Di cosa stiamo parlando?
Di un'accusa che non appare supportata da prove
concrete, documentali, da passaggi di denaro certificati, chiari,
ma da testimonianze e da qualche intercettazione che
non ci dice nulla:
Prostituzione? Accusa risibile che, se non fosse per
il momento drammatico, susciterebbe più di una risata. Pensare
al favoreggiamento della prostituzione a Bosco Minniti
è diabolico e quantomeno ardito. Riduzione in schiavitù?
In questa chiesa chiunque entra è padrone di
casa, non ci sono capi e sottoposti, tutti insieme, italiani e stranieri,
ci si siede sullo stesso tavolo, si vive insieme collaborando,
ci si rispetta pienamente.
La magistratura farà il suo corso, ma mi auguro
che non lo faccia con l’atteggiamento di chi vuole
per forza condannare qualcuno. Le parole del procuratore
D’Agata, rilasciate all’emittente catanese Telecolor, fanno rabbrividire.
Il garantismo che egli ha usato per se stesso su accuse a cui nessuno di
noi aveva creduto non vale quando
ad essere sotto accusa sono gli altri? Il suo sorriso,
la sua certezza che si tratta di prove da cui è impossibile discolparsi,
la sua convinzione che l’umanità di questa
comunità e della sua guida fosse solo un paravento per loschi traffici,
tutto ciò è inopportuno per chi dovrebbe
usare la presunzione di innocenza come suo principio guida, ed è
offensivo per tutti coloro che in quella parrocchia, ogni giorno, da anni
costruiscono una società nuova, fatta di solidarietà, tolleranza,
accoglienza vera, non legata a circuiti economici, ma ad uno spirito di
fratellanza e di accompagnamento nei confronti
di chi è rimasto indietro verso un futuro di
inclusione.
Se padre Carlo, Antonio e Aldo
sono colpevoli, allora lo siamo tutti.
Siamo colpevoli di amare l’altro
come fosse nostro fratello.
Siamo colpevoli
di non credere che in questa società se qualcuno
fa del bene lo deve fare per forza per riceverne un tornaconto personale.
Siamo colpevoli
di vivere in un tempo in cui la solidarietà
è eversiva.
Siamo colpevoli
di fare ciò che le istituzioni non fanno.
Siamo colpevoli
di credere in una giustizia che invece di colpire
chi sbaglia si ritorce contro chi la sostiene.
Siamo colpevoli
di “stare sulle palle” a qualche ufficio della Questura
che, qualche anno fa, con il vecchio questore, ci guardava con favore,
apprezzando il fatto di essere punto di riferimento per molti migranti
che altrimenti sarebbero condannati alla clandestinità
e sparsi per il territorio nazionale come fantasmi
senza nome.
Siamo colpevoli
di non chiudere gli occhi e il cuore davanti a chi
ha bisogno.
Siamo colpevoli
di aver denunciato e segnalato quello che non ci sembrava
giusto un’istituzione facesse.
Siamo colpevoli
di non esser stati zitti, di aver protestato a muso
duro contro l’arroganza, l’indifferenza, l’assenza delle istituzioni sul
territorio e contro un clima nazionale che non ci piace e che abbiamo definito
disumano, pericoloso.
Siamo colpevoli
di non aver chiesto la carta d’identità morale
a chi entra in una Chiesa per cercare riparo e accoglienza, in piena coerenza
con lo spirito cristiano di cui in tanti, troppi in questo Paese si appropriano
indebitamente, quando fa comodo, per poi oltraggiarlo nella vita di tutti
i giorni, nelle proprie azioni e nel proprio lavoro.
Siamo colpevoli
di solidarietà, di umanità, di esser
soli contro un sistema più grande e forte di noi, capace di schiacciarci
quando e come vuole.
Siamo colpevoli
di non rassegnarci ad un’Italia che declina miseramente
nella sua pochezza e arretratezza, nella sua ipocrisia e violenza.
Siamo colpevoli tutti, di tutto questo.
Allora che vengano ad arrestare tutti noi, con le accuse
più assurde, mettendoci tutta la fantasia possibile per trovare
il modo di colpirci. Ci costringano al silenzio, alla
calunnia, all’esposizione al pubblico massacro, al dolore.
Ma nessuno mai potrà darci quel colpo di grazia
che incenerisce ogni cosa: la rassegnazione.
Mai come adesso abbiamo l’obbligo di compattarci e
di dare un segnale forte, consapevoli che la parte giusta,
in un Paese come il nostro, non può che essere
minacciata e colpita.
Abbiamo fiducia nella magistratura, nonostante tutto,
anche se siamo consapevoli che non abbiamo bisogno delle sentenze
per conoscere l’innocenza di chi da sempre antepone
l’aiuto agli altri alla propria stessa vita, senza ritorni economici, conducendo
vite dure, fatte di lavoro e non di agi.
Per queste persone, per tutti coloro che ad esse somigliano, per le idee in cui crediamo allora sentiamo di dichiararci colpevoli, perché tra chi condivide questo destino di campo e questa idea di mondo, senza divise e poltrone dorate, non possono esserci distinzioni.
Profondamente indignato
Massimiliano
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