Chi ha armato Gheddafi:
Tank e bombe, made in Italy l’arsenale del Colonnello
Sembra un carro armato, magari russo come i T-72 centrati dai razzi dei caccia francesi. In realtà, tecnicamente, è un semovente: un cannone di grosso calibro, montato su un mezzo cingolato. Si chiama “Palmaria” e fa parte del “made in Italy” che Roma aveva da poco venduto al Colonnello. La foto ha fatto il giro del mondo, coi ragazzi di Bengasi arrampicati sulla canna dell’obice, tra le rovine dell’armata di Gheddafi che assediava il capoluogo della Cirenaica. Artiglieria semovente corazzata, italianissima: fabbricata nei cantieri Oto Melara di La Spezia. Come tanti altri sistemi d’arma coi quali il regime di Tripoli sta ora seminando il terrore in tutta la Libia.

Il paradosso, scrive “PeaceReporter”, è sotto gli occhi di tutti: mentre i Tornado si alzano in volo dalla Sicilia per colpire la difesa antiaerea libica, la Libia con armi italiane: tank-obice Palmaria, quel che resta dell’esercito di Gheddafi, si difende anche con modernissimi sistemi d’arma italiani, anche se al ministro La Russa «non risulta» che il nostro governo, di recente, abbia ceduto armamenti ai libici; la stessa Finmeccanica, di cui la Libia è partner, giura di aver venduto a Tripoli «esclusivamente velivoli per attività di ricerca e soccorso e di controllo delle frontiere». In realtà, spiega Luca Galassi, a partire dagli anni ’70 il nostro paese ha fornito al Colonnello ingenti quantitativi di armi e mezzi militari: aerei, cannoni, missili, blindati, bombe, proiettili, apparecchiature elettroniche, sistemi di sorveglianza e pezzi di ricambio.

Proprio l’Italia si è battuta per metter fine all’embargo sulle armi che pesava sulla Libia dal 1986. «Apparentemente ansioso di fornire a Tripoli i mezzi necessari al controllo delle frontiere», il governo italiano «voleva in realtà riaprire un canale commerciale proficuo anche e soprattutto per l’industria bellica», divenendo così negli ultimi due anni il primo fornitore europeo di armamenti destinati al regime di Gheddafi. Dal 2004, un crescendo impressionante: dai 15 milioni di euro del 2006 ai quasi 57 milioni del 2007, con la consegna di motovedette. Proprio nel 2010, attraverso Alenia-Aermacchi, Finmeccanica ha firmato con il ministero della Difesa libico un contratto di 3 milioni di euro per la revisione di 12 velivoli addestratori Sf-Atr-42260, «aerei da guerra a tutti gli effetti», come – volendo – i nove Atr-42 del 2008 (valore dell’affare, 9 milioni di euro), «impiegabili per il trasporto di truppe e paracadutisti».

Tuttavia è nell’ultimo biennio, grazie al trattato di amicizia Italia-Libia, che le esportazioni belliche hanno ripreso slancio: il 29 aprile 2010 ad esempio è stato inaugurato in un campo di aviazione alle porte di Tripoli un impianto di assemblaggio e manutenzione per elicotteri e aerei gestito dalla Liatec, una Spa creata nel 2006 dall’industria per l’aviazione libica insieme a Finmeccanica e Agusta-Westland. Il costruttore è la Maltauro, «azienda vicentina che ha cantieri e appalti milionari in numerose basi Usa sul territorio italiano: il Gruppo Maltauro – annota “PeaceReporter” – ha acquisito nel 2010 una commessa da 185 milioni di euro per la costruzione, per conto di Alenia Aeronautica, di un nuovo insediamento industriale all’aeroporto militare di Cameri».

Finmeccanica, continua Galassi, fa la parte del leone anche nelle forniture di sistemi di sorveglianza delle frontiere, con radar nel deserto fra Libia e Ciad capaci di rilevare la presenza di una persona fino a 20 chilometri di distanza. «Nemmeno la gravissima crisi libica – scrive “PeaceReporter” – ha impedito ai capitani d’impresa di Finmeccanica di salutare il 2011 con rinnovato ottimismo: agli inizi di marzo la società, che fattura quasi 19 miliardi di euro, ha annunciato per il 2011 ricavi dalla Libia per 250-300 milioni e commesse per 800 milioni». Allora il Cda non aveva ancora discusso del congelamento del 2% dal fondo libico: non è chiaro chi disporrà di quel capitale quando Libia armi italiane: clusterGheddafi sarà stato “neutralizzato”, ma intanto «il caos nel paese africano fa comodo al mercato: a guerra finita, la ricostruzione aprirà nuove e redditizie prospettive per gli investitori europei».

Le immagini dell’attacco alla Libia, aggiunge “PeaceReporter”, continuano a svelare particolari che aprono scenari inquietanti: dopo la diffusione di una foto su “Repubblica”, che mostra proiettili con le scritte “Bpd” e “Simm”, gli ecologisti della “Retuva” (rete per la tutela della valle del Sacco) hanno messo in allarme gli abitanti di Colleferro, nel Lazio, dove sorge lo stabilimento della Simmel Difesa, una SpA «accusata in passato di aver costruito ed esportato cluster bomb», anche se sulla home page del sito aziendale precisa che dal 2000 non produce più le “bombe a grappolo”. Se in Libia sembrano circolare (vecchi) proiettili Simmel, il caso coinvolgerebbe anche un’altra azienda italiana, la Snia Bpd, per le cariche di lancio delle munizioni di artiglieria da 155 millimetri.

Il ruolo della Snia Bpd, oggi in amministrazione straordinaria, è stato evidenziato da Gianluca Di Feo, giornalista di “Repubblica”, nel suo libro “Veleni di Stato”, nel quale racconta la vendita di armamenti, e in particolare i proietti da 155 millimetri all’Iraq: proiettili che vennero modificati in loco grazie a disegni e test realizzati nei laboratori della Snia. «Il tutto – commentano i membri di “Retuva” – per costruire alcune delle più tristemente celebri armi chimiche, utilizzate poi dal dittatore nella guerra Iran-Iraq». Stessa fornitura anche a Gheddafi? «Potrebbe essere verosimile», ipotizzano gli attivisti laziali, anche la vendita di missili Firos e lanciatore Mlrs lanciatori multipli Mlrs: «Razzi con gittata di 25-30 chilometri, anch’essi modificabili con gas chimici e contenenti sub-munizioni che le identificherebbero come cluster bomb».

Con l’accordo del 2003, ricorda “PeaceReporter”, la Libia ha accettato di smantellare il suo arsenale chimico, ma conserverebbe ancora la metà del suo stock di iprite (50 tonnellate), la cui distruzione – secondo il “New York Times” – avrebbe dovuto cominciare a maggio. «Nessuno sa se i miliziani di Gheddafi sono in grado di utilizzare questa arma chimica», riferisce Galassi. L’ex vice-capo della sicurezza nucleare americana, William Tobey, ha assicurato al quotidiano newyorkese che «migliaia di munizioni che possono veicolare la letale sostanza per la guerra chimica sono state distrutte: l’iprite libica è molto difficile da gestire e non sono sicuro che sia utilizzabile». Secondo il “Daily Telegraph”, tuttavia, le forze speciali britanniche infiltratesi in Libia sarebbero «pronte a intervenire» proprio per neutralizzare l’arsenale chimico di Gheddafi.
 
Fonte
www.peacereporter.net
http://blogs.forzearmate.eu/