«Certo che rispetto i morti di Salò. Sono anch’essi vittime del fascismo, si uniscono a tutta l’immensità di morti che il fascismo ha provocato in Italia e in Europa. Sono le vittime di una spaventosa macchina disumana che li ha catturati e portati a morire, esattamente come tante altre vittime, in Italia e in tutti i Paesi occupati e distrutti».
Italia: che cosa ci unisce
25.04.2006 Furio Colombo
Il film «Duccio Galimberti» di Teo De Luigi, che ho potuto vedere la sera del 23 aprile, è stato per me un modo emozionante di ritornare a quel Piemonte in rivolta contro l’orrore del fascismo che ha segnato la mia vita di bambino, stupito che così tanti adulti fossero vili, ammirato fino all’esaltazione dal coraggio senza condizioni di coloro che hanno deciso di cambiare la Storia italiana.
Il film, narrato fra altri da Giorgio Bocca, uno che non è mai stato vile né di fronte alle armi né di fronte alla seduzione del buon conformismo giornalistico, è una straordinaria lezione sul tragico effetto della propaganda totale, sulla macchina di persuasione che consente di lanciare un intero popolo in una spaventosa avventura, sulla base della pura menzogna, del culto assoluto di una persona e con la invenzione, cattiva, ossessiva, efficace, di un nemico. È un documento sull’immenso fenomeno dell’opportunismo che induce a partecipare alla macabra festa, e induce ad accettare che si possa perseguitare e uccidere.
La forza del film di Teo De Luigi sta nell’avere composto, con montaggio di film di propaganda fascista e racconti dei vivi sui morti (i vivi sono anche anonimi contadini che erano bambini al tempo del fascismo) una rappresentazione corale della Resistenza. Duccio Galimberti, il brillante avvocato di Cuneo figlio di gerarca fascista e primo organizzatore di una banda partigiana è il protagonista esemplare del grande scatto di dignità di una borghesia colta che ha saputo ritrovare di colpo legami di solidarietà e di impegno con un popolo colpito, sbandato, eppure già in rivolta. Ma ciò che fa non dimenticabile il film di Teo De Luigi è lo sguardo largo che comprende tanti, comprende tutti coloro che non si sono arresi, coloro che hanno dato la vita e coloro che sono vissuti per testimoniare. Li ascoltate e vi rendete conto che parlano come se rendessero conto di un atto dovuto.
Nelle loro voci scoprite un’Italia in cui combattenti
partigiani, cittadini divenuti combattenti, perseguitati ebrei divenuti
partigiani, parroci e preti che hanno rinunciato alla loro facile copertura
per stare con i perseguitati e con i partigiani, donne dal coraggio tranquillo,
intere borgate e paesi che poi sono stati distrutti bruciando vivi gli
abitanti, questo è il popolo di italiani che ha restituito un volto
umano, un volto europeo, un volto accettato al tavolo della pace, a un
Paese che era stato il principale complice di Hitler, dalle leggi razziali
alle stragi d’Europa.
Se questo film sarà mostrato nelle scuole per
far ascoltare voci vere nel sottobosco della falsificazione operata in
questi cinque anni di governo privato, molti ragazzi scopriranno di colpo
che ci sono ragioni, da italiani, di essere orgogliosi. E se vorranno ricordare
grandi momenti di unità nazionale (quella unità nazionale
che ci raccomandano sempre) potranno rivedere l’episodio più tragico
e più alto della Resistenza piemontese: 1944, l’intero comando militare
della lotta di Liberazione in quella regione è stato catturato (su
delazione di spie) e tutti sono stati uccisi a Torino in località
Martinetto. Si fa avanti il nuovo gruppo che prende la guida della lotta.
Non ci sono discorsi o dichiarazioni. Nel luogo clandestino in cui rischiano
ogni istante di essere scoperti, si alzano in piedi e cantano l’inno di
Mameli. Quell’inno, in quel momento, smette di essere un canto di regime,
e diventa inno nazionale.
* * *
Ho ripensato a questo episodio la mattinata del 24
aprile, nella trasmissione «Omnibus» de La7 condotta da Rula
Jebreal e dedicata alla Resistenza.
«Che cosa significa per voi questo giorno?»
ha chiesto ai presenti la Jebreal. Giano Accame, che ha militato in quegli
anni in formazioni fasciste, ha detto: «Ero già in prigione
quella notte. Per me è una sconfitta».
A me è sembrato giusto rispondergli: «Anche
per te è l’anniversario di una vittoria, di un evento che ha cambiato
la tua vita di giovanissima recluta di Salò come ha cambiato la
mia di bambino. Da quel momento siamo liberi. Pensa al tremendo futuro
che ci sarebbe stato in Europa senza la Liberazione che oggi celebriamo.
Un mondo diviso fra aguzzini e vittime, fra persecutori e prede umane,
fra rappresaglie e campi di sterminio. Come non vedere la grandiosità
di ciò che è successo per tutti?».
E mi è sembrata bella una frase di Vauro, altro partecipante al dibattito, che ha detto: «Certo che rispetto i morti di Salò. Sono anch’essi vittime del fascismo, si uniscono a tutta l’immensità di morti che il fascismo ha provocato in Italia e in Europa. Sono le vittime di una spaventosa macchina disumana che li ha catturati e portati a morire, esattamente come tante altre vittime, in Italia e in tutti i Paesi occupati e distrutti».
* * *
Proverò a dire quale sembra a me, oggi, il
segno e il senso del 25 aprile, dopo un brutto periodo della storia italiana
in cui alcuni, da posizioni del potere e di dominio delle informazioni,
hanno negato tutto o raccontato storie roovesciate di fascisti perseguitati
e di vendette che sarebbero state il frutto esclusivo della sete di vendetta
comunista.
Siamo usciti da una dura campagna elettorale, ma non
siamo i Montecchi e i Capuleti. Siamo fascisti e antifascisti. E se qualcuno
ci dice che «antifascista» oggi non vuol dire più niente,
ditegli che vuol dire «libero» e dunque il suo significato
non può finire, tanto più che è consacrato dalla Costituzione.
E la Costituzione è il frutto della Resistenza, scritta dalle stesse
persone che alla Resistenza hanno partecipato. E se qualcuno vi dice che
la fine della “categoria” «fascista» fa finire la definizione
di «antifascista», rispondete che non è vero. Le culture
non si evolvono per magia.
L’Europa è percorsa da fascisti che sono protagonisti
di gruppi odiosi, piccoli e marginali, come erano le bande di Mussolini
prima di agganciare il grande potere privato e il grande tradimento di
un re.
Quando, come materiale quasi esclusivo di una intera
campagna elettorale, si inventano «i comunisti» e si attribuisce
questo titolo (ad honorem, direi) a tutti coloro che non sono o non sono
stati comunisti, ma sono certo indomabili avversari, si entra in una spirale
di propaganda malevola che punta alla negazione della libertà attraverso
la rappresentazione falsa (ma con mezzi potenti) dei fatti.
La concordia che ci invitano ad avere e che è uno standard di civiltà, non consiglia di smettere il saldo legame col passato. Nessuno può permettersi di fare il tifo per il Ku Klux Klan negli Stati Uniti o di elogiare la parte schiavista della Guerra di Secessione. La concordia si forma a partire dalla intangibilità dei valori comuni. Noi siamo ricchi di valori comuni. Cominciano il 25 aprile, quando abbiamo posto fine, al prezzo di molto sangue, alla sottomissione a un regime di morte. E abbiamo dato vita alla Costituzione. È vero, durante il governo che adesso finisce, e a causa di un comportamento senza giustificazioni di tanti deputati e senatori la Costituzione italiana nata dalla Resistenza è stata amputata, offesa, vandalizzata, mutilata, resa incoerente e zoppa.
Ma stiamo avvicinandoci a un referendum che dovrà
restituirci quella Costituzione per la quale tanti Duccio Galimberti hanno
dato la vita. A quel voto dovremo partecipare come ad uno degli eventi
più importanti della Storia italiana.
Riavere la Costituzione, come ci ha detto e ricordato
il presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, sarà
il più grande atto di omaggio alla Liberazione.
Ha fatto bene il prossimo presidente del Consiglio
Prodi a dedicare a quell’impegno il nostro 25 aprile.
Ancora una volta non stiamo cercando una vittoria
di parte, perché la nostra Costituzione non divideva gli italiani.
Stiamo cercando di restituire a quel documento di libertà la sua
integrità che ci unisce, perché ci mette tutti al sicuro
dal capriccio del demagogo di passaggio.
Riavere la nostra Costituzione è la risposta. È spirito di concordia, il solo possibile perché basato sul rispetto reciproco.
Post Scriptum
Tutto quello che ho scritto mi induce a dire, dopo
le notizie sulla manifestazione di Milano, la mia repulsione per alcune
grida oscene (oscene perché invocazione di morte) contro la bandiera
di Israele. Quella rappresentava la Brigata Ebraica, una formazione volontaria
che, durante i giorni della Shoah, ha combattuto in Italia per la nostra
liberazione. Non sapere che quella bandiera appartiene all’antifascismo
e alla Liberazione, ed è un simbolo di lotta alla persecuzione nazifascista,
rappresenta un pauroso buco nero di conoscenza e di Storia.
Ci sono tanti modi, anche inconsci, di essere dalla
parte sbagliata. Mai dimenticare che da quella parte c’è ancora
ciò che resta del nazismo e del fascismo.
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