Signor Presidente,
Onorevoli Deputati,
Vi ringrazio per il calore con cui mi avete accolto.
Sento con emozione l’onore di parlare nel luogo più alto
della democrazia europea. Di far sentire la voce della Repubblica italiana,
nel punto centrale del sistema costituzionale dell’Unione.
Uso con convinzione l’aggettivo “costituzionale” perché tale
è l’ordinamento giuridico che abbiamo costruito insieme da 50 anni,
trattato dopo trattato.
L’Unione Europea non è – e non può essere – soltanto
una zona economica di libero scambio. Essa è soprattutto, e fin
dalle origini, un organismo politico; una terra di diritti; una realtà
costituzionale, che non si contrappone alle nostre amate Costituzioni nazionali,
ma le collega e le completa.
E’ un organismo politico che non nega l’identità dei nostri
Stati nazionali, ma li rafforza di fronte alle grandi sfide di un orizzonte
sempre più vasto. E’ una terra dei diritti alla quale ogni altro
abitante di questo Pianeta può guardare con la fiducia che qui,
meglio che altrove, sono rispettati i valori della persona umana. E’ giusta
l’ambiziosa definizione che dell’Unione dà il Trattato costituzionale:
“spazio privilegiato della speranza umana”.
Da questo punto dobbiamo andare avanti, tutti assieme: sia gli undici
Stati che, come l’Italia, hanno già ratificato il Trattato costituzionale,
sia gli Stati che ancora devono farlo, sia i due Stati che hanno detto
no.
Ci lega in maniera irreversibile un quadro istituzionale unitario.
Esso è già abbastanza forte per consentire di fare assieme
molte cose per i nostri cittadini; per recuperare il consenso popolare
che in alcuni Paesi è mancato al Trattato; per consolidare le nostre
istituzioni ereditate da un passato di successo.
Proprio perché siamo già un’entità politica
e costituzionale, possiamo anzi valutare con realismo il senso del rigetto
verificatosi in due Paesi legati fin dalle origini alla vicenda europea.
Ancora pochi mesi orsono – in occasione della solenne firma a Roma
del Trattato costituzionale da parte dei 25 governi dell’Unione – il progetto
unitario era circondato da un generale consenso.
In pochi mesi si è fatto strada il timore che i cittadini
fossero esclusi da decisioni cruciali per il loro futuro; si sono accentuate
le preoccupazioni per la mancata crescita economica.
Ma é davvero giustificato interpretare l’esito dei referendum
come disaffezione nei confronti dell’unità europea? Cedere alla
tentazione di mettere addirittura in discussione lo stesso progetto dei
Padri Fondatori?
Se alziamo lo sguardo, il Trattato di Roma dell’ottobre 2004 ci
appare piuttosto il capro espiatorio di un malessere diffuso che riguarda
non tanto l’assetto istituzionale quanto le politiche di governo dell’Unione.
Registriamo perfino un paradosso. La richiesta insistita per un risveglio
politico dell’Unione, più urgente delle pur necessarie riforme istituzionali,
testimonia la coscienza della comunità di destino su cui si fonda
materialmente una Costituzione. Ecco perché ora noi dobbiamo pensare
alle politiche di avvenire dell’Unione, senza però abbandonare il
disegno costituzionale tracciato dall’operosa Convenzione.
Che cosa già chiede con urgenza l’avvenire alla nostra Europa?
Chiede, innanzitutto, per dirla con Ortega y Gasset, che l’Unione
sia vertebrata da iniziative di coesione politica; di coesione fisica;
di coesione sociale.
Il principio fondamentale della sussidiarietà deve essere
interpretato come principio di coesione politica: consente la partecipazione
dal basso alle decisioni comunitarie, cominciando dai mille e mille municipi
della nostra Unione.
E’ già a quei livelli che dev’essere vissuta l’Unione Europea.
L’Europa ha bisogno di coesione fisica: di strutture di trasporto
e di comunicazione che, nel rispetto dell’ambiente e dei paesaggi, rendano
più uniti gli europei.
L’Europa – che ha inventato il welfare State, lo Stato assistenziale
– ha bisogno di coesione sociale: non possiamo tollerare che perdurino
vistose disparità di tenore di vita tra i territori e quindi tra
popoli ai quali la nostra personalità internazionale dà una
rappresentanza unitaria.
L’Europa chiede, di conseguenza, che lo storico obiettivo della
convergenza e della coesione sia raggiunto con appropriate politiche di
governo dell’economia.
Ho sempre considerato – come uomo di banca, prima, come uomo della
politica, poi – che il principio del libero mercato nella cultura economica
dell’unione significa essere capaci di parlare al mercato nel linguaggio
del mercato.
Ma non può significare assecondarne ogni esuberanza.
E’ la mancanza di volontà politica dei governi nazionali
che impedisce un efficace coordinamento delle loro politiche di bilancio.
Ciò rende difficile che sia l’Unione ad intervenire, con
un fondo comune – costituito anche con il ricorso dell’Unione al credito
internazionale – per le grandi infrastrutture di interesse europeo, per
le grandi iniziative comuni di ricerca e di innovazione, per costituire
un patrimonio di beni pubblici comunitari.
La strategia di Lisbona é il primo anello di una catena che
dovrà portare alla governabilità dell’economia europea.
Dai governi nazionali deve giungere un messaggio preciso, reso convincente
dall’allocazione delle risorse pubbliche.
Le invocate flessibilità devono essere utilizzate dalle imprese
per guadagnare in competitività e per accrescere base produttiva
e vendite in Europa e nel mondo.
L’Europa deve rilanciare il proprio impegno nei grandi programmi
comuni.
Molte volte ci siamo riusciti, anche negli anni recenti: nell’ambito
del CERN e dell’Agenzia Spaziale Europea; con i progetti ITER e Galileo,
che hanno fatto un decisivo passo in avanti per il rafforzamento tecnologico
dell’Europa; con il progetto Erasmus, che ha aperto nuovi orizzonti europei
ad oltre un milione di giovani. Anche Airbus è un esempio di cosa
possiamo fare insieme, se solo ci uniamo.
Guardiamo con fiducia anche alla capacità di iniziative dell’Eurozona,
ora presieduta da Jean Claude Juncker, al quale invio, anche in nome di
una vecchia amicizia e collaborazione, un cordiale saluto.
L’euro costituisce la manifestazione più avanzata della volontà
unitaria dei popoli europei; una forza trainante dell’integrazione politica.
E’ un inequivocabile segnale di fiducia che 6 dei 10 Paesi di nuova
adesione siano già entrati a far parte dello SME 2, compiendo così
i primi importanti passi per unirsi all’eurozona.
I benefici tangibili derivanti dalla partecipazione alla moneta
unica sono sotto gli occhi di tutti: difesa dagli squilibri sul mercato
dei cambi; bassi tassi d’interesse; rafforzamento della competitività
in quei Paesi della zona euro che hanno adottato politiche virtuose.
Dobbiamo registrare come straordinari successi sia l’affermazione
dell’euro sui mercati internazionali, sia la politica di stabilità
dei prezzi perseguita dalla Banca Centrale Europea.
Ma non possiamo accontentarci più a lungo di questa situazione.
Il confermato, giusto rigore del patto di stabilità non è
di per sé garanzia di crescita, se perdura l’inerzia.
I positivi effetti dell’euro continueranno a manifestarsi con difficoltà,
se mancherà una gestione coordinata sia dei bilanci nazionali sia
dell’orientamento delle politiche economiche degli Stati.
Solo su queste basi l’Unione potrà realizzare appieno la
capacità, di cui si è dotata con la moneta unica, di essere
attore economico globale e di consolidare un blocco economico-monetario
in grado di far valere gli interessi dei cittadini e i ritmi di un suo
equilibrato sviluppo.
Aspettiamo con fiducia anche un’intesa sulle prospettive finanziarie
dell’Unione.
E’ positivo un aperto, franco confronto politico sulle priorità
delle azioni dell’Unione.
Ma è necessario approvare quanto prima un bilancio comunitario
che – oltre ad esprimere un equilibrio tra le diverse istanze degli Stati
– sia basato su obiettivi coerenti e solidali.
Esprimo in questa sede il vivo auspicio di successo per l’opera
che il Primo Ministro britannico Tony Blair, Presidente di turno dell’Unione
Europea, si è impegnato a realizzare davanti a questo Parlamento.
La vitalità del modello europeo dipenderà anche dalla
capacità di mobilitare forze nuove all’interno dei nostri Paesi.
Mi spiego: solo sviluppando un dialogo e una convivenza costruttiva
tra cittadini europei e residenti extra-comunitari riusciremo a consolidare
l’essenza migliore della nostra civiltà.
Infine, L’avvenire della nostra Europa chiede politiche di sicurezza
e di pace.
La visione internazionale dell’Unione Europea – basata sulla prevalenza
del diritto, sulla fiducia nel sistema multilaterale – suscita aspettative
e speranze nel mondo intero.
Ma soltanto unita l’Europa potrà incidere sugli equilibri
internazionali. Agendo da soli saremmo in balia di eventi più grandi
di noi, eventi che minacciano la pace e la sicurezza europea.
Coerentemente con questa impostazione il Parlamento europeo si è
posto da tempo il problema della rappresentanza unitaria dell’Europa alle
Nazioni Unite.
La risoluzione approvata nel giugno scorso, così come la
precedente del gennaio 2004, stabilisce che il seggio unico dell’Unione
Europea nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU è l’obiettivo che l’Europa
deve prefiggersi.
Questa chiarezza di visione fa onore al Parlamento Europeo.
La consapevolezza delle nostre comuni radici e la memoria condivisa
del bene e del male della nostra storia attestano l’esistenza di un interesse
europeo superiore che armonizza gli interessi nazionali, li protegge dagli
eccessi che hanno tormentato il nostro passato, li proietta in una visione
comune dei rapporti con il mondo.
L’Europa allargata ha ormai lambito i limiti della sua identità
culturale e storica; ma, se la geografia non consente di riconoscere in
maniera certa i confini dell’Europa, lo spazio comune di principi, valori,
regole espressi dall’Unione Europea è oggi ben identificato.
L’ampliamento dell’Unione ha rappresentato un dovere storico verso
popoli che vedevano nell’adesione all’Unione Europea la garanzia delle
loro ritrovate libertà, il coronamento di un’attesa durata quasi
mezzo secolo.
Dai nuovi Stati membri – che hanno diritto a vivere in un’Unione
efficace e solidale nei loro confronti – ci attendiamo, e lo rileviamo
già, un contributo di costruttivo entusiasmo.
L’Unione ampliata proseguirà unita.
Ma proprio perché è diventata più estesa, avrà
bisogno più che in passato d’iniziative d’avanguardia che indichino
la strada da seguire per completare l’unità dell’Europa.
Onorevoli deputati,
il Parlamento Europeo ha il dovere di riproporre l’Unione Europea
come sentimento generale della gente.
Sta a voi rispondere alle richieste dei cittadini per ancora maggiore
democrazia, trasparenza, governabilità.
Da quando il 14 febbraio 1984, il Parlamento Europeo presentò
il progetto di Costituzione europea di Altiero Spinelli, questa Assise
ha costantemente sollecitato un suo maggiore coinvolgimento nelle revisioni
dei Trattati.
Ora la più rappresentativa delle istituzioni europee ha la
responsabilità storica di non disperdere il patrimonio costituente;
di fare in modo che la pausa di riflessione sulla Costituzione non sia
l’anticamera dell’oblio.
Le stesse conclusioni del Consiglio europeo del 16-17 giugno incitano
ad un “dibattito mobilitante” e invitano “le istituzioni europee ad apportarvi
un contributo”.
Signor Presidente,
in anni ormai lontani ebbi modo, come studente universitario in
Italia e in Germania, di vedere con quanta insensatezza gli Stati europei
avviassero, con la seconda guerra mondiale, l’eccidio di una intera generazione.
Guardo perciò con inquietudine ad ogni allentamento, a ogni
crisi del processo d’integrazione europea. E, tuttavia, spero abbiate avvertito
nelle mie parole una serena fiducia nel futuro.
A metà del secolo scorso, uomini grandi e saggi hanno edificato
un edificio che non si potrà distruggere. Ma dobbiamo stare attenti,
come guardiani del faro, ad avvertire i giovani dei pericoli nuovi.
Tra non molto terminerò il mio mandato come Presidente della
Repubblica Italiana. Sei anni fa dopo il giuramento, conclusi il mio discorso
innanzi al Parlamento italiano con un grido di saluto, d’impegno verso
l’Italia e l’Unione Europea a cui credo di essere stato fedele in questi
anni densi di storia e di mutamenti.
E’ un impegno che mi è grato ora rinnovare qui davanti a
voi.
Viva l’Unione Europea.
![]() |