Se poi Contrada non avesse avviato lo sciopero della fame, ma avesse continuato a nutrirsi, le sue condizioni di salute sarebbero senz’altro migliori. Il detenuto malato dev’essere curato, nell’infermeria del carcere o in ospedale, secondo le leggi vigenti, non essendo la grazia una terapia anti-diabete. Quanto alle ragioni giuridiche di un’eventuale clemenza, sono ancor più deboli di quelle umanitarie. Mai è stato graziato un personaggio di quel calibro condannato per mafia. E mai è stato graziato un condannato a distanza così ravvicinata dalla sua condanna (Contrada ha scontato 7 mesi dei 10 anni previsti).
Si è molto discusso, a proposito di Adriano Sofri, se il candidato alla grazia debba almeno chiederla o possa riceverla d’ufficio, se debba accettare la sentenza o la possa rifiutare: ma, se anche prevalesse la seconda tesi, sarebbe ben strano graziare un signore, stipendiato per una vita dallo Stato, che ha dipinto i suoi giudici come strumenti in mano alla mafia per condannare un nemico della mafia, giudici al servizio di «un manipolo di manigoldi, di criminali, di pendagli da forca che hanno inventato le cose più assurde mettendosi d’accordo». E tuttora chiede la revisione del processo. Graziarlo addirittura prima dell’eventuale revisione, significherebbe usare impropriamente la clemenza per ribaltare il verdetto della Cassazione: un’invasione di campo del potere politico in quello giudiziario.
Ultimo punto: sollecitata per un parere dal giudice
di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, la Procura di Palermo ha risposto
che Contrada non risulta aver mai interrotto i suoi rapporti con Cosa Nostra,
ragion per cui si ritiene che potrebbe – una volta libero – riallacciarli.Restano
da esaminare le possibili ragioni «politiche» di tanta fretta.
Ragioni che risalgono alle sua lunga e controversa carriera di poliziotto
e agente segreto alle dipendenze dello Stato, ma al servizio dell’Antistato.
Già capo della Mobile e della Criminalpol di Palermo, già
numero tre del Sisde (alla guida del dipartimento Criminalità organizzata)
fino al Natale del 1992, quando fu arrestato, Contrada è indicato
come trait d’union fra Stato e mafia non solo da una ventina di mafiosi
pentiti, ma pure da una gran quantità di autorevolissimi testimoni.
A cominciare dai colleghi di Giovanni Falcone,
che raccontano al diffidenza che il giudice nutriva nei confronti di «’u
Dutturi»: i giudici Del Ponte, Caponnetto, Almerighi, Vito D’Ambrosio,
Ayala. E poi Laura Cassarà, vedova di Ninni (uno dei colleghi di
Contrada alla Questura di Palermo assassinati dalla mafia mentre lui colludeva
con la mafia). Tutti a ripetere davanti ai giudici di Palermo che Contrada
passava informazioni a Cosa Nostra, incontrando anche personalmente alcuni
boss, come Rosario Riccobono e Calogero Musso.
Nelle sentenze succedutesi in 15 anni, si legge che Contrada concesse la patente ai boss Stefano Bontate e Giuseppe Greco; che agevolò la latitanza di Riina e la fuga di Salvatore Inzerillo e John Gambino; che intratteneva rapporti privilegiati con Michele e Salvatore Greco; che spifferava segreti d’indagine ai mafiosi in cambio di favori e regali (come i 10 milioni di lire accantonati dal bilancio di Cosa Nostra, nel Natale del 1981, per acquistare un’auto a un’amante del superpoliziotto); che ha portato al processo falsi testimoni a sua difesa. Decisivo il caso di Oliviero Tognoli, l’imprenditore bresciano arrestato in Svizzera nel 1988 come riciclatore della mafia. Secondo Carla Del Ponte, che lo interrogò a Lugano insieme a Falcone,Tognoli ammise che a farlo fuggire dall’Italia era stato Contrada, anche se, terrorizzato da quel nome, rifiutò di metterlo a verbale. Poi, in un successivo interrogatorio, ritrattò. Quattro mesi dopo, Cosa Nostra tentò di assassinare Falcone e la Del Ponte con la bomba all’Addaura. Nemmeno Borsellino si fidava di Contrada. E nemmeno Boris Giuliano: finì anche lui morto ammazzato. Il che spiega, forse, lo sconcerto dei familiari delle vittime della mafia all’idea che lo Stato, dopo aver speso 15 anni per condannare Contrada, impieghi 7 mesi per liberarlo.
Ma c’è un ultimo capitolo, che sfugge alle
sentenze:uno dei tanti tasselli che compongono il mosaico del «non
detto», o dell’«indicibile» sulla strage di via d’Amelio,
dove morì Borsellino con gli uomini della sua scorta (ancora oggetto
di indagini della Procura di Caltanissetta, che pure ha archiviato la posizione
di Contrada). Quel pomeriggio del 19 luglio ’92 Contrada è in gita
in barca al largo di Palermo con gli amici Gianni Valentino (un commerciante
in contatto col boss Raffaele Ganci) e Lorenzo Narracci (funzionario
del Sisde). Racconterà Contrada che, dopo pranzo, Valentino riceve
una telefonata della figlia «che lo avvertiva del fatto che a Palermo
era scoppiata una bomba e comunque c’era stato un attentato. Subito dopo
il Narracci, credo con il suo cellulare, ma non escludo che possa anche
aver usato il mio, ha chiamato il centro Sisde di Palermo per informazioni
più precise». Appreso che la bomba è esplosa in via
d’Amelio, dove abita la madre di Borsellino, Contrada si fa accompagnare
a riva, passa da casa e, in serata, giunge in via d’Amelio. Ma gli orari
– ricostruiti dal consulente tecnico dei magistrati, Gioacchino Genchi
– non tornano. L’ora esatta della strage è stata fissata dall’Osservatorio
geosismico alle 16, 58 minuti e 20 secondi. Alle 17 in punto, cioè
80 secondi dopo l’esplosione, Contrada chiama dal suo cellulare il centro
Sisde di via Roma. Ma, fra lo scoppio e la chiamata, c’è almeno
un’altra telefonata: quella che ha avvertito Valentino dell’esplosione.
Dunque, in 80 secondi, accadono le seguenti cose: la bomba sventra via
d’Amelio; un misterioso informatore (Contrada dice la figlia dell’amico)
afferra la cornetta di un telefono fisso (dunque non identificabile dai
tabulati), forma il numero di Valentino e l’avverte dell’accaduto; Valentino
informa Contrada e gli altri sulla barca; Contrada afferra a sua volta
il cellulare, compone il numero del Sisde e ottiene la risposta dagli efficientissimi
agenti presenti negli uffici solitamente chiusi di domenica, ma tutti presenti
proprio quella domenica. Tutto in un minuto e 20 secondi. Misteri su misteri.
Come poteva la figlia di Valentino sapere, a pochi secondi dal botto, che
– parola di Contrada – «c’era stato un attentato»? Le prime
volanti della polizia giunsero sul posto 10-15 minuti dopo lo scoppio.
E come potevano, al centro operativo Sisde, sapere che era esplosa una
bomba in via D’Amelio già un istante dopo lo scoppio? Le prime notizie
confuse sull’attentato sono delle 17.30. Escludendo che la figlia di Valentino
e gli uomini del Sisde siano dei veggenti, e ricordando i rapporti del
commerciante con i Ganci, viene il dubbio che l’informazione sia giunta
da chi per motivi – diciamo così – professionali, ne sapeva molto
di più. Qualcuno che magari si trovava appostato in via D’Amelio,
o nelle vicinanze, in un ottimo punto di osservazione più distante
(il Monte Pellegrino, dove sorge il castello Utveggiom sede di alcuni uffici
del Sisde in contatto con un mafioso coinvolto nella strage). E attendeva
il buon esito dell’attentato per poi comunicarlo in tempo reale a chi di
dovere. Prima di concedere la grazia a Contrada, si dovrebbe almeno pretendere
che dica la verità su quel giorno. Altrimenti qualcuno potrebbe
sospettare – con i parenti delle vittime – che lo si voglia liberare prima
che dica la verità.
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