
Gad Lerner 5 giugno 2008
Cominciò con un inaspettato censimento etnico,
nel mezzo dell’estate di settant’anni fa, la vergognosa storia delle leggi
razziali italiane. Alle prefetture fu diramata una circolare, in data 11
agosto 1938, disponendo una “esatta rilevazione degli ebrei residenti nelle
provincie del regno”, da compiersi “con celerità, precisione e massimo
riserbo”.
La schedatura fu completata in una decina di giorni:
47.825 ebrei censiti sul territorio del regno, di cui 8.713 stranieri (nei
confronti dei quali fu immediatamente decretata l’espulsione).
Per la verità si trattava di cifre già
note al Viminale. “Il censimento quindi fu destinato più a sottomettere
che a conoscere, più a dimostrare che a valutare”, scrive la storica
francese Marie-Anne Matard-Bonucci ne “L’Italia fascista e la persecuzione
degli ebrei” (il Mulino). Naturalmente, di fronte alle proteste dei malcapitati
cittadini fatti oggetto di quella schedature etnica fu risposto che essa
non aveva carattere persecutorio, anzi, sarebbe servita a proteggerli.
Nelle diversissime condizioni storiche, politiche
e sociali di oggi, torna questo argomento beffardo e peloso: la rilevazione
delle impronte ai bambini rom? Ma è una misura disposta nel loro
interesse, contro la piaga dello sfruttamento minorile!
Si tratta di un artifizio retorico adoperato più
volte nella storia da parte dei fautori di misure discriminatorie: “Lo
facciamo per il loro bene”. A sostenere la raccolta delle impronte sono
gli stessi che inneggiano allo sgombero delle baracche anche là
dove si lasciano in mezzo alla strada donne incinte e bambini. Ma che importa,
se il popolo è con noi?
Lo so che proporre un’analogia fra l’Italia 1938 e
l’Italia 2008 non solo è arduo, ma stride con la sensibilità
dei più. L’esperienza sollecita a distinguere fra l’innocenza degli
ebrei e la colpevolezza dei rom. La percentuale di devianza riscontrabile
fra gli zingari non è paragonabile allo stile di vita dei cittadini
israeliti, settant’anni fa.
Eppure dovrebbero suonare familiari alle nostre orecchie
contemporanee certi argomenti escogitati allora dalla propaganda razzista,
circa le “tendenze del carattere ebraico”. Li elenco così come riportati
il libro già citato: nomadismo e “repulsione congenita dell’idea
di Stato”; assenza di scrupoli e avidità; intellettualismo esasperato;
grande capacità ad adattarsi per mimetismo; sensualismo e immoralità;
concezione tragica della vita e quindi aspirazioni rivoluzionarie, diffidenza,
vittimismo, spirito polemico e così via.
Guarda caso, per primo veniva sempre il nomadismo.
Seguito da quella che Gianfranco Fini, in un impeto lombrosiano, ha stigmatizzato
come “non integrabilità” di “certe etnie”; propense –per natura?
per cultura? per commercio?- al ratto dei bambini. Il che ci impone di
ricordare per l’ennesima volta che negli ultimi vent’anni non è
stato mai dimostrato il sequestro di un bambino ad opera degli zingari.
Un’opinione pubblica aizzata a temere i rom più
della camorra, si trova così desensibilizzata di fronte al sopruso
e all’ingiustizia quando essi si abbattono su una minoranza in cui si registrano
percentuali di devianza superiori alla media. Tale è l’abitudine
a considerare gli zingari nel loro insieme come popolo criminale, da giustificare
ben più che la nomina di “Commissari per l’emergenza nomadi”, incaricati
del nuovo censimento etnico. Un giornalista come Magdi Allam è giunto
a mostrare stupore per la facilità con cui si è concesso
il passaporto italiano a settantamila rom. Ignorando forse che si tratta
di comunità residenti nella penisola da oltre cinquecento anni:
troppo pochi per concedere loro la cittadinanza? Eppure sono cristiani
come lui…
Il censimento etnico del 1938, “destinato più
a sottomettere che a conoscere, più a dimostrare che a valutare”,
come ci ricorda Marie-Anne Matard-Bonucci, in ciò non è molto
dissimile dal censimento dei non meglio precisati “campi nomadi” del 2008.
In conversazioni private lo confidano gli stessi funzionari prefettizi
incaricati di eseguirlo: quasi dappertutto le schedature necessarie erano
già state effettuate da tempo.
L’iniziativa in corso riveste dunque un carattere
dimostrativo. E i responsabili delle forze dell’ordine procedono senza
fretta, disobbedendo il più possibile alla richiesta di prendere
le impronte digitali anche ai minori non punibili, nella speranza di dilazionare
così le misure che in teoria dovrebbero immediatamente conseguirne:
evacuazione totale dei campi abusivi e di quelli autorizzati ma fuori norma;
espulsione immediata dei nomadi extracomunitari e, dopo un soggiorno di
tre mesi, anche dei nomadi comunitari; quanto agli zingari italiani, gli
verrà concesso l’uso delle aree attrezzate solo per brevi periodi,
dopo di che dovranno andarsene (sono o non sono nomadi? E allora vaghino
da un campo all’altro, visto che le case popolari non gliele vuole dare
nessuno).
Si tratta di promesse elettorali che per essere rispettate
implicherebbero un salto di qualità organizzativo e politico difficilmente
sostenibile. Dove mandare gli abitanti delle baraccopoli italiane –pochissime
delle quali “in regola”- se venissero davvero smantellate tutte in pochi
mesi? Chi lo predica può anche ipocritamente menare scandalo per
il fatto che tanta povera gente, non tutti rom, non tutti stranieri, vivano
fra i topi e l’immondizia. Ma sa benissimo di alludere a una “eliminazione
del problema” che in altri tempi storici è sfociata nella deportazione
e nello sterminio.
Un’insinuazione offensiva, la mia? Lo riconosco. Nessun
leader politico italiano si dice favorevole alla “soluzione finale”. Ma
la deroga governativa al principio universalistico dei diritti di cittadinanza,
sostenuta da giornali che esibiscono un linguaggio degno de “La Difesa
della razza”, aprono un varco all’inciviltà futura.
Negli anni scorsi fu purtroppo facile preconizzare
la deriva razzista in atto. Per questo sarebbe miope illudersi di posticipare
la denuncia, magari nell’attesa che si plachi l’allarmismo e venga ridimensionata
la piaga della microcriminalità. La minoranza trasversale, di destra
e di sinistra, che oggi avverte un disagio crescente, può e deve
svolgere una funzione preziosa di contenimento.
Gli operatori sociali ci spiegano che sarebbe sbagliato
manifestare indulgenza nei confronti dell’illegalità e dei comportamenti
brutali contro le donne e i bambini, diffusi nelle comunità rom.
Ma altrettanto pericoloso sarebbe manifestare indulgenza riguardo alla
codificazione di norme palesemente discriminatorie, che incoraggiano l’odio
e la guerra fra poveri.
Non si può sommare abuso ad abuso di fronte
ai maltrattamenti subiti dai bambini rom. Quando i figli degli italiani
poveri venivano venduti per fare i mendicanti nelle strade di Londra, l’esule
Giuseppe Mazzini si dedicò alla loro istruzione, non a raccogliere
le loro impronte digitali.
L’ipocrisia di schedarli “per il loro bene” serve
solo a rivendicare come prassi sistematica, e non eccezionale, la revoca
della patria potestà. Dopo le impronte, è la prossima tappa
simbolica della “linea dura”. Siccome i rom non sono come noi, l’unico
modo di salvare i loro figli è portarglieli via: così si
ragiona nel paese che liquida l’“integrazione” come utopia buonista.
A proposito del sempre più diffuso impiego
dispregiativo della parola “buonismo”, vale infine la pena di evocare un’altra
reminescenza dell’estate 1938. Chi ebbe il coraggio di criticare le leggi
razziali fu allora tacciato di “pietismo”. Con questa accusa furono espulsi
circa mille tesserati dal Partito nazionale fascista. E allora viva il
buonismo, viva il pietismo.
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