| LA MIA VERITA’ – Giuliana
Sgrena
Articolo tratto dal quotidiano “il manifesto” 6 marzo 2005 versione integrale. «La nostra auto andava piano, gli americani hanno sparato senza motivo, Calipari è morto fra le mie braccia». Giuliana Sgrena torna in Italia e racconta il suo rapimento e la sua sanguinosa liberazione. Gli Usa insistono: solo un incidente. Ma la versione americana è smentita dai testimoni |
| La ricostruzione di Fini: «Un
faro, poi le raffiche sull’automobile»
08.03.2005 «Il 4 marzo intorno alle 16.30 Calipari, insieme ad un altro collega profondo conoscitore dell’area, anche per la sua pregressa e qualificata esperienza operativa di lungo periodo in quelle zone, è giunto all’aeroporto di Baghdad. Dopo circa 40 minuti in cui Calipari ha assunto tutti i necessari contatti con le autorità militari americane preposte alla sicurezza dell’aeroporto, non solo per notificare la presenza sua e del collega, ma anche per ottenere il lasciapassare di libero movimento nello scalo aeroportuale e nelle zone limitrofe (unico documento di identità che le autorità americane rilasciano a coloro che raggiungono la capitale irachena) i nostri due funzionari si sono diretti a bordo di una Toyota Corolla noleggiata in loco verso il quartiere di Mansur. Giunti in questa località dopo circa 30 minuti, hanno atteso per quasi due ore e mezza, fino a quando il contatto che era strato precedentemente garantito ha avvicinato tra le 19,40 e le 19,45 i nostri due funzionari con un furgoncino di colore verde senza targa con a bordo due persone. Il passeggero che si trovava a fianco all’autista, rimanendo a bordo del furgone, ha invitato in lingua inglese i due funzionarli a seguirli: il tragitto si è snodato verso la parte nord-nordovest di Baghdad, ha attraversato i quartieri di Mansur e Yarnuk ed è sembrato un itinerario lungo e tortuoso, onde rendere difficile l’identificazione precisa della località verso la quale ci si stava dirigendo Giunti in una zona non illuminata, durante una brevissima sosta, il passeggero del furgone, senza scendere dall’automobile, ha indicato con il braccio il rottame di un’autovettura a ridosso del muro di una abitazione; subito dopo il furgone si è allontanato. Scesi dall’automobile, i nostri funzionari hanno verificato che all’interno del rottame, avvolta in abiti neri e con una maschera sul viso, si trovava Giuliana Sgrena. Dopo averla confortata brevemente, il dottor Calipari ha ripreso posto sull’autovettura insieme alla stessa Sgrena, si sono seduti sul sedile posteriore e hanno scambiato le prime gioiose e, al tempo stesso, concitate espressioni. Il conducente della vettura (ovvero l’altro funzionario dei servizi che conosceva bene Baghdad) ha preso a riferimento la sagoma della Saddam Tower, ha imboccato la superstrada in direzione dell’aeroporto, l’ha percorsa ad una velocità di circa settanta chilometri orari, velocità compatibile con il fondo stradale ampiamente bagnato dalla pioggia. Durante il tragitto le luci interne all’autovettura sono state mantenute accese: questo sia per facilitare eventuali controlli in prossimità di check point (che in ogni caso non sono stati incontrati) sia per permettere al dottor Calipari di effettuare alcune telefonate. Si tratta delle telefonate con cui ha comunicato a Gianni Letta e al generale Pollari l’avvenuta positiva liberazione di Giuliana Sgrena e di quelle finalizzate a preannunciare alle autorità militari americane il rientro ormai prossimo nella zona aeroportuale, onde ottenere ogni possibile facilitazione per un ingresso agevole e diretto. Giunta in una zona completamente buia, l’autovettura transitava in un sottopasso risultato allagato; per tale motivo riduceva ancora la propria velocità. Subito dopo, il conducente, cui era perfettamente noto il successivo itinerario per l’aeroporto, rallentava ulteriormente in previsione di un bivio con successiva svolta ad angolo pressoché retto. Durante tutta questa manovra, il funzionario del Sismi che era alla guida si manteneva nella corsia di sinistra in quanto quella di destra, oltreché allagata, era ostruita da due blocchi di cemento da tempo noti all’interessato. In quel momento, per tutte queste circostanze sopra descritte, l’autovettura viaggiava ad una velocità che non poteva essere superiore ai quaranta chilometri orari». A circa metà della citata curva, è stata accesa una luce molto forte, simile ad un faro, in una posizione sopraelevata rispetto all’autovettura e ad una distanza di circa dieci metri, probabilmente sul bordo destro della strada. Alla conseguente frenata e al pressoché immediato arresto dell’autovettura sì è registrata un’azione di fuoco probabilmente sviluppata da più armi automatiche della durata di circa 10-15 secondi; le raffiche hanno raggiunto l’automobile sul lato destro e il conducente ha notato colpi traccianti, e pertanto visibili, passargli davanti al petto e sopra le gambe. Immediatamente dopo gli è stato intimato da alcuni soldati statunitensi, strettisi intorno all’auto, di scendere dalla stessa. Il nostro ufficiale è stato fatto inginocchiare a circa 10 metri dal mezzo e, nonostante l’uso della lingua inglese, è riuscito con difficoltà a presentare se stesso ed il proprio collega come appartenenti all’ambasciata italiana, soggiungendo che la donna trasportata era la giornalista rapita. In particolare, durante questa concitata e tragica fase due giovani soldati americani si sono avvicinati al nostro funzionario e, con fare sconfortato, hanno chiesto ripetutamente scusa per l’accaduto. Dopo qualche minuto, il funzionario ha appreso e poi si è reso personalmente conto dell’avvenuto decesso di Calipari e del ferimento ad una spalla di Giuliana Sgrena. Trascorso un non breve lasso di tempo, Giuliana Sgrena è stata fatta salire su un mezzo militare americano in direzione dell’ospedale, nella cosiddetta ‘zona verdè, ed è stata dopo 15 minuti seguita dal nostro funzionario risultato ferito al braccio destro. La prima informale documentazione fotografica, che è già pervenuta alle autorità italiane e che doverosamente abbiamo già posto a disposizione dell’autorità giudiziaria, sull’auto su cui viaggiavano i due funzionari e la nostra giornalista mette in evidenza come la fiancata destra della Toyota Corolla presenti entrambi i cristalli infranti nonché alcuni fori di entrata di altrettanti proiettili sia sulla portiera anteriore sia su quella posteriore, mentre la fiancata sinistra presenta anch’essa il cristallo anteriore infranto. All’interno dell’abitacolo si notano in più punti altri fori verosimilmente causati da altri proiettili, mentre anche il lunotto posteriore del mezzo risulta infranto. I funzionari del Sismi, per la delicatezza dell’azione cui erano impegnati, per il contesto che ben conoscevano in cui erano chiamati ad agire, per loro consapevole e precisa scelta di tipo professionale, a conoscenza del governo e dal governo ritenuta idonea e, quindi, in qualche modo, pienamente giustificata, hanno agito secondo modalità di intervento definite di basso profilo, partendo da una considerazione, vale a dire, che il maggior rischio ambientale era da riferirsi all’eventuale evidente presenza in loco della loro azione. In termini più chiari, una configurazione diversa dell’operazione, ad esempio, l’uso di un’automobile blindata o altri evidenti sistemi di protezione, avrebbe, con ogni probabilità, fatto aumentare il pericolo. Del resto, resa nota all’intelligence statunitense e alle altre istituzioni militari americane l’attività italiana in corso, notificata la specifica presenza dei due dirigenti dei nostri servizi a Bagdad, predisposte le necessarie misure per agevolare il rientro dei medesimi nel complesso aeroportuale, l’esito positivo dell’azione non poteva che rimanere affidato all’assoluta e indiscutibile competenza ed esperienza dei nostri due funzionari. All’atto dell’avvenuta liberazione della giornalista vi è stata, quindi, una cosciente e responsabile valutazione dell’assenza di controindicazioni che imponessero o consigliassero un differimento circa la prospettiva di un immediato rientro in patria. Al riguardo, una considerazione: se si fosse optato per una temporanea sosta in ambasciata, sarebbe stato necessario rientrare verso Baghdad, di notte, dal punto in cui era stata liberata la Sgrena e ciò avrebbe comportato almeno trenta minuti di tragitto attraverso le zone più pericolose ed esposte della città, scarsamente presidiate da truppe alleate e, quindi, con un rischio che si rivelava maggiore rispetto a quello affrontato optando per l’immediato rientro in aeroporto» |
| CALIPARI. DECAPITATA LA NOSTRA
RETE DI INTELLIGENCE IN IRAQ / CORSERA .IT
Renato Corsini.Lunedì, 07 marzo Questo è il risultato dell’agguato, dell’incidente, dell’errore, della fatalità, ognuno dica la sua nella vana ricerca di una verità oggettiva.La struttura Operazioni internazionali del Sismi dipendeva da Calipari e operava nel medio oriente la più complessa e difficile area di turbolenza politica e militare. In Iraq il nostro 007, senza licenza di uccidere a differenza dei suoi colleghi della Cia, agiva sfruttando le relazioni intessute durante il regime di Saddam dal Sismi in rotta di collisione con le strategie dell’amministrazione Bush e del servizio di intelligence improntata ad un netto rifiuto di trattare con la guerriglia per tentare la liberazione dei prigionieri. Pugno duro nei confronti della resistenza. Probabilmente l’intesa tra Cia e Sismi nel teatro operativo irakeno doveva rispettare la linea dura. Calipari è la variabile impazzita, per la Cia, l’uomo che preferendo trattare con la guerriglia aveva fatto saltare il patto tra gentiluomini. Troppo rumore in Italia durante e dopo la conclusione dei rapimenti contrassegnati da movimenti popolari ostili alla guerra voluta dagli USA imbarazzanti per il governo Berlusconi ritenuti eversivi per l’amministrazione Bush. La trattativa andata in porto per ottenere la consegna della giornalista, è la goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’indignazione degli americani, soprattutto quando quella ” liberazione” seguiva di pochi giorni la clamorosa marcia dei 500 mila di Roma. Calipari sopravanzava per abilità pragmatica i suoi ” colleghi” della Cia ma soprattutto il suo agire, muoversi, nel caos della guerra irakena suscitava preoccupazioni, perché misurava troppo la sua libertà d’azione sfuggendo al controllo delle forze militari di occupazione.Appare dunque verosimile la carta giocata dalla Cia di coglier al volo l’occasione per decapitare la nostra rete operativa ricorrendo allo stratagemma dell’errore, del caso normale in un paese in guerra, come si è permesso di affermare un miserabile personaggio americano di nome Edward Luttwac. Un caso anormale e non normale per disfarsi dei nostri 007 e in particolare del capo del settore. L’obiettivo è stato raggiunto. Non solo è stato eliminato Calipari, ma è stata messa fuori gioco l’intera nostra rete operativa in Iraq. Non è pensabile una ricucitura di rapporti con la Cia dopo quanto è accaduto, perché il velo di diffidenza tra i due servizi c’è e non è rimuovibile sic et simliciter.Da notare la fretta con cui il nostro esimio ministro degli esteri si è affrettato ad invitare i cittadini italiani di evitare l’Iraq, come a dire non c’è più Calipari che può salvarvi in caso di rapimento, sempre che si riesca ad evitare il fuoco “amico”. |
| CALIPARI. LO SCHIAFFO DI BUSH
A BERLUSCONI / CORSERA .IT
Lunedì, 07 marzo Bello e sonoro, un classico ceffone, che Berlusconi si è meritato per la sua goffaggine in politica estera improntata su una amicizia personale presunta con Bush. Questo è un altro dei risultati visibili che emergono dalla morte di Calipari o se volte del suo assassinio.L’Italia di Berlusconi conta quanto un piffero in un’orchestra di soli ottoni.L’appiattimento sugli USA non avuto che un unico effetto tagliare fuori l’Italia dai paesi che contano nel contesto europeo. Uno degli ultimi episodi che dimostrano il ruolo dimesso dell’Itali nella UE è il vertice convocato da Chirac per il18 marzo tra Francia, Germania, Spagna Russia. L’Italia non è stata invitata almeno per il momento. Paghiamo la nostra disdicevole alleanza con l’amministrazione Bush per avere accettato di appoggiare la guerra preventiva inviando un contingente militare in Iraq. Le pacche sulle spalle, gli abbracci, i sorrisi in pubblico con Bush, di questo si accontenta Berlusconi millantando un’amicizia che non c’è. Lo schiaffo del caso Sgrena è la dimostrazione del pragmatismo senza scrupoli dell’ex ubriacone approdato alla Casa bianca per la insipienza di una parte del popolo americano. Rimanere in Iraq lo era ed è un non senso politico posto che gli italiani non sono ben accetti dalla resistenza e non siamo nemmeno ben voluto dai vertici militari americani per il semplice motivo che non spariamo sui civili ad ogni vibrar di fronda. Al contrario dei soldati, gli eroici marines.Trincerarsi come cercano di fare gli americani dietro l’usbergo del nervosismo, della giovane età, dell’inesperienza, dell’impreparazione, della paura, dell’essere nel mirino quotidiano della guerriglia è risibile. L’ordine è di sparare a vista, senza preavviso, perché si è in un teatro di gurra. Questa è la verità, una verità amara per chi ancora in Italia si ostina a gabellare per pacifica la nostra missione. Siamo alleati per colpa del governo Berlusconi di una esercito che ha invaso l’Iraq senza ragionevoli motivi, sulla menzogna, e lo occupa con la violenza. |
| I nostri servizi: segnalati
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Si cerca il satellitare di Calipari, scomparso dopo la sparatoria La ricostruzione dell’omicidio 07 marzo 2005 Giovanni Bianconi Fiorenza Sarzanini “Corriere della Sera” |
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