fausto Giuriati, proprietario della valigeria Al Duomo, vede la foto della borsa pubblicata sui giornali e trasmessa in televisione telefona in questura. Devono passare alcuni giorni prima che qualcuno della polizia si presenti alla valigeria Al Duomo.
La commessa Loretta Galeazzo riferirà di aver venduto quattro borse di quel tipo la sera del 10 dicembre a un giovane ben vestito. I poliziotti padovani mandano il loro rapporto alla questura di Milano e all’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno, ma dovranno passare tre anni prima che qualcuno si ripresenti nel negozio del centro di Padova. E non su indicazione di Milano o di Roma. Chi va a informarsi?

È il maresciallo Alvise Munari che indaga per conto del giudice istruttore di Treviso Giancarlo Stiz.
Restiamo a Padova. È la vigilia delle bombe. Ecco una ricostruzione logica degli avvenimenti sulla base di quanto è stato appurato, ma non sufficientemente provato, per quanto riguarda Zorzi, in appello nel 2004 e in Cassazione nel 2005.

Freda, ormai esperto grazie alle lezioni di Fabris, prepara gli esplosivi con la gelignite che si è procurato (come sostiene Carlo Digilio) Delfo Zorzi. Li collega ai timer Junghans-Diehl. Li mette nelle borse acquistate alla valigeria Al Duomo di Padova e in un’altra simile comprata prima. E li consegna agli incaricati del trasporto. Zorzi parte per Milano. Lì lo attendono i militanti del gruppo La Fenice di Giancarlo Rognoni (anche lui, però, assolto definitivamente), che gli forniscono la base operativa, un appartamento vicino a piazza Fontana. Ventura va invece a Roma e consegna il suo carico ai camerati di Avanguardia nazionale, che dipendono da Stefano Delle Chiaie. Il pomeriggio del 12 dicembre due borse contenenti altrettante bombe di gelignite collegate a timer Junghans-Diehl vengono deposte alla Banca nazionale dell’agricoltura di piazza Fontana e alla Banca commerciale italiana di piazza della Scala. Un’altra bomba viene lasciata a Roma nel sottopassaggio della Banca nazionale del lavoro, due al monumento al Milite ignoto di piazza Venezia. I militanti di Ordine nuovo e di Avanguardia nazionale hanno compiuto quasi alla perfezione il loro lavoro. C’è solo il mancato funzionamento dell’ordigno lasciato alla Banca commerciale di Milano, ma ci penserà, come si è visto, il perito Teonesto Cerri a eliminare quella prova compromettente. Non completamente però: nella confusione dimentica di fare esplodere anche il quadrante del timer rimasto nella borsa. E sono proprio i timer che tradiranno il gruppo di Freda e i suoi partner. Ne sono stati utilizzati solo cinque. Gli altri vengono consegnati a Cristiano De Eccher perché li nasconda. De Eccher, discendente di una nobile famiglia del Sacro romano impero, possiede un castello a Calavino, vicino a Trento. Nel 1969 ha solo 19 anni, ma è già un esponente di Avanguardia nazionale di Trento, iscritto all’università di Padova e in stretto contatto con Freda. Uno dei pochi a cui l’aristocratico Freda, forse per le nobili e antiche origini, si rivolge dandogli del tu. Un elemento di contatto, quindi, tra i due gruppi nazisti. De Eccher provvede a murarli. Ma è più fedele a Delle Chiaie che a Freda: non restituirà più quei timer. Tanto da suscitare l’ira profonda del procuratore legale padovano che si lamenterà con un suo camerata, Sergio Calore, «sulla decadenza di un barone del Sacro romano impero».

Poiché Freda non può negare di aver comprato quei timer, dichiarerà che li ha ceduti a un certo capitano Hamid, dei servizi segreti algerini. L’algerino glieli avrebbe chiesti per organizzare attentati contro obiettivi sionisti. E, clamoroso, i giudici gli credono, per nulla scossi dal fatto che il Mossad, il servizio segreto israeliano, dichiari che il capitano Hamid non esiste. I giudici sembrano credere del tutto plausibile che un agente algerino debba rivolgersi a un legale di Padova per procurarsi dei timer. Mentre l’elettricista Fabris al processo fa soltanto parziali ammissioni. Perché? È stato minacciato per tre volte affinché taccia. Due volte da Massimiliano Fachini, un’altra volta da Fachini in compagnia di Pino Rauti, così sostiene la moglie di Fabris che avrebbe riconosciuto Rauti vedendolo, successivamente, in televisione.  I timer non prendono affatto la via dell’Algeria. Rimasti sotto il controllo di De Eccher, protetto dal colonnello dei carabinieri Michele Santoro, finiscono in parte al gruppo La Fenice di Milano e in parte ad Avanguardia nazionale di Roma, che ne utilizza qualcuno per gli attentati ai treni diretti a Reggio Calabria nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1972.

I militanti del gruppo La Fenice nel 1973 preparano un piano per collocare alcuni di questi timer in una casa di Giangiacomo Feltrinelli (morto nel marzo 1972 a Segrate). La casa, in realtà un castello a Villadeati nel Monferrato, è di proprietà della famiglia Feltrinelli, ma quasi mai utilizzata. Alcuni militanti del gruppo di Rognoni dovrebbero introdursi con destrezza nel castello e nascondervi i timer, poi sarebbero stati avvisati i carabinieri. Questa iniziativa ha l’obiettivo di riportare le indagini su piazza Fontana verso la «pista rossa» proprio mentre Gerardo D’Ambrosio indaga sui fascisti. Il progetto però viene abbandonato perché Rognoni lo ritiene troppo fantasioso. Di Feltrinelli, due anni prima, si occupano Martino Siciliano e Marco Foscari del gruppo Ordine nuovo di Venezia.

Foscari ha un castello di famiglia a Paternion, in Carinzia. Non lontano c’è uno chalet di proprietà di Sibilla Melega. Feltrinelli, all’epoca latitante, spesso si rifugia in quello chalet. Ai due ordinovisti viene allora l’idea di rapirlo, portarlo in Italia e farlo trovare alle forze di polizia. Così, armati con fucili da caccia, alla guida di un fuoristrada e accompagnati dal guardacaccia di Foscari, un ex Waffen-SS, vanno a prelevare Feltrinelli. Muniti anche di etere per stordire l’editore, corde per legarlo e un baule da utilizzare per il trasporto oltre confine. Ma è un piano improvvisato e sono sfortunati: «Individuammo senza difficoltà la proprietà dove c’era uno chalet, ma non riuscimmo a vedere Feltrinelli e anzi lo chalet sembrava chiuso. Abbandonammo quindi il progetto così come era nato», ricorda Siciliano.

Dai timer alla gelignite.
Questo esplosivo non esaurisce certo la sua funzione con le bombe del 12 dicembre 1969.
Viene usato altre volte dal gruppo ordinovista di Venezia. Mestre, 27 ottobre 1970. Siciliano prepara un congegno a orologeria, ma poiché non è sicuro di averlo innescato bene, consiglia di affidarsi a una comune miccia collegata alla gelignite. Piero Andreatta si occupa di collocare l’ordigno, che esplode davanti al magazzino Coin in piazza Barche. Ma la gelignite è utilizzata anche in attentati più importanti e mortali. Delfo Zorzi, Ordine nuovo di Venezia, consegna a Marcello Soffiati, militante del gruppo di Verona, una bomba preparata con quell’esplosivo. Soffiati la porta a Milano. La consegna a militanti delle SAM (Squadre d’azione Mussolini) milanesi, che si occupano di trasferirla a Brescia. Il 28 maggio 1974 in piazza della Loggia c’è una manifestazione indetta dal Comitato unitario antifascista bresciano e dai sindacati. Alle 10,20, mentre sta parlando il segretario provinciale della FIM-CISL, Franco Castrezzati, la bomba alla gelignite esplode. Risultato: otto morti e circa cento feriti. Questo episodio segna anche una rottura all’interno di Ordine nuovo: i rapporti tra Zorzi e Soffiati si guastano, diventeranno quasi nemici. Soffiati non perdona al camerata di Venezia di averlo coinvolto in un’azione così importante e che soprattutto si discosta dalla strategia finora seguita: mettere bombe che possano essere attribuite alla sinistra.

XV
DÀGLI ALL’ANARCHICO
I fascisti mettono le bombe. La polizia arresta gli anarchici.
Schema classico di questa storia. Le direttive vengono dall’alto. Si deve colpire a sinistra. E il commissario Luigi Calabresi a Milano, come il suo collega della squadra politica di Roma, Umberto Improta, eseguono con la massima solerzia. Calabresi, lo stesso pomeriggio in cui scoppiano le bombe del 12 dicembre, punta subito su «quel pazzo criminale di Valpreda». Dopotutto il gioco gli è già riuscito il 25 aprile quando ha messo in carcere gli anarchici per gli attentati alla Fiera campionaria e alla stazione Centrale di Milano.

E non ha gradito che proprio pochi giorni prima, il 7 dicembre, il capo dell’ufficio istruzione di Milano, Antonio Amati, sia stato costretto a rilasciarne due, Giovanni Corradini ed Eliane Vincileone, per mancanza di indizi. Ma adesso, di fronte a una strage come quella di piazza Fontana, Calabresi non si può accontentare di ragazzi come Paolo Braschi e compagni. Ha bisogno di un uomo e Valpreda ha l’età giusta, 36 anni. Ha bisogno di un personaggio che faccia, come Valpreda, discorsi esagitati.

E Valpreda, negli ultimi tempi, ha perso quella ironia e autoironia che lo caratterizzavano. Frequentando i bar di Brera (un tempo la zona degli artisti di Milano) si lancia in lunghe e accalorate discussioni che si colorano sempre più di una sorta di «tremendismo verbale».
Per di più Brera pullula di confidenti della polizia. E il valore di un informatore dipende dalla «qualità» delle notizie che può passare agli uomini della questura. Così, in un gioco perverso di rilanci, i discorsi di Valpreda vengono ingigantiti.
Valpreda è favorevole agli scontri durante le manifestazioni? Vuole la guerriglia urbana. Parla di «azioni esemplari» fatte da poche persone, ma capaci di galvanizzare le masse? Vuole fare attentati.

Valpreda si fa prendere la mano con affermazioni sempre più «tremendiste». E quando con due giovani anarchici, Leonardo Claps, detto Steve, e Aniello D’Errico, dà vita al bollettino ciclostilato «Terra e libertà», organo del Gruppo degli Iconoclasti, cioè loro tre, scrive sul numero uno del marzo 1969 (l’unico uscito) un articolo dal titolo Ravachol è risorto, che verrà utilizzato dai poliziotti per avvalorare la tesi di Valpreda bombarolo. Ravachol, infatti, è lo pseudonimo di un anarchico francese (François-Claudius Koeningstein) ghigliottinato nel 1892 e divenuto famoso nella Parigi di fine secolo per i suoi attentati dinamitardi. Lo stereotipo dell’anarchico sedimentato nell’immaginario collettivo. Ebbene, in questo articolo, dopo aver elencato una serie di piccoli attentati (fatti quasi tutti con qualcosa che ricorda più bombe-carta, cioè grossi petardi, che veri ordigni esplosivi), Valpreda così conclude il suo articolo: «Centinaia di giovani sono pronti a organizzarsi per riprendere il posto di nemici dello Stato e gridare né Dio né padrone, con la dinamite di Ravachol, col pugnale di Caserio, con la pistola di Bresci, col mitra di Bonnot, le bombe di Filippi e di Henry. Tremate borghesi! Ravachol è risorto!».

Se la polizia gongola per questa prosa allucinante, Giuseppe Pinelli è furente. «Ho buttato fuori dal Ponte quel pirla di Valpreda», riferisce ai suoi compagni del gruppo Bandiera nera. Da quel momento, è l’inizio del 1969, i rapporti tra Pinelli e Valpreda si raffreddano completamente. E quando, il 2 novembre, Pinelli partecipa a Empoli al convegno dei GIA (Gruppi di iniziativa anarchica, una delle tre componenti del movimento anarchico organizzato, con la FAI, Federazione anarchica italiana, e i GAF, Gruppi anarchici federati; a quest’ultima aderisce il gruppo Bandiera nera di cui fa parte Pinelli) lo scontro con Valpreda diventa plateale. Dopo il convegno gli anarchici si riuniscono in una trattoria. Valpreda saluta Pinelli, ma lui non gli risponde, anzi prende l’occasione per dirgli che non lo considera un amico, quindi non c’è alcun motivo per salutarlo. Valpreda, offeso davanti a tutti i presenti, ha uno scatto d’ira e getta contro Pinelli una saliera. È l’ultima volta che i due si vedono.

A Roma, Valpreda entra in dissidio con gli anarchici del Circolo Bakunin. Troppo seduti, capaci solo di fare discorsi, mentre è arrivato il momento di agire perché studenti e operai stanno scalzando il vecchio regime, dice in più occasioni Valpreda. E così con un gruppo di giovani (Roberto Mander, Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola, Emilio Borghese) dà vita al Circolo 22 marzo. A questo gruppo si uniscono Mario Merlino, formalmente ex di Avanguardia nazionale, e il «compagno Andrea», cioè Salvatore Ippolito, agente di pubblica sicurezza. Questi due infiltrati saranno affiancati, ma in modo molto saltuario e più esterno, da Stefano Serpieri, uno dei fondatori, con Pino Rauti, di Ordine nuovo e dalla metà degli anni Sessanta stabile informatore del SID.

Il ruolo di Serpieri è marginale, ma penserà lui stesso a ingrandirlo presso i suoi superiori. Dopotutto deve pur sempre giustificare i compensi che il SID gli passa.
Sottoposti a questi controlli, gli aderenti al Circolo 22 marzo iniziano a fare «politica», che per loro significa partecipare a manifestazioni con scontri finali, fare azioni dimostrative (il 7 ottobre, guidati da Merlino, lanciano una bottiglia molotov contro il portone della sede del Movimento sociale a Colle Oppio). Insomma si mettono in mostra.

Valpreda è il più anziano, può vantare una buona conoscenza del pensiero anarchico, è quindi naturale che divenga l’elemento di spicco del 22 marzo. E la polizia, ovviamente, lo sa. Dopo le bombe del 9 agosto Valpreda viene fermato una dozzina di volte. La polizia cerca anche di corromperlo con promesse di soldi (800 mila lire) e facendogli balenare la possibilità di avere un contratto con la RAI. Ma Valpreda non ci sta e manda i poliziotti a quel paese. Così si intensificano i controlli su quel gruppo, anche se non fa niente di più di quanto stanno facendo molti altri gruppi dell’estrema sinistra.

Perché allora tanta attenzione? La risposta è semplice: Valpreda è stato prescelto. Se la situazione politica dovesse richiederlo può essere un comodo capro espiatorio. Non importa che non stia facendo nulla di particolarmente grave: è anarchico, fa parte di un gruppo che, in pratica, si è autoisolato dagli altri anarchici romani, fa discorsi arroventati, lancia (o forse ne parla soltanto) qualche molotov. La sua immagine risponde al copione che gli si potrebbe affidare. Non importa se innocente.

Solo ragionando secondo questa logica si può comprendere come mai Calabresi subito dopo le bombe chieda a tutti gli anarchici fermati, con insistenza, notizie di «quel pazzo criminale di Valpreda». Calabresi sa che c’è della ruggine tra Valpreda e Pinelli, così come sa che l’anarchico romano Aldo Rossi non vede di buon occhio «quel milanese che fa solo casini». Forse è anche convinto che buttando quell’accusa di strage contro Valpreda, gli altri anarchici non reagiscano.
Accusino il colpo che li coinvolge come immagine, ma che dopotutto si circoscrive solo a Valpreda e a qualcuno del 22 marzo. Ma il commissario si sbaglia. Anche perché ci scappa il morto: Pinelli.

Avviene un fatto imprevisto: un piccolo movimento che conta poche migliaia di aderenti in tutta Italia, con una prontezza e una determinazione che ha quasi dell’incredibile, si mobilita. Inizia una campagna di controinformazione che, se all’inizio vede gli anarchici praticamente soli, nel giro di poche settimane coinvolge settori sempre più ampi della sinistra, fino a contagiare anche persone poco politicizzate.

Alla fine del gennaio 1970, decine di migliaia di milanesi scendono in piazza per manifestare contro la repressione seguita alla strage di piazza Fontana. Ma il termine «strage di Stato» non è ancora entrato nel vocabolario della sinistra. Infatti, il 24 marzo 1970, gli anarchici milanesi sono ancora soli quando manifestano all’insegna di quello slogan. Però nei mesi successivi, altre manifestazioni, comizi, dibattiti pubblici, prese di posizione di intellettuali e di uomini di cultura, segnano un cambiamento profondo nell’atteggiamento di molti. Valpreda da colpevole diventa innocente, la «morte accidentale di un anarchico» diventa una farsa di Dario Fo che gira per l’Italia e all’estero mettendo in ridicolo le versioni della polizia, la quasi totalità dei registi italiani firma un documentario sulle varie ipotesi che possono avere causato la morte di Pinelli. Un film che suona come un atto di accusa contro la polizia e soprattutto contro Calabresi. Insomma quella strage comincia a pesare su poliziotti, magistrati e servizi segreti.

Dopo tre anni il parlamento arriva a votare, il 15 dicembre 1972, una legge (la numero 773) che permette di scarcerare Valpreda e che prende proprio il nome di «legge Valpreda».

L’articolo 2 prevede la possibilità di concedere «la libertà provvisoria all’imputato che si trova nello stato di custodia preventiva [...] anche nei casi di emissione obbligatoria del mandato di cattura». È esattamente la condizione in cui si trovano gli anarchici del Circolo 22 marzo. Il 30 dicembre, con Valpreda, riacquistano la libertà Borghese, Gargamelli e ovviamente anche Merlino. Mentre Mander è già stato liberato da diversi mesi e Di Cola ha da tempo raggiunto la Svezia, dove viene accolto come rifugiato politico.

Il mensile «A-rivista anarchica» (all’epoca vende oltre 10 mila copie), nel gennaio 1973 esce con un editoriale dal titolo Una vittoria nostra: «Valpreda, Gargamelli, Borghese sono liberi! [...] Il governo s’è mosso sotto la pressione di ‘autorevoli’ settori di opinione pubblica democratica. Sarebbe stolido trionfalismo ritenere d’averlo mosso noi, gli anarchici, i rivoluzionari. Eppure siamo convinti, senza vanagloria, che si tratti di una vittoria nostra, non dei democratici. In primo luogo perché noi abbiamo smosso questa opinione pubblica democratica dal suo abituale torpore, noi l’abbiamo costretta a scandalizzarsi, a indignarsi. In secondo luogo perché, nonostante tutto, le strutture repressive dello Stato ‘democratico’ escono malconce dalla faccenda, nell’immagine pubblica, anziché ridipinte a nuovo di democraticità. Vittoria nostra, ripetiamo, e non accettiamo il disfattistico pessimismo di chi, nella scarcerazione, vede solo una manovra astuta del potere. C’è anche questo, certo [...] ma la scarcerazione di Valpreda, Gargamelli e Borghese resta sostanzialmente una sconfitta per lo Stato e una vittoria per noi».

L’andamento dei processi sulla strage di piazza Fontana, che si concluderanno nel 1991 e poi nel 2005, dimostrerà però che chi aveva gestito all’interno dello Stato la strategia della tensione non si era certo dato per vinto.

XVI
SULLE TRACCE DEI FASCISTI
Pasquale Iuliano ci ha provato, ma gli è andata male. Il capo della squadra mobile di Padova, Juliano, nella primavera del 1969 comincia a interessarsi dell’attività di un gruppo neonazista che opera in quella città. Alcuni suoi confidenti, Niccolò Pezzato e Francesco Tomasoni, gli hanno detto che i responsabili degli attentati alla casa del questore, Francesco Allitto Bonanno, il 30 aprile 1968, e allo studio del rettore dell’università, Enrico Opocher (15 aprile 1969), sono opera di un gruppo che fa capo a Franco Freda. Juliano allora predispone appostamenti sotto la casa di Massimiliano Fachini, convinto che sia lui il custode di armi ed esplosivi del gruppo. E lì, una sera di metà giugno, Juliano sorprende, grazie anche ai soliti informatori, Giancarlo Patrese (anche lui del gruppo di Freda) con una bomba e una rivoltella. Fa arrestare Patrese, Fachini e anche Gustavo Bocchini, nipote di Arturo, ex capo della polizia durante il fascismo. Juliano crede di avere iniziato lo smantellamento del gruppo dinamitardo, ma invece si trova coinvolto in un «affaire» più grande di lui. Patrese dichiara che armi ed esplosivo gli sono stati dati proprio dal confidente di Juliano, Pezzato, che era entrato con lui a casa di Fachini. Questa versione viene smentita dal portiere dello stabile, Alberto Muraro, ex carabiniere:

Patrese è entrato e uscito da solo. Ma quella testimonianza non basta e Juliano viene accusato di aver organizzato una provocazione contro i tre fascisti. Con tempestività interviene il direttore dell’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno, Elvio Catenacci (cioè lo stesso funzionario che dopo la morte di Pinelli compie un’indagine alla questura di Milano).
Catenacci ordina la sospensione di Juliano dall’attività e dallo stipendio. Juliano dopo due anni verrà reintegrato e trasferito a Ruvo di Puglia.

Inizia l’opera di dissuasione. I confidenti Pezzato e Tomasoni vengono incarcerati nella stessa cella con Patrese, che li convincerà a ritrattare. Mentre Muraro, il 13 settembre, viene trovato morto in fondo alla tromba delle scale. Morte accidentale, concluderanno gli investigatori, senza neppure far sottoporre il cadavere ad autopsia, come previsto in questi casi. «Un giorno o l’altro verrai qui in cerca di me e mi troverai con una legnata in testa in cantina oppure nella buca ell’ascensore», aveva confidato Muraro, poco prima di morire, all’amico Italo Zaninello. Il 15 settembre Muraro doveva presentarsi al magistrato che indagava su Juliano. Quest’ultimo verrà poi definitivamente assolto nel 1979, mentre presta servizio a Matera.
L’ufficio affari riservati è un’altra volta intervenuto con efficienza: Freda non deve essere ostacolato.
Nonostante le protezioni di cui gode, Freda si trova di fronte un’altra persona che indaga su di lui. È il maresciallo dei carabinieri Alvise Munari. Tradizioni contadine, la sua famiglia lavora da generazioni i campi che circondano Bassano del Grappa, Munari è stato incaricato dal giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz, di approfondire una pista che parte dalle rivelazioni di un professore di francese di Maserada, Guido Lorenzon, iscritto alla Democrazia cristiana.

Vittorio Veneto, 15 dicembre 1969. Lorenzon si presenta ad Alberto Steccanella, avvocato di quella città. Gli fa un lungo e contorto discorso su un suo amico, Giovanni Ventura, editore e libraio a Castelfranco Veneto. Ventura, dice Lorenzon, gli ha parlato nel pomeriggio del 13 dicembre, dopo essere rientrato da Milano o da Roma, degli attentati del 12 dicembre. E ha mostrato tali conoscenze della dinamica dei fatti e dei luoghi da lasciarlo impressionato.
L’avvocato Steccanella intuisce che il racconto di Lorenzon può portare a rivelazioni importanti, così gli chiede di preparare un memoriale. Tre giorni dopo Lorenzon consegna a Steccanella i suoi appunti. Il 26 dicembre, resosi conto della gravità dei fatti riferiti da Lorenzon, l’avvocato va dal procuratore di Treviso. Gli riferisce quanto appreso dal suo cliente: nel Veneto c’è un’organizzazione eversiva, forse implicata nella strage, sostenuta dal conte Piero Loredan di Volpato del Montello.
Il 31 dicembre Lorenzon si presenta al pubblico ministero di Treviso, Pietro Calogero, e gli riferisce le confidenze di Ventura. L’editore in maggio ha deposto una bomba, poi inesplosa, in un ufficio pubblico di Milano. Ha finanziato gli attentati ai treni in agosto. Conosce perfettamente il sottopassaggio della Banca nazionale del lavoro dove è esplosa una bomba il 12 dicembre e non capisce come mai non sia esplosa quella alla Banca commerciale di Milano. In settembre Ventura gli ha mostrato un timer alimentato da una batteria. Inoltre sta preparando un nuovo ordigno da utilizzare contro il presidente USA, Richard Nixon, durante il suo
prossimo viaggio in Italia.

Sono rivelazioni importanti. Così, il 12 febbraio 1970, il giudice istruttore di Roma, Ernesto Cudillo, deve sentire questo teste veneto. Ma non ne rimane impressionato. Tuttavia non può ignorare completamente quell’incontro: il pomeriggio dello stesso giorno, alla fine di un interrogatorio a Pietro Valpreda, chiede all’anarchico se conosce alcune persone che rispondono al nome di Giovanni Ventura e Guido Lorenzon. «Non ho conosciuto gente che si chiamasse così.
Gli unici due Ventura che ho incontrato e che conosco sono entrambi ballerini», risponde Valpreda.

Il 4 gennaio 1970, inoltre, Lorenzon è preso dai rimorsi per aver tradito l’amico Ventura. Gli confida di essere andato dai magistrati. Ventura e Freda allora iniziano a esercitare forti pressioni sul professore di francese. Ci sarà un’altalena di dichiarazioni e ritrattazioni. Ma ritrattazioni anomale, come chiarirà più tardi ai giudici lo stesso Lorenzon:
«Pensai di ritrattare una cosa che non avevo mai affermato. Io riferivo di cose che avevo udito, di cose che non avevo visto, ma mai avevo detto per esempio che il Ventura fosse andato a piazza Fontana e che il Ventura avesse messo le bombe sui treni, ma sempre che lui mi aveva detto quello che successivamente riferivo. Nella ritrattazione invece dichiarai che secondo me il Ventura era estraneo a qualsiasi fatto, quindi ritrattai una cosa che non avevo affermato con la segreta speranza che questa dichiarazione potesse essere giudicata per come era, cioè falsa. Fu soltanto un mezzo per guadagnare tempo, perché in quei giorni il magistrato era assente e io avevo tutti i giorni a che fare con Ventura».

Alla fine gli inquirenti muniscono Lorenzon di un registratore da utilizzare in segreto durante i colloqui con Ventura.
Le bobine vengono poi inviate a Roma, a Cudillo e al suo collega Vittorio Occorsio, pubblico ministero.
Che però non vi trovano nulla di interessante. Occorsio arriva ad affermare:
«Le accuse di Lorenzon sono destituite da qualsiasi fondamento. Nei lunghi discorsi registrati si nota soltanto che il Ventura non fa confidenze di sorta e anzi parla in termini che chiaramente dimostrano la sua estraneità ai fatti. Non esiste neppure un elemento che possa far pensare che il Ventura, anche marginalmente, sia stato complice negli attentati del 12 dicembre 1969».

Per Cudillo e Occorsio, Ventura è «una brava persona» e Freda «un galantuomo».
Insomma, due onesti cittadini ingiustamente calunniati da Lorenzon.
Giudizi non condivisi dai magistrati di Treviso. Quando, alla fine del 1970, le bobine tornano a Stiz, la musica cambia. Il giudice, dopo aver attentamente ascoltato le registrazioni dei colloqui, convoca subito Lorenzon, che gli riconferma tutto. Stiz prosegue nelle indagini, legge con attenzione il libretto - La giustizia è come un timone: dove la si gira va - scritto da Freda per attaccare l’inchiesta di Juliano, ascolta altri testimoni e, il 13 aprile 1971, incrimina Freda, Ventura e Aldo Trinco per associazione sovversiva e soprattutto per gli attentati del 25 aprile a Milano e del 9 agosto sui treni. Ma i difensori dei tre chiedono che siano i giudici di Padova a occuparsene per competenza territoriale. Gli indiziati vengono rilasciati.

Nuovo colpo di scena. Il 5 novembre a Castelfranco Veneto (Treviso) nella casa di Giancarlo Marchesin, esponente socialista della città, i muratori, durante lavori di ristrutturazione, trovano dietro un muro una cassetta piena di armi. Interrogato da Stiz, Marchesin ammette che quella cassetta gli è stata consegnata da Franco Comacchio per conto di Giovanni Ventura. In quella cassetta (che Comacchio riceve da Ruggero Pan, commesso nella libreria di Ventura e all’epoca in servizio militare), inizialmente c’era anche esplosivo.

Questo, però, Comacchio lo ha nascosto nella campagna vicino a Crespano. Il 7 novembre Comacchio accompagna i carabinieri di Treviso a recuperare l’esplosivo. Ma i militi, senza avvertire Stiz, fanno subito brillare i 35 candelotti.
Composti da che cosa? Considerato il caratteristico odore di mandorle amare che si avverte dopo l’esplosione dovrebbe trattarsi dell’ormai famosa gelignite. Si scoprirà poi, dalle dichiarazioni di Carlo Digilio al giudice Guido Salvini, che a partire dal 1967 i gruppi ordinovisti di Padova e Venezia disponevano di un casolare in località Paese (vicino a Treviso) in cui avevano concentrato una grande quantità di esplosivi e armi che lo stesso Digilio insegnava a usare. E si scoprirà che quelle poche armi rinvenute a casa di Marchesin, altro non erano che una piccolissima parte dell’arsenale dei due gruppi, disperso dopo la strage di piazza Fontana.
Pan, interrogato dai giudici, comincia a parlare: armi ed esplosivi gli sono stati consegnati da Ventura. Perché? Pan dal 1968 lavora nella libreria di Ventura, poi, il 10 marzo 1969, viene assunto, grazie all’interessamento di Freda, come assistente nell’Istituto per ciechi Configliaschi. Il custode è Marco Pozzan, uno dei fedelissimi di Freda. Freda cerca di arruolare nel suo gruppo il giovane Pan e gli fa anche diverse confidenze sugli attentati che stanno facendo a Padova e in altre città. Tutte queste informazioni finiscono in un memoriale che Pan scrive in carcere, con pesanti accuse, soprattutto per gli attentati ai treni, a Ventura e Freda. A questo punto delle indagini salta fuori anche il nome di Pino Rauti, fondatore di Ordine nuovo, giornalista del quotidiano «Il Tempo» e autore con un altro giornalista, Guido
Giannettini (personaggio importante di cui si parlerà ancora in questa storia), del libro Le mani rosse sulle Forze armate firmato con lo pseudonimo Flavio Messalla. Rauti risulta coinvolto nell’attività eversiva di Freda e Ventura. Ad accusarlo è Pozzan: sostiene che ha partecipato a una riunione del gruppo tenuta a Padova il 18 aprile (in cui sarebbero stati decisi gli attentati a Milano del 25 aprile). Stiz e Calogero inviano a Roma il maresciallo Munari che arresta Rauti per il reato di strage. È il 4 marzo 1972. Poi il 22 marzo Freda e Ventura vengono indiziati per la strage di piazza Fontana.

L’individuazione di questo reato impone ai magistrati trevigiani di passare la mano ai colleghi milanesi.
Da quel momento se ne occupa il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio.

Rauti nega ogni addebito. Pozzan ritratta (rimesso in libertà verrà fatto espatriare in Spagna con l’aiuto del SID). Il direttore del «Tempo», Renato Angiolillo, e alcuni redattori sostengono che Rauti quel 18 aprile era al lavoro in redazione;
così, un mese dopo, il 24 aprile, D’Ambrosio rimette in libertà Rauti per insufficienza d’indizi. Il 7 maggio ci sono le elezioni politiche: Rauti viene eletto deputato nelle liste del Movimento sociale. Probabilmente Pozzan ha tirato in ballo Rauti, dietro indicazione di Freda, per coinvolgere un personaggio che mobiliti il MSI nella difesa di Rauti e quindi anche di Freda.

D’Ambrosio ha però maggior fortuna con Ventura.
Quest’ultimo ammette di essere corresponsabile di alcuni attentati: maggio 1969 a Torino, luglio a Milano. E soprattutto inizia a coinvolgere l’amico Freda nel giro degli attentati: è il legale padovano che gli consegna le bombe. È sempre Freda che preannuncia gli attentati dell’agosto. Viene così riconfermato, punto per punto, quanto aveva già confessato Lorenzon alla fine del 1969. Sono passati, però, quasi quattro anni.

Ma dagli interrogatori dei giudici di Treviso e Milano emerge un altro fatto, ben più grave per Ventura: era sicuramente a Roma nel pomeriggio del 12 dicembre 1969. Ventura, alla fine, ammette la circostanza, ma accampa un alibi molto fragile che verrà demolito: il suo viaggio nella capitale è avvenuto perché il giorno prima gli è stato comunicato che il fratello Luigi, alloggiato in un pensionato cattolico, ha avuto una crisi epilettica. La crisi è vera, ma è falsa la data.

Luigi Ventura ha avuto la crisi il 14 dicembre alle ore 12,30 (cioè domenica e non venerdì), dichiara don Pietro Sartorio, economo del pensionato. Avvisato da altri ragazzi, don Sartorio chiama subito un’ambulanza della Croce rossa. Con questa arriva anche un medico, ricorda don Sartorio, che visita il ragazzo e non ritiene necessario il ricovero: la crisi è ormai passata. A quel punto l’economo avvisa la famiglia Ventura della crisi avuta dal figlio e lamenta di non essere stato informato delle condizioni di salute del ragazzo. Ventura è smentito, ma c’è dell’altro. Ventura afferma che quel pomeriggio, dopo aver telefonato al pensionato e saputo che il fratello Luigi sta meglio, va a trovare un amico di famiglia, Diego Giannolla, nel suo studio di avvocato. Poi va nella sede della casa editrice Lerici per incontrare il suo socio Rinaldo Tomba. Circostanze che i due smentiscono. Infine passa la sera del 12 dicembre in casa del suo amico Antonio Massari che lo ospita per la notte. Ma Ventura non ha dormito soltanto quella notte a Roma: secondo le schede dell’albergo Locarno, ha soggiornato nella capitale tra il 5 e l’8 dicembre, e la notte tra il 10 e l’11 sempre di dicembre. E il 13 dicembre Ventura è finalmente a casa. Incontra nel pomeriggio l’amico Lorenzon. Galvanizzato da quanto è successo a Roma e a Milano, comincia a fare quelle confidenze che, riferite da Lorenzon prima all’avvocato Steccanella e poi ai magistrati di Treviso, coinvolgeranno Ventura e Freda negli attentati.

XVII
IL «COMMISSARIO FINESTRA»
Un colpo di pistola. Un altro. Risuonano in via Luigi Cherubini, quasi all’angolo con via Mario Pagano, a Milano. Un uomo si allontana rapidamente. Sale su una macchina. Scompare. Sul marciapiede è rimasto il commissario Luigi Calabresi. Morto. È il 17 maggio 1972. Finisce così la vita del funzionario di polizia che gran parte della sinistra indica come il responsabile della morte di Giuseppe Pinelli. Mentre molti giornali della sinistra extraparlamentare, soprattutto il settimanale «Lotta continua», accusano apertamente il commissario, nei cortei gli slogan più ripetuti sono: «Calabresi assassino», «Pinelli sarai vendicato». E i muri di molte città sono tappezzati di manifesti che ritraggono Calabresi con le mani insanguinate. Per una parte consistente dell’opinione pubblica il commissario, nato a Roma nel 1937, non è più soltanto un funzionario brillante, laureato, sempre elegante con maglioni dolcevita e che si presenta come un «liberal» che vota per i socialdemocratici. È diventato un protagonista della strategia della tensione.

La campagna stampa di «Lotta continua» diventa ancora più accesa quando i giornalisti incaricati di seguire le vicende del Palazzo di giustizia si rendono conto che l’inchiesta sulla morte di Pinelli verrà archiviata senza responsabilità per la polizia. E infatti il sostituto procuratore Giovanni Caizzi chiude in questo senso l’inchiesta il 21 maggio 1970. Il disegno dei redattori di «Lotta continua» è chiaro: provocare Calabresi, ribattezzato «commissario finestra», perché quereli il giornale e si possa così riaprire, anche nei tribunali, il «caso Pinelli». Il 15 aprile Calabresi querela Pio Baldelli, direttore responsabile di «Lotta continua», per «diffamazione continuata e aggravata dall’attribuzione di un fatto determinato», cioè la responsabilità della morte di Pinelli. Ma il procuratore generale di Milano, Enrico De Peppo, aspetta più
di un mese per assegnare questa causa a un magistrato e intanto sollecita Caizzi perché completi l’istruttoria. Il processo deve iniziare dopo che Caizzi abbia stabilito come accidentale la morte di Pinelli.

Il 9 ottobre 1970 parte il confronto-scontro in tribunale tra Calabresi e Baldelli. È un processo carico di aspettative, preceduto in settembre da un appello, pubblicato sul settimanale «L’Espresso», firmato da intellettuali, docenti universitari e uomini politici italiani (tra questi Elvio Fachinelli, Lucio Gambi, Giulio Maccacaro, Cesare Musatti, Enzo Paci, Carlo Salinari e Mario Spinella). La lettera aperta inizia con una constatazione: «Pino Pinelli, ferroviere, è morto nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, precipitando da una finestra della questura di Milano. Non sappiamo come. Sappiamo soltanto che era innocente». I firmatari, dopo aver criticato l’archiviazione dell’indagine su quella morte e la richiesta di non dare seguito alla denuncia fatta dai familiari di Pinelli contro il questore Marcello Guida, che ha diffamato l’anarchico, concludono: «Dobbiamo rispetto al magistrato, ma non possiamo non attribuirgli la stessa responsabilità di chi ha ucciso un’altra volta Giuseppe Pinelli  inchiodandone il ricordo a colpe che non aveva commesso, e la responsabilità, abbastanza grave, di chi uccide in noi la fiducia in una giustizia che non è più tale quando non può riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini». Ma c’è anche un film che sta ottenendo un grande successo. Si intitola Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Regista Elio Petri, è interpretato da Gian Maria Volonté. La colonna sonora è di Ennio Morricone. E per gli spettatori l’accostamento tra il commissario Volonté e il commissario Calabresi è immediato.

Al processo, Calabresi è difeso da Michele Lener. Mentre gli avvocati di Baldelli sono Marcello Gentili e Bianca Guidetti Serra. Il giudice è Carlo Biotti, pubblico ministero Emilio Guicciardi. Fuori, attorno al Palazzo di giustizia, c’è uno schieramento imponente di poliziotti e carabinieri.
La prima udienza vede l’aula del tribunale stracolma, gente che grida subito «assassino» quando entra Calabresi per deporre. Il commissario parla di Pinelli come di una brava persona con cui aveva scambi di vedute. All’anarchico aveva regalato anche un libro (Enrico Emanuelli, Un milione di uomini) e Pinelli aveva contraccambiato con Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters. Gli interrogatori a Pinelli li faceva perché comandato e le indagini venivano fatte in tutte le direzioni. Insomma con Pinelli quel 15 dicembre il clima era disteso, solo una volta aveva usato una frase a effetto: «Valpreda ha parlato». Ma tutto era finito lì. E al momento del volo di Pinelli, Calabresi era nell’ufficio del suo capo, Antonino Allegra. Calabresi ovviamente tace le minacce che da mesi faceva all’anarchico quando, accortosi di non poter affatto contare sulla collaborazione di Pinelli, lo  aveva preso di mira. «In settembre, durante un picchettaggio a San Vittore fatto per chiedere la liberazione degli anarchici arrestati per le bombe del 25 aprile, Calabresi si avvicinò a Pinelli e dopo uno scambio di battute gli disse con tono irato:
‘Te la faremo pagare’», ricorda Cesare Vurchio, del Circolo Ponte della Ghisolfa, presente a quel colloquio.

Nelle udienze successive si assiste alla sfilata degli altri poliziotti. Il copione è sempre lo stesso, perfino con identiche parole («sereno e disteso», «sbiancò in volto», «recepii la notizia»). Si diffonde l’impressione che tutti stiano ripetendo una lezione imparata a memoria. Con vistose differenze, però, rispetto a quanto hanno precedentemente dichiarato al giudice Caizzi. Gli orari vengono spostati: la fine dell’interrogatorio non è più mezzanotte, ma le 23,30. La finestra non viene spalancata, ma un’anta resta chiusa. Savino Lograno, da poco promosso capitano dei carabinieri, ha sempre tenuto d’occhio Pinelli e lo vede volare giù dalla finestra, ma in tribunale non l’ha più visto: guarda la finestra spalancata mentre due agenti, rimasti imprigionati dietro le ante, non riescono a bloccare l’anarchico.
Ma il momento di maggiore assurdità arriva con la deposizione del brigadiere Vito Panessa. Si contraddice, parla a ruota libera, ammette e subito smentisce. Fino a quando fa anche una negazione che suona come involontaria ammissione: «Ho detto che non sono in grado di fare delle precisazioni; però, grosso modo, si tenga presente che non è che c’è stata una versione concordata e quindi c’è stata una verifica di quello... Ognuno di noi è andato dal signor giudice Caizzi e ha dato quella versione che...». Il giudice Biotti tempestivamente lo interrompe: «Signor Panessa lei parla troppo!». E poi chiede a Panessa: «Cos’è questa storia della versione
concordata?». Risposta di Panessa: «Non è che c’è stato uno scambio di idee fra noi che eravamo presenti: ognuno il giorno successivo è venuto dal giudice e ha raccontato quello che ricordava».

Il processo continua per cinque mesi con toni simili, ma alla fine i difensori di Baldelli ottengono una prima vittoria:
il corpo di Pinelli verrà riesumato e sottoposto a nuova perizia medico-legale. A che cosa puntano Gentili e Guidetti Serra? Vogliono far verificare se sul corpo di Pinelli ci possa essere anche traccia di un colpo di karate sferrato durante gli interrogatori. Colpo che avrebbe provocato un malore forse irreversibile di Pinelli. Con successiva defenestrazione. Ed è proprio quello che Lener non vuole assolutamente. Colpo di scena. Lener chiede la ricusazione del giudice Biotti: non deve più presiedere quel processo. Il 7 giugno 1971 la Corte d’appello rimuove Biotti dall’incarico. Perché? Il giudice, come riferito da Lener, ha chiesto un colloquio con il difensore di Calabresi il 21 novembre 1970. Gli avrebbe parlato delle pressioni ricevute dall’alto perché il processo si concluda con l’assoluzione di Baldelli e gli avrebbe detto che «tanto lui che gli altri due giudici erano convinti che il famoso colpo di karate fosse stato inferto a Pinelli e gli avesse leso il bulbo spinale».

La ricusazione di Biotti è la carta vincente che gioca il difensore di Calabresi quando forse è ancora possibile stabilire (anche se è passato un anno e mezzo) come è morto Pinelli.
Il processo si arena. Parte un’altra inchiesta su denuncia della vedova di Pinelli, Licia, affidata al giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio, che il 4 ottobre del 1971 emette un avviso per omicidio volontario contro Calabresi, Lograno, Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi e Pietro Mucilli, cioè i poliziotti che interrogavano Pinelli. D’Ambrosio fa riesumare il corpo dell’anarchico. È il 21 ottobre. Ma, come sostengono molti scienziati e medici, ormai è difficile scoprire qualcosa, visto l’avanzato stato di decomposizione. La vicenda si avvia verso la sentenza del 27 ottobre 1975. Calabresi, commissario non più aggiunto, ma capo, è morto da tre
anni. Quella sentenza individua nel famoso «malore attivo» la causa della morte di Pinelli. D’Ambrosio proscioglie tutti gli imputati perché «la mancanza assoluta di prove che un fatto è avvenuto equivale nel nostro sistema processuale, come in quello degli altri Stati più progrediti, alla prova che un fatto non è avvenuto».

Però il «caso Calabresi» non si chiude. Il 17 maggio 1973 viene inaugurato un monumento al commissario nel cortile della questura di Milano, in occasione del primo anniversario della sua morte. Partecipa il ministro dell’Interno, Mariano Rumor. Gianfranco Bertoli, rientrato in Italia da Israele, lancia una bomba contro l’entrata della questura. Il suo intento, dichiara dopo l’arresto, è colpire le autorità che commemorano Calabresi. Ma un poliziotto con un calcio devia la bomba che finisce tra la folla. Una strage: quattro morti e quasi quaranta feriti. Bertoli afferma di essere un anarchico individualista.

Ma subito parte una campagna stampa su quasi tutti i giornali che lo definiscono un fascista, portando come prove una serie di fatti (assalti a sedi di partiti di sinistra e altro) che però cadranno durante il dibattimento. Nato a Venezia nel 1933, Bertoli, che fino al 1952 è iscritto alla Federazione giovanile del PCI, ha un passato di piccolo delinquente. Per anni entra ed esce di galera. Dopo la strage viene condannato all’ergastolo l’1 marzo 1975. Sentenza confermata in appello il 9 marzo 1976. Il 28 novembre 2000 muore Gianfranco Bertoli. Ma il suo caso non è chiuso. Già l’11 marzo di quell’anno la Corte d’assise di Milano ha condannato all’ergastolo per l’attentato alla questura di Milano i soliti noti: Carlo Maria Maggi, Francesco Neami, Giorgio Boffelli e Amos Spiazzi. L’ex SID Gianadelio Maletti si prende quindici anni per occultamento di documenti. Ma il 27 settembre 2002 la Corte d’appello assolve tutti. Poi l’11 luglio 2003 la Cassazione annulla le assoluzioni a Maggi, Neami e Boffelli, mentre ritiene definitive quelle di Spiazzi e Maletti. L’1 dicembre 2004 la Corte d’assise d’appello conferma le assoluzioni degli ultimi tre imputati. Stesso copione in Cassazione il 13 ottobre 2005.

E chi ha ucciso Calabresi? Tutto tace fino al 2 luglio 1988.
Quel giorno Leonardo Marino, ex operaio alla FIAT ed ex militante di Lotta continua si presenta ai carabinieri di La Spezia (lì vicino, a Bocca di Magra, ha un chiosco dove vende crêpes).
Vuole confessare la responsabilità sua e dei suoi compagni per l’assassinio di Calabresi. Ma passeranno diciassette giorni prima che venga firmato un verbale. Perché? Mistero. Portato a Milano, trascorrono altri sette giorni perché faccia una completa confessione. Altro mistero. Il 28 luglio, oltre a Marino, vengono arrestati Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani. Sofri è stato il leader indiscusso di Lotta continua e Pietrostefani il capo del movimento a Milano. Inizia un lungo iter processuale. L’accusa si basa quasi esclusivamente sulla confessione di Marino: lui alla guida dell’auto, Bompressi l’esecutore materiale dell’omicidio, Sofri e Pietrostefani i mandanti. La prima sentenza è del luglio 1991. Tutti condannati: mandanti ed esecutore a ventidue anni di carcere, Marino a undici. La Cassazione, il 23 ottobre 1992, annulla la sentenza per insufficiente motivazione. Così il 21 dicembre 1993 la Corte d’assise d’appello assolve tutti. Nuovo annullamento della sentenza il 27 ottobre 1994. Poi una terza Corte d’appello condanna ancora Sofri, Bompressi e Pietrostefani a 22 anni, mentre Marino, grazie alle attenuanti, vede il suo reato prescritto. Atti finali: il 22 gennaio la Cassazione conferma le condanne. E il 5 ottobre 2000 la Cassazione respinge la richiesta di revisione del processo. La condanna è definitiva.

XVIII
L’IMPORTANTE È DEPISTARE
Quando il 17 dicembre 1969 gli anarchici milanesi del Ponte della Ghisolfa accusano, durante una conferenza stampa, il ministero dell’Interno di coprire i colpevoli della strage di piazza Fontana, sollevano l’incredulità e l’ironia dei giornalisti presenti. Che scrivono di «ragazzi sotto lo choc subìto in questi giorni». I fatti hanno dimostrato che quell’accusa non era campata in aria.

Bisogna infatti guardare da vicino che cosa fa negli anni Sessanta e Settanta l’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno. Alla guida di quel centro di spionaggio e di potere c’è Federico Umberto D’Amato, nato a Marsiglia nel 1919, da padre piemontese e madre napoletana. D’Amato si mette in luce fin da giovane, quando, nel 1945, gestisce i contatti con i servizi d’informazione della repubblica di Salò.

L’obiettivo è recuperare gli archivi dell’OVRA, la polizia segreta di Benito Mussolini. Nel 1957 entra al Viminale come semplice funzionario e all’ufficio affari riservati sale fino al massimo grado la scala gerarchica. Ma dopo la strage di Brescia, il 30 maggio 1974 D’Amato viene sostituito. Resta però al Viminale e di fatto controlla ancora quell’ufficio, così come lo controllava anche quando i direttori erano Elvio Catenacci e Ariberto Vigevano, suoi superiori solo formalmente.

Alla metà degli anni Ottanta deve andare in pensione; allora D’Amato trasferisce all’estero molti fascicoli importanti, frutto di decenni di indagini tenute segrete. Il segno tangibile del potere che ha potuto esercitare su moltissimi uomini politici, imprenditori, manager, intellettuali italiani.
D’Amato, però, non è solo una superspia, è uomo che sa apprezzare i piaceri della tavola. In questa veste lo si ritrova come curatore della rubrica gastronomica La tavola del settimanale «L’Espresso» e di molte edizioni della Guida agli alberghi e ai ristoranti d’Italia sempre dell’«Espresso». Una passione, quella per cibi e vini, che gli procura una cirrosi epatica. Muore l’1 agosto 1996.

Quando nascono i primi partitini maoisti nel 1965, D’Amato che ama definirsi «uno sbirro», ma è invece un raffinato organizzatore di doppi e tripli giochi, non si lascia sfuggire l’occasione. In quel momento non lo preoccupano «gli studentelli che giocano alla rivoluzione», il suo obiettivo è, come sempre, il Partito comunista. Allora ha un’idea astuta: fa scrivere e stampare migliaia e migliaia di manifesti filocinesi. Li affida a Stefano Delle Chiaie perché li distribuisca ai militanti di Avanguardia nazionale e di Ordine nuovo. E questi li affiggono sui muri di quasi tutte le città d’Italia. Dando una mano ai contestatori da sinistra del PCI, D’Amato vuole creare problemi al maggiore partito comunista occidentale.
Ma l’attività di D’Amato non si esaurisce certo in queste trovate. Grazie al suo rapporto con Delle Chiaie e con molti altri esponenti del nazifascismo, è in grado di gestire l’attività dei gruppi dell’estrema destra. In pratica, Delle Chiaie, leader di Avanguardia nazionale, è teleguidato da D’Amato.
Al tempo stesso l’uomo del Viminale rappresenta l’Italia nell’ufficio sicurezza del Patto atlantico, lo spionaggio della NATO. E così può controllare anche l’attività di uomini come Carlo Digilio, armiere del gruppo Ordine nuovo di Venezia, ma anche informatore della CIA e dei servizi di sicurezza della NATO. Ed è Digilio che fa arrivare a Delfo Zorzi il potente esplosivo, la gelignite, che verrà utilizzato anche per gli attentati del 12 dicembre 1969. Digilio è un uomo diligente: informa, come è suo dovere, i superiori. D’Amato è, quindi, costantemente informato sull’attività di Zorzi e dei suoi alleati, Franco Freda e Giovanni Ventura.
Anzi ne è il silenzioso promotore. È dunque responsabile, in ultima istanza, della strage di piazza Fontana?
E se controlla Delle Chiaie, è pensabile che non sia a conoscenza del suo ruolo negli attentati a Roma il 12 dicembre 1969? L’ipotesi di un coinvolgimento di D’Amato è tutt’altro che fantastica. Anzi, da come l’ufficio affari riservati si muove per proteggere l’attività del gruppo di Freda e Ventura, una risposta affermativa risulta convincente. È infatti Catenacci che allontana da Padova il capo della squadra mobile, Pasquale Juliano, quando sta per mettere le mani su Freda, prima che
quest’ultimo abbia completato la sua opera. È sempre Catenacci (promosso nel 1971 vicecapo della polizia) che, subito dopo la morte di Giuseppe Pinelli, svolge un’indagine, ovviamente riservata, negli uffici della questura milanese, ricevendo le confessioni dei poliziotti presenti al «volo» di Pinelli. Poi, scagionandoli, prepara le condizioni favorevoli all’assoluzione dei poliziotti da parte del giudice Giovanni Caizzi. Ed è infine D’Amato il protettore che permette a Delle Chiaie di restare per diciassette anni latitante. D’Amato è stato uno degli uomini più potenti d’Italia e forse non è un caso che i famosi 150 mila fascicoli ritrovati il 17 agosto 1996 siano stati scoperti sedici giorni dopo la sua morte.

Nella strategia del depistaggio politico e della creazione di prove false o nell’attuare provocazioni, l’ufficio affari riservati ha un valido alleato. Un alleato, come vogliono le regole tra spie, con cui ha anche forti contrasti. Questo partner sta a Palazzo Baracchini, sede del SID.

Il 18 ottobre 1970 si siede sulla poltrona di numero uno del SID il generale Vito Miceli. Prende il posto dell’ammiraglio Eugenio Henke, che diverrà capo di stato maggiore dell’esercito. Nel giugno 1971 all’ufficio D del SID (il reparto più delicato) a sostituire il colonnello Federico Gasca Queirazza arriva il generale Gianadelio Maletti. Che per le operazioni più segrete apre una base in via Sicilia 235, una traversa della famosa via Veneto, sotto il nome di Turris cinematografica.

Qui opera un suo uomo: Antonio Labruna, capo del NOD, la struttura operativa del SID.
Con questi nuovi capi i servizi segreti accentuano il loro ruolo nei depistaggi e nelle provocazioni. Così quando l’emergere della pista fascista nella strage di piazza Fontana comincia a diventare sempre meno occultabile, prima producono numerosi documenti falsi che fanno arrivare, con il contagocce, ai giudici; poi imbastiscono un’operazione alla grande: i carabinieri di Camerino, sotto la regia di Maletti, trovano vicino alla città marchigiana un enorme deposito di armi. È il 10 novembre 1972.

Le armi sono suddivisibili in tre grandi gruppi. Il primo è costituito da materiale bellico dell’ultima guerra mondiale. Il secondo deve fornire la firma di estrema sinistra al deposito: fionde, biglie di vetro, bombolette spray, ma anche bottiglie, tappi di sughero, benzina e acido solforico. Cioè la dotazione per fabbricare bottiglie molotov. L’ultimo gruppo è formato da 25 bombe a mano MK2 tipo ananas di fabbricazione americana, tritolo, esplosivo ad alto potenziale (pentrite), una mina anticarro e infine detonatori, micce e timer di fabbricazione tedesca. Il tutto accompagnato da oltre 600 carte d’identità in bianco e uno schedario cifrato.
Il giorno dopo il ritrovamento compare un articolo sul quotidiano «Il Resto del Carlino», a firma di Guido Paglia, passato da poco dalla militanza in Avanguardia nazionale al giornalismo. In quell’articolo (pubblicato su un giornale del gruppo di Attilio Monti) si annuncia che lo schedario cifrato trovato nel casolare dimostra «inoppugnabilmente l’attività eversiva e paramilitare di taluni gruppi di estremisti di sinistra».

Ma Paglia non si ferma qui. Nonostante i documenti cifrati non siano nemmeno stati consultati e quindi decrittati, il giornalista sa già che l’arsenale appartiene a estremisti di sinistra di Roma, Perugia, Trento, Bolzano e Macerata.

Il 3 gennaio 1973 verranno incriminati quattro militanti di sinistra di quelle località, manca solo il terrorista di Roma.
Come arrivano i carabinieri a queste quattro persone? Semplice, quanto sconcertante: i fogli cifrati (ma che portano in testa a ogni foglio la chiave per interpretarli) contengono l’elenco di 31 attivisti della sinistra extraparlamentare.
Ma Paglia, preso dalla frenesia di fare lo scoop giornalistico e la contemporanea opera di provocazione, ha accelerato troppo i tempi. È a conoscenza di cose che nemmeno i carabinieri sono in grado di rivelargli. Per di più il proprietario del casolare pochi giorni prima del ritrovamento è stato sul posto: non c’era nessuna arma.
Insomma la tipica montatura che si sgonfierà già durante l’istruttoria. Questa però si conclude dopo tre anni, il 28 aprile 1976. Con un’appendice alla Corte d’assise di Macerata. La procura generale di Ancona ha impugnato quel proscioglimento.
Il 7 dicembre 1977 si chiude, con l’assoluzione, la storia processuale degli imputati.
Nel frattempo sono emerse le responsabilità di Labruna e soprattutto del capitano Giancarlo D’Ovidio, comandante dei carabinieri di Camerino, che poi passerà all’ufficio D del SID. Ad accusarli è il colonnello dei servizi segreti Antonio Viezzer, iscritto alla P2, sotto processo per aver fornito materiale segreto a Licio Gelli. Anche la pista Labruna-D’Ovidio cadrà nel nulla: i giudici istruttori li proscioglieranno con argomentazioni giuridiche definite completamente illogiche da molti altri giuristi. Nel 1993 si scopriranno altre importanti prove sulla responsabilità di D’Ovidio come organizzatore di quella provocazione e di Guelfo Osmani, un  «manovale» del SID.

L’episodio di Camerino, se non è riuscito a produrre l’effetto sperato dai servizi segreti, ha almeno creato forti contrasti e divisioni all’interno dei gruppi dell’estrema sinistra.
I filocinesi italiani si sono accusati a vicenda di «avventurismo». A margine della nota informativa su Camerino il generale Maletti può finalmente aggiungere di suo pugno: «Bel risultato».
Di lì a poco per gli uomini di Maletti si presentano compiti ancora più impegnativi, perché sta per venire alla luce il loro coinvolgimento negli attentati del 12 dicembre e in molte altre attività terroristiche.

Gennaio 1973. Il fedelissimo di Freda, Marco Pozzan, è sfuggito al mandato di cattura emesso dai giudici di Treviso.
Massimiliano Fachini, regista di tante operazioni del suo camerata Freda, contatta gli uomini dell’ufficio D. Lui è ben conosciuto e si fa garante per Pozzan. accompagna il latitante Pozzan a Roma, alla Turris cinematografica. Ad accoglierli ci sono Labruna e Guido Giannettini. Labruna prende in consegna Pozzan, fa preparare un passaporto falso intestato a Mario Zanella (questo nome compare tra gli iscritti alla loggia massonica P2) e il 15 gennaio accompagna Pozzan
all’aeroporto di Fiumicino. Lo affida al maresciallo Mario Esposito. I due vanno a Madrid. Nella capitale spagnola Esposito si fa rendere il passaporto falso e torna dai suoi capi.

Marzo 1973. Giovanni Ventura è detenuto nel carcere di Monza. Viene sottoposto a diversi interrogatori dai giudici milanesi Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini. Per di più comincia a fare le prime ammissioni. Ci vuole una soluzione. Quale? Farlo evadere. Maletti incarica della questione Giannettini. Interviene anche Delfo Zorzi che invita Carlo Digilio a collaborare con Giannettini per far evadere Ventura. Zorzi dice a Digilio (così sostiene quest’ultimo):
«Fatelo scappare altrimenti Ventura parla». L’agente Zeta (questo è il nome in codice di Giannettini) contatta la sorella di Ventura, Mariangela, e la fidanzata, Pierangela Baretto. Le convince sull’affidabilità del piano di fuga e consegna alle due donne una chiave che (come poi verrà anche accertato in giudizio) apre le porte del carcere. In più consegna due bombolette spray (acquistate dal reparto D nel 1972 da una ditta di Berna) per addormentare i secondini.

Una volta fuori dal carcere verrebbe espatriato in Spagna. Ma Ventura non si fida, forse teme che la vera destinazione non sia Madrid, ma la sua definitiva liquidazione durante l’evasione. Non ci sta. Scapperà poi, il 16 gennaio 1979, durante il soggiorno obbligato a Catanzaro, ma organizzandosi meglio.
Aprile 1973. È arrivato il turno di Giannettini. L’agente Zeta, che dal 1966 è in servizio per il SID (il suo secondo lavoro è quello di giornalista), è nel mirino del giudice D’Ambrosio che continua, senza successo, a chiedere informazioni al SID su questo personaggio. Giannettini, punto di contatto tra i servizi segreti e il gruppo di Freda e Ventura, non può permettersi il lusso di dover affrontare contestazioni che mettano a nudo il suo ruolo. Così preferisce prendere il volo.
Può contare sul collaudato «ufficio spedizioni» del SID. Dorme nell’appartamento intestato alla Turris cinematografica. Il giorno dopo viene accompagnato all’estero dal solito maresciallo Esposito. Ma con una variante: i due sbarcano a Parigi. È il 9 aprile. Poi Giannettini volerà a Madrid e da lì a Buenos Aires. Partenza tempestiva: in maggio i giudici milanesi fanno perquisire l’abitazione romana di Giannettini. Nel gennaio 1974 viene spiccato un mandato di cattura contro
l’agente Zeta. Prima di lasciare la Francia, Giannettini si fa intervistare, nella primavera 1974, dal giornalista Mario Scialoja del settimanale «L’Espresso» per far sapere ai suoi capi (che forse potrebbero lasciarlo al suo destino) quanto lui sia fedele. Dichiara infatti: «L’indicazione che io sono un agente del SID ha uno scopo, quello di compromettere gli ambienti militari, e in primo luogo il SID, col caso Freda. E io non mi presto a questa manovra». Ma la situazione precipita. Giulio Andreotti, in un’intervista pubblicata il 20 giugno sul settimanale «il Mondo», dichiara al giornalista Massimo Caprara che Giannettini è un agente del SID, mentre il giornalista del «Corriere della Sera» Giorgio Zicari è uno stabile informatore.

È un segnale preciso: Giannettini non è più sicuro nemmeno a Buenos Aires. L’8 agosto si costituisce all’ambasciatore italiano in Argentina, Giuseppe Derege Thesauro. Il diplomatico al processo di Catanzaro dichiarerà: «Giannettini non fece mistero con alcuno nell’ambasciata di essere impaurito e dell’esigenza di essere protetto». Riportato in Italia, Giannettini si attiene alla tattica fin qui seguita: non parla. Fa solo allusioni lanciando messaggi ai suoi superiori: resto muto se non mi abbandonate. Così si assiste a deposizioni di capi del SID e di ministri che cercano in tutti i modi di minimizzare l’opera dell’agente Zeta, cioè di colui che li ha sempre informati sull’attività terroristica a cui partecipava con Freda e Ventura.
Il gioco funziona: i registi delle stragi forniscono scappatoie a Giannettini purché non parli. E lui si attiene alla consegna del silenzio. Un comportamento che alla fine viene premiato. La Corte di Cassazione lo catapulta definitivamente fuori dai processi. Ma l’agente Zeta ha dovuto attendere per anni quel benservito: la sentenza è del 1982. Però non viene lasciato senza lavoro. Lo assume il finanziere ed editore di destra Giuseppe Ciarrapico.

XIX
SENTENZA DI CARNEVALE
Sono da pochi giorni cominciate le udienze e tutto si ferma. La scena si svolge alla Corte d’assise di Roma. Il 23 febbraio 1972 parte il processo agli anarchici del gruppo 22 marzo, ai familiari di Pietro Valpreda e anche al nazifascista Stefano Delle Chiaie (latitante) per falsa testimonianza a favore di Mario Merlino. Ma i giudici si accorgono che tutta quella storia non è di loro competenza. O meglio, sotto l’incalzare di alcuni difensori degli anarchici (Francesco Piscopo, Giuliano Spazzali, Placido La Torre, Rocco Ventre), il presidente Orlando Falco sceglie di liberarsi di un processo divenuto difficilmente gestibile. Perfino lo stesso pubblico ministero Vittorio Occorsio cerca di scaricare sul collega Ernesto Cudillo, giudice istruttore, le carenze e la parzialità dell’inchiesta. Quasi volesse far dimenticare che è stato proprio lui a iniziare le indagini. È lui che ha gestito il riconoscimento fatto dal tassista Cornelio Rolandi. È sempre lui che nella requisitoria di rinvio a giudizio, pur di salvare l’unica prova su cui ha costruito la sua accusa, arriva a negare l’evidenza. Scrive Occorsio: «Quanto affermato dal Rolandi nella parte preliminare dell’atto di riconoscimento: ‘Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che mi si è detto doveva essere la persona che io dovevo riconoscere’, deve essere inteso nel senso che, quando in questura venne mostrata al Rolandi la fotografia del Valpreda, il tassista fu invitato a riconoscere, ovviamente in senso affermativo
o negativo, la persona trasportata con il tassì. Ogni illazione al riguardo circa pretese e implicite sollecitazioni a un riconoscimento positivo è del tutto gratuita». E per ribadire la forzatura, conclude: «Infatti se è stato usato il verbo dovere, l’obbligo contenuto nel termine stesso si riferisce all’onere giuridico dell’atto di ricognizione e non ai risultati del riconoscimento».

Di fronte a queste posizioni praticamente insostenibili, il 6 marzo la Corte di Roma spedisce tutto a Milano. Il processo è tornato, come vuole anche la logica giudiziaria, nella città dove è avvenuta la strage. Ma il procuratore generale del capoluogo lombardo, Enrico De Peppo, non ci sta. Secondo lui Milano è una città che non offre la necessaria serenità per un dibattimento così delicato. Per di più la piazza, sempre secondo De Peppo, è praticamente in mano agli extraparlamentari
di sinistra che vogliono fare azioni «dirette a dimostrare, al di fuori del processo, la pretesa innocenza di Valpreda e degli altri coimputati». Azioni che potrebbero innescare la reazione dei militanti dell’estrema destra. Si rivolge alla Cassazione per un nuovo trasferimento. Il 13 ottobre il processo passa sotto la competenza della Corte d’assise di Catanzaro.

Ma non comincia subito. Bisogna aspettare il 27 gennaio 1975 perché partano le udienze. Che vedranno sullo stesso banco degli imputati gli anarchici (Pietro Valpreda, Emilio Bagnoli, Emilio Borghese, Roberto Gargamelli, Ivo Della Savia, Enrico Di Cola), i familiari di Valpreda (Maddalena Valpreda, Ele Lovati, Rachele Torri e Olimpia Torri), l’indefinibile Mario Merlino, i nazifascisti (Franco Freda, Giovanni Ventura, Stefano Delle Chiaie, Marco Pozzan, Piero Loredan di Volpato del Montello), fascisti che operano per i servizi segreti (Guido Giannettini e Stefano Serpieri) e ufficiali del SID (Gianadelio Maletti, Antonio Labruna e Gaetano Tanzilli).

Perché questa strana mescolanza? La Corte di Catanzaro ha riunito due procedimenti che portano a risultati inconciliabili:
l’inchiesta di Occorsio e Cudillo e quella, successiva, dei magistrati milanesi Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini. Quest’ultima si fonda anche su indagini
condotte da magistrati di Treviso, Padova e altre città. Indagini che hanno messo in luce il ruolo di fascisti e servizi segreti nella strategia degli attentati.
Il 23 febbraio 1979, dopo quasi dieci anni dagli attentati, arriva la prima sentenza. Tre ergastoli per strage e attentati (Freda, Ventura e Giannettini). Ma Giannettini è l’unico a essere arrestato in aula, Freda è latitante in Costa Rica, Ventura in Argentina. Maletti è condannato a quattro anni per favoreggiamento e falsa testimonianza, Labruna e Tanzilli a due. Valpreda e Gargamelli vengono assolti per insufficienza di prove per il reato di strage, ma condannati per associazione
a delinquere: quattro anni e sei mesi a Valpreda, un anno e sei mesi a Gargamelli. A Bagnoli viene sospesa la condanna di due anni per associazione a delinquere. Anche Merlino viene assolto per insufficienza di prove per la strage, prende quattro anni e sei mesi per associazione a delinquere.
Ambigua poi la formula adottata per i parenti di Valpreda che avevano sostenuto l’alibi dell’anarchico: il reato di falsa testimonianza è prescritto. Stessa formula
viene adottata per Delle Chiaie. E l’amica di Valpreda, Elena Segre, altro testimone che conferma l’alibi dell’anarchico?
È sparita dalle carte processuali. Un altro mistero. Quella di Catanzaro è una sentenza contraddittoria perché riconosce la colpevolezza di Freda, Ventura e Giannettini, ma rimane in parte ancorata all’istruttoria dei giudici Occorsio e Cudillo. Da lì l’assoluzione per insufficienza di prove degli anarchici. Ma c’è un altro fatto che getta una luce ambigua sulla sentenza. I giudici di Catanzaro, di fronte alle reticenze di alcuni testimoni eccellenti, preferiscono non prendere posizione. Rinviano a Milano gli atti che riguardano gli ex presidenti del consiglio Giulio Andreotti e Mariano Rumor e gli ex ministri Mario Tanassi, Difesa, e Mario Zagari, Giustizia. I giudici hanno però un moto d’orgoglio di fronte alle contraddizioni in cui cade il generale Saverio Malizia, consulente giuridico di Tanassi.

Lo arrestano in aula. Processo immediato: Malizia è condannato a un anno. Ma viene rimesso subito in libertà.
Scatta il consueto copione: la Cassazione annulla il processo e affida la causa alla Corte d’assise di Potenza. Il 30 luglio 1980 Malizia viene assolto con formula piena. In soccorso dei politici arriva il giudice di Milano Luigi Fenizio (a lui passa l’indagine quando Alessandrini viene ucciso, il 29 gennaio 1979, da militanti dell’organizzazione clandestina Prima linea), che invia un’ordinanza innocentista alla Commissione inquirente del parlamento. Il 24 agosto 1981 la Commissione decide di archiviare le accuse contro Andreotti, Rumor, Tanassi e Zagari. I quattro uomini politici escono dall’inchiesta.

Ma è al processo d’appello che si assiste a un vero colpo di scena. Il 20 marzo 1981, la Corte di Catanzaro assolve fascisti e anarchici per il reato di strage. Non ci sono più colpevoli per piazza Fontana. Freda e Ventura vengono condannatia quindici anni per associazione sovversiva e per gli attentati del 25 aprile e del 9 agosto 1969. In pratica i giudici spezzano quella continuità logica (suffragata da prove) che lega i tre principali attentati del 1969. Assolvono per insufficienza di prove anche Giannettini. Riducono le pene a Maletti e Labruna.

Ci pensa poi la Cassazione, il 10 giugno 1982, quando affida un secondo appello a Bari, a togliere definitivamente dai processi Giannettini, che può dichiarare: «Il mio stesso coinvolgimento è avvenuto per motivi politici. Attraverso me si è voluto colpire il SID».

Stesso rituale alla Corte d’appello della città pugliese.
Ma con una variante di rilievo: il pubblico ministero, Umberto Toscani, chiede l’assoluzione per Valpreda. I giudici però preferiscono attenersi alla tradizione: il dubbio deve valere per i fascisti come per gli anarchici. E intanto si riducono ulteriormente le pene a Maletti, latitante in Sudafrica, (un anno) e Labruna (dieci mesi). Con questa sentenza dell’1 agosto 1985 sta per calare il sipario su piazza Fontana. L’ultimo atto si tiene alla Corte di Cassazione di Roma
che respinge tutti i ricorsi per un nuovo processo. Ed è proprio la Cassazione il perno centrale di questa commedia giudiziaria. Sono i giudici del più alto grado che sottraggono le prime indagini da Milano per trasferirle a Roma. Sempre loro stabiliscono che Milano è una città ingovernabile e quindi il processo si deve tenere a Catanzaro, unificando i procedimenti contro anarchici e fascisti.

Il 27 gennaio 1987, la prima sezione della Cassazione mette la parola fine su un processo che si è dilatato nel tempo e nello spazio. E chi presiede quella sezione? Corrado Carnevale. Che più tardi diventerà famoso come il «giudice ammazzasentenze». Dal 1985 Carnevale dirige la sezione più importante della Cassazione e subito si distingue per essere il «re del cavillo» che manda liberi mafiosi, terroristi e bancarottieri. Alcuni esempi. Il 16 dicembre 1987 Carnevale annulla il processo per la strage dell’Italicus che ha come principali imputati i neofascisti Mario Tuti e Luciano Franci. Poco prima aveva annullato la condanna all’ergastolo dei fratelli Greco, ritenuti i mandanti dell’omicidio del giudice Rocco Chinnici. Il 25 giugno 1990 Carnevale annulla una sentenza all’ergastolo per Raffaele Cutolo, capo della Nuova camorra organizzata. Sempre nel 1990, il 15 ottobre, assolve Licio Gelli dall’accusa di sovversione e banda armata. Il 5 marzo 1991 ordina un nuovo
processo per l’attentato del 24 dicembre 1984 al rapido Napoli-Milano (sedici morti e centinaia di feriti). Risultato? Annullamento dell’ergastolo al boss mafioso Pippo Calò.

Tanta frenetica attività non passa inosservata e nel 1995 le gesta del giudice Carnevale vengono racchiuse in un libro:
La giustizia è cosa nostra. Carnevale ha azzerato 134 ergastoli (ben 19 riguardano il mafioso Mommo Piromalli), 700 anni di carcere per 96 imputati responsabili di associazione mafiosa, traffico di droga e omicidi.

Insomma il giudice giusto anche per la strage di piazza Fontana. Strage che torna nuovamente in scena nei tribunali dopo l’arresto di Delle Chiaie. Il 26 ottobre 1987 si apre il settimo processo (non contando due interventi della Cassazione) per quella strage. Con Delle Chiaie c’è sul banco degli imputati Massimiliano Fachini. Dopo 90 udienze, il 20 febbraio 1989, i due vengono assolti per non aver commesso il fatto. Sentenza che la Corte d’appello conferma il 5 luglio 1991.
Finale di partita come da copione. Nel nuovo, ennesimo, processo per piazza Fontana la Corte d’assise di Milano condanna, il 30 giugno 2001, all’ergastolo i neonazisti Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni e Delfo Zorzi. Tre anni si prende Stefano Tringali per favoreggiamento a favore di Zorzi. Ma il 12 marzo 2004 la Corte d’appello di Milano assolve i tre e riduce la pena a un anno per Tringali. Infine, il 3 maggio 2005 la Cassazione conferma la sentenza della Corte d’appello. Fine dei processi.

XX
LA STRAGE? DI STATO
Mariano Rumor non perde tempo. Il giorno dopo le bombe del 12 dicembre 1969, il presidente del consiglio convoca i segretari di Democrazia cristiana, Partito socialista, Partito socialista unificato (denominazione dei socialdemocratici dopo la scissione socialista del 2 luglio 1969) e Partito repubblicano. L’obiettivo dichiarato è ricostituire un governo quadripartito. Ci vorranno più di tre mesi per varare la nuova formula governativa. L’impressione generale è che, mentre la situazione politico-sociale è drammatica, nei palazzi romani si perpetuino le solite alchimie per definire cariche ministeriali in grado di accontentare le varie correnti politiche.
Invece, sotto questa liturgia consueta si sta consumando uno scontro durissimo. Mauro Ferri e Mario Tanassi, i due leader del nuovo partito socialdemocratico, sono i fautori di un governo forte che, sull’onda emozionale creata dalle bombe, imponga una svolta neoautoritaria al Paese. Danno cioè voce a quel «partito americano» che si oppone con determinazione e accanimento al progressivo scivolamento a sinistra dell’Italia. Il vero obiettivo di Rumor è infatti costituire un governo di centro (DC, PSU) che sancisca a livello politico la strategia che ha portato alla strage di piazza Fontana. Ma la mobilitazione di sindacati e forze di sinistra ai funerali di Milano gli fa cambiare idea. Quel 15 dicembre 1969 piazza del Duomo è gremita dalle sinistre e non dai fascisti come era stato programmato.

La situazione che si è creata a partire dal 1968 preoccupa larghe fasce di imprenditori e ceti medi. La contestazione studentesca prima e le agitazioni operaie poi hanno aumentato la psicosi del «pericolo rosso». I sindacati tradizionali da molti mesi non riescono a mantenere nell’ambito del consueto rivendicazionismo le lotte dei loro iscritti. Tanto che il 3 luglio 1969 lo sciopero generale per chiedere il blocco degli affitti vede gli operai della FIAT Mirafiori di Torino scandire uno slogan ironico, ma che suona minaccioso per la classe dirigente: «Che cosa vogliamo? Tutto». E quello slogan ha una fortuna immediata. Presto nei cortei operai risuonerà con sempre maggiore insistenza. E infatti il 1969 conta 300 mila ore di sciopero contro una media, in quegli anni, di 116 mila. Il costo del lavoro cresce del 15,8% (19,8% nell’industria), per cui la quota dei salari sul prodotto interno lordo sale dal 56,7% al 59%. È iniziata una sensibile redistribuzione dei redditi. Una minaccia per le classi sociali privilegiate e per quelle che solo pochi anni prima sono state beneficiate dal «miracolo economico».
Insomma una situazione apparentemente pre-rivoluzionaria. Anche se la rivoluzione sperata e sognata dalla maggioranza degli studenti e da una frangia di operai non solo è lontana: è praticamente impossibile. Ma che importa? Molti credono sinceramente che sia alle porte, e molti, molti di più, temono che sia vero.

Anche se i portatori di un progetto di trasformazione radicale della società sono un’infima minoranza rispetto alla popolazione complessiva, l’asse politico del Paese si sta spostando a sinistra. Il Partito comunista, pur criticato aspramente dalle frange estremiste, si prepara a conquistare nuovi spazi. Colti impreparati dalle manifestazioni studentesche dell’inizio 1968, i dirigenti di via Botteghe oscure cercano rapidamente di recuperare il terreno perduto. Soprattutto nel luogo della politica istituzionale: il parlamento. Tanto che il 28 aprile 1969 dovrebbe iniziare la discussione per il disarmo della polizia. L’agente italiano come un «bobby» inglese. Ci pensano le bombe a Milano del 25 aprile a mandare nella soffitta delle utopie quel progetto. È cominciata la strategia della tensione.

Questa fase è il perfezionamento e la sintesi di quanto dalla metà degli anni Sessanta andavano teorizzando e praticando gli esponenti dell’estrema destra collegati a larghi settori delle forze armate. Nazisti e fascisti italiani vogliono estirpare alla radice il «morbo comunista», assecondati, seguiti e, in definitiva, diretti dai servizi segreti italiani e americani. In Italia la CIA (Central Intelligence Agency) opera con successo dal dopoguerra. Nel 1947 ha finanziato (tramite la centrale sindacale AFL-CIO) la scissione socialista capeggiata da Giuseppe Saragat e aiutata da un gruppo di rivoluzionari antistalinisti, Iniziativa socialista, guidato da Mario Zagari.
Al di là delle motivazioni ideologiche di Saragat e Zagari, i dollari della CIA riescono a indebolire il Fronte popolare e a facilitare la grande vittoria della Democrazia cristiana il 18 aprile 1948, quando raggiunge il 48,5% dei voti conquistando la maggioranza assoluta alla Camera dei deputati.

Una vittoria quasi scontata. Il 20 marzo George Marshall, segretario di Stato USA, aveva ammonito gli italiani: in caso di vittoria dei comunisti tutti gli aiuti americani all’Italia sarebbero cessati. Nel 1969 la CIA si trova facilitata nella sua azione: alla presidenza della repubblica c’è un uomo che le deve riconoscenza, Saragat.
La CIA ha un grande nemico: il comunismo. Così come il KGB combatte con ogni mezzo il capitalismo. Ma se nel Terzo mondo i due organismi si combattono quasi ad armi pari, con prevalenza del KGB, nell’area occidentale la CIA non tollera intrusioni. Tanto che nel 1967 risolve brillantemente la crisi in Grecia installando al potere, con un colpo di Stato, un suo uomo: Georgios Papadopoulos. E da quel momento il «partito del golpe» anche in Europa è egemone all’Agency. E lo sarà fino alla metà degli anni Settanta. Dopo la Grecia, è la volta dell’Italia. E nel SID, americano-dipendente, ovviamente prevale il partito golpista. Dal 1966 (cioè dall’anno dell’entrata in funzione) alla guida del SID c’è l’ammiraglio Eugenio Henke, mentre l’ufficio D viene diretto da quel Federico Gasca Queirazza che, nel 1969, riceve le informative dell’agente Guido Giannettini su quanto stanno preparando i nazisti veneti Franco Freda, Giovanni Ventura e Delfo Zorzi. Gasca Queirazza comunica quanto sa al suo superiore Henke, che riferisce al ministro dell’Interno, Franco Restivo. E Restivo non dice nulla al suo compagno di partito e presidente del consiglio, Mariano Rumor? Difficile crederlo. Anche perché le continue e incredibili amnesie di cui soffrirà Rumor al primo processo di Catanzaro suscitano ilarità, nonostante il contesto sia drammatico. Quando nel 1970 Vito Miceli prende il posto di Henke, il partito golpista non è più solo coordinatore degli attentati fatti dall’estrema destra; scende in campo come diretto organizzatore.

Il tentativo di Junio Valerio Borghese si inserisce in questa nuova dinamica. Miceli verrà anche processato per questo, ma come al solito senza alcun risultato.
Quando agiscono durante la notte del 7 dicembre, gli uomini di Borghese non sono pensionati nostalgici. Hanno coperture e aiuti consistenti. Il ministro della Difesa, Tanassi, viene informato direttamente da Miceli di quanto sta accadendo.
Stessa procedura con il capo di stato maggiore Enzo Marchesi. E Restivo sa tutto ancora prima che i congiurati occupino per alcune ore una parte del suo ministero. Restivo, interrogato in parlamento il 18 marzo 1971, cioè quando la notizia è ormai trapelata, nega tutto. Ovvio.
La storia del golpe in Italia è una storia infinita. Come quella di piazza Fontana. Una storia che si ripete nell’aprile del 1973 con la Rosa dei venti. Che vede il coinvolgimento di personaggi ancora più seri e preparati di Borghese: cioè gente come il colonnello Amos Spiazzi (peraltro già presente anche il 7 dicembre 1970). Anche lui assolto.

Chi sovrintende a questo moltiplicarsi di attentati e di preparativi di golpe è un distinto ingegnere, Hung Fendwich, che ha la sua base a Roma in via Tiburtina. Ma non è un luogo segreto come molti potrebbero pensare. No, è l’ufficio dove lavora, cioè la Selenia, società del gruppo STET (IRI).
Fendwich, che lascia l’Italia dopo il golpe Borghese, è la tipica eminenza grigia: studia, perfeziona piani, elabora analisi sulle situazioni socio-economico-politiche. Il lavoro operativo, quello che in gergo si chiama «lavoro sporco», lo compiono personaggi di levatura più modesta. Agenti di stanza alla base FTASE (il comando NATO di Verona dal 1969 al 1974). Oppure il capitano Theodore Richard della base di Vicenza. Sono questi gli uomini a cui fa capo Sergio Minetto,
capostruttura degli informatori italiani della CIA. Cioè l’uomo a cui risponde Carlo Digilio, infiltrato nel gruppo di Ordine nuovo di Venezia. Un infiltrato operativo: prepara gli esplosivi e addestra Delfo Zorzi e Giovanni Ventura. Dove? Nella santabarbara del gruppo: il casolare in località Paese, vicino a Treviso.
Gli attentati che costellano l’Italia dal 1969 fino alla metà degli anni Settanta (ma continueranno ancora) sono considerati propedeutici al colpo di Stato. E se questo non viene attuato, ma sempre ventilato, ha comunque una funzione precisa: mandare segnali forti, minacciosi alle forze di opposizione, cioè al Partito comunista. Un segnale che viene recepito. Non è un caso che, dopo il golpe in Cile nel settembre 1973 (che porta a 47 i regimi militari nel mondo), il segretario del PCI, Enrico Berlinguer, lanci dalle colonne della rivista «Rinascita» la proposta del «compromesso storico», cioè un accordo governativo tra DC, PCI e PSI. Ma ci vorranno ventitré anni prima che il PDS, erede del PCI, vada al governo con una coalizione di centrosinistra.

Le bombe quindi cristallizzano la situazione politica istituzionale, ma come reazione a sinistra generano il fenomeno della lotta armata. Sono i continui attentati e il pericolo del golpe che, tra l’altro, fanno scendere in clandestinità molti militanti extraparlamentari, ma anche personaggi come l’editore Giangiacomo Feltrinelli. Tutto creerà un circuito perverso che, in una certa misura, giustificherà, a posteriori, la teoria degli «opposti estremismi», da cui ci si può salvare solo dando fiducia a chi detiene in quel momento il potere. Cioè gli uomini che avallano e coprono quanto stanno facendo l’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno e il SID, sotto la direzione della CIA.

I ministri danno le direttive. I servizi segreti eseguono. E ci mettono in più un po’ di loro iniziativa. Quindi non è un caso che nel 1974, quando gli uomini del SID portano a Giulio Andreotti, ministro della Difesa (nel quinto governo Rumor), le registrazioni fatte dal capitano Antonio Labruna con l’industriale Remo Orlandini, coinvolto nel golpe Borghese, Andreotti consigli di «sfrondare il malloppo». Traduzione: depurare i nastri dai nomi più importanti, cioè i vertici delle forze armate inseriti a vario titolo nel mancato golpe.
È un comportamento analogo a quello tenuto dal suo predecessore Mario Tanassi (alla Difesa nel quarto governo Rumor). Nell’estate 1974 il giudice Giovanni Tamburino chiede informazioni al SID sull’attività filogolpista del generale Ugo Ricci: lo ritiene uno dei responsabili della Rosa dei venti. Il SID, che sa perfettamente cosa fa Ricci, risponde: il generale è uomo di sicura fede democratica. Ma prima di mandare questa lettera, il capo del SID invia la richiesta del giudice a Tanassi che la restituisce con l’annotazione: «Dire sempre il meno possibile».

La pratica del silenzio e della menzogna si tramanda negli anni. È il 13 ottobre 1985 quando il settimanale «Panorama» pubblica stralci di un documento di Bettino Craxi, presidente del consiglio, che invita gli uomini dei servizi segreti a «mantenere una linea di mancata collaborazione» con i giudici che li interrogano. Craxi non negherà mai l’autenticità del rapporto. E come potrebbe? Ma farà pressioni sui giudici affinché lo ignorino. Dunque i politici sapevano tutto delle trame dei servizi segreti. Spesso ne erano gli ispiratori. Sapevano che venivano utilizzati i fascisti per creare la strategia della tensione. Erano corresponsabili o direttamente
promotori come Restivo.

Un affare di Stato sta, dunque, dietro le bombe del 12 dicembre. Un affare di personaggi che scelgono il terrorismo per perpetuarsi nella gestione del potere.

«Il 12 dicembre 1969 segna una frattura, nella storia della repubblica [...] perché effettivamente, allora, insieme a sedici persone comuni, morì un pezzo significativo della prima repubblica: una parte consistente dell’apparato statale passò consapevolmente nell’illegalità. Si pose come potere criminale continuando a occupare istituzioni vitali ed essendone tollerato (sono migliaia i ‘servitori dello Stato’, poliziotti, giudici, agenti segreti, politici, cancellieri, ministri, passacarte e uomini di mano che hanno cooperato per realizzare e poi coprire, depistare, insabbiare, rendere impunibile quel delitto). È da allora che l’Italia ha cessato di essere una democrazia costituzionale in senso pieno», scrive il politologo Marco Revelli nel suo libro Le due destre.

L’analisi politica è confortata e documentata dalle indagini del giudice Guido Salvini: «La protezione dei componenti della cellula veneta [...] era un’attività assolutamente necessaria in quanto il cedimento anche di uno solo degli imputati avrebbe portato gli inquirenti, livello dopo livello, a risalire fino alle più alte responsabilità che avevano reso possibile l’operazione del 12 dicembre e le ripercussioni che ne sarebbero derivate sarebbero state forse addirittura incompatibili con il mantenimento dello statu quo politico del Paese».

Un coinvolgimento così esteso alimenta anche un dubbio.

Quanto sapeva della strage di piazza Fontana il principale partito d’opposizione: il PCI, oggi DS? Molto, certamente.
Ma quanto? E fino a che punto la paura delle bombe e del colpo di Stato hanno ammorbidito le posizioni del PCI?
Fino a che punto questa paura ha portato a proporre il compromesso storico e ad accettare poi il consociativismo?
La risposta è solo negli archivi dell’ex PCI, impenetrabili come quelli del Vaticano.

Una risposta è però possibile.
Una risposta che, viste le responsabilità a tutti i più alti livelli, può essere una sola:
Piazza Fontana è una Strage di Stato. Di più: la madre di tutte le Stragi.

 
INTERVISTA A GUIDO SALVINI
I testi in corsivo sono di Luciano Lanza
quelli in tondo di Guido Salvini
QUELLA VERITÀ DA NON DIMENTICARE
Guido Salvini, 52 anni, è stato giudice istruttore dal 1989
al 1997 di un’inchiesta sull’eversione di destra e su piazza
Fontana. E in questa veste ha ricostruito l’attività di Ordine
nuovo nel Veneto e di Avanguardia nazionale a Roma e nel
Sud. Così ha messo in luce trame, alleanze, coperture politiche
e militari che hanno portato alla strage del 12 dicembre
1969. Quella ormai definita «la madre di tutte le stragi».
Salvini, oggi giudice per le indagini preliminari, si è occupato
recentemente del caso Parmalat e di terrorismo internazionale.
All’attività professionale affianca un impegno
storico e culturale sui temi della giustizia, della «memoria».
In questa veste tiene lezioni e dibattiti in scuole, università e
associazioni culturali e giovanili. Dal 2003 è consulente
della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’occultamento
dei fascicoli sulle stragi nazifasciste del 1943-1945.
Con la sentenza della Cassazione del 3 maggio 2005 si
chiude l’infinita storia giudiziaria legata alla strage di
piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Una storia complessa,
contraddittoria, piena di reticenze, di «misteri». Eppure
in primo grado, il 30 giugno 2001, erano stati condannati
all’ergastolo tre neonazisti (Carlo Maria Maggi, Delfo
Zorzi e Giancarlo Rognoni) e un altro (Stefano Tringali) a
tre anni per favoreggiamento. Poi il 12 marzo 2004 la Corte d’appello assolve i tre e riduce a un anno la pena a Tringali.
La Cassazione ha confermato quella sentenza. Per quali ragioni
si passa da una condanna a un’assoluzione?
A questo bilancio apparentemente solo negativo vorrei aggiungere
subito la circostanza spesso dimenticata dagli organi
di informazione che, comunque, alla fine di queste indagini,
per la strage di piazza Fontana un colpevole c’è ed è
Carlo Digilio. Lui per più di dieci anni, prima di fuggire a
Santo Domingo, aveva svolto per il gruppo veneto di Ordine
nuovo, non solo mestrini ma anche padovani, il ruolo di «tecnico
» in materia di armi e di esplosivi.
La Corte d’assise di appello e la Cassazione, pur assolvendo
gli altri imputati per incompletezza delle prove raccolte,
non hanno infatti toccato la sentenza di primo grado
che aveva ritenuto Digilio colpevole quale partecipe alla fase
organizzativa degli attentati, dichiarando in suo favore, come
vuole la legge, la prescrizione (che in quel caso scattava automaticamente)
grazie alle attenuanti dovute per la sua collaborazione.
Digilio era il «quadro coperto» di Ordine nuovo: si
occupava della logistica, e non era certo un anarchico né un
seguace di Giangiacomo Feltrinelli o un agente del KGB. E
ciò significa, lo si legge nella stessa sentenza di appello, come
la strage e tutti gli attentati collegati abbiano una paternità
certa sul piano storico-politico: sono stati ideati e commessi
dai gruppi neonazisti, cioè quelli già al centro della prima indagine
dei giudici Giancarlo Stiz e Pietro Calogero.
Sul piano tecnico in sostanza le dichiarazioni di Digilio, di
Martino Siciliano (che aveva partecipato solo ad alcuni attentati
«preparatori») e degli altri testimoni sono state ritenute sufficienti
per quanto concerne le loro responsabilità ma, in sede
di appello, non sufficienti, e incomplete, per affermare la responsabilità
delle persone da loro indicate come complici.
Tutto questo nella grande maggioranza dei commenti è
sfuggito. Così si è dimenticato come le indagini milanesi negli
anni Novanta abbiano definitivamente collocato la strage nella
casella politica già intuita da coloro che, pochi mesi dopo il 12
dicembre1969, avevano pubblicato il modello di ogni lavoro
di «controinformazione»: il libro La strage di Stato. Ma oggi
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i principali imputati sono stati assolti tagliando, se non la paternità
dell’operazione, buona parte di quel «film della strage»
descritto nei verbali istruttori. Perché poi si passi da una condanna
a un’assoluzione è evidentemente un problema di valutazione
delle prove raccolte. Prove che è stato difficile portare
in dibattimento anche perché a distanza di trent’anni molti ricordi
sfumano, molti testimoni non sono quasi più in grado di
testimoniare in un’aula anche per ragioni di salute e molti sono
morti o comunque scomparsi.
Io, nella mia veste professionale, rispetto ovviamente tutte
le sentenze e non ho timore di dire che sia la sentenza di condanna
sia la sentenza di assoluzione erano serie e motivate.
Ma mi sento anche di dire che nelle sentenze di Appello e
della Cassazione si è tornati un po’ alla discutibile logica,
presente anche nei primi processi per piazza Fontana e negli
altri processi per strage, della «frammentazione» degli indizi.
Tale logica porta invariabilmente all’assoluzione perché
ciascun indizio valutato singolarmente come insufficiente
non viene aggiunto e concatenato a quelli successivi
ma quasi «buttato via», e la somma finale resta sempre zero.
Se qualcuno esalta le stragi, possiede i timer, commette
gli attentati preparatori e magari il 12 dicembre 1969 era a
Milano e non a casa sua, è vero che ciascun indizio preso da
solo non prova in sé la responsabilità per la strage di piazza
Fontana, ma l’interpretazione complessiva e non frammentaria
di questi stessi indizi può dare un risultato diverso. Soprattutto
mi sembra sia stata un po’ tralasciata nelle sentenze
l’analisi del movente di un fatto simile, in quel particolare
contesto storico-politico, a sua volta in grado di illuminare
gli indizi e i personaggi.
Una strage non è un reato a fini di lucro, ma ha un movente
politico che va sempre cercato per capire se è in consonanza
con i moventi ad agire degli imputati. E questa ricerca
è quasi del tutto assente nelle motivazioni anche se lo
scenario fornito dai documenti, tra cui quelli acquisiti da alcuni
archivi, è assai ricco. E mi sento di dire che il movente,
se preso in esame, sarebbe stato giudicato in sintonia con
l’ideologia e la strategia dell’ambiente degli imputati.
Non dimentichiamo: Ordine nuovo ha compiuto molti attentati prima e dopo il 12 dicembre 1969, era l’unica organizzazione
terroristica che non si poneva il problema
dell’eventuale verificarsi di vittime civili e, nei documenti cui
si ispirava, era teorizzata la necessità di contrastare subito e
con ogni mezzo, compreso il caos, l’avanzata del comunismo,
favorita da un sistema parlamentare borghese ritenuto
imbelle e putrescente in cui si salvavano, forse, solo i militari.
C’è però un elemento importante: in tutte quelle tre sentenze
viene confermata la responsabilità di due protagonisti:
Franco Freda e Giovanni Ventura. Quegli stessi personaggi
individuati dal giudice di Treviso Stiz come responsabili degli
attentati del 25 aprile 1969 a Milano, degli attentati sui treni
tra l’8 e il 9 agosto e infine delle bombe del 12 dicembre.
Senza dimenticare Guido Giannettini, informatore del SID, il
servizio segreto italiano dell’epoca, uscito però dall’iter processuale
nel 1982. Insomma, i giudici riconoscono che
c’erano dei colpevoli, che erano dei neonazisti, ma non sono
condannabili perché ormai definitivamente assolti. Allora la
matrice di quegli attentati e della strage è indiscutibile o no?
Certamente, la matrice della strage è ormai indiscutibile,
la sua firma è la croce celtica di Ordine nuovo. Come lei ha
detto, anche le ultime sentenze di assoluzione hanno una
«virtù segreta», e cioè scrivono esplicitamente cose chiare:
dopo le nuove indagini, è da ritenersi raggiunta la «prova
postuma» della colpevolezza di Freda e Ventura, non più
processabili perché assolti per insufficienza di prove per la
strage di piazza Fontana, anche se già condannati per gli attentati
precedenti. In Italia, come in tutti gli altri Paesi civili,
le sentenze di assoluzione tecnicamente non sono soggette a
revisione. Si può scoprire anche vent’anni dopo che un’assoluzione
è stata pronunziata per sbaglio ma ormai è così,
solo le sentenze di condanna possono essere riviste.
L’elemento nuovo e storicamente determinante nei confronti
dei padovani sono state le sofferte testimonianze del
1995 di Tullio Fabris, l’elettricista che attaccava i lampadari
nello studio legale di Freda. Una persona ignara ed estranea
al gruppo. Ma Freda, con una certa imprudenza e impudenza,
l’ha coinvolto nell’acquisto dei timer. Nel 1995 Fabris
(aveva già raccontato sin dall’inizio di aver accompagnato
Freda ad acquistare i timer) ha spiegato di non aver mai rivelato
la parte più consistente di quella storia perché più
volte minacciato nel suo negozio dagli ordinovisti padovani
dopo aver saputo che lui aveva rilasciato la sua prima deposizione.
Fabris ha raccontato, con molti particolari tecnici,
come qualche giorno dopo l’acquisto, nello studio di Freda,
mentre Ventura prendeva appunti, fosse stato costretto a tenere
loro delle lezioni sul meccanismo di innesco, con tanto
di batterie e fiammiferi antivento, e aveva fatto con loro delle
vere e proprie prove di apertura e chiusura del circuito. Dopola strage ovviamente aveva capito subito, essendo un esperto,
che proprio quei congegni erano serviti a innescare le esplosioni,
ma non era riuscito a vincere la propria paura e aveva
raccontato ai giudici solo una piccola parte della storia.
Come mai un teste così importante non viene interrogato
«a fondo»?
Se c’è una critica da muovere agli inquirenti milanesi
della prima indagine è proprio quella di non essersi accorti
della centralità della possibile testimonianza di Fabris, di
averlo sentito solo una volta e in modo non molto approfondito
dopo la prima testimonianza ai giudici di Treviso e di
non aver intuito che, se fosse stato adeguatamente protetto e
se si fosse già da allora acquisita la sua fiducia, la sorte dei
primi processi per la strage di piazza Fontana sarebbe stata
probabilmente diversa, con un effetto a catena su tutto il fenomeno
della strategia della tensione.
Fra l’altro Fabris nel 1995 ci ha raccontato un fatto importante:
le «lezioni» a Ventura e a Freda erano avvenute in un
periodo successivo, circa la fine di novembre, a quello in cui
quest’ultimo aveva collocato la cessione dei timer al fantomatico
capitano Hamid dei servizi segreti algerini. Anche
questo tentativo di Freda, per quanto puerile, di sostenere di
essersi disfatto di tutti i timer prima del 12 dicembre, sarebbe
già allora caduto dimostrando falso quell’alibi. Con conseguenze
immaginabili per le Corti giudicanti. Quanto a Gian-
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nettini e agli uomini del SID, le nuove indagini hanno arricchito,
con molti episodi mai smentiti dalle sentenze, il quadro
dei rapporti tra i servizi segreti e Ordine nuovo. Rapporti
non occasionali ma organici in un reciproco scambio di favori
contro il «nemico comune», compresa soprattutto la tutela
del segreto su quanto avvenuto. Ricordo, tra i tanti esempi
possibili, il ritrovamento di un documento non solo autografo
ma addirittura interamente manoscritto dal generale Gianadelio
Maletti, del 1975, e riguardante la fonte «Turco», cioè
un ordinovista di Padova, tale Gianni Casalini. Il vicecapo del
SID scriveva, con evidente preoccupazione, che Turco «voleva
scaricarsi la coscienza» e riferire quanto sapeva delle attività
del gruppo padovano, comprese le bombe sui treni. Conseguenza:
«bisogna chiudere la fonte», incarico subito affidato
da Maletti a un ufficiale piduista.
Abbiamo chiamato Casalini vent’anni dopo e ci ha confermato
che era tutto vero. Sapeva molte cose sulla cellula
padovana di cui aveva fatto parte, ma a un certo punto nessuno
si era più occupato di lui e di coltivare le notizie che poteva
fornire. Ha confessato tra l’altro in questi tardivi verbali
di aver partecipato materialmente con il gruppo agli
attentati ai treni dell’agosto 1969 e, particolare non indifferente,
che il gruppo padovano si riforniva di armi da quello
veneziano. Ma quanto aveva detto allora non era mai giunto
alla magistratura. Era rimasto nei cassetti del SID. Casalini
quindi aveva sbagliato porta...
Comunque, siamo sempre nell’ambito degli esecutori, dei
manovali o al massimo dei quadri intermedi, ma restano,
come al solito, fuori i nomi dei personaggi di spicco. Tanto
per farne qualcuno famoso: Giulio Andreotti, Giuseppe Saragat,
Mariano Rumor, Mario Tanassi, Franco Restivo...
Tutti questi nomi, a eccezione del senatore Andreotti,
sono di politici già morti quando abbiamo riaperto le indagini
e su questo versante non c’era quasi più nessuno da sentire.
Solo il senatore Paolo Emilio Taviani poco prima di morire,
mentre stava scrivendo la sua autobiografia uscita
postuma con il titolo Politica a memoria d’uomo, ha voluto
lasciare qualcosa di quanto sapeva. Anche il generale Maletti,
uno dei capi del vecchio SID e uno degli uomini più
ascoltati dagli ambienti politici del tempo, si è reso per tutta
la durata delle indagini irraggiungibile, restando latitante in
Sudafrica e ha fatto una fuggevole comparsa solo nel dibattimento
di primo grado.
Sul campo erano rimasti ormai solo i personaggi minori
come il capitano Antonio Labruna, un vecchio spione quasi
simpatico, un subalterno che aveva pagato per tutti. Nel 1993
ci ha portato la copia dei nastri relativi al golpe Borghese (a
ogni buon conto se l’era tenuta per venti anni) consentendo
così di provare al di là di ogni dubbio che la copia consegnata
allora alla magistratura era stata dai suoi superiori alleggerita
dei nomi più importanti, militari e civili (Licio Gelli
compreso), coinvolti a vario titolo in quel progetto di golpe
non proprio da operetta come si è voluto far credere poi.
Sul fronte delle aspettative e delle reazioni politiche a livello
più alto insite nei progetti degli autori materiali e dei
quadri intermedi della strage non si è potuto quindi lavorare
molto, se non per acquisire la conoscenza del fatto, riferito
da vari testimoni ma stranamente del tutto assente nelle sentenze,
che dopo il 12 dicembre gli autori del progetto si aspettavano
non solo l’arresto di Pietro Valpreda o di qualcuno
come lui ma una dichiarazione di stato di emergenza come
primo passo di una stabile svolta autoritaria. Ciò è del resto in
sintonia con la strategia di aree radicali come Ordine nuovo.
Queste non potevano certo prendere il potere da sole, ma piuttosto
fungere da detonatore: agire affinché altri, soprattutto i
militari, si muovessero a loro volta. Del resto, «strategia della
tensione» ha significato, non solo in Italia, un’azione combinata
per creare tramite il terrore le condizioni per l’accettazione
da parte dell’opinione pubblica di una stretta autoritaria.
Complessivamente, la mia personale opinione è che comunque
ben difficilmente a livello politico potesse essere
concepita o accettata l’idea di una strage con la sua carica
criminale, ma al di sotto di tali atteggiamenti vi sono livelli
di collusione più sottili che comprendono la possibilità di accettare
di divenire «beneficiari occasionali» di una strategia
capace di utilizzare le bombe. Bombe e attentati potevano essere una manna per l’area moderata, e non dimentichiamo
che dopo il 12 dicembre 1969 i contratti con i sindacati si
chiusero più in fretta e più facilmente. Del resto Edgardo
Sogno, nel suo Testamento di un anticomunista, raccontò,
poco prima di morire, come nell’area democristiana torinese
più conservatrice si caldeggiasse in quegli anni la fase dei
«piccoli botti», aiutando economicamente anche chi prometteva
di commetterli, perché spaventare l’opinione pubblica
serviva a mantenere lo statu quo.
Una campagna di bombe dimostrative, come quelle deposte
prima del 12 dicembre 1969, probabilmente era in
qualche modo accettata in alto, ma forse l’eccidio di piazza
Fontana è stato un’accelerazione o un mutamento di programma
voluto dai suoi autori materiali.
E veniamo alla nuova inchiesta che la vede giudice istruttore.
Per quale ragione lei nel 1989 inizia un’altra indagine
sulla cosiddetta strategia della tensione, sull’attività degli
estremisti di destra? Quali nuove piste individua? Quali scenari
inediti si aprono?
L’indagine è ripartita quasi per caso dopo che per molti
anni a Milano l’impegno a indagare sulla vecchia destra eversiva
era stato quasi abbandonato. Una destra molto attiva e
con molte collusioni. Accadde un fatto imprevedibile a margine
dell’inchiesta sull’omicidio dello studente missino Sergio
Ramelli. Una persona in cerca di un tetto sfondò la porta
di un abbaino e vi trovò, in stato di abbandono, il vecchio archivio
di Avanguardia operaia, il gruppo di cui alcuni componenti
erano proprio in quei giorni accusati dell’omicidio.
Oltre alle solite e ormai inutili schede sui «fascisti», vi
era un documento anonimo ma riferibile al gruppo milanese
di Ordine nuovo. Quel documento conteneva notizie inedite
sui legami appunto tra la cellula milanese e le cellule venete
ai tempi della strage e sul fatto che alcuni dei timer rimasti
dopo il 12 dicembre erano stati consegnati dopo la
strage alla cellula milanese. Questa avrebbe dovuto collocarli
in una villa di Feltrinelli non per farla saltare in aria
ma per indirizzare le indagini nei suoi confronti.

Era un episodio misterioso, ma alcuni testimoni ci diedero
conferma dell’esistenza di questo progetto e ripartimmo
quindi proprio dagli spunti offerti da quel documento.
Nel giro di poco tempo circostanze e notizie nuove cominciarono
a depositarsi nell’indagine, come i frammenti di
un puzzle, inizialmente disordinati ma poi sempre più leggibili.
Quasi in successione Carlo Digilio, latitante da più di
dieci anni, fu espulso da Santo Domingo e portato in Italia.
Un vecchio «pentito» della destra milanese, passato in seguito
alla malavita comune, Gianluigi Radice, ci indicò Martino
Siciliano, sino a quel momento personaggio quasi sconosciuto,
come una persona molto informata sulla strage di
Milano avendo fatto per molti anni la spola tra la cellula di
Mestre, in cui militava, e il capoluogo lombardo. Vincenzo
Vinciguerra accettò di ricostruire i rapporti tra il vecchio
mondo di Ordine nuovo e gli apparati dello Stato, e questo
avvenne quando si rese conto che io, a differenza della procura
di Venezia, non gli affibbiavo l’etichetta di «gladiatore»,
non lo accusavo, ipotesi questa tanto propagandata quanto
priva di fondamento, di aver commesso l’attentato di Peteano
con l’esplosivo di Gladio, e gli riconoscevo invece la
sua identità, cioè quella di «fascista rivoluzionario» puro che
aveva sempre rifiutato le collusioni con pezzi dello Stato e
con la logica delle stragi contro i civili.
A un certo punto si presentò anche il capitano Labruna
(degradato e rimasto in Italia senza una lira a pagare anche le
colpe dei suoi superiori) e ci portò la copia originale e impolverata
dei nastri del golpe Borghese, quella non «alleggerita
» dei nomi più importanti. L’arrivo in Italia di Digilio
fu decisivo, perché solo allora, grazie a una serie di testimonianze
incrociate, riuscimmo a provare definitivamente che
proprio lui era lo «zio Otto», il personaggio misterioso comparso
sullo sfondo delle indagini fatte a Catanzaro e indicato
da Sergio Calore e da altri testimoni con il soprannome, pur
senza conoscerlo, come il «quadro coperto» di Ordine nuovo
in Veneto, incaricato di occuparsi dell’esplosivo utilizzato
anche per piazza Fontana.
Digilio, una volta in carcere in Italia e perso l’anonimato
e le protezioni di cui aveva goduto, cominciò, seppur faticosamente e centellinando le sue dichiarazioni, a collaborare.
Riuscimmo anche a raggiungere Siciliano in Francia. Alle
prime avvisaglie delle nuove indagini era incerto se accogliere
l’invito dei suoi ex camerati a raggiungerli in Russia,
dove avevano impiantato una serie di attività commerciali, o
a stabilirsi in Colombia, dove c’era la sua nuova famiglia.
Comunque sarebbe sparito per sempre se, ironia della storia,
non si fosse mosso proprio il SISMI per rintracciarlo e
convincerlo a collaborare. Sembra un paradosso, uno dei
molti di questo processo, ma fu proprio qualche funzionario
del SISMI, con una mentalità nuova e con l’obiettivo di riscattare
in questa vicenda il passato dei servizi segreti italiani,
a compiere il lavoro migliore, mentre molti colleghi
magistrati guardavano con indifferenza, per non dire fastidio,
alle nuove indagini su piazza Fontana.
Intanto anche gli archivi dei servizi segreti, civili e militari,
cominciavano ad aprirsi. Fu possibile acquisire nuovi
documenti e certamente l’indagine, pur rimanendo non facile,
fu almeno resa possibile da alcuni fenomeni politici
quali la rivelazione di Gladio e la caduta del Muro di Berlino
con la fine di fatto della guerra fredda.
Coloro che, direttamente o indirettamente, avevano lavorato
come «forze irregolari» a fianco dei servizi segreti occidentali,
alleati o «prigionieri» delle loro strategie, erano ora
più liberi di parlare perché, in un certo modo, la «guerra» era
vinta, o comunque terminata ed era possibile alzare il velo
anche sui suoi risvolti più tragici. In molti testimoni c’era orgoglio
e insieme rammarico, perché erano consapevoli di essere
stati usati, e se anche il nemico sovietico non si era impadronito
dell’Italia, il futuro politico era di compromesso e
non certo quello fatto di tradizione, gerarchia e fanatismo militare
da loro auspicato.
Un altro vantaggio fu, all’inizio della nostra indagine, poter lavorare in silenzio perché Mani pulite e il crollo della prima repubblica monopolizzavano l’interesse dei mass-media e nessuno si era accorto di noi, almeno sino a quando qualche collega, forse indispettito dal fatto che la semplicistica equazione «Gladio uguale stragi» stesse venendo meno, non cominciò a porre un ostacolo dopo l’altro alla nostra inchiesta, diventando quasi il «salvatore» dell’ambiente su cui aveva indagato fino a poco tempo prima.

Come è proseguita l’indagine?
La dinamica è stata molto particolare, in pratica un percorso
a cerchi concentrici che portava però progressivamente
al centro della strategia del terrore. Inizialmente abbiamo
fatto luce su avvenimenti più esterni, anche avvenuti in luoghi
diversi da Milano e qualche tempo prima o dopo il 12
dicembre, ma sempre ricollegabili a quella strategia certamente
unica, almeno sino alla metà degli anni Settanta con il
colpo di coda della destra estrema e golpista costituito dalla
strage di Brescia. Queste sono anche le conclusioni cui è
giunta la Commissione stragi.
Vennero alla luce tanti episodi sotto questo profilo collegati
tra loro. Ne ricordo solo alcuni: l’arsenale in un casolare di
Camerino «scoperto» dai carabinieri e attribuito a giovani di
sinistra della zona, in realtà allestito, prima della «scoperta»,
dagli stessi carabinieri e dal SID; le esercitazioni e gli attentati
del MAR di Carlo Fumagalli in Valtellina, con armi e divise
fornite dall’esercito e tanto di avviso alla più vicina stazione
dei carabinieri quando c’era da spostare una macchina carica
di armi; la strage dell’estate 1970 sul treno Freccia del Sud
prima della stazione di Gioia Tauro, attribuita a un errore del
macchinista ma in realtà, come scoprimmo, causata da un ordigno
deposto sui binari da avanguardisti di Reggio Calabria;
l’attentato alla caserma dei carabinieri di Este commissionato
dal SID a uomini di Ordine nuovo del posto per creare tensione;
le bombe a mano SRCM riconsegnate dal gruppo dei
milanesi ai romani del gruppo di Paolo Signorelli dopo essere
state usate nell’aprile 1973 nella manifestazione in cui fu
ucciso l’agente Antonio Marino. E ancora i Nuclei di difesa
dello Stato (quello sì, molto più di Gladio, un caso più politico
che penale), una struttura pericolosa e con fini eversivi in cui
ordinovisti e militari si addestravano insieme, all’inizio degli
anni Settanta, in vista dell’imminente presa del potere.
Ma fu solo quando Digilio e Siciliano, e anche Giancarlo
Vianello, cominciarono a parlare degli esplosivi di tutti i tipi a disposizione del gruppo mestrino, dei contatti con Milano,
che avevano portato Siciliano a commettere un attentato
qualche tempo dopo (nel 1971, all’università Cattolica di
Milano), e ancor di più quando emerse l’attentato alla Scuola
slovena di Trieste del 3 ottobre 1969, davanti alla quale il
gruppo al gran completo aveva deposto una cassetta metallica
con chili di gelignite, che vi fu la sensazione di avvicinarsi
al cuore della strategia: la strage di piazza Fontana.
Ricordo altri due episodi che portavano in quella direzione:
le riunioni nella libreria Ezzelino di Freda, quella di
cui si è molto parlato anche nella prima indagine, dove Siciliano
ci raccontò di essere stato presente nel 1969 e dove non
si parlava solo del misticismo pagano e dei falsi «manifesti
cinesi», attacchinati a Padova dai mestrini dopo averli ritirati
dagli stessi padovani. Libreria e «mascheramento» da estremisti
di sinistra erano esattamente la continuazione dei contesti,
con voci questa volta dall’interno, in cui si era mossa
anche la prima indagine. Davanti a questi episodi faccio fatica
a spiegarmi come mai le sentenze abbiano respinto l’idea
che tra gli amici di Freda e quelli di Maggi vi fosse una sintonia
ben finalizzata.
Con quali strumenti ha portato avanti per diversi anni
questa inchiesta?
Lavoravamo in modo quasi artigianale io e il mio collaboratore,
l’insostituibile maresciallo Antonio Russo della Guardia
di finanza, tra pile di fascicoli. Dieci o dodici anni sembrano
pochi, ma sono un secolo in tema di sviluppo delle
tecniche di indagine. Allora avevamo veramente pochi mezzi.
Inoltre occupandoci di fatti molto lontani non potevamo certo
usufruire di strumenti efficaci come l’esame dei tabulati telefonici
e di certe indagini scientifiche molto avanzate realizzate
oggi sul luogo del delitto. Le stesse perizie fatte
all’epoca sui resti dei vari ordigni erano incomplete, quasi disastrose,
e ci rendevano praticamente impossibile fare delle
comparazioni con i nuovi risultati acquisiti tramite le testimonianze.
Anche la solidarietà all’interno del tribunale è stata
scarsissima, sentivamo intorno a noi quasi un atteggiamento di ironia perché ci occupavamo di quella che veniva chiamata
«archeologia giudiziaria».
Per fortuna a partire da un certo momento ci hanno aiutato
molto alcuni carabinieri e alcuni poliziotti: hanno svolto le
indagini a loro delegate senza guardare in faccia nessuno,
anche se i risultati potevano toccare i vecchi ufficiali e i vecchi
funzionari magari responsabili in passato dei depistaggi
di quelle stesse indagini. Ci ha anche molto aiutato il perito
che avevamo nominato: lo storico e specialista in archivistica
Aldo Giannuli. Si è dimostrato un vero segugio nel trovare
documenti utili tra armadi pieni di faldoni che per la
prima volta era possibile visionare negli archivi.
Dalla lettura delle sentenze di Appello e della Cassazione
sembrerebbe che tutta la sua inchiesta si basi sulle confessioni
dei pentiti Digilio e Siciliano.
Non è così. I riscontri obiettivi e gli apporti di altri testimoni
sono stati molti nonostante lavorassimo su episodi lontani
nel tempo, anche sugli attentati precedenti da noi definiti
«preparatori» alla strage di piazza Fontana.
Quando scoprimmo la responsabilità per gli attentati in
contemporanea del 3 ottobre 1969 alla Scuola slovena di Trieste
e a un cippo di confine a Gorizia del gruppo di Delfo Zorzi,
attentati per i quali fra l’altro furono utilizzati almeno sei chili
di gelignite, riuscimmo a trovare, grazie a un vecchio giornale
dell’epoca, addirittura il titolo del film in programmazione
quella sera in un cinemino di Gorizia che Siciliano ci
aveva raccontato di aver visto insieme agli altri mentre attendevano
l’ora propizia per andare a deporre l’ordigno. Ricordo
ancora il titolo di quel vecchio film, La realtà romanzesca,
un titolo quasi allusivo. Poi per caso, nel 1996, durante un accesso
alla questura di Firenze dove non immaginavamo si potesse
trovare del materiale sul gruppo sotto indagine, trovammo
un pacco di lettere e di fax scambiati fra Tringali e
Zorzi. Da questi documenti, nonostante qualche tentativo di
«criptarne» il significato, si capiva chiaramente come già
vent’anni or sono la maggiore preoccupazione del gruppo era
Siciliano. Considerato evidentemente un debole, temevano «crollasse» psicologicamente e raccontasse la storia del
gruppo mestrino, inclusi i segreti «scottanti» (così definiti in
una lettera) di cui anche Tringali era depositario. Un bel riscontro
anticipato quindi, risalente a tempi non sospetti, del
valore complessivo di quanto Siciliano ci avrebbe poi detto.
In quelle lettere si faceva anche riferimento al terrore che gli
inquirenti potessero scoprire l’«anello di congiunzione»,
all’epoca, tra il gruppo mestrino e l’«amico Fritz», cioè certamente
Freda o Fachini del gruppo di Padova. Era un elemento
importante perché la sentenza di appello, in alcuni passaggi
per la verità un po’ discutibili, ha indicato come elemento di
debolezza dell’accusa il fatto che non fossero sufficientemente
provati i rapporti operativi tra il gruppo mestrino e quello di
Padova, tralasciando tra l’altro di rilevare, sul piano storico e
geografico, l’ovvia circostanza che Mestre era in pratica la periferia
di Padova perché in tale città quasi tutti i mestrini, ordinovisti
e non, andavano a frequentare l’università.
Comunque quelle lettere (una prova documentale importantissima)
non sono state nemmeno fotocopiate dalla procura
e portate nell’aula della Corte d’assise, e questo non è l’unico
caso di atti importanti che avrebbero dovuto essere usati e, con
una certa disattenzione, sono stati invece dimenticati.
Vi sono state poi altre testimonianze in grado di illuminare
la fase preparatoria degli attentati del 12 dicembre 1969,
come quella, confermata anche in dibattimento, di Ennio
Peres, da giovanissimo vicino ad Avanguardia nazionale,
amico personale di Mario Merlino e in seguito allontanatosi
rapidamente da tale mondo. Attualmente, fra l’altro, cura una
brillante rubrica di enigmistica sulla rivista «Linus».
Ecco cosa ci raccontò Peres: poche settimane prima del
12 dicembre 1969 Merlino gli aveva chiesto di «darsi da fare
per la causa» e di deporre una borsa all’Altare della patria di
Roma senza preoccuparsi più di tanto perché «la colpa sarebbe
ricaduta su altri». Peres non accettò e, una volta avvenuti
gli attentati, capì subito quale avrebbe dovuto essere il
suo ruolo, anche se non ha avuto il coraggio di raccontarlo se
non dopo tanti anni. Una testimonianza apparentemente minore
la sua, ma importante se si ricorda che gli attentati di
Milano e di Roma furono un tutt’uno e, come hanno poi spiegato Vinciguerra e altri testimoni, Ordine nuovo e Avanguardia
nazionale si erano in pratica divisi i compiti, e Avanguardia
si era ritagliata il suo ruolo a Roma ove da sempre
era più forte e radicata.
Non dimentichiamo poi le intercettazioni, poco valorizzate
nelle sentenze di assoluzione, come quelle in cui, nel
1986, si sentono in diretta i tentativi del gruppo mestrino di
indurre a ritrattare una testimone che aveva confermato il
racconto di Siciliano in merito a un attentato commesso da
membri del gruppo nel marzo 1970 a danno del grande magazzino
Coin di Mestre. Un attentato modesto e sul piano
penale ormai prescritto, ma sul quale fare piena luce era
molto pericoloso per il gruppo in quanto l’esplosivo usato,
forse imprudentemente, poteva riportare all’intera dotazione
del gruppo stesso e ai ben più gravi attentati precedenti.
Tornando a Siciliano, sempre combattuto tra la scelta di
affidarsi allo Stato e le lusinghe dei suoi ex camerati, bisogna
anche sottolineare come dopo il 1995 sia stato fatto tutto il
possibile per scoraggiarne la collaborazione. Le iniziative
singolari della procura di Venezia, subito riversate sulla
stampa locale, hanno reso la sua collaborazione di pubblico
dominio delegittimandola proprio nel momento cruciale
dell’indagine. In seguito le strutture addette alla sua protezione
lo hanno lasciato in uno stato pressoché di isolamento,
costretto a condurre una vita stentata e a pagarsi anche le telefonate
ai suoi familiari in Colombia. Alla fine Siciliano ha
testimoniato e confermato tutto il suo racconto nel processo
di appello, ma forse era ormai troppo tardi.
Gli ostacoli e gli atteggiamenti di gelosia e di insofferenza
che avevano contrassegnato l’indagine negli anni precedenti,
ne avevano irrimediabilmente segnato l’esito. È stata la
prima volta, nelle indagini sulle stragi, in cui i boicottaggi
non sono venuti dai servizi segreti o da altre «forze oscure»
ma dall’interno stesso della magistratura.
Risulta, quindi, chiaro che Ordine nuovo, ma anche Avanguardia
nazionale, sono i soggetti politici più attivi nella
strategia della tensione. Dalla sua inchiesta è arrivato a evidenziare
cosa realmente si proponevano?

Ordine nuovo (ON) e Avanguardia nazionale (AN) entravano
e uscivano dal vecchio Movimento sociale italiano, ne
condividevano quantomeno l’ambiente umano e soprattutto
erano entrambi componenti del Fronte nazionale del principe
Junio Valerio Borghese, un’organizzazione seria e ramificata
di cui si è sempre parlato troppo poco.
Avanguardia nazionale di Stefano Delle Chiaie era un movimento
molto rozzo, quasi privo di un’elaborazione politica,
vi militavano molti sottoproletari utilizzati per gli scontri
di piazza, ma fu il primo a intuire le possibilità offerte
dall’infiltrazione nei gruppi studenteschi grazie al motto del
nazimaoismo.
Vinciguerra ci ha del resto raccontato come erano proprio
i militanti di AN ad attacchinare i finti manifesti filocinesi,
stampati, secondo il suo racconto, con i soldi del ministero
dell’Interno. Manifesti pensati sia per spargere confusione
nel PCI e nella sinistra sia per spaventare i benpensanti.
In realtà erano gruppi inventati dagli avanguardisti. AN
ebbe anche un ruolo decisivo nell’alimentare la rivolta di
Reggio Calabria, riuscendo a incanalare un moto spontaneo
di protesta e a renderlo funzionale agli interessi dei notabili
reazionari e dei gruppi mafiosi del luogo. A Reggio Calabria
AN aveva anche l’intento di addestrare i propri uomini sulla
piazza in vista del sostegno a una possibile azione golpista.
Ordine nuovo di Pino Rauti aveva invece un maggiore
spessore teorico, un’ideologia di stampo prettamente nazista
con venature iniziatiche ed esoteriche: i suoi militanti si
definivano appartenenti a un «ordine di combattenti e di credenti
». Privilegiavano, rispetto agli scontri di piazza, lo studio
dei teorici della «tradizione» come Julius Evola e la costituzione
di cellule formate da pochi militanti molto
selezionati e ispirate al modello dell’OAS, i cui reduci avevano
spesso svolto per loro il ruolo di istruttori.
Ordine nuovo aveva chiaro, come l’OAS, che non si poteva
prendere o mantenere il potere tramite gli attentati, ma contava
(come insegnavano i principi della «guerra rivoluzionaria
» elaborati in Algeria) su una catena di attentati per indurre
altri, in pratica i militari, a muoversi. Del resto
l’esperienza di ON coincide in buona parte con quella dei Nuclei di difesa dello Stato, l’organizzazione «segreta» di cui
facevano parte anche Freda, Ventura e probabilmente Maggi.
Quest’ultima, suddivisa in legioni territoriali, si era incaricata
di inviare agli ufficiali nelle varie caserme volantini per
incitarli a sollevarsi contro la «sovversione rossa», e in qualche
caso era riuscita a organizzare esercitazioni miste tra civili
e militari.
Piuttosto, come ho accennato, si è sempre parlato molto
poco del Fronte nazionale, di cui sia ON sia AN erano tra i
componenti, una realtà certo non trascurabile di cui facevano
parte militari, imprenditori, elementi della nobiltà nera ed
elementi massoni, in grado di attrarre anche politici apparentemente
non di estrema destra.
Molto probabilmente già nell’autunno del 1969 il Fronte
nazionale aveva quasi messo a punto il suo programma di
golpe e solo alcuni ritardi ed esitazioni dinanzi all’ampiezza
della risposta popolare dopo gli attentati del 12 dicembre
1969 hanno indotto i suoi dirigenti a spostare in avanti il progetto
di un anno, e cioè al dicembre 1970, perdendo tuttavia
parte della spinta iniziale. Del resto, alla fine del settembre
1969 il principe Prospero Colonna, un esponente della nobiltà
romana vicino al Fronte nazionale, rivelò a un ufficiale
del SID come il piano per il golpe fosse quasi pronto e come
il principe Borghese intendesse favorirlo con una serie di
grossi attentati dinamitardi capaci di rendere inevitabile l’intervento
dei militari al suo fianco.
Quindi piazza Fontana era in qualche modo una strage annunciata.
Purtroppo la confidenza del principe Colonna non
è mai stata approfondita né allora né in seguito e la morte di
Borghese in Spagna ha contribuito a porre una pietra sull’intera
vicenda.

Qual è il ruolo dell’Aginter Presse e chi è Ralph Guerin
Serac, pseudonimo di Yves Felix Marie Guillou?
L’Aginter Presse, fondata dal bretone Guerin Serac, già militare
in Corea e in Indocina e disertore dell’esercito francese
in Algeria avendo aderito alla rivolta dell’OAS, era un servizio
segreto «privato» specializzato in azioni clandestine soprattutto, ma non solo, nei paesi del Terzo mondo, ovunque gli interessi
dell’Occidente dovessero essere difesi dall’«avanzata
comunista». Poiché ufficialmente non faceva parte di nessun
governo, la sua esistenza evitava ai governi beneficiari delle
sue azioni di sporcarsi le mani quando si trattava di eliminare
un avversario o di preparare una sollevazione militare o difendere
gli interessi occidentali in un paese coloniale o semicoloniale.
L’Aginter Presse è stata in un certo senso il prototipo
di quegli «eserciti privati» proliferati negli ultimi anni.
Aveva sede inizialmente a Lisbona e in seguito, dopo la caduta
del regime di Marcelo Caetano, si è spostata a Madrid sotto la
protezione del generale Francisco Franco.
Vinciguerra (così come Delle Chiaie e molti altri militanti
francesi, portoghesi e anche americani) ha vissuto a lungo in
una delle sue basi a Madrid e quindi, grazie al suo racconto e
alle nuove indagini, ora sappiamo molto di più della storia di
Aginter Presse, comprese le azioni, ancora sino alla seconda
metà degli anni Settanta, in Algeria, in Honduras, in Angola
e addirittura nelle Azzorre, ove era stata incaricata di creare
un finto movimento di liberazione per proteggere le basi americane
dalle rivendicazioni dei militari progressisti andati al
potere in Portogallo con la Rivoluzione dei garofani.
Aginter Presse aveva stretti rapporti con le organizzazioni
dell’estrema destra italiana, soprattutto con ON, e forniva una
«istruzione base» sull’infiltrazione, le tecniche di sabotaggio,
l’uso degli esplosivi, la «guerra psicologica» contro il nemico.
Come è noto, un lungo appunto del SID redatto già il 15
dicembre 1969 indica l’Aginter Presse come ispiratrice degli
attentati del 12 dicembre, pur avendo l’accortezza di etichettare
Guerin Serac come anarchico e indicare in Delle Chiaie
e in Merlino i suoi principali referenti in Italia.
Questo mischiare il falso al vero e al verosimile è una vera
astuzia in quanto doveva costituire per il SID una sorta di alibi
preventivo. Infatti, una volta consegnato l’appunto nel 1973
alla magistratura tramite i carabinieri di Roma (non si dimentichi:
nei primi giorni dopo gli attentati avevano indagato
proprio su Delle Chiaie e Merlino), nessuno poteva più dire
che il SID non avesse fatto in qualche modo il suo dovere,
anche se la pista offerta era assolutamente confusa e si risolveva il problema invitando i magistrati a indagare in Portogallo,
cosa allora del tutto impraticabile.
Personalmente sono convinto che gli autori materiali degli
attentati del 12 dicembre siano stati italiani e non militanti
venuti da fuori. Tutta la vicenda, per quanto tragica, ha un sapore
decisamente «casereccio», ma nel contempo ritengo
plausibile il messaggio generale dell’appunto del SID. L’Aginter
Presse, infatti, si occupava di indicare la strategia generale,
il «protocollo di intervento», spiegava cosa era opportuno
fare pur senza indicare il singolo obiettivo, individuazione di
pertinenza dei militanti locali già istruiti nei «corsi» della
Aginter Presse. Del resto i documenti trovati nella vecchia
sede dell’Aginter Presse a Lisbona sono del tutto in sintonia
con la pratica, anche nei paesi occidentali, di attentati misteriosi,
non rivendicati e tali da creare un clima generale di insicurezza,
utili soprattutto quando i governi locali si dimostrassero
esitanti nel contrapporsi ai progressi dei
«comunisti» di quel Paese.
Le racconterò comunque un particolare capace di illuminare
questa possibile fase di istruzione e di ispirazione ricoperta
dall’Aginter Presse. Vinciguerra ha raccontato che, durante
uno dei corsi di «istruzione» a Madrid, Guerin Serac
aveva insegnato a nascondere un ordigno esplosivo in un oggetto
apparentemente innocuo come un libro scavando una
nicchia al suo interno. Proprio un ordigno fatto in quel modo,
un grosso libro semisvuotato all’interno per nascondervi
l’esplosivo, fu trovato inesploso nel rettorato di Padova
pochi giorni prima dell’attentato più noto e riuscito per il
quale fu in seguito condannato Freda. Un aggeggio del genere
non si era mai visto. Solo una coincidenza? Dopo
l’esperienza spagnola, buona parte del vecchio gruppo
dell’Aginter Presse si è trasferito in Sud America, in Cile e in
Argentina, a fare lo stesso lavoro, e l’ultima segnalazione su
Serac lo indica negli anni Ottanta in Bolivia quale consulente
del dittatore locale.
Durante le nostre indagini abbiamo pensato di chiedere
alle autorità francesi qualcosa del suo fascicolo, almeno per
mettere a fuoco i suoi passati rapporti con l’Italia ma, prima
ancora che partisse la nostra richiesta formale, un ufficiale di collegamento francese ci ha cortesemente avvertito di lasciar
perdere: tanto non ci sarebbe mai stato dato o detto nulla.
Non ho dubbi: così sarebbe stato.
C’è poi un personaggio nei fatti del 1969 che oggi occupa
ancora un posto di rilievo nel panorama politico: Pino Rauti,
fondatore di Ordine nuovo poi rientrato nel Movimento sociale
e poi promotore del Movimento sociale-Fiamma tricolore.
Rauti viene indagato, messo in galera su richiesta dei
magistrati Stiz e Calogero, ma rimesso in libertà da Gerardo
D’Ambrosio il 24 aprile 1972. Nella sua inchiesta Rauti ricompare.
In quale veste?
Il nome di Rauti è ricomparso qua e là nelle testimonianze
raccolte nelle nuove indagini sia in dettagli di «ambiente»
sia invece in situazioni un po’ più compromettenti, anche se
non è mai stato indagato. Tullio Fabris ha raccontato che
anche Rauti era presente nel 1972 nel suo negozio di elettricista
quando Massimiliano Fachini lo minacciò pesantemente
per dissuaderlo dal raccontare tutta la vicenda dei
timer e dei favori chiesti da Freda. Era una testimonianza
plausibile: quando venne fatto un controllo nella casa di Ventura
fu trovato un biglietto in cui era scritto: «Mi hanno perquisito.
Informare Maggi e Rauti». Questo significa, e non
può essere diversamente in un gruppo come Ordine nuovo
con ben definiti rapporti gerarchici, che il rapporto tra questi
vari personaggi era assai stretto. Tale avvertimento tra l’altro
smentisce una delle tesi su cui si basa la sentenza di assoluzione,
e cioè che non vi è prova sicura di legami significativi
tra il gruppo padovano e il gruppo mestrino-veneziano.
Un ordinovista veronese poi, Giampaolo Stimamiglio, ha
ricordato al processo di piazza Fontana che Rauti e altri dirigenti
di Ordine nuovo già nei primi anni Cinquanta erano
stati convocati dagli alti comandi americani di Trieste per
sondare la possibilità di una strategia comune. Rauti era stato
tra coloro che non avevano rifiutato tale proposta di collaborazione
in nome della comune lotta contro il comunismo,
circostanza questa non insignificante se si pensa ai rapporti
tra Ordine nuovo e le basi americane emersi proprio nelle nuove indagini. Inoltre Rauti nell’intervista pubblicata nel
libro di Michele Brambilla, Interrogatorio alle Destre, incalzato
dal giornalista sui fatti di piazza Fontana proprio nel
periodo in cui si stava cominciando a parlare delle nuove indagini
e per la prima volta era corsa voce della collaborazione
di ex militanti di Ordine nuovo, ha risposto in modo un
po’ sibillino: la responsabilità di piazza Fontana era dei servizi
segreti, ma «i servizi utilizzarono come pedine ragazzi di
destra che giocavano con il tritolo, con le ipotesi di golpe,
con il clandestinismo», benché in buona parte inconsapevoli
di essere al servizio di una strategia altrui. Detto da Rauti
(all’epoca punto di riferimento per tutta l’area giovanile della
destra radicale e in rapporti con pressoché tutti i militanti,
peraltro non molti) non sembra certo un sentito dire ma piuttosto,
se rapportato al momento dell’intervista, l’inizio del
1995, un «mettere le mani avanti» rispetto agli sviluppi della
nuova indagine non del tutto immaginabili in quel momento.
Certo un concetto come quello espresso da Rauti, a lungo
deputato e quindi un «rappresentante del popolo italiano»
colpito dalla strage, dovrebbe comportare il dovere di una
spiegazione.
Nell’attività dei gruppi di estrema destra in che misura e
con quale funzione intervengono i servizi segreti americani?
La presenza e la funzione dei servizi segreti americani
sono rimaste, soprattutto nei dibattimenti, un po’ sullo
sfondo, di loro si è parlato poco. Non credo del tutto a Digilio
(sicuramente un informatore delle basi americane in Veneto
come molti altri militanti di ON) quando sostiene che
gli ufficiali americani avrebbero direttamente ispirato e coordinato
gli attentati. Questa versione poteva servire a Digilio
per attenuare un po’ le sue responsabilità, presentarsi più
come osservatore dei fatti che come responsabile della loro
decisione ed esecuzione. Credo però nel contempo che lo
scambio di informazioni reciproco tra le basi americane e le
strutture di ON fosse continuo e ben accettato da entrambe le
parti in quanto i militanti di ON erano visti come «cobelligeranti
» nella guerra contro il comunismo. Quindi i servizi segreti americani erano a conoscenza della campagna di attentati,
dei loro autori, della loro progressione e hanno assunto
un atteggiamento di «osservatore benevolo» non facendo
mancare qualche aiuto logistico al gruppo come, per esempio,
la fornitura di armi alla cellula ordinovista di Verona.
Ovviamente in questo «controllo senza repressione» si guardavano
bene dall’informare le autorità italiane perché quanto
stava accadendo poteva risultare funzionale al mantenimento
del quadro politico e delle alleanze per cui lavoravano le
forze del Patto atlantico. Inoltre, da documenti recentemente
declassificati degli archivi di sicurezza statunitensi e resi
pubblici è emerso come gli Stati Uniti fossero perfettamente
al corrente anche degli sviluppi del golpe Borghese. E il generale
Maletti nella sua fugace e prudente deposizione al dibattimento
di primo grado, nel 2001, ha tenuto a sottolineare
come i servizi segreti italiani, in cui aveva ricoperto ruoli di
alto livello, all’epoca dipendevano in tutto e per tutto da
quelli americani.
Il meccanismo direi non solo politico ma anche quasi psicologico
che ha permesso sino alla metà degli anni Settanta
l’esecuzione di stragi e attentati in una condizione di impunità
e di sicurezza quasi garantita per i loro autori è quindi in
un certo senso a gradini: c’è chi li commette, i gruppi terroristici
di estrema destra; c’è chi appronta o ha già approntato
false piste o si incarica di far fuggire chi sia stato inopinatamente
individuato come Marco Pozzan, e mi riferisco ai servizi
segreti italiani; c’è chi è soddisfatto di quanto avviene e
certo non lo contrasta, e mi riferisco ai servizi stranieri alleati;
e c’è infine chi, una parte del mondo politico, è convinto,
magari a torto, di essere un potenziale beneficiario o di
poter trarre comunque vantaggio da tutto questo. Quest’ultima
aspettativa tuttavia, salvo qualche risultato immediato,
a lungo termine non si realizza perché gli attentati impuniti
suscitano alla fine una risposta democratica contro le ambiguità
del potere contribuendo a portare verso nuovi equilibri
anche all’interno della stessa Democrazia cristiana. Piuttosto, conseguenza probabilmente non prevista, piazza Fontana e le altre stragi con il loro fondo di irrazionalità sono certo non la causa ma almeno una forte concausa del passaggio delle organizzazioni armate di sinistra da azioni dimostrative al terrorismo
perché, dinanzi alle stragi impunite, salta psicologicamente in molti giovani ogni remora a usare la violenza estrema.
È come se si pensasse: se lo Stato protegge gli autori delle stragi allora la mia violenza cessa di essere moralmente illegittima. In realtà questa onda lunga e non calcolabile da chi il pomeriggio del 12 dicembre ha deposto la valigetta sotto il tavolo nell’atrio della Banca nazionale
dell’agricoltura, finisce per lambire, sul piano delle conseguenze
a lungo termine, l’unico crimine politico italiano che
effettivamente ha avuto conseguenze dirette e in parte previste
anche dai suoi autori e cioè l’omicidio di Aldo Moro.
Dopo quell’omicidio, infatti, il disegno del compromesso
storico e della solidarietà nazionale è entrato subito in crisi e
sono comparsi come attori soggetti politici prima comprimari
sulla scena.
Torniamo alla funzione degli americani.
Le dichiarazioni di Digilio sul loro ruolo non devono essere
poi più di tanto svalutate. Digilio, il cui padre, ufficiale
della Guardia di finanza, era già durante la guerra un agente
alleato con il nome in codice «Erodoto», ha parlato, per
esempio, di un ex ufficiale italoamericano, Joseph Pagnotta,
che con frequenti visite faceva da «supervisore» del loro
gruppo ordinovista. Ebbene, a casa di questo Pagnotta (aveva
partecipato allo sbarco in Sicilia e, prima di morire, si era
stabilito per lungo tempo in Veneto) abbiamo trovato le
agende di lavoro da cui risulta, con tanto di conteggi e indicazione
di elicotteri e di carri armati, che egli faceva il lavoro
riservato di vendita di mezzi dell’esercito USA a Israele negli
anni Cinquanta-Sessanta in violazione dei divieti stabiliti
dagli accordi internazionali dell’epoca. «Triangolazioni» di
questo genere le fa solo un agente ad alto livello come ci insegna
la vicenda Irangate e altre più recenti.
Nel 1995 scoprimmo poi un’altra cosa molto interessante:
mentre noi indagavamo sul possibile intervento dei servizi
americani, un uomo della CIA a Milano stava acquisendo
informazioni sulla nostra indagine contattando alcuni nostri testimoni e preparando anche una scheda su di me e sui miei
investigatori. Quest’uomo si chiamava Carlo Rocchi, non un
tipo qualsiasi perché già dal dopoguerra aveva lavorato per il
reclutamento nei ranghi americani di ex ufficiali nazisti come
Otto Skorzeny o il colonnello Eugen Dollmann, e più recentemente
era stato mandato in missione nel Salvador. Quando
gli domandammo perché lo facesse rispose tranquillamente
perché riteneva scontato che gli alleati americani «avessero
il diritto di sapere» cosa si faceva in Italia, indagini comprese.
Non credo valga anche il contrario.
Ricordiamo poi, tanto per attualizzare la storia delle interferenze
sulla sovranità dell’Italia, che le basi americane
in Veneto di cui parla Digilio e a cui molti ordinovisti avrebbero
avuto libero accesso, sono più o meno quelle in cui, secondo
gli esiti delle recenti indagini della procura di Milano,
una squadra di agenti americani avrebbe trasferito e interrogato
l’imam Abu Omar, rapito a Milano sotto casa sua nel
febbraio 2003, prima di imbarcarlo su un aereo militare alla
volta dell’Egitto. Quindi queste «presenze» non sono solo
fantasie o forzature propagandistiche.
In conclusione, la Commissione stragi è chiusa, i processi
sono finiti, ma forse nei prossimi anni dagli atti degli archivi
americani progressivamente declassificati per iniziativa di
gruppi di studiosi verranno sorprese interessanti, come è già
successo per quelli sul colpo di Stato in Cile e le complicità
statunitensi.
Un politico democristiano di lungo corso come Paolo
Emilio Taviani, uno dei «padri» della repubblica, cosa ha
sostenuto esattamente poco prima di morire?
Il senatore Paolo Emilio Taviani, uno dei pochi esponenti
politici ancora viventi negli anni Novanta fra quelli con incarichi
di rilievo negli anni della strategia della tensione, solo
nel 2000 ha rivelato, in una serie di testimonianze rese
nell’ambito delle nuove indagini, di aver appreso nel 1974
che la bomba collocata a Milano non avrebbe dovuto provocare
vittime e che un agente del SID, l’avvocato romano
Matteo Fusco, proveniente da una famiglia di militari, il pomeriggio del 12 dicembre 1969 stava per partire da Fiumicino
per Milano, tardivamente incaricato di impedire gli attentati
perché avrebbero avuto conseguenze più gravi di
quelle previste. È una testimonianza assai attendibile in
quanto la figlia di quest’uomo, Anna Fusco, ha confermato
che il padre aveva lavorato per lungo tempo per il SIFAR e poi
per il SID con incarichi di rilievo, tanto da occuparsi di «ripulire
» nel 1968 l’ufficio del colonnello del SIFAR Renzo
Rocca dopo il suo misterioso suicidio. Fusco in varie occasioni
aveva confidato alla figlia il cruccio della sua vita: il
fallimento del suo tentativo di impedire la strage di piazza
Fontana. Fusco non era un semplice procuratore legale di
provincia come Freda, ma un agente importante del SID e
contemporaneamente un convinto aderente alla linea politica
di Ordine nuovo di Rauti, quindi è uno degli elementi di
intersezione a più alto livello sinora individuati tra il mondo
militare e dei servizi segreti e la struttura politico-operativa
di Ordine nuovo. Se un uomo come Fusco è stato inviato
all’ultimo momento per impedire che una strategia, forse
solo «dimostrativa», sfuggisse di mano, significa chiaramente
un fatto: a Roma almeno una parte degli apparati istituzionali
doveva essere bene a conoscenza della preparazione
degli attentati, cercando solo all’ultimo momento di
ridurne gli effetti. Taviani ha fornito quindi uno squarcio
delle consapevolezze e delle collusioni degli apparati
dell’epoca, anche se è inquietante il fatto che abbia sentito il
dovere di questa timida apertura solo nel 2000, dopo essere
stato sentito tante volte dai magistrati e dalla Commissione
stragi.
Appare chiaro: l’attività politica in Italia e quella dei governi,
ma in una certa misura anche dei partiti d’opposizione,
era fortemente condizionata dall’attività del SID e
dell’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno guidato
da Federico Umberto D’Amato. Un uomo diventato personaggio
noto praticamente dopo la sua morte nel 1996. Infatti
passano solo sedici giorni dalla morte di D’Amato e vengono
ritrovati dal suo consulente, Aldo Giannuli, ben centocinquantamila
fascicoli del ministero dell’Interno non catalogati nel deposito della via Appia. Chi era D’Amato e
quanta parte ha avuto nella strategia della tensione?
Sin dalle prime indagini funzionari del ministero dell’Interno
vicinissimi a D’Amato furono coinvolti nel sottrarre
all’attenzione della magistratura reperti importantissimi tra cui
la cordicella della borsa in cui era nascosto l’ordigno trovato
alla Banca commerciale e si impegnarono nel non fare le indagini
con le quali si sarebbe potuto facilmente risalire agli
acquirenti a Padova delle cinque borse utilizzate il 12 dicembre
1969. Del resto fu proprio il ministero dell’Interno (mentre
i carabinieri a Roma seguivano inizialmente la pista di
Delle Chiaie) ad accompagnare immediatamente la magistratura
sulla falsa pista anarchica. Non vi è da stupirsi. Dai documenti
rinvenuti da Giannuli proprio nel deposito di via Appia,
quelli contenenti i verbali del Club di Berna (gli incontri informali
degli anni Sessanta tra i rappresentanti dei vari servizi
segreti europei di cui D’Amato era fra gli animatori), si legge
che la sinistra e l’estrema sinistra, viste come l’unico pericolo,
dovevano essere oggetto di operazioni di infiltrazione da parte
di agenti ben addestrati anche «all’uso delle armi e degli esplosivi
», come se loro compito fosse non solo prevenire attentati
ma anche crearne le condizioni o ispirarli. In proposito non
mi sembra sia stato mai abbastanza approfondito per quale ragione
il ministero dell’Interno abbia avvertito la necessità di
infiltrare a tempo pieno in un gruppetto insignificante come il
Circolo 22 marzo di Roma, in cui Avanguardia nazionale
aveva già inserito Merlino con compiti di provocazione, il
finto anarchico Andrea, e cioè l’agente Salvatore Ippolito.
C’erano forze ben più agguerrite nella nascente sinistra extraparlamentare
in cui sarebbe stato più utile, tenendo conto dei
non molti uomini di cui il ministero disponeva, infiltrare per
mesi un agente segreto. L’unica spiegazione ragionevole? Da
molto tempo doveva essere già in atto il progetto di creare una
pista anarchica, studiando i movimenti di alcuni di loro, verso
cui indirizzare la responsabilità di alcuni attentati. Tornando a
via Appia, in quel deposito dimenticato, oltre a tante informative
mai fatte pervenire alla magistratura, sono stati trovati nel
1996 addirittura «pezzi di bomba», cioè alcuni reperti, tra cui una sveglia bruciacchiata, dell’ordigno deposto alla stazione di
Pescara, l’8 agosto 1969, giorno in cui furono collocate altre
nove bombe in altrettante strutture ferroviarie. Se quel reperto
fosse giunto in tempo alla magistratura inquirente, avrebbe
potuto essere utilizzato per utili comparazioni, ma così non è
stato. Mi viene in mente la confidenza fatta da Freda a Filippo
Barreca, un esponente della ’ndrangheta calabrese che lo
aveva aiutato e nascosto durante la prima fase della sua fuga
da Catanzaro. Freda, come ha riferito poi Barreca divenuto
collaboratore di giustizia, disse: «Se le cose vanno male tiro
giù l’Italia, dirò quello che è successo, che la strage l’ha organizzata
un prefetto». Una frase su cui meditare. Può spiegare
come una parte delle istituzioni, coprendo e favorendo certi
imputati, abbia fatto anche un’opera di autotutela.
Servizi segreti, ufficio affari riservati, esponenti delle
forze dell’ordine erano dunque impegnati a depistare e occultare.
Riguardando quegli anni si vede una sorta di lungo
filo nero di manomissione della verità, se non peggio.
L’intera storia dell’Italia, sin dal primo dopoguerra, è attraversata,
come da un fiume carsico, da manovre e operazioni
sotterranee fatte per condizionare gli equilibri politici e
istituzionali. Solo negli ultimi anni, anche grazie alle ricerche
di un valente storico come Giuseppe Casarrubea, sta venendo
alla luce la presenza di uomini del principe Borghese e
di esponenti americani negli avvenimenti che hanno portato
la banda di Salvatore Giuliano a compiere una delle prime
stragi politiche, quella di Portella della Ginestra. Solo oggi,
grazie al lavoro solitario del collega Vincenzo Calia della procura
di Pavia, è possibile affermare con certezza che la morte
del presidente dell’ENI Enrico Mattei nel 1962 a Bescapè non
fu dovuta a un temporale capace di far precipitare l’aereo su
cui viaggiava ma a una piccola carica esplosiva sapientemente
collocata nel vano del carrello dell’aereo alla partenza
dalla Sicilia.
Solo nel 1994 è stato scoperto in uno stanzino di un palazzo
della magistratura militare a Roma l’«armadio della
vergogna» con 695 fascicoli relativi a eccidi nazifascisti commessi in Italia contro la popolazione civile tra il 1943 e il
1945, insabbiati negli anni Sessanta con un provvedimento
di «archiviazione provvisoria», quando ancora la maggior
parte dei responsabili tedeschi e italiani era viva e raggiungibile.
Sulle responsabilità, in ipotesi anche politiche, di tale
«confisca di giustizia», una Commissione parlamentare di inchiesta
sta ancora lavorando.
Il fenomeno dei depistaggi e dell’occultamento riguarda
quindi anche il nostro passato meno recente ed è sempre
espressione, pur con forme diverse, della stessa strategia. La
strage di piazza Fontana quindi non è un’eccezione. Come
ha scritto il senatore Giovanni Pellegrino, l’attività storica e
giudiziaria di questi anni, nonostante tutto, ha ristretto il
campo dell’«indicibilità» aggiungendo costantemente frammenti
di verità che si sommano alle acquisizioni precedenti
rendendo progressivamente visibile l’invisibile. Pellegrino,
citando Thomas Mann, ha ricordato: «Senza fondo è il pozzo
del passato. Dovremmo per questo dirlo insondabile?». La
domanda è retorica. No, il passato va continuamente sondato
e non cessa mai di sorprenderci.
In questa luce assumono un’altra dimensione le accuse a
lei rivolte dal suo collega veneziano Felice Casson e i procedimenti
a cui l’ha sottoposta il Consiglio superiore della
magistratura. O forse pecco di dietrologia?
La procura di Venezia di allora, e non solo una singola
persona, ha la responsabilità storica di aver obiettivamente
lanciato una ciambella di salvataggio ai membri del gruppo
ordinovista di Mestre-Venezia, già in forte difficoltà nel 1994
perché temevano nuovi cedimenti collaborativi al suo interno.
In concreto ha coltivato per oltre tre anni un esposto di
Carlo Maria Maggi chiaramente infondato e strumentale.
Maggi sosteneva di aver subìto durante «colloqui investigativi
», peraltro liberamente accettati, presunte pressioni da
parte degli investigatori. Si è giunti al punto di incriminare
per «abuso di ufficio» non solo l’ufficiale dei carabinieri più
impegnato nelle indagini sulle stragi (la vicenda ricorda amaramente
cosa avvenne al commissario di Padova Pasquale Iuliano), ma addirittura di incriminare il sottoscritto nemmeno
presente ai colloqui con Maggi. La nostra indagine è
rimasta così semiparalizzata e delegittimata dinanzi ai possibili
testimoni e collaboratori, ma anche dinanzi all’opinione
pubblica, per un lungo periodo, passato il quale il
«momento magico» era ormai svanito.
Come si è letto poi nelle intercettazioni svolte in quei mesi
dalla procura di Milano, gli ex ordinovisti esultavano per
aver trovato qualcuno disposto a coltivare un esposto così
sfacciatamente pretestuoso, e ogni iniziativa contro di noi
della procura di Venezia veniva prontamente riferita dalla
stampa locale grazie ai soliti «giornalisti amici». La cosa più
inquietante? Proprio in numerosi passaggi di quelle stesse
intercettazioni gli interlocutori raccontavano come l’esposto
fosse stato un trucco strumentale ispirato e pagato dal Giappone,
un imbroglio ideato per bloccare le indagini andato al
di là delle più rosee aspettative. Ma quelle intercettazioni
(che avrebbero comportato l’immediata archiviazione del fascicolo
aperto contro di me e il capitano Massimo Giraudo)
sono state accuratamente tenute fuori dal fascicolo stesso,
benché il suo titolare disponesse di tutte le trascrizioni. Solo
quando sono riuscito ad averle in mano, tre anni dopo, l’archiviazione
è finalmente arrivata, ma ormai il danno era
fatto. Il giudice per le indagini preliminari di Venezia, Luigi
Nunziante (che tra l’altro, molti anni prima, aveva lavorato
con il collega Giovanni Tamburino nella prima inchiesta sul
golpe Borghese e sulla Rosa dei venti), scrisse che il carattere
strumentale e di inquinamento di quell’esposto risultava per
tabulas dalle intercettazioni tenute appunto in un cassetto
dall’inquirente. Quanto avvenuto è stata insofferenza, gelosia
o un semplice abbaglio? Difficile rispondere.
Dopo la procura di Venezia cominciò a muoversi la procura
generale della Cassazione, facendo fioccare contro di
me decine di incolpazioni disciplinari redatte perlopiù in
modo sgangherato. Quindi chi le scriveva aveva solo una
vaga idea delle indagini, addirittura mi accusavano di attività
mai fatte. Così il Consiglio superiore della magistratura aprì
il famoso procedimento di «incompatibilità ambientale» per
farmi trasferire da Milano, dove lavoravo da quindici anni,
togliermi le indagini. L’incompatibilità ambientale è un procedimento
odioso in cui, a dispetto del «giusto processo», accusa
e giudici sono rappresentati dalle stesse persone, la possibilità
di difendersi è ridottissima, anzi più ti difendi più
dimostri di essere «incompatibile», come nelle giustizie di
«partito». Può durare un tempo indefinito e infatti il mio è
durato sette anni. Caratteristica singolare: puoi essere trasferito
anche «senza colpa», quindi puoi perdere il posto anche
perché o soprattutto perché la tua presenza dà fastidio a qualcuno
che è più potente di te. E questo nonostante i giudici, secondo
la Costituzione, dovrebbero godere della tutela della
«inamovibilità». Purtroppo il CSM, dove pesano le correnti e
gruppi di influenza di fatto stratificatisi nel tempo, fa fatica da
sempre a trattare i suoi «governati» come se avessero uguali
diritti, è sempre stato geloso del suo privilegio di dividere tra
«buoni» e «cattivi» e, soprattutto all’epoca, per ragioni politico-
giudiziarie, dava più credito e pendeva a favore delle
varie procure. Non si saprà mai dove sarebbe stato possibile
arrivare se questi ostacoli non fossero stati posti. Quando
sono stato assolto da tutte le accuse la mia indagine era finita
da un pezzo: è stato come consentire a qualcuno di entrare
nello stadio quando l’arbitro ha già fischiato il fine partita e i
giocatori sono ormai negli spogliatoi.
Perdipiù mi trovavo accanto una procura abbastanza demotivata
che inizialmente aveva pensato di mandare di
nuovo tutti gli atti a Catanzaro, poi ha avuto i suoi uomini più
esperti occupati in altre indagini, infine, dopo una breve fase
di ripresa di interesse, si è adagiata in tutto e per tutto sulla
linea della procura di Venezia, rifiutandosi completamente
di collaborare con me. Il pubblico ministero delegato alle indagini,
in questa confusione, oltre a vedere progetti di attentato
dappertutto contro la sua persona e a incriminare per
«depistaggi», rivelatisi del tutto inesistenti, anche gli ufficiali
di polizia giudiziaria che lavoravano al suo fianco, si è
trovato a condurre un’indagine rapidamente arenatasi. Ulteriore
paradosso. L’indagine della procura continuava a vivere
solo degli atti utili che provenivano dalla mia inchiesta
anche se al CSM era stato sollecitato, in ogni modo possibile,
con audizioni ed esposti, di farmi scomparire.

L’errore più catastrofico per il possibile sviluppo dell’indagine
è stato l’arresto, richiesto dalla procura nella primavera
1996, senza nemmeno informarmi, di quattro «favoreggiatori
» di Zorzi e Maggi che, a Mestre, nelle intercettazioni
ambientali stavano parlando a ruota libera, fornendo inconsapevolmente
moltissime indicazioni interessanti. Ovviamente
dopo il loro arresto, seguito ben presto dalla scarcerazione
per decorrenza dei termini (il favoreggiamento è un
reato abbastanza lieve), quel canale si è chiuso e non è stata
più acquisita alcuna informazione. Qualsiasi investigatore,
secondo me, non avrebbe tolto dalla scena, sino alla richiesta
di arresto, avvenuta nel 1997, di Maggi e Zorzi, e forse nemmeno
dopo, le pedine che commentavano quotidianamente i
fatti oggetto delle indagini e il loro sviluppo. Probabilmente
gli arrestati sono stati i primi a esserne stupiti. In bene o in
male, in termini di colpevolezza o di innocenza, non si chiude
il rubinetto di notizie che scorre spontaneamente dall’ambiente
degli indagati. E qui mi fermo perché solo su come le
indagini si sono bendate e «autodepistate» da sole ci sarebbe
da scrivere un libro.
Alla fine di questo processo cosa si può dire di Pietro Valpreda,
il «mostro» della prima ora recentemente scomparso?
Personalmente penso al calvario di Valpreda come detenuto
e come persona la cui vita è stata comunque definitivamente
segnata da quell’accusa. Il primo processo terminò
con un’assoluzione per insufficienza di prove contro cui si è
battuto lo stesso procuratore generale di Bari sollecitando
alla Cassazione un’assoluzione piena, mai accolta. Di fronte
agli esiti delle nuove indagini che, nonostante le assoluzioni
dei singoli imputati, hanno confermato in base alle parole
stesse della Corte d’assise d’appello come la strage sia stata
di inequivocabile matrice ordinovista, io però vorrei dire che
questa insufficienza di prove non è più compatibile con
quanto è emerso ed è storicamente superata dai fatti. L’insieme
delle indagini condotte a Milano è del tutto incompatibile
con il permanere di qualsiasi sospetto di colpevolezza
nei confronti di Valpreda e ha invece il valore di un suo completo scagionamento, suonando come condanna storica e
morale di altre persone, quali Freda e Ventura assolti in passato
e non più processabili.
Qual è stato l’atteggiamento delle forze politiche di sinistra
negli anni in cui stava conducendo la sua indagine?
Ondivago, a tratti indifferente. Il quotidiano «l’Unità»
trattava nei suoi articoli quasi con sufficienza le nuove indagini
ripartite a Milano o addirittura in modo quasi ostile nella
fase tra il 1994 e il 1996. Quello stesso quotidiano diede invece
ampio e del tutto acritico risalto all’azione della procura
di Venezia contro di me e fu proprio un esponente DS,
Giovanni Fiandaca, componente del CSM scelto da tale partito
e presidente della prima commissione, a firmare l’atto
di accusa per l’incompatibilità ambientale, cioè quel procedimento
che non esito a definire una pagina nera della storia
dello stesso CSM con il quale si cercò di farmi trasferire con
la forza lontano da Milano, con il risultato obiettivo di affossare
definitivamente le indagini su piazza Fontana.
Per non parlare del ministro della Giustizia del governo di
sinistra, Oliviero Diliberto. Nel 1999, quando fui assolto da
tutte le incolpazioni del procedimento disciplinare aperto parallelamente
a quello di «incompatibilità ambientale», Diliberto
fece personalmente qualcosa che non accade quasi
mai: impugnò l’assoluzione pronunziata nei miei confronti
dinanzi alla Cassazione, la quale l’anno successivo gli diede
sonoramente torto. Ma intanto un altro ostacolo era stato
posto sulla strada già impervia delle indagini.
Tornando all’«incompatibilità ambientale», cioè il tentativo
di mandarmi via da Milano, il presidente della Commissione
stragi, Pellegrino (una persona indipendente e che
mi fu molto vicino perché aveva sin da subito compreso
l’importanza dei nuovi elementi raccolti e da raccogliere)
disse che quel tentativo del CSM, se fosse riuscito, avrebbe
fatto impallidire le conseguenze causate dalla sentenza della
Cassazione quando negli anni Settanta aveva disposto il trasferimento
del processo a Catanzaro. In quel momento una
possibile verità sulla strage di piazza Fontana non era più politicamente spendibile. Intorno al 1996 l’ex PCI, infatti, era
entrato per la prima volta nel governo e non aveva interesse
a rimestare il passato e soprattutto a confrontarsi con un’indagine
nella quale si cominciavano a scoprire i rapporti esistiti
tra Ordine nuovo e gli alleati statunitensi, cioè il soggetto
dinanzi al quale l’ex PCI si stava legittimando come
credibile forza di governo in Italia. Insomma, la mia indagine
non aveva un «fatturato» politico. Solo più tardi, intorno al
2000, il gruppo DS nella Commissione stragi, con una lunga
relazione, condivise e fece propri i risultati e gli scenari delle
mie indagini, ma è stato un recupero tardivo dettato dal fatto
che, paventando la sconfitta alle vicine elezioni politiche, di
nuovo piazza Fontana poteva servire in chiave di polemica
politica.
Prima era bastata la verità parziale di Gladio. Quella andava
bene a tutti, a quella larga parte del mondo politico,
della magistratura e dell’informazione che aveva diffuso
come verità indimostrabile ma sufficiente la responsabilità
generica delle stragi di Gladio. Come dire tutto e nulla.
Ma si poteva fare di più? La magistratura, così attiva
negli anni Novanta nell’affrontare la corruzione politica e
altri fenomeni criminali, cosa ha fatto per gettare luce su
piazza Fontana e le altre stragi?
La magistratura per altre inchieste come Mani pulite e
anche per l’indagine sull’omicidio del commissario Luigi
Calabresi, ha messo in campo, in termini di indagini, i suoi
uomini di punta e più preparati, ma non ha avuto altrettanta
cura quando si è trattato di completare il lavoro su piazza
Fontana da me iniziato e percorso per un bel tratto come giudice
istruttore.
Non giudico le intenzioni o la buona volontà ma un fatto
obiettivo. Chi doveva finire di percorrere la strada tracciata
era completamente digiuno di indagini sul terrorismo e non
era certo propenso a «un gioco di squadra». Mentre il gioco
di squadra, come si sente nelle stesse intercettazioni degli
indagati, è in questi casi invece decisivo. L’ambiente degli ex
ordinovisti ha favorito la divisione tra gli inquirenti, ne ha
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tratto poi il massimo vantaggio possibile e ha continuato a
fare quel «gioco di squadra» mancato invece fra magistrati.
Del resto, dalla fine del 1997, quando, scaduta l’ultima
proroga si è conclusa la mia parte di lavoro, piazza Fontana
è stata quasi la storia di un abbandono. Digilio non è stato
quasi più interrogato da quando io ho terminato il mio lavoro:
eppure, ne sono convinto, aveva ancora molte cose da
dire. Infatti, quando io lo sentii per l’ultima volta proprio nel
dicembre 1997, aggiunse ancora nuovi particolari, il suo non
era ancora un discorso concluso. Ma da allora ben raramente
ha visto nella stanza dell’ospedale dove si trovava qualche
inquirente e nessuno ha avuto voglia di tener viva la sua attenzione
e la sua motivazione anche in vista delle deposizioni
in aula nel 2001, un impegno enorme per lui anziano e
semiparalizzato. Questo lungo distacco, percepito quasi
come una indifferenza degli inquirenti, dopo tanti anni in cui
invece io lo avevo sentito con regolarità, certo ha contribuito
molto alle sue difficoltà in aula, sotto il fuoco di fila delle
domande dei difensori.
Invece c’era ancora molto da fare. Nessuno è andato a cercare
Giampietro Mariga (militante del gruppo mestrino, indicato
da Digilio come l’autista della vettura che portava nel
bagagliaio le bombe del 12 dicembre 1969) e individuato dai
carabinieri in Francia con la nuova identità assunta dopo aver
lasciato la Legione straniera. Questo possibile uomo chiave
di quegli eventi si è ucciso a casa sua poco prima del processo
di primo grado. Sembra soffrisse di una forte depressione:
forse portava dentro di sé qualcosa. E avrebbe potuto
raccontarla. Nessuno è nemmeno andato a cercare Salvatore
Ippolito, l’agente Andrea infiltrato dal ministero dell’Interno
nel gruppo di Pietro Valpreda qualche mese prima delle
bombe del 12 dicembre, e Ippolito abitava e abita ancora più
vicino, dopo essersi dimesso dalla polizia: vive a Genova e fa
l’assicuratore. Anche lui, non più alle dipendenze di qualcuno,
avrebbe potuto fornire delle spiegazioni.
Nessuno soprattutto, quando il tempo per la mia indagine
era ormai scaduto, si è soffermato a effettuare certi riscontri,
come l’individuazione del furto presso una cava del vicentino
grazie al quale, secondo il racconto di Siciliano e anche di un altro giovane presente, Piercarlo Montagner, il gruppo
si era approvvigionato della sua prima dotazione di esplosivi.
Individuare l’episodio e sapere con precisione di quale
esplosivo si trattasse avrebbe fornito informazioni utilissime
per verificare l’attendibilità complessiva di quanto raccolto,
perché in un’accusa di strage nulla è più importante
dell’esplosivo. Tale verifica, con esiti molto interessanti, è
stata avviata invece solo dalla procura di Brescia alla fine
del 2004, ma ormai il processo di piazza Fontana si era concluso.
Sempre sullo stesso tema, l’accusa non si è premurata
di affidare a un perito uno studio comparativo tra gli esplosivi
descritti negli interrogatori di Digilio e di Siciliano e le
conclusioni delle confuse e artigianali perizie svolte nel 1969
subito dopo la strage. Così, in questo vuoto, la difesa ha
avuto buon gioco, e non so darle torto, a nominare (essa sola)
un suo consulente le cui conclusioni hanno pesato molto
nell’orientare la sentenza d’appello verso l’assoluzione.
Leggendo la sentenza d’appello (in mancanza di altro
aveva fatto proprie queste conclusioni di parte) mi sono accorto,
spulciando qualche manuale e consultando alcuni
esperti, come tali conclusioni siano molto discutibili. In
realtà, studiando bene la composizione di tutti gli esplosivi in
quel periodo sul mercato, e non solo di alcuni di essi, vi era
la compatibilità, negata nella sentenza, tra il racconto dei collaboratori
su certi tipi di esplosivo da cava che avevano
avuto in mano e le incerte tracce di esplosivo raccolte nella
banca. Anche la parte civile e la procura generale se ne accorsero
e portarono questi dati in Cassazione, ma ormai era
tardi. Non era più quella la sede per discutere del merito dei
fatti e introdurre nuovi argomenti.
Il disinteresse sin dall’inizio dell’accusa nel nominare suoi
periti ha quindi contribuito, non poco, all’esito del processo,
e questo lascia l’amaro in bocca visto che gli uffici inquirenti
portano in aula fior di specialisti spesso per processi
assai meno importanti.
Infine, e mi è sembrata la circostanza più inspiegabile,
non sono state portate in aula nemmeno tutte le relazioni mediche
che, dopo visite collegiali e accurate, testimoniavano la piena capacità di Digilio di raccontare spontaneamente e lucidamente i fatti anche dopo l’ictus del 1995. La Corte d’assise
d’appello, senza nemmeno disporre delle registrazioni di
tutti gli interrogatori sostenuti da Digilio con me negli anni
1995-1997, è giunta infatti alla conclusione, ancora una volta
offerta solo dalla difesa, che la voce stanca e rallentata del testimone
era quella di un uomo non più in grado di rievocare
il passato, ma al massimo di ripetere quanto sentito dai carabinieri
o da qualcun altro. L’assoluzione si è basata molto
anche su questa sensazione; la Corte si è accontentata di una
mera impressione su un uomo mai visto prima.
Mi chiedo allora perché la procura milanese non abbia portato
in aula la perizia fatta fare un paio di anni prima, nominando
un collegio di eminenti docenti, dalla procura di Brescia,
avendo anch’essa Digilio come indagato. Gli esperti
avevano ascoltato tutte quelle stesse cassette registrate e avevano
parlato a lungo con Digilio. Quella perizia giungeva a
conclusioni del tutto opposte rispetto alle impressioni della
Corte, spiegando in termini scientifici e neutrali come Digilio
fosse perfettamente in grado di ricordare e di esporre autonomamente
il suo pensiero. «Coscienza lucida, conservazione
della memoria, efficienza critica» c’era scritto, lo ricordo ancora,
nella perizia dei tre medici. I colleghi di Brescia avevano
inviato quella importante perizia a Milano, dove però è
finita in un cassetto dell’accusa e non nel fascicolo della Corte
d’assise. No, c’era veramente molto da fare o almeno si poteva
non dimenticarsi di quanto era già stato fatto.
Adesso con tutti gli imputati usciti di scena cosa resta
della sua inchiesta?
Bisogna rifiutare il luogo comune di stampo qualunquista
e un po’ alla Indro Montanelli secondo cui la storia d’Italia
sarebbe solo una storia di misteri insoluti e le indagini
condotte non sarebbero servite a nulla. Invece gli anni Novanta,
che avrebbero potuto essere gli anni dell’oblio per
tanti episodi, sono stati gli anni della memoria e della ricostruzione
di tanti episodi di cui non si può far finta di non
sapere nulla.
Alcune indagini, e mi riferisco non solo a quelle su piazza Fontana ma anche a quelle su Portella della Ginestra, sull’assassinio
di Enrico Mattei, sul golpe Borghese, su Gladio,
sulla strage di Brescia e altre meno conosciute come quella
sull’attentato alla stazione di Gioia Tauro, hanno fatto irrompere
la storia nel presente, hanno fatto luce, anche al di là
delle responsabilità dei singoli, su periodi oscuri della storia
contemporanea ricostruendo un filo di operazioni segrete e di
depistaggi che ha accompagnato la storia d’Italia sin dal primissimo
dopoguerra. E la verità non è mai inutile sino a
quando sono vivi i parenti delle vittime e sino a quando almeno
una parte della società rifiuta di dimenticare.
Un’ultima domanda. Un’indagine di questo genere, durata
anni, si sovrappone anche alla vita personale di chi la
conduce. Quale impronta le ha lasciato?
Facendo le indagini su piazza Fontana non mi aspettavo
promozioni e ricompense ma nemmeno di essere «perseguitato
legalmente», per usare un eufemismo, dall’organo di governo
della magistratura per ben sette anni. È stata una vicenda
incredibile, di cui tutti sanno ma di cui in pubblico si
preferisce tacere perché non fa onore alla storia della magistratura
italiana. Per quanto riguarda la mia vita personale, io
sono sempre stato laico anche nei confronti del mondo della
magistratura cui appartengo (certo non un mondo perfetto,
ma fatto di uomini con le loro gelosie e con i loro rapporti di
forza) e laico nei confronti della società. Sono rimasto tale
come cittadino, ma ogni esperienza, buona o cattiva, porta
oltre, così ho dovuto cercare dentro di me la forza morale
per «avere pazienza». Soprattutto per allontanare le emozioni

negative come il rancore.

 

 
 
 
 
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Finito di stampare nel mese di novembre 2005
presso Grafiche Speed, Peschiera Borromeo, su carta Bollani,
per conto di Elèuthera, via Rovetta 27, Milano
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