Tv censurate in Irak.
La riunione del consiglio iracheno sta per varare misure «severe e dissuasive» nei confronti delle emittenti arabe che hanno propri inviati a Baghdad: «Al Jazeera e Al Arabyia. L’annuncio di provvedimenti diretti contro i mezzi di informazione è stato dato da un membro del Consiglio, Samir Al Soumaydai. Perché questo giro di vite illiberale? Samir Al Soumaydai non l’ha spiegato nel dettaglio: s’è limitato a dire che il neogoverno iracheno ha verificato «abusi da parte di certi media arabi».
Di quali abusi parla?
Questo non l’ha detto. C’è
da ricordare comunque che sabato scorso, dopo l’attentato compiuto contro
Aquila Al-Hashimi, una delle tre donne chiamate a far parte del Consiglio
di governo, il capo della commissione sicurezza, Iyad Allaoui, aveva accusato
le reti arabe di «giustificare» con i loro servizi gli attacchi
contro esponenti del Consiglio. Un’accusa respinta con sdegno dai direttori
di Al Jazeera e di Al Arabyia.
L’ulteriore giro di vite, le proteste internazionali che ha già suscitato, rischiano di allontanare ancora di più la soluzione politica dell’intricato puzzle iracheno. Alla vigilia di una delicata riunione dell’Onu, il segretario di Stato Colin Powell ha spiegato che gli Stati Uniti non sono d’accordo neanche con gli esponenti iracheni filoamericani su quanto tempo debba durare la tutela statunitense. Allo show televisivo del giornalista Charlie Rose, Powell ha spiegato che «i politici iracheni vogliono muoversi più rapidamente», ma gli Usa non li ritengono «pronti a governare» il paese, ed è troppo presto per concedere loro la sovranità.
E stamane il New York Times (nella versione on line) riferisce le dichiarazioni
di Ahmad Chalabi, presidente del governo iracheno a interim, che si trova
a New York per proporre
soluzioni alternative a quelle perseguite dagli americani. In una intervista
Chalabi ha espresso gratitudine a Bush per aver liberato il Paese da Saddam
Hussein, ma chiede per il governo dei 25 almeno un controllo parziale di
due ministeri chiave: Finanze e Sicurezza, respingendo l’idea di altre
forze militari straniere in Iraq.
Situazione difficilissima, dunque. E così sembrano lontanissimi
i giorni della guerra in Iraq quando il presidente Usa e il suo fedelissimo
alleato Blair vantavano successi militari. Ormai l’opinione pubblica appare
sempre più convinta che l’operazione in Iraq sia stata dettata da
altri motivi che non quelli dichiarati. L’ultima dato è di stamane:
meno della metà degli elettori britannici considera più giustificato
il ricorso alla forza contro il regime di Saddam Hussein. Lo rivela un
sondaggio del Guardian che pubblica oggi i risultati di una ricerca realizzata
tra il 19 ed il 21 settembre dall’istituto ICM. Per il 53 per cento degli
elettori, la guerra contro l’Iraq non era giustificata, mentre solo il
38 per cento continua a sostenere le ragioni dell’intervento militare.
Immediatamente dopo la guerra, il sostegno dell’opinione pubblica britannica
alla tesi di Blair era al 63 per cento e fino al mese di luglio scorso
il numero dei sostenitori dell’azione militare superava la metà
dell’elettorato.
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