Guai
a chi tocca la P2
di Corrado Stajano
Hanno ben ragione le giornaliste e le scrittrici del gruppo
di Controparola che hanno firmato un appello di solidarietà a Tina
Anselmi insultata con astio antico nella voce a lei dedicata del dizionario
«Italiane» edito dalla presidenza del Consiglio e dal ministro
per le Pari Opportunità.
E hanno ben ragione le partigiane dell’Anpi che hanno
duramente criticato le scelte di molti dei 247 ritratti femminili. «A
queste donne tutti noi dobbiamo dire comunque grazie», scrive il
ministro Stefania Prestigiacomo nella presentazione dei tre volumi. Anche
a Rachele Mussolini, alla Petacci e a Luisa Ferida, l’attrice amante di
Osvaldo Valenti, l’attore che faceva parte della banda Koch?
Con sadico gusto assisteva anch’essa agli interrogatori dei torturati
nella villa Triste di via Paolo Uccello a Milano. Mentre gli arrestati
subivano atroci torture giocava davanti a loro con un cane lupo, lo faceva
rizzare sulle zampe e gli dava per premio delle fette di prosciutto.
L’hanno raccontato le vittime sopravvissute e uno di loro, Mino
Micheli, un partigiano socialista, nel ricordare quel passato, scoppiò
a piangere durante le riprese di un documentario televisivo della Rai,
«La repubblica di Salò», 1973.
Ma è Tina Anselmi, in questo dizionario, il vero test del
tempo presente. Vincenzo Vasile ha già analizzato su l’Unità
quelle paginette scritte
da Pialuisa Bianco. La quale usa tutto il suo odio mascherato per
tentare di ferire e di distruggere Tina Anselmi, donna coraggiosa, seria,
intelligente.
«Ragazzina della Resistenza», scrive. Che per lei dev’essere
un sommo insulto. (Fu una giovanissima staffetta della Brigata autonoma
Cesare Battisti e del comandante regionale del Corpo volontario
della libertà del Veneto). «Partigiana ciellenistica e consociativa».
(Non sa che cosa fu la lotta partigiana. Le pratiche consociative
arrivano decenni dopo. Anche il linguaggio è sbagliato).
Ma è sulla P2 - Tina Anselmi è stata dal 1981 al 1984,
tra l’ottava e la nona legislatura, presidente della commissione parlamentare
d’inchiesta
sulla P2 - che la scrivente distilla tutto il suo rozzo fiele. Tina
Anselmi, nella sua vita politica, non si è occupata soltanto della
loggia. Un dizionario dovrebbe essere completo e onesto. Il ministro Prestigiacomo
avrà senz’altro letto il saggio di Virginia Wolf sull’arte della
biografia. Tina Anselmi
ha dedicato tutta la vita ai destini delle donne: nella scuola -
laureata in lettere ha insegnato nelle scuole elementari - nel sindacato,
nel movimento femminile della Dc, in Parlamento, deputato per sei legislature,
ministro della Sanità, ministro del Lavoro, si deve a lei la legge
sulle pari opportunità. Ma quel che conta, per chi scrive la sua
voce nel dizionario è soltanto la P2. La colpa incancellabile. I
governanti sconnessi della destra che condonano e amnistiano ogni cosa,
soprattutto se stessi, e hanno il vizio della dimenticanza, non scordano
invece i nodi fondamentali del malaffare nazionale. La P2 è uno
di questi. Tina Anselmi, secondo la scrivente, è «la Giovanna
d’Arco che avrebbe dovuto trafiggere i mostri degli anni Ottanta».
Tina Anselmi è un’espressione del «cattocomunismo»,
un’altra ossessione. Ecco come la biografia conclude
il suo testo: «Era rimasto imprevedibile, e straordinario, che la
furbizia contadina della presidente divenisse il controverso modello della
futura demonologia politica nazionale, distruttiva e futile. I 120 volumi
degli atti della commissione che stroncò Licio Gelli e i suoi amici,
gli interminabili fogli della Anselmi’s List (che finezza!, ndr) infatti
cacciavano streghe e acchiappavano fantasmi».
Dove sono finite le «coordinate del rigore scientifico»
reclamizzate dal ministro? Sarà utile rinverdire qualche notizia
sulla P2. Gli allora giudizi istruttori Gherardo Colombo e Giuliano Turone
arrivano alle liste di Gelli indagando sulla mafia, sull’assassinio ordinato
da Sindona dell’avvocato Giorgio Ambrosoli a Milano, la notte dell’11 luglio
1979 e sulle minacce ricevute da Enrico Cuccia. Sindona, quell’estate,
è arrivato nascostamente
in Sicilia da New York e si dice vittima di un sequestro. Indagando
su quel finto sequestro, Colombo e Turone scoprono un medico, Joseph Miceli
Crimi, che ammette di aver ferito Sindona a una gamba dopo avergli praticato
l’anestesia locale (per dar credito al finto sequestro).
Nell’ottobre 1980 confessa di avere incontrato Gelli più
volte durante quell’estate. Il 17 marzo 1980 avviene la famosa perquisizione
in quattro posti differenti. Alla Giole, la ditta di Gelli ad Arezzo, i
finanzieri di Milano scoprono le carte.
Svelano l’esistenza di un’associazione segreta in cui sono coinvolti
tre ministri della Repubblica, il capo di stato maggiore della Difesa,
i capi dei servizi segreti, 24 generali e ammiragli, 5 generali della Finanza,
compreso il comandante, parlamentari (esclusi i comunisti, i radicali,
il Pdup), imprenditori, il direttore del Corriere della Sera, il direttore
del Tg1, banchieri, 18 magistrati. Non è il governo Forlani, che
si dimetterà, a rendere pubbliche le liste, ma Francesco De Martino,
presidente della commissione d’inchiesta sul caso Sindona.
È l’immondezzaio della Repubblica. La P2 ha gestito il caso
Sindona con la mafia; è proprietaria del Banco Ambrosiano e controlla
il Corriere della Sera; ha rapporti con la banda della Magliana e con i
poteri criminali; è responsabile, tramite suoi affiliati, di gravi
depistaggi sulla strage di Bologna del 1980 e sulla strage di Peteano.
Ha usato influenza sul caso Moro, massicciamente presente nel comitato
di crisi del Viminale.
Scrive (ahimé) Tina Anselmi nella sua relazione sulla loggia:
«Ha costituito motivo di pericolo per la compiuta realizzazione del
sistema democratico».
Davvero la Anselmi’s List cacciò «streghe e acchiappò
fantasmi?» Davvero «stroncò Licio Gelli e i suoi amici?»
Gelli sta benissimo nella sua villa
di Arezzo. I suoi amici sono al governo. Il
presidente del Consiglio Berlusconi aveva la tessera n. 1816 ed era affiliato
alla P2 dal 26 gennaio 1978;
il suo assistente Fabrizio Cicchitto aveva
la tessera n. 2232 e si era affiliato un po’ più tardi, il 12 dicembre
1980. Le cose vanno a gonfie vele, come risulta da una recente intervista
del maestro venerabile a la Repubblica. Riceve i postulanti tre volte alla
settimana, a Pistoia, a Montecatini,
a Roma. È soddisfatto. Il suo Piano
di rinascita democratica ha fatto e fa da linea programmatica al governo.