E il medico di Berlusconi si candida al Senato.
L’ultimo ballo del sindaco Scapagnini
2 febbraio 2008 Marzio Tristano

IL BALLO SUL TITANIC che affonda è andato in scena martedì scorso nel glorioso teatro Massimo Bellini, intitolato al celebre compositore, trasformato per l’occasione in una balera: al suono di un’orchestrina funzionari e impiegati del comune, in maschera con le rispettive signore e vigili urbani in alta uniforme hanno danzato allegramente rivitalizzando una tradizione scomparsa da decenni davanti agli occhi non sorpresi dei telespettatori catanesi informati in diretta da Telecolor.
Fuori dal teatro, illuminato a giorno, la città si avvia progressivamente verso il buio. Il centralissimo corso Italia e piazza Roma, nella zona della villa Bellini, oscurate nei giorni scorsi, sono illuminate per ora solo grazie all’intervento del prefetto Giovanni Finazzo, che ha supplicato l’Enel, creditore di decine di milioni di euro, di riaccendere i lampioni solo per la durata della festa di Sant’Agata, patrona della città. I quartieri di Librino e San Giovanni Galermo continuano a restare al buio. La ditta che cura la manutenzione della pubblica illuminazione ha deciso di interrompere ogni servizio: attende da mesi di essere pagata. Così come gli operatori sociali delle cooperative di assistenza agli anziani, che da undici mesi aspettano lo stipendio e solo per senso di responsabilità nei confronti delle fasce più deboli della popolazione non hanno ancora incrociato le braccia. E che dire delle buche nelle strade che sempre più numerose costringono gli automobilisti ad avventurosi slalom, o a disastrosi impatti con ruote e semiassi: anche in questo capitolo di bilancio i soldi sono finiti e i buchi, come le buche delle strade, aumentano.
Palazzo degli Elefanti, sede del comune, appare come un fortino assediato dai creditori che ha difficoltà a comunicare con l’esterno: la Telecom mantiene per ora le linee, ma le Poste, che vantano un credito di 7 milioni di euro, hanno fatto sapere che non spediranno più una raccomandata paralizzando anche la giustizia civile: centinaia di avvisi giudiziari sono fermi in attesa di essere recapitati. È forse anche per questo che la serata danzante al teatro Bellini è stata disertata da questore, prefetto, magistrati e autorità «civili e militari», che hanno tenuto a mantenere le distanze dagli amministratori catanesi, il cui sindaco, Umberto Scapagnini (Forza Italia, medico personale di Berlusconi) ha annunciato che sta per lasciare la città «per continuare a servirla da un seggio al Senato».
Intanto incalzata dai creditori, bacchettata dalla corte dei conti, impietosamente descritta dagli ispettori di Padoa Schioppa, inquisita dalla procura e dalla squadra di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza, Catania scivola velocemente verso la bancarotta. I numeri sono da capogiro: «C’è un buco di miliardo di euro – dice sicuro Orazio Licandro, deputato dei Comunisti italiani, e autore di numerose interrogazioni sulla gestione amministrativa di questi anni, che ruota attorno all’asse Scapagnini (sindaco) – Lombardo (presidente della provincia e leader dell’Mpa), con l’utile stampella Udc sorretta in giunta da Filippo Drago, figlio di Nino, che fu proconsole di Andreotti nella Sicilia orientale – il dramma è che le spese correnti aumentano e nessuno se ne cura. Da tempo, ormai, chiediamo il commissariamento». Il dissesto finanziario di Catania viene a galla nel luglio dell’anno scorso, quando due ispettori inviati dal ministro Padoa Schioppa per verificare il rispetto del patto di stabilità scoprono un indebitamento pesante, e un «occultamento del disavanzo con ripercussioni sulla credibilità dell’intero settore della finanza pubblica nazionale». I bilanci di Catania, dunque, sono un caso nazionale. Ma nessuno si muove.
Così la Corte dei conti, che ogni anno formula pesanti rilievi per i disavanzi, il 12 dicembre mette nero su bianco l’incredibile aumento delle spese correnti, in una situazione di totale dissesto finanziario. Che gli amministratori avevano cercato di risolvere alla fine del 2006, quando, come sostiene Licandro, «sono scaduti i tre anni concessi dalla legge per ripianare i bilanci, le banche hanno chiuso da tempo i rubinetti del credito, e il comune ha pensato di risolvere la crisi creando Catania Risorse, società privata cui trasferire i beni immobili, anche di valore culturale e architettonico, sufficienti a garantire nuovi crediti». Società su cui si sono accesi oggi i riflettori della procura, intanto per il modo in cui è stata costituita: «il 28 dicembre incaricano un perito di redigere la valutazione degli immobili – racconta Licandro – il giorno dopo, in tempo record, la perizia viene depositata in cancelleria, il 30, era un sabato, si riunisce il consiglio comunale per l’approvazione, il 31, ultimo giorno dell’anno, il prestigioso studio del notaio Carlo Seggio resta aperto per la compravendita degli immobili: l’ex ragioniere generale del comune vende all’ex segretario generale, presidente di Catania Risorse, 14 immobili tra cui l’antico convento di Sant’Agata, vincolato dalla sovrintendenza». Che, infatti, protesta, con le note della sovrintendente Maria Grazia Branciforti, rimossa poco dopo. Velocità e pervicacia degli amministratori hanno generato più d’un sospetto sulle ragioni dell’operazione, legata, si era detto, solo al reperimento del credito: e in un occasione, nella riunione di una commissione consiliare, è venuto fuori che la Italease, la società dell’immobiliarista arrestato Danilo Coppola, poteva essere interessata a comprare gli immobili.
Oggi Catania viaggia spedita verso la bancarotta. Il bilancio consuntivo è stato approvato solo in settembre, quello preventivo non c’è. E mentre il sindaco si prepara a fare le valigie per il Senato, tutti in città attendono gli appuntamenti elettorali per capire come andrà a finire. Compresi gli abitanti della zona di San Giovanni Licuti, lo sbocco a mare più “in” dei catanesi, che gli amministratori avevano promesso di trasformare in una elegante spiaggetta di sabbia nera aperta a tutti. Vi scaricarono, invece, per risparmiare, materiale di risulta di una discarica inquinato e nocivo alla salute, e il giudice sequestrò il cantiere bloccando i lavori.