La nave
dei veleni, una bomba ad orologeria da disinnescare subito
19 settembre 2009 Federica Fantozzi
Ezio Amato, biologo marino, da vent’anni si occupa
di relitti come la Jevoli Sun e la Erika. E, in particolare, di identificare
quelli pericolosi. In questi giorni è in
mare, al largo delle coste siciliane, per un programma di studio sul rischio
ambientale
e la biodiversità associata ai relitti.
A poca distanza da Cetraro, dove è stato individuato il mercantile
Cunsky, affondato con
120 fusti velenosi nella stiva. Costretto dal maltemponel
porto di Milazzo, lo studioso trova un po’ di tempo per una chiacchierata.
Quando un relitto è pericoloso?
«Quando a bordo aveva combustibili osostanze
chimiche nei contenitori. A causa della corrosione, prima o poi, cisterne
e serbatoi liberano queste sostanze. Le chiamiamo sorgenti di inquinamento
affondate: da tempo ormai i relitti non sono più
i velieri che divertono i subacquei. Infatti, le convenzioni
internazionali firmate dall’Italia impediscono l’affondamento volontario».
Come in questo caso:
un pentito di ’ndrangheta ha rivelato ai magistrati
che sono stati loro ad affondarla per disfarsi del
carico.
«È così. Personalmente non ho
dubbi sulla veridicità di questa storia. Il ministero dell’Ambiente
ci ha mandati ad affiancare l’azione della magistratura in un’indagine
molto complessa. Così come credo che le morti di Ilaria Alpi e del
suo operatore sianoda collegare con il traffico di rifiuti tossici. Ma,
ripeto, c’èuna situazione più ampia da affrontare».
Come la si combatte?
«È nata l’idea di una mappa per prevenire
l’emissione di veleni.
Con l’obiettivo di costituire un data-base per il
monitoraggio e la bonifica in profondità. Anche se è un’operazione
molto complicata. Ma il punto è che possono
passare anche 50-60 anni, ma a un certo punto il carico finisce in acqua.
Questo progetto, finanziato dalla Commissione Europea,
ha individuato come luogo test il santuario dei cetacei
(tra la Liguria e la Corsica, ndr)».
Risultato?
«Oltre 500 relitti che giacciono sul fondo dalla
Seconda Guerra Mondiale in poi.
È chiaro che se trasportavano legname sono
innocui, se arsenico no.
Tra questi c’era la petroliera Haven davanti a Genova,
bonificata soltanto l’anno scorso da Bertolaso».
A sentire testimonianze e intercettazioni, la Cunsky
è unabomba a orologeria.
Che cosa si rischia?
«Come ho già detto, da cittadino non
ho dubbi che quella sia la nave di cui parlano i collaboratori di giustizia
e i boss intercettati. È lunga 100 metri con la prua squarciata,
proprio come raccontano loro. E adesso abbiamo una nave a 500 metri di
profondità con dentro 120 fusti velenosi. È irrilevante se
contengano vernici, solventi o acidi: comunque non sono caramelle. L’inquinamento
è certo, l’ammontare degli effetti non è ancora valutabile
».
Che cosa si deve fare e che cosa si può fare
per evitare una catastrofe ambientale?
«Questo è il problema. Ritengo che moralmente
non ci siano alternative alla bonifica. Ripeto: prima o poi il carico fuoriuscirà.
I magistrati hanno avvertito la Regione Calabria, che ha mandato il robot
a intercettare la nave, ritenendo fondato l’allarme. E l’assessore all’Ambiente
Silvestro Greco ha avvertito: non è un problema locale ma internazionale.
Anche perché risolverlo avrà costi enormi».
Quanto costerà?
«La bonifica di un relitto situato a 500 metri
di profondità è un’operazione mai tentata prima. Il recupero
della Haven, a 75 metri, è costato 6 milioni di euro. Qui si parla
di decine e decine di milioni».
L’Italia è in grado di portare a termine un
simile compito?
«A mio avviso sì. Abbiamo capacità
e know-how: navi, robot, piattaforme galleggianti. Anche se nel mondo queste
operazioni le fanno le società di salvage, che sono tutte straniere
».
Restano le spese enormi. A chi toccheranno?
«Eh, per il governo è una tegola micidiale
ma inevitabile. Deve provvedere puntando sugli aspetti positivi come nuovi
posti di lavoro e sviluppo della ricerca e delle tecnologie nel settore.
Magari cercando di coinvolgere organismi internazionali come l’Aiea e la
Nato».
Ieri la vicenda è stata oggetto del question
time in Parlamento. Secondo lei, politica e istituzioni sapranno gestire
l’emergenza?
«Sono convinto di sì. Il problema in
sè non è nuovo nel mondo e ci sono strumenti e mezzi per
tenerlo sotto osservazione. Quello che bisogna evitare sono risposte dilatorie:
per ora non c’è problema, teniamo la situazione sotto osservazione,
ne riparliamo tra 15 anni… ».
Il caso della Cunsky è una terribile eccezione?
«No. Basta che delle 500 navi che abbiamo censito
6-7 siano pericolose per rendere il nostro mare una polveriera. Del resto,
da sempre l’oceano è stato usato come discarica. Il nostro team
ha da poco individuato un sito con 20mila armi chimiche 35 miglia al largo
del porto di Molfetta. Immagini le conseguenze: pesci con il tumore, ecosistema
devastato».
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