Figli di V-Day
Grillo secondo Chomsky, perché una legge popolare può spaventare il potere
Barbara D’Amico 24 settembre 2007

Quando chiedo al Professore dell’MIT di Boston cosa ne pensa del fenomeno Grillo, la sua risposta è lucida e decisa:
“Non è affatto insolito che comici, satirici o vignettisti godano di una libertà maggiore rispetto a quelli che ostentano serietà.
Ciò è valido generalmente per i regimi totalitari come per le democrazie occidentali e suppongo che il fenomeno risalga alla tradizione dei giullari di Corte e di altri personaggi simili che popolano il teatro e la letteratura popolare. Ho avuto occasione di incontrare Grillo brevemente l’ultima volta che sono stato in Italia, e ne sono rimasto impressionato”- poi, riferendosi all’editoriale di Mauro Mazza, aggiunge: “E’ scioccante venire a sapere che sia stato tacciato di terrorismo, ma di questi tempi ‘terrorista’ è diventato un termine di copertura per indicare chiunque offenda i potenti”. Noam Chomsky, esponente della sinistra radicale americana e principale detrattore del governo Bush, è considerato uno degli intellettuali più influenti al mondo. La sua opinione va ad aggiungersi alle centinaia che costellano in questi giorni i talk show nostrani e la stampa, italiana ed estera. Grillo – ormai è chiaro – è diventato il terrore della classe politica. Un nervo scoperto di cui però si analizzano male le ragioni e il contesto in cui opera. E’ necessario, allora, fare un passo indietro e capire come e perché il comico genovese stia suscitando così tanto negativo clamore.

Da italiani conosciamo bene i mali che attanagliano il paese: precarietà, crisi economica, mafia. Da qualche anno Grillo ha iniziato a denunciare sul suo blog una serie di incongruenze, di fatti e misfatti, che raramente (o con scarso approfondimento) trovano spazio nei canali ufficiali di informazione: dal preannunciato crack della Parmalat, a quello forse imminente della Telecom, dalla notizia della condanna emessa dalla Corte di giustizia europea contro Rete 4, all’informativa su come ottenere il risarcimento del danno per l’acquisto dei bond argentini. Insomma, una lunga serie di notizie che – come scrive il corrispondente austriaco Gherard Mumelter sulle pagine di Internazionale – “sono ignorate dal 95 per cento della stampa italiana, ma non da Beppe Grillo. Il suo blog – continua Mumelter – racconta uno spaccato dell’Italia spesso assente dal resto dei mezzi di informazione, tutti impegnati a speculare sul delitto di Garlasco o a raccontare l’emozionante dibattito tra Nando Dalla Chiesa e Adriano Sofri sulle zanzare in Finlandia”. Fino a qualche mese fa, tuttavia, poco o nulla veniva riservato sulle pagine dei quotidiani al fenomeno grilliano. Sembrava non dare poi troppo fastidio e, anzi, colmare quel vuoto che il giornalismo – eccezion fatta per pochi, coraggiosi, esempi – non vuole più riempire da qualche anno a questa parte. Ma cosa succede quando dalla denuncia si passa ai fatti?

Dopo una serie di iniziative realizzate con successo solo grazie al potere della rete web – e dopo l’inerzia di Governo e Istituzioni a fronte di gravi episodi sempre e solo “commentati” ma non affrontati – Grillo decide di esportare il malessere virtuale e trasfonderlo direttamente nelle piazze. Mentre la maggioranza dei suoi sostenitori ne restano entusiasti, il resto dell’Italia – quella istituzionale – si sente minacciata. Il V-Day ha lo scopo ufficiale di raccogliere firme per la presentazione in Parlamento di un disegno di legge il cui contenuto è direttamente proporzionale ( o così vorrebbe essere) ai mali che affliggono il paese. Riesce a raccogliere più di 300 mila adesioni (ne occorrevano 50 mila), con una manifestazione che travolge a valanga l’intera penisola in modo pacifico e realizzando, per la prima volta nella storia della Costituzione, l’applicazione di uno strumento di democrazia diretta. Leggiamo con attenzione le tre proposte che dovrebbero informare il testo definitivo:

Ineleggibilità in parlamento di condannati, anche in primo grado. Come ha ricordato lo stesso ministro Mussi, occorre un distinguo tra condanna e condanna – sarebbe una contraddizione, infatti, impedire la candidatura di chi fosse stato arrestato nel corso di una manifestazione per i diritti umani. Ma chi segue e conosce l’impegno di Grillo sa bene che questa proposta trova la sua ragione scatenante in un fenomeno tutto italiano: la connivenza mafiosa. E chi conosce le maglie della politica e dell’iter parlamentare di una legge, sa altrettanto bene che il percorso è lungo e periglioso. Fatto di emendamenti, cioè modifiche, discussioni e analisi. Il pool di avvocati che, con molta probabilità, ha redatto le proposte di legge per Grillo ha avuto un’idea semplice e geniale: mettere nero su bianco sin da subito che non si può rappresentare i cittadini in Parlamento se si è stati condannati, persino in primo grado. Si deve pretendere la fedina immacolata. Poi, tra modifiche e proposte ci sarà sempre tempo di inserire i distinguo e le eccezioni. Proviamo a formulare la proposta in questo modo: ineleggibilità se condannati in via definitiva (quindi attendendo l’esperimento di tutti i gradi di giudizio). I tempi medi per un processo in Italia sono talmente lunghi -anche 20 anni – da aver fatto collezionare una serie infinita di condanne da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Le possibilità di procrastinare la decisione e il rischio di prescrizione del reato sono altissimi. Ce li vediamo i nostri parlamentari, molti con processi per associazione mafiosa pendenti, inserire in sede di emendamento la “condanna in primo grado”? Ovviamente, no. Meglio farlo a monte, perché l’esperienza insegna che è più semplice togliere che aggiungere.

Limite di due legislature per chi è eletto . Anche qui, la proposta è discutibile. Perché, se un parlamentare lavora bene, dovrebbe riandare a casa? E di nuovo dobbiamo cercare la risposta nel nostro tessuto sociale e storico: in Parlamento siedono da più di trent’anni politici il cui impegno per la Repubblica è stato spesso discusso ed è ancora discutibile. Chiedere un limite di due legislature (10 anni) potrebbe invece portare ad uno svecchiamento delle poltrone (non è quello di cui ci si lamenta sempre nei convegni sul rilancio – restyling – della “sinistra” o della “destra”?). E’ ovvio che se un parlamentare ha lavorato bene, allo scadere di quel mandato verrà rieletto con piacere. E qui occorre chiamare in causa la terza proposta:

Elezione diretta dei parlamentari. Proposta che va letta di concerto con le prime due e per cui vale lo stesso ragionamento. Perché si sente l’esigenza di eleggere direttamente chi deve rappresentarci? Evidentemente perché la rappresentanza indiretta, che pure è un sistema elettorale a prova di garanzia per moltissime democrazie, in Italia sembra aver fatto acqua da tutte le parti. I detrattori di Grillo replicano che l’elezione diretta aumenterebbe favoritismi e nepotismi di ogni sorta. Sarebbe bello, però, se accanto alla critica si citassero anche esempi di non-favoritismo e maggior garanzia propri dell’attuale sistema elettorale. Scrive Curzio Maltese sul Venerdì di Repubblica che ” in una democrazia, non servono leggi per impedire ai delinquenti di diventare i rappresentati del popolo. Ci pensa il popolo. La morale pubblica è un patto non scritto, non un comma del codice civile o penale.” Curioso. Maltese dimentica che proprio grazie all’inserimento di una norma ad hoc nel codice penale, il 416-bis, è stato possibile perseguire le associazioni mafiose. Se si fosse lasciato il compito “alla morale del popolo” non saremmo certo arrivati alla cattura di Provenzano. Per Maltese Grillo rischia la fine di Savonarola e , come molti giornalisti ne critica la grossolanità.

Il movimento di Grillo è di certo populista se per tale intendiamo “la contrapposizione frontale tra la società civile ‘sana’ (che dovrebbe riappropriasi della ‘politica’) e il mondo politico-partitico descritto come marcio, bugiardo e inetto” – scrive Michael Braun sempre su Internazionale. E se non si può negare che un comico genovese non possa essere la risposta al disordine italiano (ma questo è ovvio! Lo stesso Grillo lo ammette), gli si riconosce “attraverso il suo blog una forma moderna, più giovane, di intervento nel dibattito pubblico” (Eric Jozsef, Libération, Internazionale). Quel dialogo che i professionisti del settore – politici, giornalisti, statisti, economisti, istituzioni, governo, parlamento ecc.. – non vogliono instaurare. A chi, invece, ritiene inammissibile e scandaloso il linguaggio usato dal giullare di corte (Prodi-Alzheimer, Vaffanculo, ecc…) , la stampa straniera ricorda che “in un paese dove un ministro fa da testimonial allo sciopero della pasta, un suo collega invita gli immigrati a manifestare, il vicepresidente del senato proclama il maiale day e il suo capo di partito esorta i cittadini allo sciopero fiscale, le accuse di demagogia a Grillo sembrano piuttosto bizzarre”.