“La Carta è viva e attuale. E’ la mia Bibbia civile Opporsi al nuovo testo non significa essere conservatori”

ROMA -(23 giugno 2006)
“L’ho già detto pubblicamente, e non ho mai avuto dubbi: andrò a votare al referendum, perché sono un cittadino italiano.
E voterò “no”, per difendere la nostra Costituzione, che è bella, è viva e più attuale che mai”. Nel giorno della qualificazione della nazionale italiana ai mondiali di calcio, e a due giorni dal referendum sulla riforma del Polo, che riscrive ben 54 articoli della nostra Carta fondamentale, in casa Ciampi circola un’aria di sano “patriottismo costituzionale”, secondo la felice definizione di Jurgen Habermas rilanciata ieri su questo giornale da Pietro Scoppola e sul “Corriere della Sera” da Claudio Magris.

L’ex presidente della Repubblica non fa mistero della sua soddisfazione per la vittoria degli azzurri, ma non nasconde la sua preoccupazione per i ripetuti tentativi, sempre più frequenti in queste ultime ore, di politicizzare e insieme svalorizzare la Costituzione. Di piegarla a strumento di propaganda politica. Di farne un uso “congiunturale”, di parte e di partito.

“Lo sapete – ripete ancora una volta Carlo Azeglio Ciampi – nel corso del mio settennato la Costituzione è sempre stata la mia Bibbia civile. E continuerà ad esserlo”. Per questo il predecessore di Giorgio Napolitano al Quirinale è più che mai convinto di dover votare no al “colpo di spugna” voluto dal centrodestra nella passata legislatura. Per questo l’attuale senatore a vita non raccoglie l’ultima provocazione lanciata da Silvio Berlusconi, che aveva definito “indegno” chi non voterà sì a quella sedicente “riforma”.

Per carità – si schernisce adesso Ciampi – a queste parole non voglio rispondere. Non voglio entrare in questa polemica, anche perché mi pare che chi l’ha sollevata sia già stato costretto ad autosmentirla”. Ci tiene, il presidente emerito, a non farsi travolgere dal chiacchiericcio del teatrino politico. A mantenere un profilo alto, istituzionale. Ma non per questo intende rinunciare ad esprimere il suo giudizio sull’oggetto del referendum, che resta fortemente negativo. “E il mio è un no ragionato, non un no acritico”, conferma Ciampi, che sulla questione sta studiando da tempo, e ha maturato una convinzione che gli deriva dai pareri e dagli scritti dei più importanti giuristi italiani.

Secondo Ciampi, il “pacchetto” di modifiche costituzionali messo insieme dalla Casa delle Libertà – come ha detto l’ex presidente della Consulta Valerio Onida – rischia in effetti di “minare il funzionamento delle istituzioni”. Lo confermano i più grandi costituzionalisti italiani, a partire da Gustavo Zagrebelski fino ad arrivare a Andrea Manzella. Lo ha ribadito, proprio in questi ultimi giorni, Francesco Paolo Casavola. “Andate a rileggere quello che ha scritto sul ‘Mattino’ di Napoli – commenta Ciampi – e capirete perché non si può non votare no a questo referendum”.

Di quell’articolo, uscito sul quotidiano partenopeo martedì scorso, l’ex Capo dello Stato condivide dalla prima all’ultima riga. A partire da una premessa fondamentale: la riforma del Polo, passata con la formula della revisione costituzionale prevista dall’articolo 138 della stessa Carta, è di fatto illegittima. Il testo approvato dalla Cdl, infatti, mira a cambiare la forma di Stato e di governo, ma così facendo viola l’articolo 139 della stessa Costituzione: “La forma repubblicana – c’è scritto – non può essere oggetto di revisione costituzionale”.

Questo “istituto”, secondo l’articolo 138, era stato pensato dai costituenti per introdurre modifiche “puntuali e circoscritte” della nostra Costituzione. La riforma del Polo è invece una riscrittura radicale, confusa e contraddittoria, della Carta del ’48. Qui sta il rimando fondamentale, e di metodo, che Ciampi fa allo scritto di Casavola: “Passare dallo Stato unitario allo Stato federale, dal governo parlamentare al premierato che non ha contrappesi né nel presidente della Repubblica né nel Parlamento, non si può con revisione della Costituzione, perché la Costituzione lo vieta”.

Meglio di così non si poteva dire. E a chi obietta perché Ciampi, quand’era sul Colle, abbia dato via libera e abbia promulgato questo inaccettabile stravolgimento della sua “Bibbia civile”, l’ex Capo dello Stato risponde a tono: “Anche questa – dice – è una polemica strumentale. Quel testo, dopo la sua quarta approvazione parlamentare, non è mai passato al Quirinale. E’ stato pubblicato direttamente sulla Gazzetta Ufficiale, perché gli italiani potessero poi richiedere il referendum confermativo. E dunque non è mai transitato né sulla mia scrivania, né su quella dei miei uffici giuridici”.

Se in via del tutto ipotetica questo fosse stato permesso dalle procedure costituzionali, l’ex presidente della Repubblica non avrebbe esitato ad opporre il suo “no” alla promulgazione dell’ennesimo strappo legislativo voluto dal centrodestra, dopo la Gasparri sulle tv, la Castelli sulla giustizia e la Cirielli sulla prescrizione. Perché a Ciampi, anche nel merito, questa riforma sembra inaccettabile. Il senatore a vita non vuole addentrarsi nei dettagli. Ma ancora una volta invita alla lettura dell’articolo di Casavola.

La devolution non farà altro che privare il cittadino del principio di uguaglianza di fronte a beni essenziali come la salute, l’istruzione, la sicurezza, “disponibili solo da quell’unico sovrano che è la Nazione”. Il premierato “forte” significa solo “l’uscita dal principio delle democrazie costituzionali”, secondo cui “ogni potere è bilanciato da un altro potere”. Ciampi l’ha detto più volte nel corso del suo settennato, ed oggi ne è ancora più convinto: “La nostra Costituzione è viva e attuale, perché in essa gli italiani si riconoscono ogni giorno”.

Questo non vuol dire che l’ex Capo dello Stato appartenga alla schiera dei cultori del “dogma dell’inviolabilità della Costituzione”. Nel corso del suo settennato ha ripetuto più volte, e oggi ne è ancora più convinto, che si possa anche “pensare di ritoccarla, di fare delle correzioni, ma nel rispetto della sua essenza”. E purché se ne rispetti il “valido telaio sul quale operare le modifiche necessarie in un mondo che cambia, senza disperderne i principi e i valori fondamentali”. Insomma, Ciampi rifiuta lo schema demagogico e ideologico di chi, sul versante dell’attuale opposizione, oggi sostiene che votare sì al referendum significa essere “progressisti e moderni”, mentre votare no equivale a qualificarsi come “vecchi e conservatori”.

“Le modifiche alla Costituzione – ragiona in queste ore l’ex Capo dello Stato – sono possibili nei limiti previsti dall’articolo 138 combinato con l’articolo 139”. Modifiche di portata più ampia, come ha detto durante la sua permanenza sul Colle e come continua a dire anche oggi, “non possono essere affidate solamente ad una parte, sostenendo che vi è una maggioranza che ha i voti e le fa passare a tutti i costi, salvo poi fare ricorso al referendum finale del cittadino”. E comunque qualunque modifica dovrebbe assicurare “la coerenza e la funzionalità del quadro costituzionale, nel suo insieme e in tutte le sue parti”.

E’ esattamente questa, la coerenza che manca al disegno “pseudo – riformatore” della Cdl. Che invece, come afferma Casavola e come conviene Ciampi, mira solo a “scambiare per Costituzione un’autorizzazione a governare, per interessi congiunturali o particolari”. Ecco perché, una volta di più, il senatore a vita, domenica prossima, scriverà sulla scheda il suo no. Un no che non vuole chiudere, ma semmai aprire una fase di confronto. Rimettere in moto un processo di revisione coerente con i valori irrinunciabili di uno Stato costituzionale. Ci ha lavorato per sette anni, purtroppo inutilmente. Far dialogare i due poli, per garantire una “difesa dinamica dei nostri valori costituzionali”.

Quel dialogo andrebbe ripreso. Il no al referendum lo consente, il sì rischia di precluderlo per sempre. Sarebbe il peggiore dei mali, secondo Ciampi, convinto insieme a Casavola che “la Costituzione non è di destra né di sinistra, ma è di tutti e per tutti”. Si finisce da dove tutto era cominciato: “patriottismo costituzionale”. Non c’è altra formula, per descrivere le parole e i pensieri di Ciampi alla vigilia del referendum. C’è giusto il tempo, prima del voto di domenica prossima, per brindare al raddoppio di Inzaghi contro la Repubblica Ceca. “Bella partita”, commenta il senatore a vita.

Allora, forza Italia. Ciampi sorride, ci pensa un attimo e poi aggiunge:
“Sì, sì, forza Italia.
Ma non equivochiamo: lo dico solo in senso calcistico”.
Costituzione referendum e revisione 
Paolo Francesco Casavova martedì 20/06/2006 

I dibattiti sul referendum sembrano nascondere, o almeno non illuminare abbastanza, due dati di fatto, che di revisione della Costituzione si discute da oltre un quarto di secolo, e che malgrado i limiti stretti del procedimento di revisione stabilito dall’articolo 138, utile per modifiche puntuali e circoscritte, la tendenza era ed è stata di cambiare forma di Stato e di governo. Senza che nessuno si accorga che così si va contro il divieto dell’articolo 139: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». La lettura diffusa di questo testo, nel senso ch’esso vieta la restaurazione della monarchia, è banale e riduttiva. La forma repubblicana salvaguardata è quella scelta dall’Assemblea costituente, vale a dire la forma di Stato unitario, la Repubblica «una e indivisibile» dell’articolo 5, e la forma di democrazia parlamentare, come forma di governo. Passare dallo Stato unitario allo Stato federale, dal governo parlamentare al premierato che non ha contrappesi né nel presidente della Repubblica né nel Parlamento, non si può con revisione della Costituzione, perché la Costituzione lo vieta. Solo dopo essersi chiarita questa idea, si può passare a contrastarsi sui dettagli. Non senza peraltro sbarazzarsi di due pregiudizi, che chi vuole la revisione e raccomanda di votare «sì» è progressista e moderno, chi non la vuole e raccomanda «no» è conservatore e vecchio (anche di età, come taluno ha insinuato).

In verità la Costituzione è accusata dai modernizzatori per essere nata quando gli italiani erano per due terzi contadini o abitanti in paesi rurali e per un terzo cittadini e ceto medio, mentre oggi la proporzione è rovesciata, che nel frattempo la società, la cultura, la scienza, le tecnologie, gli stili di vita si sono evoluti, quasi che le costituzioni debbono avere le vite brevi delle generazioni e non invece stabilire l’identità storica di un popolo nel patrimonio dei suoi valori e principi fondamentali e delle regole dei suoi ordinamenti. Se i modernizzatori nostrani fossero nati sull’altra riva dell’Atlantico, quanto avrebbero sofferto con una Costituzione, quale la nord-americana, viva e vegeta dalla fine del XVIII secolo? Costoro scambiano per Costituzione un’autorizzazione a governare per interessi congiunturali o particolari. Ma oltre che di vetustà la Costituzione è imputata di sovietismo, perché negli anni della Costituente la cultura politica egemone sarebbe stata quella comunista. Quanto la civiltà liberale e il cattolicesimo democratico abbiano contribuito alla formazione della Carta è del tutto dimenticato dai critici di oggi. Ma veniamo ai pretesi miglioramenti della riforma. Si supera il bicameralismo perfetto, e si riduce il numero dei parlamentari, guasti che davvero invocano rimedio, ma come? Lasciando accanto alla Camera dei deputati un Senato, chiamato federale solo perché sotto questo nome fittizio si contrabbanda il mutamento vietato dalla Costituzione della forma unitaria dello Stato, e composto da senatori eletti su base regionale, esattamente come si eleggono oggi, con in più la contestualità con le elezioni dei consigli regionali. Quanto al potere legislativo della Camera nazionale e di quella sedicente federale, esso dà luogo a due processi di legiferazione monocamerali, a seconda delle materie, un processo di legiferazione bicamerale, più altre forme miste eventuali, quando l’una Camera richieda di correggere e di decidere in via definitiva sul provvedimento dell’altra, previa intermediazione dei presidenti dei due rami del Parlamento o di un comitato paritetico di senatori e deputati da loro nominati, o richiesta del primo ministro autorizzato dal presidente della Repubblica. Su materie ripartite tra Stato e Regioni, con la improvvida fretta della revisione del titolo V della Costituzione, varata dal centrosinistra della XIII legislatura, e che ha già prodotto un mostruoso contenzioso dinanzi alla Corte costituzionale, non gioverà l’introduzione dell’interesse nazionale, che anzi moltiplicherà i contrasti tra le due Camere e agevolerà ritardi e paralisi del processo legislativo e la conflittualità politica nell’intero Paese. Quanto alla forma di governo, il premier sostanzialmente eletto dal popolo, che se sfiduciato scioglie la Camera, e se sfiduciato solo all’interno della sua maggioranza, ipotesi già di per sé di terzo grado, si dimette per essere sostituito da un suo sodale, che può porre questioni di fiducia a una Camera subalterna al suo potere di iniziativa di scioglimento, che cosa significa se non l’uscita dal principio delle democrazie costituzionali che ogni potere è bilanciato da un altro potere? La Corte costituzionale avrà sette membri, eletti tre dalla Camera e quattro dal Senato federale, contro otto, di nomina presidenziale per una metà e di elezione dalle supreme magistrature per l’altra metà. Diverrà un’altra Camera politica, altro che organo di garanzia! E la devolution, cioè competenza esclusiva delle Regioni a legiferare su organizzazione sanitaria, istruzione e polizia amministrativa, priverà il cittadino del principio di uguaglianza dinanzi a beni essenziali, disponibili solo da quell’unico sovrano che è la Nazione. Dire «no» può rimettere in moto un processo di revisione coerente con i valori irrinunciabili di uno Stato costituzionale, che non ha una Costituzione di destra o di sinistra, ma di tutti e per tutti.                                              Francesco Paolo Casavola