500 passi dalla piccola stazione di Cassibile.
Sino ad un luogo che non è un luogo. Non è un accampamento, né una bidonville.
Qualcosa che non ha nome, un nulla un agglomerato di brandine sgangherate.

25 settembre 2008
Bisogna contare 500 passi sulle traversine di legno che tengono insieme i binari e camminare velocemente, attraverso un passaggio angusto, che vede la linea ferrata scorrere tra due pareti di roccia bianca. Se ti sorprende il treno non puoi scappare. Puoi solo appiattirti contro la recinzione, tenerti stretto fino a farti sanguinare le mani, e pregare che il convoglio non ti risucchi. Fino ad oggi è andata bene. Nessuno si è fatto male. Nessuno dei “fantasmi” che, ogni giorno, su questo corto passaggio si giocano la vita per fare le cose più semplici, come andare a riempire un bidone d’acqua in paese o cercare qualcosa che assomiglia ad un lavoro per sopravvivere.

I 500 passi si contano dalla piccola stazione di Cassibile. Per arrivare in un luogo che non è un luogo. Non è un accampamento, né una bidonville. È qualcosa che non ha nome, un nulla. Un agglomerato di brandine sgangherate, materassi, coperte arrotolate, lenzuola bianche che coprono i corpi. Una piana triste, che si estende su alcune centinaia di metri quadrati, tra olivi, ogliastri e carrubi. Al centro c’è un carrubo gigantesco con i rami che si piegano fino al terreno e delimitano un’area circolare. In questa sorta di tenda naturale c’è la cucina: alcune pietre a formare un circolo dentro il quale si accende un fuoco di legna. Un po’ più in là, tra le pentole lerce, le provviste: pasta, confezioni di formaggio, rese molli e unte dal caldo, latte a lunga conservazione, scatole di tonno. È l’unico posto dove il sole non batte, ma anche sotto il carrubo la temperatura supera i 30 gradi. Sono 40 i ragazzi che vivono in questo posto assurdo. Giovanissimi, vengono dalla Somalia e fino a qualche settimana fa stavano nel centro di accoglienza di Cassibile. Un Centro pagato dallo Stato, attorno al quale ogni anno gira un fatturato di 3 milioni di euro.
Nessuno dei quaranta giovani africani è un clandestino. Tutti hanno in tasca un permesso di soggiorno per asilo politico.
Con la concessione dell’asilo politico i ragazzi devono lasciare il Centro, ma senza che nessuno abbia dato loro la minima informazione, abbia spiegato cosa devono fare per ottenere quel che loro spetta. Pochissimi finiscono negli Sprar, i centri di seconda accoglienza, che hanno solo 2500 posti in tutta Italia contro le circa 7/8 mila richieste. La maggior parte viene accompagnata al cancello, se va bene con in tasca pochi euro o un biglietto per una città del centro nord. Da quel momento diventano fantasmi e vagano attorno al Centro. «Non sapevo dove andare, nessuno mi ha detto nulla, così sono rimasto qui attorno – racconta Ahmed, 21 anni che in Somalia faceva il muratore ed è scappato dalla guerra civile, dopo aver visto ammazzare suo padre – Ho visto altri che andavano verso la ferrovia e li ho seguiti. Ora la situazione è molto buona, prima era peggio: dormivamo per terra, ora invece abbiamo brandine e materassi». Cosa aspetti? «Non lo so cosa aspetto… non aspetto niente».

Alla stazione di Cassibile arriviamo al mattino, insieme ad Antonio De Carlo, un volontario della parrocchia di Bosco Minniti a Siracusa che ha scoperto questo inferno e oggi, insieme agli altri volontari della comunità, si danna per dare un minimo di assistenza a chi vive in questo luogo folle. Cassibile è un villaggio polveroso: una doppia fila di case lungo due chilometri di strada. Qui si campa di agricoltura e ci crogiola nell’orgoglio di vivere sul luogo dove, il 3 settembre del ’43, alleati e italiani firmarono l’armistizio. Qui se parli di “Oro nero” non pensi al petrolio, pensi agli immigrati. Oro per chi gestisce i centri, oro per i piccoli padroncini e per i caporali di Cassibile che li sfruttano mentre la gente vorrebbe vederli sparire al tramonto, per vederli ricomparire, come macchine, solo all’alba quando si ricomincia a lavorare. La regola è semplice: si lavora di continuo, niente pause, si mangia un boccone in fretta e furia. Poi di nuovo al lavoro e guai a alzare la schiena, se lo fai la prima volta ti becchi una lavata di capo, alla seconda ti cacciano. Cinquanta euro al giorno, per lavorare da «sole a sole» come si usava con i braccianti siciliani. Quindici euro finiscono però nelle tasche dei caporali, in gran parte maghrebbini integrati o italiani. Una pattuglia di caporali stranieri alcune settimane fa è finita in una retata dei carabinieri.

Antonio De Carlo a Cassibile non può più venirci da solo. Deve avere un po’ di gente al seguito. Una scorta? «Macché scorta, io non amo le sceneggiate. Prendo solo le mie precauzioni. Se denunci il caporalato dai fastidio a molti, magari qualcuno pensa che è meglio convincerti ad occuparti dei fatti tuoi». A Siracusa nella Parrocchia di Bosco Minniti, diretta da padre Carlo D’Antoni, c’è una task force per garantire un minimo di assistenza ai richiedenti asilo, che non sanno nulla delle procedure. Le richieste – spiegano i volontari – raramente vengono fatte nei tempi previsti dalla legge perché quasi nessuno, fuori di qui, spiega a questi ragazzi cosa fare. Ma anche quando le richieste vengono fatte accadono fatti strani. Mohamed ha 22 anni, è lungo come una pertica e viene dalla Guinea. «Al mio paese ero un giocatore di basket, un pivot, ed ero bravo, molto bravo, poi mi hanno arrestato ed è finito tutto». È arrabbiato Mohamed, arrabbiatissimo. Alza la maglietta bianca e mostra i segni delle torture che gli hanno fatto in carcere gli aguzzini del regime. «Mi hanno arrestato con tutto il mio gruppo politico e mi hanno torturato per due giorni. Poi mi hanno fatto uscire e sono riuscito a scappare. Allora se la sono presa con la mia famiglia. I paramilitari sono andati a casa mia ed hanno ucciso mia madre. Bene, ho chiesto asilo politico in Italia e me lo hanno negato senza spiegazione. Eppure ho addosso i segni di quello che ho passato». Mohamed ha presentato ricorso, grazie ai legali della parrocchia di Bosco Minniti. «La sua storia è emblematica – dice Antonio De Carlo – La commissione a Siracusa ha un atteggiamento burocratico. C’è una sorta di esame preventivo. Se sei somalo, eritreo o etiope passano la pratica senza quasi guardarla, ci sono indicazioni superiori. Per gli altri è un calvario: interrogatori assurdi, rinvii continui, insomma un percorso ad ostacoli fatto di moduli, burocrazia, tempi strettissimi per ragazzi che quasi sempre non parlano una parola di italiano». Ne sa qualcosa Ahyuba che dopo tre mesi aspetta l’esito della sua domanda di asilo. Era un membro del Ufc, la forza di opposizione che nel Togo si batte contro Faure Gnassingbe e i militari. Lo hanno arrestato durante una manifestazione. «A me è toccata solo la prigione e le torture, mio fratello è morto (un particolare che nel verbale di interrogatorio della commissione non viene riportato). Sono riuscito a scappare. In Italia nessuno mi ha dato aiuto. Dopo l’uscita dal centro di Pian del Lago avevo solo un foglio di carta che mi diceva di aspettare la convocazione della commissione per l’asilo politico a Siracusa. Ma dove dovevo andare? Dove dovevo ricevere la convocazione? Io dormivo alla stazione, o nei parchi. Un inferno. Poi per fortuna ho saputo di questo centro e adesso ho qualche speranza». Uno dei paradossi della procedura è nelle comunicazioni. «Non si presentano – spiega De Carlo – perché non hanno un indirizzo dove gli può esser notificata la convocazione. Noi abbiamo creato un sistema che permette ai richiedenti asilo di eleggere come loro domicilio temporaneo la parrocchia. Ma per molti il problema resta». Eppure l’ostilità del quartiere è forte, la parrocchia è sotto assedio. «Lanci di pietre, uova, bottiglie. La gente del quartiere mostra fastidio per la presenza di questi ragazzi e si allontanano dalla parrocchia – dice don Carlo – Un fastidio che a volte si traduce in razzismo, grazie anche a una campagna dei media che crea un clima di paura. ome meravigliarsi se poi ci lanciano le pietre? Gli immigrati in Italia sono visti solo come schiavi da sfruttare».