Penso che
senza volerlo sono nata in questa terra,
che senza volerlo mi ritrovo cittadina di uno stato che suscita senso di
compassione negli altri, mi ritrovo senza volerlo con la pelle bianca,
europea, non extra ma comunitaria, mi ritrovo senza volerlo alleata con
una grande potenza che da sempre è in guerra per ampliare il suo
potere spacciandosi per portatrice di libertà. Mi ritrovo senza
volerlo a essere complice di mille cose ingiuste.
Come Francesco Monteiro
Rossi, il giovane di Sostiene Pereira, io non mi occupo
di politica, sono solo una scrittrice. Così, scrivendo, mi è
capitato di raccontare storielle di fantasia per bambini, mi è
capitato di scrivere poesie d’amore. Mi è capitato di scrivere riflessioni
per la via crucis del Venerdì Santo, mi è capitato di scrivere
lettere di rabbia, mi è capitato di cominciare
romanzi e di lasciarli a metà…mi è capitato poi ancora
di scrivere indovinelli per una caccia al tesoro, mi è capitato come
Monteiro Rossi di scrivere nulla ma scrivere molto.
1 Agosto 2005
Studiare sotto il sole
filosofia della scienza, con la musica, le voci che si inseguono
e si soprappongono in mille discorsi, discorsi di persone che si conoscono
da una vita, di altre che si presentano appena allora e il solito “da dove
vieni?” o “come ti chiami” “Si ci sono stato a Dicembre” “ Ah, pure il
mio cane si chiama così”…Insomma è un impresa ardua studiare
oggi, mentre devo ancora capire dove sono, esplorare il territorio. C’è
la radio inventata per il campeggio, Radio Sud Ribelle, della quale si
occupano compagni di Roma, di radio onda rossa, e i ragazzi di Palermo. fotografo
lo striscione con il nome e un ragazzo sotto, mi piacerebbe capire come
funziona una radio ma c’è troppa gente e poco spazio dentro una
casetta che ha solo tre stanze e un bagno con la tendina volante. Mentre
arriviamo carichi di stanchezza, il materiale per il service e il nostro
povero bagaglio, ascoltiamo dalla radio
che una piccola delegazione di compagni del campeggio si trova a Ragusa
davanti al centro di permanenza temporanea, dove molte donne vivono in
una condizione disumana, senza alcun tipo di assistenza, né medica
né legale, e non c’è nessun motivo per cui tenerle prigioniere
in quel posto, per questo la tensione sale e dalla radio a fine giornata
si percepisce molto.
I proprietari del posto
sono persone semplici, vivono in una casetta che mi ricorda tanto la casa
di Heidi, un bambino piccolissimo con il pannolino sempre cadente corre
con una paletta da mare in mano, è il loro bambino, abbronzato e
selvaggio, diverso dai bambini di città che solitamente si nascondono
dietro le vesti delle madri di fronte agli estranei.
La notte scende senza
un filo di vento, non ho ancora visto il mare e non ho ancora capito l’organizzazione
di questo campeggio, e mi sarebbe piaciuto
poter essere a Ragusa invece di litigare da sola con una tenda ribelle.
2 Agosto 2005
Nel primo pomeriggio,
dopo l’ assemblea per organizzare bene
la partenza e per capire dove andare e se andare, in meno della metà
dei campeggiatori partiamo per Porto Empedocle, 6 in una macchina, uno
sull’altro (va bene basta che si parte), con la macchina fotografica e
un rullino soltanto e la borsa colma di mille cose essenziali. Porto Empedocle
è come mille altri porti, pescatori stanchi dalle braccia forti
e dalla pelle abbronzata dal sole e bruciata dal sale; turisti pallidi
e biondi, su navi che sventolano le bandiere del loro paese, con l’ aria
rilassata di chi è in vacanza, e un accenno di curiosità
per quel posto nuovo chiamato Sicilia.
E’ un porto come mille
altri, anche se questo non è vero, e il mare che bagna la banchina
lo sa e lo sanno loro, che arrivano da lontano, su barche che sventolano
il loro colore e la loro nazionalità, non hanno l’aria rilassata
di chi è in vacanza, ma la paura di chi è scappato
e sa che ancora dovrà scappare. Porto Empedocle è un porto
come mille altri, ma questo non è vero e lo sanno loro, uomini in
divisa che hanno avuto oggi l’ordine di “accogliere” 20 uomini arrivati
su un barcone, metterli in fila come bambini all’uscita da scuola e condurli
su un pulmino chiamato casualmente Cuffaro. E che Porto Empedocle non è
un porto come mille altri lo sappiamo noi, che siamo
venuti da ogni parte di Italia per contribuire, finché possiamo,
alla libertà di uomini venuti qui a cercarla. Basteranno
le nostre brutte facce, uno striscione, basteranno le nostre idee
urlate, basterà semplicemente questo per far distrarre gli uomini
in divisa e far fuggire gli altri. Mi chiedo quale forza abbiano
trovato per sfondare un vetro e correre così veloci, dopo
la traversata del mare e con la paura addosso che a me fa un effetto paralizzante.
Tutti questi pensieri
mi distraggono così tanto che non mi importa
niente dei poliziotti che adesso sono parati pronti per partire in guerra:
caschi, manganelli e scudi, la solita scenetta in cui loro fanno la parte
dei duri contro tutti gli altri, disobbedienti, compresi i giornalisti,
i fotografi e l’avvocato che voleva esercitare solo il suo dovere. Ad un
tratto penso che noi non dovremmo neppure essere li
a manifestare per una cosa ovvia e innata, il diritto all’esistenza. Mi
sento confusa da questa contraddizione: la legge da una parte, i diritti
umani dall’altra, mi sento confusa dal fatto che per molti sia normale
questa netta differenza tra il potere della legge e la libertà dell’uomo.
Si, credo che sono proprio le contraddizioni
alle quali giorno dopo giorno assistiamo, a farci essere così poco
felici.
Torniamo a casa e guardo
le campagne intorno, campagne aride, senza un albero, senza un riparo,
campagne che a correrle sembra non finiscano
mai.
Mentre torniamo in
macchina racconto la storia di Hannah, la bambina Etiope che ho
avuto la fortuna di conoscere un paio di anni fa, e di una coppia di giovani
Srilankesi dal nome troppo complicato da scrivere con i quali abbiamo vissuto
momenti di umanità immensa.
Chissà, mi chiedo,
se questi uomini riusciranno a incontrare
persone amiche, un riparo per la notte, un sorso d’acqua fresca, un pasto
per la sera.
3 Agosto
E’ ancora l’alba quando
una tempesta di vento ci costringe a svegliarci e a smontare le tende.
La nostra tenda resiste, si apre e chiude come un polmone gigante, è
in tensione e sento che sta per strapparsi, così l’atterriamo noi
prima che sia il vento a farlo. E’ meno imbarazzante.
E’ un giorno disorientante,
la terra insieme alla sabbia e al sale ricopre in breve tempo ogni poro
del nostro corpo. La forza assoluta del vento mi impressiona,
la spiaggia si perde sotto le onde di un mare impazzito, la ringhiera delle
scale dondola e tutto crolla intorno a noi come durante un terremoto.
La sera a Licata il
vento è meno forte, siamo impresentabili pure a noi stessi e sulla
nostra testa la sabbia può dare vita a
una varietà di allegre piante grasse.
Il corteo parte con
gli striscioni e gli slogan, il più bello mi sembra “la Sicilia ce
l’ha insegnato, emigrare non è reato” ma noi lo aspettiamo
dal palco in piazza Progresso, dove facciamo la guardia pure al tavolino
dei ragazzi di rifondazione comunista che vendono magliette e libri.
Una comitiva di ragazzi
francesi si ferma, parlano poco l’inglese e l’italiano ma si capisce che
vogliono una maglietta di taglia molto piccola,
poi
ci chiedono informazioni e con i gesti e qualche parola in inglese cerchiamo
di spiegare che manifestiamo per i diritti degli immigrati, perché
vogliamo che vivano liberi nella nostra terra dove invece sono trattati
come fossero delinquenti. Ci ringraziano gentilmente e proseguono verso
il corteo.
Un anziano signore
legge lo striscione appeso davanti al palco, ha la faccia contorta come
se avesse cercato di tradurre dall’arabo, sempre con la stessa espressione
mi chiede cosa stiamo facendo, gli spiego che c’è un corteo per
manifestare contro i CPT e la faccia gli si contorce ancora di più,
gli spiego cosa sono, mormora qualcosa e mi abbandona
sempre con la stessa espressione da traduzione dall’arabo quando l’unica
lingua che conosci è il siciliano.
Quando
il corteo ritorna, dal palco mettiamo un CD di canzoni da manifestazione
e un gruppo di ragazzi balla scalzo tra le pattuglie della polizia.
Al corteo erano
in molti, c’erano pure i cani campeggiatori come noi.
Quando torniamo al campo
il vento sembra calato, il paesino di Licata assorbe nella notte parole
come “ANTIRAZZISMO” e “DIRITTI UMANI” come fossero parole strane di un
nuovo dizionario.
4 Agosto
Da Lampedusa arriva
la tragica notizia che un barcone con 130 persone per lo
più eritree è sparito nel mare che oggi è spietato
più di ieri.
Guardo
dalla casetta dei proprietari il campeggio, le tende abbattute, bottiglie
vuote e sparse in giro, in giro c’è
sparsa ogni cosa, nel caos più totale, così come nelle docce
e dappertutto. Mi rendo conto che mettere molte teste insieme è
difficile e senza organizzazione, per quanto le iniziative esterne vadano
bene, il campeggio provoca solo stress e scazzi incontenibili.
Faccio amicizia con
poche persone che vivono insieme a noi le
stesse situazioni, parliamo delle cose più umane e del desiderio
di poter essere ciò che vogliamo nella nostra terra. Ci rendiamo
conto di essere veramente tutti clandestini e migranti. Francesco
che da Roma vive a Firenze, e la sua ragazza Barbara che invece è
dovuta andare più in la a Vicenza. Trascorriamo molto tempo
insieme e parliamo di tutto, di musica, di poesia, dell’importanza della
storia, dei nostri sogni, il sogno di due innamorati di poter vivere insieme,
il sogno di un’ artista di poter vivere
della sua arte.
Mi rendo conto che
molte delle persone che sono al campeggio, hanno
ormai da tempo dimenticato i sogni e si sono dati all’abbandono più
totale, di se stessi e di tutto ciò che li circonda. E questo è
triste se si pensa che invece 130 persone oggi sono morte andando incontro
verso quello che per loro doveva essere la vita, vita di persone libere
con il proprio vissuto da raccontare, con le proprie amarezze e le tante
speranze, con le foto nel portafoglio di amori
lontani.
Persone come Abu, spero
si scriva così, che stasera dal palco ha raccontato cos’è
per lui questa assurda legge Bossi-Fini,
figlia della Turco-Napolitano, a testa alta, con un abito particolare del
suo Paese, in un Italiano perfetto, con i congiuntivi al posto giusto,
ci ha lasciati tutti senza parole.
5 Agosto
E’ già mezzogiorno,
abbiamo nello stomaco un caffè amaro senza neanche un cornetto,
sotto il sole aspettiamo l’autista della
macchina blu, del quale però non ricordiamo il nome. Quando arriva
mi ricordo, è Sandro, il papà di Giulia e Yuri, due gemelli
di tredici anni che giocano a scambiarsi i ruoli, a porre indovinelli su
chi fosse di loro due il maschio e la femmina,
e il dubbio, dopo la rivelazione continua a persistere, tanto da occupare
per un giorno i tuoi pensieri. Sandro è un uomo dal cuore grande,
e quando parla dei figli fa tenerezza, ha due figli davvero in gamba, glielo
ripetiamo più volte e lui ne è
contento. Sono in gamba, credo, perché hanno due genitori in gamba.
Lui ha un lavoro e una casa, ma nel tempo libero occupa le case per chi
non ne ha e non sa come si fa ad ottenerne una. Ci parla dell’autorità
paterna e ci spiega la distinzione tra autorità e autoritarismo.
La differenza è interessante e fondamentale: l’autorità nasce
dall’amore, autorità è fiducia verso un uomo più grande
che ti ha dato la vita e di cui ti puoi fidare perché è tuo
papà. L’autoritarismo è solo smania di superiorità.
Lei è rimasta
a Roma a lavorare. Oggi i ragazzi resteranno al bar dove hanno fatto amicizia
con le ragazze che vi lavorano e danno una mano perché, dice Giulia
“tutti stanno a fare, e noi che famo?”
Alla prefettura di Agrigento
appendiamo uno striscione alle finestre del primo piano, un altro lo teniamo
sulla strada dove distribuiamo volantini che raccontano di quanto accaduto
il giorno prima nel mare di Lampedusa.
Un ragazzo francese
si ferma davanti lo striscione, con aria di commiato ci spiega che conosce
la legge e sa che purtroppo in Italia abbiamo Berlusconi, che con la erre
moscia dei francesi risulta ancora peggio.
Gli spieghiamo che
per una simile tragedia hanno adoperato solo meno di mezza pagina sul giornale
“La Sicilia”, lui ci saluta dispiaciuto “Spero che in Francia parlino di
questo fatto” Ci dice e se ne va traducendo alla compagna che lo segue
perplessa.
Una delegazione sale
dal Prefetto, quando scende ci porta le solite promesse, non sospenderanno
le ricerche, continueranno a cercare le cause del naufragio e i morti in
fondo al mare; nel frattempo qualcuno da Ragusa ci comunica che 6 donne
sono state liberate dal CPT, e in molti applaudono, anche se la gente che
passa non capisce, alcuni passando mormorano qualcosa scrollando la testa.
Torniamo a Porto Empedocle
con lo striscione “Meglio liberi di scappare che morti in fondo al mare”
ci sono molte tv locali, alcuni di noi vengono
ripresi mentre gettano a mare delle rose rosse, al bar del porto rivediamo
il video della giornata del 2 Agosto a Porto Empedocle da un televisore,
non si vede molto bene ma la gente che è lì capisce cosa
è accaduto e sta accadendo. E’ una giornata oltremodo lunga e stancante,
ma la sera il sonno arriva come un regalo tanto atteso
E’ l’ultimo giorno,
il 6 Agosto il campeggio va a Messina per la manifestazione contro il ponte,
noi, torniamo a Siracusa, la nostra città,
e mentre sono per strada penso a cose semplici come alle montagne, alle
mucche che brucano sul ciglio della strada, alle nuvole che creano immagini
di animali strani e mitologici dal cielo, penso che senza volerlo sono
nata in questa terra, che senza volerlo mi ritrovo cittadina di uno stato
che suscita senso di compassione negli altri, mi ritrovo senza volerlo
con la pelle bianca, europea, non extra ma comunitaria, mi ritrovo senza
volerlo alleata con una grande potenza che da sempre è in guerra
per ampliare il suo potere spacciandosi per portatrice di libertà.
Mi ritrovo senza volerlo a essere complice
di mille cose ingiuste.
Adesso credo di sapere
cosa voglio!
Simona Caruso
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