Berlusconi mette Fini fuori dal partito
"E lasci presidenza della Camera'"
29 luglio 2010 LA CRISI
Berlusconi-Fini, arriva la rottura, Il premier: "Sono fuori dal partito"

L'ufficio di Presidenza è durato meno di un'ora. Deferimento contro tre fedelissimi dell'ex leader di An: Granata, Bocchino e Briguglio. Il Cavaliere durissimo: "Non abbiamo più fiducia in lui, iniziative perché lasci la presidenza della Camera". In 34 da Bocchino firmano il modulo per l'adesione a nuovo gruppo.

Il Pdl non c'è più. O almeno, non c'è più per come lo abbiamo conosciuto finora. E' durato meno di un'ora l'ufficio di presidenza per decidere l'isolamento definitivo dei dissidenti. Le parole pronunciate da Silvio Berlusconi non lasciano spazio a equivoci: "Facciano pure i gruppi autonomi tanto sono fuori". Non solo. Dal Cavaliere arriva un attacco durissimo alla terza carica dello Stato: "Allo stato viene meno la fiducia nei confronti del ruolo di garanzia del presidente della Camera indicato dalla maggioranza uscita vittoriosa dalle elezioni". E alla domanda se debba lasciare il suo incarico il capo del governo ha risposto: "Riteniamo che siano i membri del Parlamento a dover assumere un'iniziativa al riguardo".

Commentando il testo uscito dall'ufficio di presidenza, nel quale si dice che "le posizioni dell'onorevole Fini sono assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l'attività politica del partito", Berlusconi ostenta sicurezza: "Non c'è problema per il governo, la maggioranza non è a rischio, e i nostri elettori non tollerano più che nei confronti del governo ci sia un atteggiamento di opposizione permanente. Non sono più disposto ad accettare il dissenso, un vero partito nel partito. Vogliono fare il gruppo? Facciano quello che vogliono, sono fuori".

Per quanto riguarda i ministri vicini al presidente della Camera, il Cavaliere dice di "non avere difficoltà a continuare una collaborazione con validi ministri".

Intanto, sul piano formale, il verdetto dell'Ufficio di Presidenza prevede anche una sanzione diretta contro tre tra i deputati più vicini al Presidente della Camera. Bocchino, Granata e Briguglio sono stati deferiti ai probiviri. Anche se a questo punto pare difficile che il meccanismo innescato non porti ad una scissione che renderebbe di fatto inutile la decisione.

Il documento. Italo Bocchino, Fabio Granata e Carmelo Briguglio saranno deferiti al collegio dei probiviri. Ma è il vero bersaglio del documento è il presidente della Camera. Le sue posizioni sono ritenute "incompatibili con i principi ispiratori del Pdl". Stando al documento approvato dall'Ufficio di Presidenza, "si pone il problema della presidenza della Camera" perché viene meno "anche la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni".

IL DOCUMENTO DELL'UFFICIO POLITICO PDL

Nel testo di Palazzo Grazioli si fa riferimento alla "volontà degli elettori" e si attacca duramente "l'uso politico della giustizia" e "il ruolo politico assunto da Fini". Che in sostanza viene accusato di essersi ritagliato un profilo di opposizione all'esecutivo, con uno "stillicidio continuo" e sistematico, attraverso una "critica demolitoria alle decisioni prese dal partito".

La giornata.
Le ore della resa dei conti nella maggioranza si era aperta con il rifiuto dell'ultima mediazione. "L'offerta di tregua di Gianfranco Fini è arrivata troppo tardi, fuori tempo massimo". Così, nel vertice notturno di palazzo Grazioli, Silvio Berlusconi e gli altri partecipanti alla riunione (compreso Giuliano Ferrara) avevano declinato l'invito del Presidente della Camera a "resettare tutto senza risentimenti".

Clima teso.
"Che succederà oggi? Guardate le previsioni del tempo. Si annuncia una perturbazione..." E' la profezia di Ignazio La Russa, che già dalla mattina fotografa la giornata tormentata del centrodestra. Anche il presidente del Senato, Renato Schifani, mette in guardia dal pericolo "di uno scontro istituzionale" e invita ad abbassare i toni. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno si spinge più in là affermando di sperare "nel miracolo". Miracolo a parte, una delle prove evidenti dello stato di tensione tra il Cavaliere e Fini è il reciproco ignorarsi durante il voto finale sulla manovra alla Camera. Tra il premier, presente sui banchi  del governo, e il presidente della assemblea, neanche un saluto e nemmeno uno sguardo.

La stesura del documento.
Tutta la giornata si consuma nell'attesa dell'ufficio di presidenza. E sulla formula dell'eventuale "scomunica" a Gianfranco Fini e ai finiani. Non "più politicamente vicini al partito", questo il passaggio chiave al centro del documento alla cui stesura ha lavorato per tutto il pomeriggio lo stato maggiore del Pdl, riunitosi a Palazzo Grazioli. Alla redazione del testo lavora in particolare Sandro Bondi, uno dei  più polemici con Fini nelle ultime settimane. E' un documento che subisce revisioni e limature durante tutta giornata. Messa da parte l'ipotesi espulsione, la sanzione più probabile  per i dissidenti, sembra la "sospensione" da tre a sei mesi.

Le mosse dei finiani.
Quando diventa chiaro che le due anime del Pdl sono sempre più lontane anche i finiani non stanno con le mani in mano. Già dalla mattina si intensificano i contatti tra  il Presidente della Camera e i suoi fedelissimi. Il tam tam del pomeriggio parla di 34 deputati vicini all'ex An pronti a firmare la richiesta di costituzione di un nuovo gruppo parlamentare alla Camera. Richiesta che verrebbe depositata nel momento in cui dovesse scattare il provvedimento di espulsione o di sospensione.

Gruppi autonomi.
Con il passare del tempo si fa strada la possibilità di costituire un gruppo autonomo anche al Senato. Gli incontri del Presidente della Camera parlano di 12 senatori, due in più del numero minimo per formare un gruppo a Palazzo Madama. "Non è una guerra di religione",  dichiara uno dei partecipanti all'incontro, "Fini ha esposto le sue motivazioni in modo pacato, sereno, equilibrato e ponderato".

Ipotesi appoggio esterno.
Dopo il voto sulla manovra economica il presidente della Camera riunisce a Montecitorio i parlamentari vicini alla sua linea politica. Un incontro che dura quasi due ore. L'attesa è per l'ufficio politico e per le contromosse nel caso in cui stasera si arrivi a una rottura definitiva. Tra le ipotesi in campo anche quella di ritirare dal governo gli esponenti vicini alle posizioni del presidente della Camera, per dare all'esecutivo un appoggio esterno. Lealtà al governo anche in caso di gruppi parlamentari autonomi è quello che ripete ai suoi fedelissimi il Presidente della Camera.

Bersani: "Pronti a tutto".
Nella giornata caldissima della maggioranza l'opposizione non poteva che aspettare alla finestra."Siamo oltre le colonne d'Ercole del berlusconismo, in acque sconosciute" ribadisce,  il segretario del Pd Pier Luigi Bersani . "A questo punto o fanno un ragionamento su una nuova fase di transizione, o scelgono di galleggiare, o strappano e non si sa dove si va. Mi auguro riflettano". Elezioni anticipate? "Non è un cosa nelle nostre disponibilità o nelle nostre intenzioni".

Poi, a ufficio politico del Pdl concluso, bersani dirà che è "un singolare tribunale che processa gli innocenti". Bersani ha salutato i deputati del Pd alla Camera, prima della pausa estiva, brindando: "A un nuovo governo". Nel frattempo il presidente della Camera ha riunito alcuni dei parlamentari a lui vicini. Sono giunti nel suo studio, Roberto Menia, Ida Germontani, Enzo Raisi e Flavia Perina.



Pdl, il documento dell'Ufficio di Presidenza

ROMA 29 luglio 2010 - "L'Italia necessita di profondi cambiamenti sia nella sfera economica che in quella politica e istituzionale. L'azione del nostro governo presieduto da Silvio Berlusconi e la nascita del Pdl rappresentano ciascuno nella propria sfera, la risposta più efficace alla crisi del Paese. Il governo ha dovuto agire nel pieno della crisi economica più grave dopo quella del 1929, riuscendo ad evitare, da un lato, gli effetti più dirompenti della crisi sul tenore di vita delle famiglie e dei lavoratori, e, dall'altro lato, preservando la pace sociale e la tenuta dei conti pubblici. Con la nascita del Pdl, dall'altra parte, la vita politica italiana ha fatto un ulteriore passo in avanti verso la semplificazione e il bipolarismo. Occorre aggiungere che, in questi anni, gli elettori hanno sostenuto e premiato sia l'azione del governo che la nuova realtà politica rappresentata dal Pdl".

"Immediatamente dopo il nostro congresso fondativo, tuttavia, e soprattutto dopo le elezioni regionali, sono intervenute delle novità che hanno mutato profondamente la situazione, al punto da richiedere oggi una decisione risolutiva. Invece di interpretare correttamente la chiara volontà degli elettori, nella vita politica italiana hanno ripreso vigore mai spente velleità di dare una spallata al governo in carica attraverso l'uso politico della giustizia e sulla base di una campagna mediatica e scandalistica, indirizzata contro il governo e il nostro partito, che non ha precedenti nella storia di un Paese democratico. L'opposizione, purtroppo, non ha cambiato atteggiamento rispetto al passato, preferendo cavalcare l'uso politico delle inchieste giudiziarie e le speculazioni della stampa piuttosto che condurre un'opposizione costruttiva con uno spirito riformista".

"Ciò che non era prevedibile è il ruolo politico assunto dall'attuale Presidente della Camera. Soprattutto dopo il voto delle regionali che ha rafforzato il governo e il ruolo del Pdl, l'On. Gianfranco Fini ha via via evidenziato un profilo politico di opposizione al governo, al partito ed alla persona del Presidente del Consiglio. Non si tratta beninteso di mettere in discussione la possibilità di esprimere il proprio dissenso in un partito democratico, possibilità che non è mai stata minimamente limitata o resa impossibile. Al contrario, il Pdl si è contraddistinto dal momento in cui è stato fondato per l'ampia discussione che si è svolta all'interno degli organismi democraticamente eletti".

"Le posizioni dell'On. Fini si sono manifestate sempre di più, non come un legittimo dissenso, bensì come uno stillicidio di distinguo  o contrarietà nei confronti del programma di governo sottoscritto con gli elettori e votato dalle Camere, come una critica demolitoria alle decisioni prese dal partito, peraltro note e condivise da tutti, e infine come un attacco sistematico diretto al ruolo e alla figura del Presidente del Consiglio.
In particolare, l'On. Fini e taluni dei  parlamentari che a lui fanno riferimento hanno costantemente formulato orientamenti e perfino proposte di legge su temi qualificanti come ad esempio la cittadinanza breve e il voto agli extracomunitari che confliggono apertamente con il programma che la maggioranza ha sottoscritto solennemente con gli elettori".

"Sulla legge elettorale, vi è stata una apertura inaspettata a tesi che contrastano con le costanti posizioni tenute da sempre dal centro-destra e dallo stesso Fini. Persino il tema della legalità per il quale è innegabile il successo del Governo e della maggioranza in termini di contrasto alla criminalità di ogni tipo e di riduzione dell'immigrazione clandestina, è stato impropriamente utilizzato per alimentare polemiche interne. Il PdL proseguirà con decisione nell'opera di difesa della legalità, a tutti i livelli, ma non possiamo accettare giudizi sommari fondati su anticipazioni mediatiche".

"Le cronache giornalistiche degli ultimi mesi testimoniano d'altronde meglio di ogni esempio la distanza crescente tra le posizioni del PDL, quelle dell'0n. Fini e dei suoi sostenitori, sebbene tra questi non siano mancati coloro che hanno seriamente lavorato per riportare il tutto nell'alveo di una corretta e fisiologica dialettica politica. Tutto ciò è tanto più grave considerando il ruolo istituzionale ricoperto dall'On. Fini, un ruolo che è sempre stato ispirato nella storia della nostra Repubblica ad equilibrio e moderazione nei pronunciamenti di carattere politico, pur senza rinunciare alla propria appartenenza politica. Mai prima d'ora è avvenuto che il presidente della Camera assumesse un ruolo politico così pronunciato perfino nella polemica di partito e nell'attualità contingente, rinunciando ad un tempo alla propria imparzialità istituzionale e ad un minimo di ragionevoli rapporti di solidarietà con il proprio partito e con la maggioranza che lo ha designato alla carica che ricopre. L'unico breve periodo in cui Fini ha "rivendicato"nei fatti un ruolo superpartes è stato durante la campagna elettorale per le regionali al fine di giustificare l'assenza di un suo sostegno ai candidati del PDL".

"I nostri elettori non tollerano più che nei confronti del governo vi sia  un atteggiamento di opposizione permanente, spesso oggettivamente in sintonia  con posizioni e temi della sinistra e delle altre forze contrarie alla maggioranza, condotto per di più da uno dei vertici delle istituzioni di garanzia.  Non sono più disposti ad accettare una forma di dissenso all'interno del partito che si manifesta nella forma di una vera e propria opposizione, con tanto di struttura organizzativa, tesseramento e iniziative, prefigurando già l'esistenza sul territorio e in Parlamento di un vero e proprio partito nel partito, pronto, addirittura, a dar vita a una nuova aggregazione politica alternativa al PDL. I nostri elettori, inoltre, ci chiedono a gran voce di non abbandonare la nuova concezione della politica, per la quale è nato il Pdl, che si fonda su una chiara cornice culturale e di valori, sulla scelta di un chiaro e definito programma di governo, su una compatta maggioranza di governo e sull'indicazione di un Presidente del Consiglio, in una logica di alternanza fra schieramenti alternativi".

"Questo atteggiamento di opposizione sistematica al nostro partito  e nei confronti del governo che, ripetiamo, nulla ha a che vedere con un dissenso che legittimamente può essere esercitato all'interno del partito, ha già creato gravi conseguenze sull'orientamento dell'opinione pubblica e soprattutto dei nostri elettori, sempre più sconcertati per un atteggiamento che mina alla base gli sforzi positivi messi in atto per amalgamare le diverse tradizioni politiche che si riconoscono nel Pdl e per costruire un nuovo movimento politico unitario di tutti coloro che non si riconoscono in questa sinistra. La condivisione di principi comuni e il vincolo di solidarietà con i propri compagni di partito sono fondamenti imprescindibili dell'appartenenza a una forza politica. Partecipare attivamente e pubblicamente a quel gioco al massacro che vorrebbe consegnare alle Procure della Repubblica, agli organi di stampa e ai nostri avversari politici i tempi, i modi e perfino i contenuti della definizione degli organigrammi di partito e la composizione degli organi istituzionali, è incompatibile con la storia dei moderati e dei liberali italiani che si riconoscono nel Popolo della Libertà".

"Si milita nello stesso partito quando si avverte il vincolo della comune appartenenza e della solidarietà fra i consociati. Si sta nel Popolo della Libertà quando ci si riconosce nei principi del popolarismo europeo che al primo posto mettono la persona e la sua dignità. Assecondare qualsiasi tentativo di uso politico della giustizia; porre in contraddizione la legalità e il garantismo; mostrarsi esitanti nel respingere i teoremi che vorrebbero fondare la storia degli ultimi sedici anni su un "patto criminale" con quella mafia che mai come in questi due anni è stata contrastata con tanta durezza e con tanta efficacia, significherebbe contraddire la nostra storia e la nostra identità. Per queste ragioni questo ufficio di Presidenza considera le posizioni dell'On. Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l'attività politica del Popolo della Libertà".
 
"Di conseguenza viene meno anche la fiducia del PdL nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni. L'Ufficio di Presidenza del Popolo della Libertà ha inoltre condiviso
la decisione del Comitato di Coordinamento di deferire ai Probiviri gli onorevoli Bocchino, Granata e Briguglio".



Pdl, i finiani si contano la maggioranza è a rischio
Alla Camera il presidente può contare su più di 30 deputati, al Senato su circa 15 fedelissimi.
Con queste cifre per l'esecutivo si annunciano tempi difficili

ROMA - "Nessun problema, il governo è saldo". Con questo parole Silvio Berlusconi mininizzava, solo ieri, le conseguenze della cacciata dei finiani dalla maggioranza. E adesso che questo ipotesi è quasi certa, vale la pena di usare il pallottoliere per capire se l'ottimismo del premier è solo di facciata.

Attualmente la maggioranza di governo è di 341 deputati e 175 senatori a fronte di una maggioranza necessaria, rispettivamente di 316 a Montecitorio e 162 a Palazzo Madama. La pattuglia finiana alla Camera può contare, ad oggi, su 33 deputati: Bocchino, Briguglio, Granata, Raisi, Barbareschi, Proietti, Divella, Buonfiglio, Barbaro, Siliquini, Perina, Angela Napoli, Bellotti, Di Biagio, Lo Presti, Scalia, Conte, Della Vedova, Urso, Tremaglia, Bongiorno, Paglia, Lamorte, Rubens, Menia, Angeli, Ronchi, Moffa, Cosenza, Patarino. I numeri per dare vita ad un gruppo autonomo ci sono.

In totale, dunque, la pattuglia composta dai finiani e dai finiani in bilico potrebbe contare su più di 30 deputati e su una 15ina di senatori. Cifre di tutto rispetto che potrebbero costringere il governo ad una Via Crucis su ogni provvedimento. Alla Camera l'uscita dei finiani, infatti, ridurrebbe moltissimo il margine e il governo si vedrebbe costretto a cercare, volta per volta, il voto dei Liberaldemocratici, dei Repubblicani regionalisti, delle minoranze linguistiche e dell'Mpa.

Al Senato, invece, la situazione sembrerebbe di poco più tranquilla. Anche se nel calcolo andrebbero considerati i senatori a vita, che durante il governo Prodi sostennero e non poco l'esecutivo di centrosinistra. Ma che non bastarono a tenerlo in vita.