Fare un po’ di “conti” mi sembra di decisiva importanza. Perché,
se i “conti” dimostrano un costante, sostanziale impoverimento dell’amministrazione
della giustizia, invece che un obiettivo possibile, la giustizia diventa
una grande illusione, se non un inganno. Ma in questo modo si alimenta
e si rafforza quella sfiducia verso la giustizia che già è
ampiamente diffusa fra i cittadini italiani.
Di ragioni (reali o strumentalmente indotte) per non avere fiducia
nella giustizia i cittadini ne hanno, purtroppo, davvero molte:
Soffrono sulla loro pelle i tempi vergognosamente lunghi ed i costi
elevatissimi di un processo incomprensibile e farraginoso;
Rilevano che il servizio giudiziario, oltre ad essere inefficiente,
è incapace di produrre – come dovrebbe – eguaglianza; e che la disuguaglianza
è aggravata dalla filosofia dei condoni e delle leggi che, quando
non sono “ad personam”, sono “sui et sibi”, cioè non dettate da
interessi generali;
Avvertono (forse confusamente, ma lo avvertono) che il modello penale
“mite” riguarda solo i rami alti della società: come plasticamente
indicato dal nuovo art. 624 bis codice penale (introdotto con legge 128/2001),
che ha reso il borseggio di pochi spiccioli – nella tavola dei valori tutelati
– più grave della corruzione miliardaria; e come confermato dalla
trasformazione del falso in bilancio in reperto d’archivio;
Chiedono sicurezza, ma spesso ottengono soltanto proclami elettorali
o campagne mediatiche di vuota rassicurazione;
Sono disorientati dalle polemiche e dai dibattiti a senso unico
che accompagnano ogni processo di rilievo (spesso veri e propri “teatrini”
costruiti ad arte nei salotti televisivi);
A forza di sentirselo ripetere in modo martellante, anche da “pulpiti”
istituzionali autorevolissimi, alla fine finiscono per credere che sia
buono e giusto definire i magistrati “associazione a delinquere” o “cancro
da estirpare”;
Ma non si raccapezzano più, quando constatano che proprio
a questi “inaffidabili” giudici vengono assegnati sempre nuovi compiti,
essendo l’Italia (come sappiamo) il paese in cui persino i campionati di
football aspettano – per il calcio d’inizio – il fischio di un Tribunale;
E ancor meno si raccapezzano se apprendono che nel 2001,2002,2003
e 2004 si sono prescritti – rispettivamente – 123mila, 151mila, 184mila
e circa 210mila procedimenti e che a fronte di questi dati impressionanti
(in costante, inesorabile crescita), invece di sforzarsi di diminuire i
casi di prescrizione riducendo drasticamente la durata dei processi, è
in cantiere una riforma che abbatte i tempi entro cui si può accertare
se e da chi un reato è stato effettivamente commesso, causando inevitabilmente
un ulteriore aumento delle prescrizioni: una specie di resa, di rinunzia
alla pretesa punitiva per una fascia estesissima di reati; l’esatto contrario
di un sistema giustizia efficiente e moderno
Questa sfiducia (o disorientamento) dei cittadini preoccupa e inquieta.
Più che gli insulti di alcuni vertici istituzionali. Perché
l’impopolarità nelle stanze del potere, per una giurisdizione indipendente,
è fisiologica (talora, per chi voglia fare il suo dovere senza sconti
o ammiccamenti, tenendo la schiena dritta, addirittura necessaria). Ma
una società che perde la fiducia nella giustizia e nei suoi magistrati
è una società a rischio. Inevitabilmente esposta al pericolo
di derive patologiche, illiberali e disgreganti.
In democrazia, infatti, la fiducia dei cittadini nella giustizia
e nei magistrati non è un optional, ma un elemento strutturale.
Perciò, è essenziale per la saldezza della democrazia che
questa fiducia sia recuperata. Dove fiducia non significa condivisione
di questa o quella decisione (il giudice risolve conflitti e non può
– per definizione – essere ugualmente apprezzato da tutti i contendenti).
Neppure significa consenso, poiché ai giudici compete decidere in
base alle regole, non secondo le aspettative di questo o di quello, si
tratti pure della maggioranza del momento. Fiducia significa accettazione
del ruolo sociale della giurisdizione, accettazione condivisa da tutti,
in un quadro di controllo sociale sull’operato della magistratura e di
legittimità di tutte le critiche argomentate.
Nel recupero di fiducia, un ruolo centrale hanno gli stessi magistrati.
Prima di tutto sottoponendosi senza riserve a quel controllo e a quelle
critiche e assumendosi (ad ogni livello) le responsabilità conseguenti.
Poi acquisendo (tutta la magistratura, in ogni sua articolazione) la capacità
di un maggior rigore sul versante delle insufficienze, impreparazioni e
cadute di professionalità che ancora ci vengono – anche giustamente
– rimproverate.
Decisivi sono pure i comportamenti quotidiani. Nella sua carriera,
ogni magistrato incontra migliaia di cittadini. Non ne ricorderà
quasi nessuno, mentre si può essere sicuri che ognuna delle persone
incontrate dal magistrato si ricorderà di lui. E lo giudicherà
bene (indipendentemente dal fatto che abbia avuto torto o ragione) se il
magistrato sarà stato disponibile e non arrogante, rispettoso delle
persone e capace di ascoltarle invece che burocraticamente ottuso, equilibrato
ed attento anziché scostante e frettoloso. (…)
Spetta ai magistrati, inoltre, organizzare al meglio il proprio
lavoro, eliminando ovunque si annidino eventuali “sacche di neghittosità”.
Esigenza di cui i magistrati sono ben consapevoli (come dell’importanza
della posta in gioco), al punto da presentare al Ministro – come ANM –
concrete proposte di controlli quadriennali sulla produttività,
con riduzione dello stipendio per chi non lavori abbastanza. (…)
Ma non spetta soltanto ai magistrati (neppure spetta soprattutto
ai magistrati) operare per il recupero di efficienza e quindi di credibilità
dell’amministrazione della giustizia. Una grande occasione, per fare qualcosa
di concreto in questa direzione, c’era. In teoria c’è ancora. Era
(ed è) la riforma dell’ordinamento giudiziario. È stata invece
– e c’è il timore che possa continuare ad essere – una grande occasione
sprecata.
Il vero problema della giustizia italiana, il problema dei problemi,
è la durata eccessiva dei processi. Se i processi non finiscono
mai, non c’è giustizia, ma denegata giustizia. Su questo versante
innanzitutto un riformatore responsabile ha il dovere di intervenire. È
proprio su questo versante, invece, che la legge delega di riforma dell’ordinamento
giudiziario approvata dal Parlamento non contiene niente di niente. Le
interminabili, intollerabili lungaggini dei processi non si ridurranno
neanche di un piccolissimo giorno. Anzi: la carriera dei magistrati viene
pensata come una specie di “concorsificio”, con la conseguenza che – dovendo
i magistrati distogliere parte del proprio tempo per sostenere un esame
dopo l’altro – la durata dei processi è destinata ineluttabilmente
a crescere. Ecco perché la riforma – purtroppo – è stata
fin qui un’occasione, una grande occasione, semplicemente sprecata.
Fermo l’assoluto rispetto dovuto alle prerogative del Parlamento;-
fermo altresì l’inderogabile dovere della magistratura di applicare
lealmente tutte le leggi della Repubblica;- vi è tuttavia il diritto-dovere
di ciascuno di ragionare intorno alle conseguenze che potrebbero derivare
dalla legge, pur lealmente osservandola. Conseguenze obiettive, che prescindono
dal tipo di maggioranza contingente e quindi dall’essere al governo questo
o quello.
In quest’ottica, è diffusa la preoccupazione che possa trattarsi
non di una riforma della giustizia, ma di una riforma dei giudici. Che
invece di farsi carico di migliorare l’efficienza del sistema giustizia,
si punti ad un altro obiettivo: controllare i giudici, sterilizzare l’indipendenza
della magistratura, “colpevole” di aver fatto il suo dovere indirizzando
il controllo di legalità non solo verso i deboli e gli emarginati,
ma anche (ricorrendone i presupposti in fatto e diritto) verso i “colletti
bianchi” e verso le deviazioni del potere.
A questo tipo di controllo dei magistrati inesorabilmente si arriva
ogni volta che si svuoti di decisivi poteri il CSM, argine che la Costituzione
pone a difesa dell’indipendenza della magistratura. (…) Il rischio è
che la scritta “La legge è uguale per tutti”, che campeggia nelle
aule dei tribunali, torni ad essere non un’indicazione di percorso concretamente
praticabile, ma una vuota formula.
Nella filosofia della riforma, poi, appaiono univocamente delineate
solide premesse che porteranno alla separazione non delle funzioni (sulla
cui necessità più nessuno avanza dubbi o riserve) ma delle
carriere fra PM e giudici. Ovunque (in tutti i Paesi del mondo che la prevedono),
separazione delle carriere significa che il PM – per un verso o per l’altro
– deve adeguarsi alle direttive del Governo. La storia del nostro Paese
ha già conosciuto, nel passato, forme di controllo politico del
PM. Sono state esperienze negative. Perché ritornare ad esse oggi?
– Oggi, quando alcuni imputati “di peso” (come l’esperienza ci mostra)
hanno a volte la tentazione di non considerarsi eguali agli altri di fronte
alla legge e di “aggredire” i magistrati che abbiano la ventura di doversi
occupare di loro. (…)
Il nuovo ordinamento disegna un’organizzazione iper-gerarchica delle
Procure, mettendo di fatto sotto tutela l’obbligatorietà dell’azione
penale. Il dirigente della Procura potrà – se vorrà – comportarsi
sostanzialmente come un capo-padrone ed i PM del suo ufficio potrebbero
ritrovarsi con ben pochi margini per quell’esercizio dell’azione penale
diffusa che ha consentito – negli ultimi decenni – importanti risultati
nella tutela di diritti fondamentali come la salute, la sicurezza sul lavoro,
l’ambiente.
Tanto più che gli uffici direttivi rischiano di essere assegnati
non tanto a chi ha autorevolezza e capacità organizzative, quanto
piuttosto a chi viene cooptato dall’alto, posto che i relativi concorsi
sembrano congegnati prevalentemente come “prove di omogeneità culturale”.
(…)
Nel contempo, la riforma spalanca di fatto le porte ad eventuali
forme di controllo politico del Governo (poco importa, ovviamente di quale
colore) sull’attività giudiziaria. Estraneità al dibattito
culturale – quasi un bavaglio – e conseguente conformismo si profilano
come possibile stigma dei magistrati che vogliano evitare noie disciplinari.
In sostanza: tassello su tassello, sembra delinearsi un disegno
che potrebbe favorire, nell’esercizio della giurisdizione, la gerarchizzazione
e la burocratizzazione, vale a dire un’interpretazione del proprio ruolo
che contrasta con una completa indipendenza e con la soggezione dei giudici
soltanto alla legge, facilitando altre dipendenze: dal palazzo e dai suoi
esponenti, dalle contingenti maggioranze (quale che sia, ovviamente, il
loro segno o colore), dai potentati economici o culturali.
È per le preoccupazioni ricollegabili a questo disegno che
la magistratura italiana si è trovata costretta, con sofferenza,
cercando di ridurre al minimo i disagi causati, persino a scioperare. Perché
vuole poter continuare ad esercitare le sue funzioni ispirandosi al primato
dell’uguaglianza e dei diritti.
Perché ritiene contrario a giustizia e all’interesse dei
cittadini che il metro di valutazione degli interventi giudiziari non sia
quello della correttezza e del rigore, ma quello dell’utilità, misurata
sui rapporti di forza contingenti.
Perché è ben consapevole che la propria indipendenza
non garantisce in modo meccanico giustizia, libertà ed uguaglianza
per tutti, ma è una delle condizioni per rendere possibile tale
risultato. Risultato verso cui la magistratura italiana, pur coi suoi limiti
e le sue insufficienze, ha da tempo intrapreso una “lunga marcia”. Ancora
incompiuta, è vero. Ma che chiediamo di poter continuare. Senza
privilegi o penalizzazioni per nessuno. Semplicemente attuando – per tutti
– il controllo di legalità previsto dalla legge, e dando risposta
(senza distinzioni) a chiunque deduca la lesione di propri diritti.
Con il messaggio alle Camere che richiede una nuova deliberazione
sulla legge delega per la riforma dell’ordinamento giudiziario, il Capo
dello Stato – rilevando un palese contrasto con vari articoli della Costituzione
– ha riaperto la discussione ed il confronto.
Ora il Parlamento è chiamato a valutare i rilievi del Presidente
della Repubblica, che sostanzialmente riguardano, da un lato, l’esigenza
di non svuotare di effettività i poteri del CSM;- e dall’altro l’esclusione
in capo al Ministro di poteri che oltrepassino il limite costituzionale
dell’organizzazione e del funzionamento dei servizi, evitando che sia intaccato
il principio – fondamentale in democrazia – della separazione dei poteri
. L’auspicio del Capo dello Stato è che alla versione ultima della
riforma, partendo da queste basi, si approdi mediante scelte largamente
condivise, essendo quella sull’ordinamento giudiziario una legge di diretta
attuazione della Costituzione.
La mia speranza è che in questo modo possano svanire molte
delle preoccupazioni sopra prospettate. Spero anche che non si dimentichi
l’insegnamento del Federalist di Alexander Hamilton: «Il giudiziario
è senza paragone il più debole dei tre rami del potere e
non può insidiare con successo alcuno degli altri due; per questo
ogni possibile precauzione deve essere adottata per difenderlo dagli attacchi
degli altri. Del pari, sebbene l’oppressione di un individuo possa ora
e in futuro esser conseguenza di decisioni delle corti di giustizia, le
libertà fondamentali del popolo non possono mai essere messe in
pericolo da questa branca del potere; ciò sin quando il giudiziario
rimanga effettivamente separato dal legislativo e dall’esecutivo».
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