Siamo di fronte ad una “chiesa
straordinaria”, come ho sentito definirla durante la serata da uno dei
sacerdoti presenti.
La chiesa straordinaria vive
tra le persone, li chiamano immigrati, li chiamano rom, li chiamano sinti,
li chiamano circensi
e zingari, li chiamano migranti
del mare…queste non sono altro che una parte della loro identità,
quella che agli occhi della gente comune diventa la ragione maggiore per
poterli discriminare, per poterli considerare e trattare da diversi, da
pericolo,
da emergenza sociale…ma per
la “chiesa straordinaria” sono, questi migrantes, soprattutto persone umane
considerando,
tra l’altro, che un essere umano
non può essere schematizzato e rinchiuso in una sola categoria
(infatti siamo spesso italo-americani,
buddisti di origine ebraica, scienziati e credenti, bigotti e anarchici).
La chiesa straordinaria non
si chiede quanto ci guadagna in tutto questo, quanti voti, quante approvazioni,
ma agisce seguendo un principio
che è poi il principio del vero cristiano: seguire l’insegnamento
di Gesù e l’unico comandamento che egli ha voluto lasciare all’intera
umanità “Ama il prossimo tuo come te stesso”, ed è questo,
proprio questo che in realtà
dovrebbe essere scontato, normale, ordinario, che oggi è considerato
“straordinario”.
Nella parrocchia di bosco minniti
trasformata in una capanna, povera, rivestita da diesegni sulle pareti,
coloratissimi,
a tempera, a matita, abbellita
da statue di legno regalate da amici scultori che sono passati da li. una
chiesa con i banchi disposi in modo circolare così che le persone
possano guardarsi in faccia, rivolte l’una verso l’altra, come fanno le
persone
che sanno di avere pari dignità,
e non si sentono né i migliori, né i peggiori. In questa
parrocchia povera di oggetti preziosi
ma ricca di umanità,
che non è una frase fatta ne tanto meno retorica, ma una realtà
che si tocca con mano, la domanda
era “i giovani migranti, provocazione
o grazia per la chiesa?” la risposta è emersa da sola, dai racconti
dei sacerdoti che
da una vita si occupano delle
migrazioni in ogni sua sfumatura, dagli ospiti, la maggior parte di loro
dell’Africa sud sahariana, presenti e partecipanti, dalle parole semplici
e incisive di padre Carlo che parlando con cognizione di causa ha confermato
la grazia che i giovani immigrati
sono per la chiesa, e io aggiungo, per l’umanità intera.
Ha ribadito più volte
padre Carlo che i giovani immigrati hanno voglia di futuro, traspirano
ottimismo, coraggio,
cose che i nostri giovani, anche
per colpa di noi adulti, non sentono dentro di loro, non vedono il futuro,
ne hanno paura,
non vedono le cose buone che
questo può portare.
Un incontro lungo e intenso,
tre ore scivolate tra racconti di vita, e no comizi, e no pubblicità,
ma racconti di vita.
Racconti che ci riportavano
ai nostri padri e alle nostre madri emigrati all’estero, in paesi molto
spesso ostili,
dove dichiarare di essere italiano
poteva diventare un pericolo; racconti di gente che ha dovuto lasciare
la propria terra
per riuscire ad avere una vita,
un lavoro, una famiglia, una casa: E’ questo quello che vogliamo tutti,
è questo quello che vuole
la gente che emigra, e quando trova una terra dove poter realizzare questi
sogni,
la possibilità di vivere,
quella diventa la propria terra.
Ho ascoltato un ragazzo del
sud africa pronunciare parole in italiano quasi perfetto, di gratitudine
alle persone
e alla terra che li ospita,
a quell’angolo di pace che vogliono definire la parrocchia di bosco minniti.
Si arriva a dire grazie per
il semplice fatto, direi scontato, di essere trattati da persone,
Padre carlo, è sicuramente
il prete “straordinario” di questa comunità, ma non bisogna dimenticare
tutti quegli amici
e quelle persone che con lui
collaborano alla realizzazione di una chiesa vera, tra questi Antonio,
un ragazzo italiano,
che vive praticamente tra il
suo lavoro e la prefettura, la questura, grattacapi burocratici.
Dai racconti di Antonio emerge
l’assurdità della burocrazia che opera in tempi biblici quando si
tratta di far valere
e concretizzare i diritti delle
persone, mentre poi cambia le leggi e le procedure nel giro di sessanta
giorni,
quando si tratta di fare mancare
diritti fondamentali, come raccontava appunto, il diritto d’asilo.
Scrivere tutto questo non dovrà
portare alla fine ad uno scrosciante battere di mani verso queste persone
“straordinarie”
che non hanno di certo bisogno
della nostra ammirazione, ma dovrà portare noi laici e soprattutto
tra chi crede di appartenere a questa chiesa cattolica che molto spesso
appare in tv mostrando il suo lato peggiore, il coraggio di metterci in
discussione,
di non dimenticare, non dimenticare
che anche noi siamo emigranti, i miei fratelli sono dovuti emigrare al
nord che erano ancora ragazzi e i miei nipoti sono nati li, e non è
bello doverli vedere solo una volta l’anno per qualche mese.
Non bisogna dimenticare la storia,
che dall’unità di Italia ci ha visti emigrare dal sud verso il nord,
dal nord verso l’europa;
ma non bisogna dimenticare soprattutto
che uno è il mondo dove siamo stati chiamati, da dio o dal caso,
a nascere.
Durante la serata abbiamo dato
la parola anche ai numeri che ci hanno rivelato quanto l’immigrazione,
smentendo le preoccupazioni per il futuro del nostro paese che dovrà
mantenere tutta questa gente, non solo fa prosperare gran parte dell’economia
del nostro paese, ma contribuisce alla nostra pensione grazie ai contributi
che gli immigrati lavoratori, sottopagati, versano regolarmente.
A seguito dei racconti dei sacerdoti
promotori dell’iniziativa, ha avuto luogo un breve dibattito,
con domande ed eventuali proposte.
Molti hanno chiesto in
diversi modi cosa si può fare per gli immigrati, chiedevano a questi
“straordinari” un suggerimento,
un segreto, una piccola dritta…ma
a queste domande le risposte sono sempre state le stesse: non c’è
una ricetta per imparare
a rispettare le persone in quanto
tali, non c’è una ricetta per imparare a guardare all’immigrato
con uno sguardo che vada
oltre l’espressione compassionevole
o nel peggiore dei casi quella indifferente. L’insegnamento per chi è
cristiano viene da gesù che non si faceva di certo problemi nel
mangiare con le prostitute, nel toccare i lebbrosi o nel parlare con donne
di altre etnie con le quali era vietato parlare, e a proposito di divieti,
ricordo anche che non aveva problemi a trasgredire le leggi qualora queste
non fossero state fatte per l’uomo.
La solidarietà non si
può insegnare, sicuramente però si trasmette, proprio come
si trasmettono gli allarmismi,
proprio come si trasmettono
i pessimismi, i disfattismi, la fame di cattive notizie che ci aizzano
contro l’extracomunitario,
lo zingaro, il rumeno, e cominciando
con l’omettere la parola “persona” finiscono con il farci credere che sono
solo una minaccia, minacciano il futuro, le nostre mogli, il nostro sistema…proprio
come pensavano di noi quando andavamo in Canada, in America del Nord, in
Germania…
Interessante, e non poco, l’intervento
di uno dei sacerdoti promotori della serata durante la quale ha chiesto
di non lasciare che queste “esperienze di chiesa straordinarie” finiscano
insieme alle persone straordinarie o come sono definiti da molti “fissate”
che hanno semplicemente dato il via, facciamo in modo, chiedeva il sacerdote,
che questo diventi ordinario.
Perché la straordinarietà
diventi ordinaria si deve trovare il coraggio di distaccarsi dalla rigidità
formale della religione:
le religioni, come ha detto
stasera padre carlo, ci portano ad adorare statue di pietra, mentre la
fede, quella,
ci porta ad adorare-rispettare
l’essere umano con tutte le proprie ricchezze e le proprie ferite.
I racconti della serata ci hanno
fatto scontrare con spaventose contraddizione, così i “diritti”
non sono più tali, ma sono “favori” che si fanno ad una persona
in cambio di altri favori, fino a pensare che nulla ti è dovuto
se sei immigrato:
non ti è dovuto il saluto,
non ti è dovuto il rispetto, non ti è dovuto ribellarti di
fronte alle ingiustizie, ma devi camminare
con la testa bassa, dietro cappelli
o cappucci che nascondano la tua faccia, così che nessuno possa
vedere la tua umanità.
I diritti non sono un lusso
per pochi. C’è la non-cultura ai diritti,
la non-cultura alla civiltà
che contagia i giovani meglio dei virus e delle epidemie!
Questo, al di la dei racconti
e dentro i racconti è quello che emerso.
Non bisogna lasciare che questa
chiesa resti straordinaria,
ciò che si dovrebbe fare
è cominciare a trasmettere la cultura dei diritti,
la cultura del rispetto della
persona che è sempre persona, in ogni luogo questa si trovi.
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Siracusa 24 novembre
2007Comitato25aprile-siracusa Simona e Stefano
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