Le cifre false del Governo italiano
Il Commissario europeo all’ambiente Dimas stigmatizza la presa di posizione dell’Italia e l’accusa di gonfiare le cifre sui costi del pacchetto clima ed energia 2020. Eppure, dice, per l’Italia sarebbe un’occasione di sviluppo e innovazione.
L’Italia non ha fatto proprio una bella figura sugli obiettivi per clima ed energia. L’Europa si prende un po’ di tempo per le decisioni finali, ma resta il fatto che il nostro paese in questi giorni dopo aver minacciato il veto sul pacchetto 2020, aver spinto gran parte dei paesi dell’UE dell’est a seguirla in questa battaglia di retroguardia ed essere stata, alla fine, in parte sconfessata da Francia e Germania sulla bontà degli obiettivi da raggiungere (sito Kyoto Club), oggi il nostro Governo si prende anche da parte del Commissario europeo all’ambiente Stavros Dimas una dura accusa di “falsificare le cifre”. Dimas si dice “sbalordito di fronte agli argomenti avanzati dall’Italia”, visto che i dati sui presunti costi del pacchetto clima-energia per il paese (cioè l’1,14% del Pil) “non hanno nulla a che vedere con quelli reali”.

Dimas ha anche sottolineato che tale atteggiamento è incomprensibile visto “l’Italia è uno dei Paesi che ne uscirà meglio”, poiché “ha le competenze necessarie per l’innovazione e grandi possibilità in materia di energie rinnovabili”.
Per Dimas il costo supplementare legato al pacchetto non significa perdita netta, perché i soldi resteranno nelle casse dello Stato e i “dati forniti dal Governo – ha detto il commissario – sono completamente al di fuori di ogni proporzione rispetto a quello che chiediamo di fare ai Paesi: non so da dove vengono, ma non sono ciò che noi chiediamo”. Secondo la Ue, infatti, i costi annuali si situerebbero tra i 9,5 e i 12,3 miliardi, mentre in Italia si parla di 18-23 miliardi annui. Sulla linea di Stavros Dimas anche le associazioni ambientaliste italiane che pochi giorni fa hanno elaborato una nota comune (vedi articolo Qualenergia.it, “Obiettivi 2020, il Governo tira la volata alla lobby nucleare?“).

Proprio ieri una nota del Ministero dell’Ambiente, riferendosi ad un documento dell’UE, parlava di stime dei costi con un impatto dell’1,14% sul Pil al 2020: un costo cumulato nell’intero periodo 2011-2020 pari a 181,5 miliardi di euro, con una media annua di circa 18,2 miliardi di euro. Nei giorni scorsi un istituto di ricerca italiano, preso a riferimento dallo stesso ministero, avrebbe collocato i costi del pacchetto fra i 20 e i 23 miliardi l’anno per il nostro paese.

Il Consiglio Europeo dopo l’incontro del 15 e 16 ottobre di Bruxelles ha dunque confermato nelle conclusioni la propria determinazione a tener fede agli impegni concordati nel marzo 2007 e nel marzo 2008, con l’obiettivo di giungere ad un accordo complessivo entro la fine dell’anno. Il Consiglio Europeo ha chiesto alla Presidenza e alla Commissione Europea di intensificare i lavori nelle prossime settimane per permettere al Consiglio stesso in dicembre di trovare risposte adeguate all’applicazione del pacchetto a tutti i settori dell’economia europea e a tutti gli Stati Membri, tenendo conto rigorosamente dell’aspetto costi-efficacia, e considerando la situazione specifica di ogni Stato Membro.

Nel documento approvato dal Consiglio non si parla però di decisione all’unanimità, peraltro esclusa in tutti i casi di codecisione tra Consiglio e Parlamento. Se non si arriverà ad una soluzione condivisa è probabile, secondo alcuni osservatori, che nel caso in cui l’Italia insistesse nel suo ostruzionismo, l’Europa alla fine andrà avanti senza il nostro paese. Un’occasione persa, se come sembra Germania, Regno Unito, Francia e Spagna, accettando questa sfida nel campo dell’innovazione, sono invece consapevoli che ne potranno ottenere notevoli benefici anche per l’economia.
 
A tal proposito, secondo le stime del Politecnico di Milano e dell’Anev con interventi decisi nei settori dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili si possono creare in Italia almeno 120.000 nuovi posti di lavoro. Ma, come accusa Greenpeace Italia, il nostro Governo resta orientato ancora su carbone e nucleare. E queste non sembrano opzioni energetiche a basso a costo per il sistema paese sia per quanto riguarda gli investimenti che per gli effetti sull’ambiente.
La crisi economica-finanziaria, presa a prestesto dal Governo per alleggerire il pacchetto 2020,
non vale per le centrali a carbone e per qulle nucleari?
Obiettivi 2020,
il Governo italiano tira la volata alla lobby nucleare?

8 ottobre 2008
In una nota congiunta Greenpeace, Legambiente, WWF e Kyoto Club criticano duramente il tentativo del Governo di ottenere più tempo e flessibilità nell’attuazione del pacchetto energia e clima al 2020 studiato dalla Ue. La posizione espressa dal governo italiano sugli obiettivi europei al 2020 è pretestuosa e infondata, e rischia di ostacolare pesantemente il percorso verso un accordo internazionale per far fronte al drammatico problema del cambiamento del clima. In una nota congiunta Greenpeace, Legambiente, WWF e Kyoto Club criticano duramente il tentativo del Governo di ottenere più tempo e flessibilità nell’attuazione del pacchetto clima ed energia studiato dalla Ue, proprio mentre il Parlamento Europeo ha rafforzato gli impegni sul clima globale. 

Nel documento del Governo si parla di costi invece che di i costi invece che di investimenti e non viene presentata alcuna valutazione dei ritorni diretti e indiretti, economici, ambientali e occupazionali (valore dell’energia risparmiata, minori costi dei permessi, minori impatti e maggiore occupazione) ma solo un allarme senza alcuna dimostrazione per cercare di attaccare la strategia europea su clima ed energia. A sostegno della loro tesi le associazioni elencano una serie di dati e fonti autorevoli che smentiscono le analisi del Governo (vedi nota tecnica). 
Quando il Governo dice che l’Italia è già efficiente mente, sapendo di mentire: qualcuno crede che le tecnologie usate in Italia sono le più efficienti dei Paesi industrializzati? Confondere intensità energetica con l’efficienza è il vecchio trucco per giustificare l’inazione. 

Le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, tanto più in un drammatico periodo di crisi economica e finanziaria come quella di questi giorni, costituiscono l’economia reale del sistema energetico. 
Gli investimenti nel risparmio energetico e nelle fonti rinnovabili sono risorse sicure per il paese, per la sua crescita, per la bilancia dei pagamenti per la promozione dell’occupazione. Perseverare nei combustibili fossili, compreso il carbone, e aggiungere al mix l’energia nucleare, è un ritorno al passato e segnala l’incapacità di gestire l’emergenza energetica, ambientale e finanziaria di oggi. 
La verità è che se si sommano gli obiettivi europei sulle rinnovabili, il piano per l’efficienza energetica e gli investimenti nel campo del gas naturale, in Italia non c’è spazio anche per il nucleare. Con efficienza e fonti rinnovabili si raggiungono i 150 miliardi di kWh/anno contro i 50-55 del piano nucleare, il triplo dell’energia e senza dover nuclearizzare il territorio. 
Il governo vuole bloccare fonti rinnovabili ed efficienza, le vere alternative pulite, per far spazio agli interessi della lobby nucleare. 
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NOTA TECNICA 

Efficienza energetica 
Nel solo ambito del risparmio energetico il governo stima un “costo” per l’Italia di 15 miliardi di euro all’anno. Questa affermazione è falsa: gli interventi di risparmio ed efficienza hanno benefici netti che sono ampiamente dimostrati dall’esperienza, da studi di fonte industriale e da affermazioni recenti di vertici industriali.(1) 
Secondo la recente analisi di McKinsey, gli investimenti in efficienza possono stabilizzare i consumi energetici al 2020 in modo conveniente, con una riduzione del 20% rispetto allo scenario tendenziale e hanno tassi interni di ritorno degli investimenti dell’ordine del 10%: quali altri settori vantano un simile performance?(2)

Raggiungere il 20% di risparmio di elettricità è possibile ed economico. Secondo il Politecnico di Milano (3) il costo dell’elettricità risparmiata ai valori attuali, risulta di 5,4 centesimi al kWh contro gli oltre 9 registrati come prezzo all’ingrosso. 
Per raggiungere il 20% al 2020, l’ordine del beneficio scontato, che si produce nel corso del tempo, è dell’ordine di 65 miliardi di euro. I benefici ambientali al 2020 sono dell’ordine di un taglio di 50 milioni di tonnellate/anno di CO2 che si traducono in un equivalente miliardo all’anno di permessi evitati al 2020. 

Fonti rinnovabili 
Anche su rinnovabili e obiettivi di riduzione delle emissioni i “costi” presentati sono evidentemente gonfiati. Senza fornire alcuna prova, il governo valuta per l’Italia un costo di 27 miliardi di euro l’anno, almeno 10 volte superiore alla stima effettuata dall’Unione Europea, nel gennaio del 2008: il Governo è in grado di dimostrare questa stima? 
Secondo la Commissione per raggiungere gli obiettivi europei l’Italia dovrà investire 8 miliardi di euro l’anno ma avrà benefici economici immediati (4). Ogni anno, solo grazie al taglio delle importazioni di gas e petrolio, l’Italia potrà risparmiare 7,6 miliardi di euro, mentre con la riduzione dell’inquinamento si risparmierebbe oltre 1 miliardo di euro in politiche di mitigazione e controllo. Questo senza considerare i benefici che deriverebbero dall’innovazione del sistema economico. 

Sulle fonti rinnovabili gli investimenti in Germania hanno prodotto l’occupazione oggi di 250 mila persone. In Italia il solo settore eolico occupa 13.000 persone e potrebbe crescere a 66.000 contribuendo da solo ad oltre la metà degli obiettivi per le fonti rinnovabili al 2020 (5). 
I costi di produzione di tutte le fonti rinnovabili sono da anni in diminuzione contrariamente al nucleare che presenta costi in forte crescita. I 50 miliardi di kWh da rinnovabili da produrre in più al 2020, peraltro, valgono 25 milioni di tonnellate di CO2 all’anno evitate, la riduzione dei consumi di circa 10 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio oltre agli investimenti evitati in centrali a combustibili fossili dell’ordine dei 5 miliardi di euro. Questi benefici sono stati inclusi nelle stime del governo? 

Il 14 e 15 ottobre il Consiglio Europeo a Bruxelles vedrà i Capi di Stato e di Governo discutere dell’ETS e decidere la posizione dell’UE per la Cop/MOP di Poznan, in Polonia, che si terrà a dicembre. Altro appuntamento decisivo per chiudere il Pacchetto Europeo sul clima sarà il 20 – 21 ottobre il Consiglio Ambientale Europeo a Lussemburgo con i Ministri dell’Ambiente Europei. 
 

Note 
(1) Le dichiarazioni recenti al Quotidiano Energia (25 settembre 2008) di Giuliano Monizza, vicepresidente del gruppo industriale ABB sono inequivocabili. In Europa si tratta solo per la produzione, trasmissione e distribuzione di un potenziale di risparmio di 400 miliardi di kWh/anno, più di quanto consuma l’Italia. 
(2) McKinsey, Capturing the European Energy productivity opportunity, September 2008 
(3) Il rapporto del Politecnico di Milano, “La rivoluzione dell’efficienza” (2008), valuta in 100 miliardi di kWh i risparmi negli usi finali di elettricità in Italia con un ritorno degli investimenti pari a un beneficio netto, non un costo, ai valori attuali di 60 miliardi di euro. 
(4) Impact Assessment, Commissione europea 23 gennaio 2008 
(5) Rapporto ANEV 2008. Il rapporto cita una analisi occupazionale svolta dalla UIL. 
 

Sul nucleare decida il libero mercato
Intervista integrale di Sergio Ferraris, a Carlo Stagnaro, pubblicata sul numero di Ottobre 2008 de La Nuova Ecologia,
 direttore Energia e Ambiente dell’ Istituto Bruno Leoni,
sul tema del ritorno dell’atomo in Italia
14 ottobre 2008
Per il nuclearista Carlo Stagnaro, direttore Energia e Ambiente dell’Istituto Bruno Leoni, l’atomo si deve inserire nello scenario aperto dalle liberalizzazioni del settore energetico. Intervista pubblicata nell’ultimo numero de La Nuova Ecologia. Carlo Stagnaro, direttore Energia e Ambiente dell’Istituto Bruno Leoni, è un nuclearista per il quale l’atomo si deve inserire nello scenario aperto dalle liberalizzazioni. Cosa che in Italia non è scontata. Gli abbiamo posto alcune domande su energia atomica e libero mercato. 

Qual è la situazione del nucleare nel panorama delle liberalizzazioni? 
«Dal momento delle liberalizzazioni energetiche in Europa il nucleare è rimasto sostanzialmente stabile, con qualche incertezza di tipo economico in Gran Bretagna e un rafforzamento in Francia, anche se parlare di sistema liberalizzato in questa nazione è un eufemismo». 

Quali sono oggi gli ostacoli per il nucleare? 
«Non credo che ci siano ragioni particolari per rifiutare il nucleare, come la sicurezza, al netto di Chernobyl che fa storia a se. Penso che dal punto di vista delle strategie aziendali in un sistema liberalizzato laddove non ci siano problemi ambientali e di sicurezza, si debbano lasciare tutte le porte tecnologiche aperte: atomo compreso». 

La politica oggi sembra guidare le scelte energetiche. Cosa ne pensa? 
«Giudicare sulla convenienza degli investimenti non è compito della politica in un sistema liberalizzato. Il suo compito è quello di garantire un insieme di regole, chiare, stabili nel tempo e uguale per tutti. Dopo di che se in quest’ambito qualche investitore ritiene che il nucleare possa avere effetti positivi, come calmierare il prezzo dell’energia nel tempo deve avere la possibilità di agire». 

Ma cosa succede se un’azienda fallisce durante l’esercizio di una o più centrali nucleari? 
«Quando si parla di fallimenti delle imprese energetiche si pensa immediatamente alla Enron che però è un eccezione e non la regola. Penso che il mercato sia fatto in gran parte da operatori affidabili e è questa la base su cui bisogna ragionare». 

Che rischi politico-finanziari ci sono in Italia per l’atomo? 
«In Italia oggi i rischi sono due. Il primo è che si vada a istituire un Cip 6 del nucleare e lo sostiene un nuclearista convito come Alberto Clò, il secondo è rappresentato dall’aggiornamento di tutte le regole autorizzative e delle verifiche ambientali che in materia di nucleare devono essere riscritte da zero e questa operazione non deve avvenire in fretta e in maniera pasticciata. E se le nuove normative sono scritte male si creano le condizioni per un fallimento ancora prima di cominciare». Bisogna tenere conto, inoltre, che riaprire al nucleare significa anche avere nella Pubblica 

Se fosse un ingegnere nucleare, investirebbe a livello professionale sull’Italia? 
«No, non scommetterei sul nucleare in Italia perché una scelta del genere non può essere fatta da una maggioranza politica ed è ciò che sta accadendo. C’è il rischio, infatti, che dopo un cambio di Governo cambino le regole e quindi che si mettano a rischio gli investimenti. E poi diciamolo, i tempi che sono stati prospettati dall’Esecutivo per la realizzazione delle prime centrali non sono realistici neanche in Francia e in Finlandia. Sarebbe meglio non fare annunci mediatici e iniziare una discussione seria, basata sulla realtà». 

Il problema delle scorie appare irrisolto anche dal punto di vista economico. Quali le soluzioni? 
«Il problema delle scorie deve rientrare all’interno dei costi complessivi della produzione da nucleare e solo nella fase finale del ciclo, quello dello stoccaggio permanente, sarebbe utile un intervento dello Stato, visto che comunque di rifiuti radioattivi se ne producono a prescindere dalla produzione energetica dall’atomo». 
 

Il vero affare del nucleare? Solo lo smantellamento
Intervista integrale di Sergio Ferraris, ad Alex Sorokin, pubblicata sul numero di Ottobre de La Nuova Ecologia,
sul tema del ritorno dell’atomo in Italia.
Per l’ex ingegnere nucleare passato alla sostenibilità, Alex Sorokin, l’atomo non è praticabile e bisogna imboccare la via delle rinnovabili. Intervista pubblicata nell’ultimo numero de La Nuova Ecologia. Alex Sorokin, consulente energetico ed ex ingegnere nucleare convertito alla sostenibilità, sostiene la non praticabilità del nucleare e necessità di imboccare la via delle rinnovabili. Con lui abbiamo commentato le recenti scelte del Governo italiano in materia di nucleare. 

Cosa pensa dell’apertura sul nucleare del Governo? 
«Per un tecnico laureato in ingegneria nucleare 30 anni fa, al momento del massimo sviluppo del settore, è singolare che in Italia, invece di promuovere tecnologie nuove, orientate al futuro, si propone di ritornare a un filone tecnologico vecchio. È un esempio calzante di ciò che afferma Mario Monti: «in Italia serve capacità di leadership e non di followership». È incredibile che la dirigenza italiana continui a non vedere gli enormi potenziali delle rinnovabili italiane e ad insistere su filoni tecnologici vecchi e sviluppati all’estero. Al di fuori delle attività di mantenimento in sicurezza dei vecchi siti nucleari, da parte Sogin ed Enea, in Italia non si sta facendo nulla sul nucleare, e i Paesi che usano quotidianamente l’energia atomica lo sanno. Non è un caso che la Merkel si sia opposta all’ingresso dell’Italia nei negoziati sul nucleare con l’Iran.». 

C’è chi sostiene che i costi tra atomo e solare, siano a favore del primo. Qual è la sua opinione? 
«Oggi le due tecnologie di centrale hanno lo stesso costo: una centrale nucleare costa 5000 euro per kW che è pari al costo di una centrale solare fotovoltaica. E’ vero che, a parita’ di potenza, una centrale nucleare produce 4 volte più energia di quella solare, ma richiede enormi impegni ed infrastrutture di gestione e di sicurezza, per il riprocessamento del combustibile nucleare e per il confinamento delle scorie per migliaia di anni. Invece una centrale solare non ha bisogno di nulla. Produce energia e basta, senza inquinare e senza rischi per nessuno. Per di più il costo del nucleare sale, mentre quello del solare si dimezza ogni dieci anni. Con questi trend, fra 15 anni, quando si spera di mettere in servizio la prima centrale nucleare italiana, oramai il nucleare sarà fuori mercato, mentre il solare avrà raggiunto la piena convenienza economica. 

È credibile che il nucleare abbassi il prezzo dell’elettricità? 
«Né dubito. – I quattro reattori annunciati in Italia non saranno sufficienti. Sono necessari almeno dieci reattori affinché si realizzino le economie di scala necessarie per abbattere i costi. Bisogna considerare che sia per una sola centrale, sia per dieci è necessario realizzare comunque le infrastrutture che servono per assicurare l’affidabilità e sicurezza degli impianti, per la gestione del combustibile e delle scorie nucleari. Sono costi fissi che si ammortizzano solamente aumentando la quantità di centrali. 

Oggi si parla “bene” del nucleare di terza generazione. Quali sono le sue caratteristiche? 
«Il nucleare di terza generazione presenta i stessi grandi problemi delle generazioni precedenti. Non sono stati risolti né i problemi legati alla radioattività e allo smaltimento delle scorie, né è stata raggiunta la sicurezza passiva. Pertanto in caso di incidente o, peggio ancora, attacco terroristico o di guerra, tutti gli impianti nucleari sono, per la sicurezza nazionale, un punto di estrema pericolosità e vulnerabilità. La terza generazione mira principalmente a contenere i costi delle nuove centrali attraverso la razionalizzazione dell’impiantistica». 

Come potrebbe inserirsi l’Italia sulla terza generazione del nucleare? 
«L’Italia dovrebbe ripartire praticamente da zero poiché le competenze per la costruzione di nuovi reattori nucleari si sono disperse. Inutile sperare di competere in questo settore sul mercato internazionale. In realtà per l’Italia si apre un’altra opportunità per fare business nel nucleare: quello dello smantellamento. Si tratta di un settore dove potremmo raggiungere un vantaggio di competitività tecnologica, visto che di recente abbiamo iniziato lo smantellamento delle nostre vecchie centrali nucleari. Però per cogliere questa opportunità occorre affrontarla non “a risparmio” come un problema da nascondere, bensì come un investimento, alla luce del sole, in sicurezza e con tecnologie e procedure adeguate, affidabili e trasparenti. E il mercato di sicuro non mancherà: nei prossimi vent’anni, infatti, nel Mondo si dovranno smantellare oltre 400 centrali nucleari».