Intervista inedita a Primo Levi. Un ragazzo
di 20 anni e l'autore di "Se questo è un uomo"
Una lunga conversazione, mai rivelata, che torna
alla vigilia del Giorno della Memoria
- 18 gennaio 2008 Marco Viglino -
"Io, scampato al lager
per poterlo raccontare"
Mi ha colpito il suo desiderio
di rendere testimonianza sulla tragica esperienza nel lager: quando è
nato questo desiderio?
"Questo desiderio, del resto
comune a molti, mi è nato nel lager. Volevamo sopravvivere anche
e soprattutto per raccontare ciò che avevamo visto: questo era un
discorso comune, nei pochi momenti di tregua che ci erano concessi. Del
resto è un desiderio umano: lei non troverà mai un reduce
che non racconti. (No, mi correggo, ve ne sono alcuni che non raccontano;
ve ne sono alcuni che sono stati feriti talmente a fondo che hanno censurato
il loro passato, l'hanno sepolto per non sentirselo più addosso).
In primo luogo c'è il bisogno di scaricarsi, di buttare fuori quello
che si ha dentro. Poi ci sono anche altri motivi... c'è forse anche
il desiderio di farsi valere, di far sapere che siamo sopravvissuti a certe
prove, che siamo stati più fortunati, o più abili, o più
forti".
Il punto di contatto tra i primi
libri e quelli di fantascienza, mi pare possa essere la sua "indignazione",
che prima è rivolta al
lager e poi verso certe storture della civiltà. È giusto?
"Sì, è giusto:
è una domanda che mi fanno in molti e a cui veramente non sono il
più autorizzato a rispondere, perché non è detto che
chi scriva sappia sempre bene "perché" scrive. Io ho due radici:
una è il senso del lager e l'altra è il senso della chimica
con le sue dimensioni. Avevo in mente di scrivere qualcosa sulla storia
naturale ancora prima di entrare nel lager: già da studente sentivo
un desiderio del genere (non come progetto chiaro e distinto, ma come vaga
aspirazione) e trovavo un terreno fertile nel mio mestiere di chimico.
Perciò - dopo aver terminato Se questo è un uomo e La tregua
- non è che io abbia "scritto" gli altri due libri: ho raccolto
alcune idee e anche alcuni racconti che avevo già scritto prima.
Per esempio, il primo racconto delle Storie naturali, quello del vecchio
medico che raccoglie essenze, l'ho scritto prima di Se questo è
un uomo. E... probabilmente sì, benché il tema sia diverso,
anche gli altri scritti risentono dell'esperienza del lager, in una forma
molto indiretta, in una forma di delusione profonda, di un ritirarsi dalla
vita".
Tra i personaggi che si incontrano
nei suoi libri, Lei mostra particolare simpatia e indulgenza
verso alcuni che incarnano una
certa "furbizia" o arte di arrangiarsi, come Cesare o il Greco.
"Anzitutto questi personaggi
agiscono in un contesto tutto particolare, che è quello della fine
della guerra: ora, su questo fondale, direi che si può essere abbastanza
indulgenti. Non ammetterei, oggi, un Greco; lo eviterei, mi terrei lontano
da lui, ma in quel momento lo sentivo quasi un maestro. Egli soleva dire:
la guerra è sempre. E poi ancora mi diceva: "Vedi le scarpe belle
che io ho: è perché sono andato a rubarle nei magazzini dei
russi. Tu sei uno sciocco, non sei andato a cercarle". Io rispondevo che
pensavo che la guerra fosse finita e che i russi avrebbero provveduto.
"La guerra è sempre", mi ripeteva, e, allora, io ero d'accordo con
lui. Oggi sarei più severo nei suoi riguardi, così anche
nei riguardi di Cesare: ma la furbizia di Cesare era così solare,
così aperta, così ingenua in fondo e così innocua
che mi sta bene ancora adesso. Non sarei un censore tanto severo da escluderla,
in quella forma: furbizia così "italiana", sempre mescolata con
bonomia. Cesare ingrassava i pesci con l'acqua, poi però, davanti
ai bambini affamati della donna russa, glieli regala. Questo fa parte di
un'arte di vivere che è vecchia come il mondo e davanti alla quale
non si può essere troppo severi".
Quella carica di ribellione che
sta alla radice dei primi due libri si è attenuata con gli anni
oppure no?
"Io contesto "quella carica
di ribellione": di indignazione sì; di ribellione purtroppo no perché
non c'era modo, almeno per chi era al mio livello. Ribellioni in senso
tecnico ve ne sono state, in alcuni lager: l'episodio che ho raccontato
di quell'impiccato che muore gridando "io sono l'ultimo!" si ricollega
a una ribellione che c'era stata in un altro campo: i prigionieri avevano
fatto saltare i forni crematori pochi giorni prima e costui, di cui non
conosco neppure il nome, era implicato nella faccenda, probabilmente aveva
procurato dell'esplosivo. Riprendendo, l'indignazione sì persiste,
ma diciamo che si è ramificata. Sarebbe stupido oggi continuare
a vedere il nemico solo lì, solo il nazista, anche se a mio parere
è ancora il principale. Però il mondo di oggi è molto
più articolato che non quello di una volta. Non erano bei tempi
quelli in cui io ero giovane, però avevano il grande vantaggio che
erano netti; l'alternativa amico/nemico era molto netta e la scelta non
era difficile. Oggi lo è molto di più. Perciò anche
l'indignazione persiste, ma è... erga omnes. Verso molti, non più
verso "quelli"".
Nella famosa lettera al suo editore
tedesco, lei dice che non può capire i tedeschi e quindi non si
sente di giudicarli.
"No, ho detto che non li capisco,
ma li giudico sì".
E come, allora?
"Li giudico male: sì,
anche i tedeschi di oggi. Non tutti, naturalmente; io ho molti amici tedeschi,
anche per il fatto che parlo la loro lingua, e mi interessano, e mi rifiuto
di giudicarli in blocco. Però devo dire che, statisticamente, sono
un paese pericoloso. Sono un pericolo intanto perché sono divisi
in due e questo essi non lo accettano: pochi fra i tedeschi accettano questa
divisione. E poi hanno delle virtù che diventano pericolose: questa
loro straordinaria passione per la disciplina (che a noi manca - ed è
male - ma loro ne hanno troppa!) per cui sono pronti ad accodarsi a chiunque
comandi, mi fa paura".
Com'è che allora, sempre
in quella lettera, lei dice che i tedeschi, oltre ad essere pericolo, sono
speranza per l'Europa?
"Ecco... la lettera io l'ho
scritta molti anni fa, nel '60, sulla corda dell'entusiasmo che avevo provato
io per il fatto che un editore tedesco aveva accettato di pubblicare la
mia testimonianza, e anche a seguito di vari contatti che avevo avuto allora
con i giovani tedeschi degli anni Sessanta. E mi era sembrato che la Germania
fosse veramente un'altra. Sembrava una roccaforte della democrazia, allora:
oggi un po' meno, anzi molto meno".
Come reagiva vedendo i compagni
di sventura andare ogni giorno alla morte a causa della selezione:
lo prendeva, alla fine, come
un dato di fatto, o questo le procurava ogni volta lo stesso dolore e lo
stesso disgusto?
"Ci si incontrava, al mattino,
all'appello e quando ne mancava uno, era considerato di cattivo gusto andare
a fondo, un po' come capita oggi quando uno muore di cancro: non se ne
parla volentieri. Era una forma di accettazione, in sostanza, per cui l'atteggiamento
verso il compagno morto in selezione non era molto diverso da quello verso
uno morto di morte naturale. Quel mio amico Alberto, di cui ho parlato
a lungo, era in campo con il padre: era un ragazzo molto intelligente e
insieme parlavamo sovente di queste cose, senza inibizioni e senza cedere
a questa tendenza di negare la verità. Pure, quando il padre fu
scelto per la selezione, Alberto disse di essere sicuro che suo padre non
era mandato nelle "camere" bensì veniva trasferito con altri prigionieri
in un altro campo di convalescenza. E io ero stupito e impressionato nel
constatare come il mio amico si fosse prontamente costruito un riparo,
per celarsi una realtà altrimenti intollerabile".
Data la mortalità elevatissima,
pensa che la sua sopravvivenza sia dovuta a fortuna o ad altri fattori?
"Io penso che, in primo luogo,
molto abbia giocato la fortuna. Inoltre non sono stato mai ammalato: mi
sono ammalato più tardi, in modo provvidenziale. Ed ecco come avvenne.
Io, lavorando in fabbrica, rubavo al laboratorio ciò che mi poteva
servire per la sussistenza e puntualmente dividevo il bottino con Alberto;
c'era infatti un patto tra di noi, per cui dividevamo fraternamente ogni
colpo buono (ecco qui l'arte di arrangiarsi!). Un giorno che avevo rubato
del tè in laboratorio, andai con Alberto a venderlo all'ospedale,
dove ne avevano bisogno per gli ammalati. Ci pagarono con una gamella di
zuppa, quasi gelata e già un po' intaccata. Probabilmente era stata
toccata da un malato di scarlattina: io presi la scarlattina, fui mandato
in ospedale e sopravvissi; Alberto che aveva avuto la malattia da bambino,
non ne fu contagiato e morì in campo. Altro fattore fondamentale
per me è stato quell'operaio, Lorenzo, di Fossano, che mi ha portato
per molti mesi quanto bastava per integrare le calorie mancanti. Egli,
che pure non era un prigioniero, è tornato molto più disperato
di me: era un uomo molto mite e molto pio, rozzo e insieme religioso, e
era terrificato di quanto aveva visto, spaventato, ferito. È tornato
in Italia da solo, a piedi, e non ha voluto più vivere. Ha incominciato
a bere e, a me che lo andavo a trovare spesso, diceva molto freddamente
che non desiderava più vivere, che ne aveva viste abbastanza. Morì
tubercoloso; e infelice".
Qualche episodio insolito che
ricorda e che non è stato detto nei suoi libri.
"C'era con noi un medico ebreo
osservante. Lei sa che la religione ebraica prevede dei digiuni molto rigorosi:
in quei giorni non si mangia niente e neppure si lavora. Questo medico
alla sera - dopo il lavoro - disse al capo-baracca che la zuppa non la
voleva, perché era giorno di digiuno e lui non la poteva mangiare.
Il capo-baracca era un comunista tedesco, abbastanza indurito dal suo mestiere
(aveva dieci anni di lager alle spalle), però, colpito dalla forza
morale del prigioniero, gli conservò la zuppa fino a quando quest'ultimo
non terminò il suo digiuno. Questo atto di umanità mi aveva
molto impressionato".
Può stabilire un rapporto
tra lei e gli altri scrittori di religione ebraica (Ginzburg, Bassani)?
"Un rapporto complesso c'è,
evidentemente. L'ambiente di Natalia Ginzburg è il mio stesso ambiente;
abbiamo parenti in comune; lei è nata Levi e suo fratello era il
nostro medico. L'ambiente della borghesia ebraica torinese è quello
in cui sono nato e cresciuto. Quello di Bassani è diverso; sia Bassani
che i suoi personaggi appartengono ad un'altra borghesia ebraica, quella
di Ferrara, che io conosco abbastanza poco. E che non mi piace tanto, perché
erano una classe abbastanza consapevole dei propri privilegi, abbastanza
esclusiva (vedi il famoso muro di cinta) e riservata e chiusa".
Per quale motivo la Ginzburg
le ha rifiutato il manoscritto?
"Premetto che non le serbo rancore
(ma forse sì, per un certo periodo gliene ho serbato). Ho pensato
a tante cose: forse era satura di manoscritti - fare il lettore in una
casa editrice è un brutto mestiere; si è costretti a falciare...
poi... è un fatto che, pur conoscendola bene, non abbiamo mai chiarito".
Ha ancora dei contatti con i
compagni del lager?
"Enick l'ho perso di vista completamente.
Ho ritrovato invece quel Pikolo, quello del canto di Ulisse; con lui ci
vediamo sovente; viene a fare le vacanze in Italia e fa il farmacista in
un piccolo paese vicino a Strasburgo. È uno di quelli che hanno
rimosso tutto: si è imborghesito completamente e non ama parlare
di queste cose. Sono stato a trovarlo, l'ultima volta, con la Televisione
italiana; gli ho chiesto di riceverci e mi ha risposto: te sì, ma
le telecamere no. Poi però ha accettato anche loro, ma non volentieri".
Che pensa dei giovani d'oggi?
"La differenza fondamentale
tra la nostra giovinezza e la giovinezza attuale è nella speranza
di un futuro migliore, che noi avevamo in modo clamoroso e che ci sosteneva
anche negli anni peggiori, anche nel lager: la meta c'era e era costruire
un mondo nuovo di uguali diritti, dove la violenza era abolita o relegata
in un angolo, costruire il Paese per riportarlo a livello europeo. Invece,
i giovani d'oggi, mi pare abbiamo molte meno speranze. In generale vedo
che tendono a scopi immediati, e questo forse è anche abbastanza
giusto, in quanto non distinguono un altro futuro. Mi pare, paradossalmente,
che sia stata più facile la nostra giovinezza, perché oggi
sono troppi i mostri all'orizzonte: c'è il problema della violenza,
il problema energetico, dell'inquinamento; il mondo è diviso in
blocchi, c'è una totale incapacità di prevedere l'avvenire
e nessuno osa fare previsioni sensate di qui a due anni. C'è sempre
il problema atomico. Trovo che sono pochi i giovani che pensano di fare
o studiare in qualche modo per un loro preciso futuro. È il senso
del tramonto dei valori, per cui bisogna godere e bruciare tutto subito".
Come mai ha lasciato passare
tanto tempo, quindici anni, da Se questo è un uomo alla seconda
opera?
"Se questo è un uomo,
edito nel '47 presso De Silva, uscì in duemilacinquecento copie:
avevo delle buone recensioni, ma ho avuto cinquemila lettori (un libro
lo leggono due persone in media). Dopodiché... non ho avuto più
incentivo a scrivere; mi pareva di avere fatto il mio dovere di testimone,
di essermi scaricato delle mie tensioni e non sentivo il bisogno di scrivere
altro. Solo dopo molti anni mi ha ripreso questo desiderio, perché
si è ricominciato a parlare della Seconda guerra mondiale, e dei
lager in specie, in modo diverso, in senso storico appunto. Verso il '60,
o forse prima, si tenne un ciclo di conferenze sul tema e io mi sono ritrovato
protagonista: molti allora mi hanno incoraggiato a raccontare anche la
seconda parte della mia esperienza, cioè il ritorno dalla Russia.
Ripresi la penna anche per un altro motivo: era cessata la Guerra fredda
e ora potevo raccontare la verità completa, umana. Prima era impossibile
parlare della Russia: o se ne parlava come dell'inferno o come del paradiso.
E io non me la sentivo, in un ambiente così, di scrivere un libro-verità
come La tregua. Solo dopo la distensione è diventato possibile scrivere
di queste cose in un linguaggio non retorico".
Perché è nato Malabaila?
"Perché sarebbe stato
scandaloso a quel tempo: non avrei potuto, io, lo scrittore di Se questo
è un uomo venire fuori a quei tempi con aneddoti, storie fantastiche.
Proposi allora questo pseudonimo all'editore, il quale accettò con
entusiasmo, pensando forse di farne un "caso letterario": poi il caso non
ci fu, ed io ripresi il mio nome".
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