Ho concluso la prima edizione di Un mondo senza paura proprio sul
finire del 2004, un anno significativo e traumatico per il popolo spagnolo.
Avevamo appena subito il più grande attacco terroristico della nostra
storia recente, mai visto in ben 35 anni di convivenza dei cittadini e
delle istituzioni con attentati e azioni violente di ogni tipo. Il cambiamento
politico conseguente alle elezioni generali ha poi contribuito al succedersi
di numerosi fenomeni destabilizzanti che hanno avuto un’influenza diretta
e definitiva sulla società spagnola.
Il clima di tensione politica è cresciuto enormemente tra
i due principali avversari politici, il vincente Partito Socialista e il
conservatore Partito Popolare. I due schieramenti si sono affrontati sia
all’interno della Commissione di Indagine Parlamentare istituita per indagare
sugli attentati, sia su altri temi cruciali come la controversia sull’energia
nucleare, con un’esasperazione delle divergenze dimostrata soprattutto
dal partito conservatore.
Altre istituzioni, come il Consiglio Generale del Potere Giudiziario si sono trovate coinvolte in un acceso confronto politico che in fin dei conti si è rivelato una battaglia ideologica tra diverse concezioni del sistema giudiziario, specificamente riguardo a importanti riforme legislative, alcune già realizzate come l’autorizzazione di matrimoni tra persone dello stesso sesso, che ha provocato un duro scontro tra Chiesa cattolica e governo, scontro esteso all’ambito dell’educazione, e altre che devono ancora essere discusse, come la proposta di riforma processuale grazie alla quale le inchieste sui crimini verrebbero svolte dai pubblici ministeri senza la partecipazione dei giudici istruttori. Curiosa è la coincidenza di quest’ultima iniziativa spagnola (che prevede che la nomina del pubblico ministero generale sia fatta dal governo) con l’iniziativa italiana, sostenuta dalla maggioranza parlamentare che appoggia il governo di Silvio Berlusconi, di mettere fine all’indipendenza del pubblico ministero, condizione che ha reso finora possibili tanti successi processuali. In entrambi i casi, è grave constatare la volontà di ridurre l’indipendenza dei giudici che finora hanno potuto sottostare solo al principio della legalità.
È sempre più evidente e arrogante la brama di potere di molti governanti che pretendono di sottomettere la giustizia alle lunghe maglie del loro controllo. Infiniti sono i modi di esercitare la loro influenza sugli altri poteri o istituzioni statali. Alcuni tentano il disconoscimento di norme internazionali e principi basilari che, a partire dal 1990, hanno aperto la strada a una comunità giuridica internazionale; altri ancora pretendono che i giudici basino i loro processi esclusivamente su prove concrete, sopprimendo la validità giuridica delle garanzie. Nei casi più gravi relativi a particolari reati di terrorismo, certi governi ricorrono all’istituzione apposita di tribunali speciali.
Questa deriva morale e politica, risultato dell’azione incisiva e terribile del terrorismo, specialmente degli attacchi suicidi e del conseguente loro impatto emotivo, è altamente pericolosa; così come lo è la malcelata insensibilità ufficiale nei confronti del fenomeno stesso. Un esempio di questa responsabile inedia lo troviamo nell’inaccettabile, sia dal punto di vista giuridico che etico, risoluzione del Tribunale Costituzionale tedesco che, prescindendo dalla normativa ratificata e vigente che regola l’ordine di detenzione europeo, ha negato l’estradizione in Spagna di un presunto terrorista, adducendo il pretesto della protezione dei cittadini della propria nazione. Oggigiorno, il crimine non conosce più nazionalità né principi di sovranità e territorialità. Un autentico spirito progressista deve comprendere e accettare che i singoli spazi nazionali non possano più essere considerati zone di esclusione per gli altri Stati. Tale posizione è stata espressa dall’Unione Europea, nonostante i responsabili politici e parlamentari di vari Paesi, tra cui l’Italia, non abbiano accettato né tantomeno reso esecutivo l’ordine di detenzione europeo, che rappresenta uno dei più importanti progressi verso la creazione di un unitario spazio giudiziario comunitario.
Ricordo quando, come conseguenza del rifiuto da parte della Spagna di estradare dei mafiosi in Italia, un’inaspettata quanto difficilmente comprensibile decisione del Tribunale Costituzionale spagnolo approvò nel novembre del 2000 un accordo bilaterale tra Spagna e Italia che eliminava le complesse pratiche necessarie per la richiesta di estradizione e rendeva davvero più agile la cooperazione giudiziaria. Queste nuove norme, tuttavia, non sono mai entrate in vigore. L’accordo, presumibilmente, era stato siglato sulla scia dell’iniziale scandalo, ma la sua applicazione era stata successivamente ritenuta inopportuna a causa delle possibili altre aree cui avrebbe potuto estendersi, prima fra tutte quella della corruzione. Ancora una volta, interessi estranei a quelli della difesa dei diritti della cittadinanza si imponevano per tentare di annullare l’accordo di cooperazione tra Paesi, ostacolando così la lotta contro le forme più complesse di delinquenza.
Soltanto grazie alla buona volontà di pubblici ministeri come Gherardo Colombo, Gian Carlo Caselli, Armando Spataro e molti altri, in Italia si è riusciti a superare le barriere anticooperazione. Gherardo Colombo, per esempio, si è prodigato per incentivare la cooperazione in materia di anticorruzione, mentre Giancarlo Caselli, con un efficace ed esemplare rispetto della legalità, ha fatto sì che la collaborazione internazionale contro il terrorismo sia divenuta una realtà tangibile. Molte inchieste alle quali ho partecipato assieme ad altri giudici e pubblici ministeri europei, sono da considerarsi riscontri positivi che restituiscono al cittadino fiducia nella giustizia, nonostante i tentativi di pochi di muoverla a proprio vantaggio. Ne sono esempio l’immediata cooperazione riscontrata dal giudice spagnolo nella richiesta di detenzione ed estradizione di Mohamed «l’egiziano», presumibilmente implicato negli attacchi terroristici compiuti a Madrid l’11 marzo 2004; la detenzione di uno dei partecipanti ai mancati attentati del 21 luglio 2005 a Londra; l’inchiesta in corso sulle torture e la detenzione illegale nella quale sarebbero implicati membri dei servizi segreti americani.
In questa prima parte del 2005 – a parte l’esempio del Libano (se si esclude l’omicidio dell’ex premier Rafik Hariri), e l’abbandono da parte del governo di Israele della striscia di Gaza appartenente alla Palestina – la situazione attuale non appare confortante. Rimane la drammatica situazione dell’Iraq (dove continuano a morire migliaia di civili innocenti e dove le azioni terroristiche si fanno sempre più frequenti e organizzate); continuano a sommarsi nuove rivelazioni di abusi compiuti in Afghanistan; aumentano le denunce di estradizioni illegali di detenuti verso Paesi in cui si applica più o meno apertamente la tortura; continua lo scempio nel Darfur, il conflitto permanente in Cecenia e la minaccia terroristica che viene da questo Paese; sono avvenuti gli attacchi terroristici a Londra (che hanno svelato la complessità delle reti in precedenza capeggiate da Al Qaeda e adesso divenute autonome all’interno di un movimento ideologico sempre più sfaccettato). Tutto ciò ci dimostra la necessità di una riflessione molto seria sul nostro presente e sul futuro che ci aspetta, sia a livello politico, giuridico e sociale, per verificare se l’atteggiamento dell’Occidente sia realmente corretto o se manchi, invece, una reale volontà di contribuire al risanamento e alla risoluzione dei problemi di quelle zone del mondo finora abbandonate dalla comunità internazionale.
Gli esempi di cooperazione citati mostrano come dovrebbe essere una
giustizia senza frontiere, aliena quindi all’accusa che molti le muovono
di essere compromessa politicamente e meschinamente con i singoli governi,
esclusivamente impegnata nella difesa del cittadino, al quale deve garantire
maggiore sicurezza ma anche maggiori garanzie rispetto all’arbitrarietà
delle stesse istituzioni. Perciò, la decisione affermativa del Consiglio
di Sicurezza affinché la Corte Penale Internazionale si pronunci
sui delitti di genocidio commessi in Darfur (Sudan), è un esempio
da seguire, purtroppo oscurato dall’astensione al voto degli Stati Uniti
e dall’accettazione di fatto degli accordi di immunità firmati da
questo e da molti altri Paesi.
| Questo brano è tratto dalla prefazione alla autobiografia di Baltasar Garzón Real «Un mondo senza paura» edito da Baldini Castoldi Dalai. |
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