Chiunque ami l’America, la sua rivoluzione e le sue istituzioni libere
e democratiche, non può accogliere a Roma George W. Bush come se
niente fosse. Come si trattasse di un degno successore di Woodrow Wilson
e Franklin Delano Roosevelt che per ben due volte in un secolo si sono
assunti la responsabilità di mandare a morire i soldati al loro
comando, facendo dell’Europa e dell’Italia la frontiera per la difesa della
libertà di tutti.
A nessuno deve essere consentito, per servilismo o per estremo opportunismo,
di considerare il presidente in carica il rappresentante morale di coloro
che, fianco a fianco degli uomini e delle donne della Resistenza, hanno
liberato Roma e l’Italia dal regime fascista che l’attuale governo di Roma
si ostina a considerare alla loro stregua, con l’argomento umanamente ovvio
e storicamente velenoso, secondo cui tutti i caduti meritano pietas. In
un caso come questo, il nudo cerimoniale di Stato suona offesa a un’America
che, attraverso la guerra in Iraq e il regime di occupazione, rischia di
essere moralmente prima che politicamente sconfitta, come affermano media
che godono di una libertà di critica da noi ormai sconosciuta.
A nessuno può sfuggire che le leggi speciali approvate dopo
l’11 settembre su iniziativa del presidente Bush, la strutturazione fisica
e giuridica del lager di Guantanamo – collocato all’estero dal governo
degli Stati Uniti per sfuggire alla propria giurisdizione e alle conseguenti
garanzie: fatto unico nella storia dell’umanità – e le sevizie perpetrate
nelle carceri afghane e irachene, dimostrino come l’amministrazione in
carica abbia prodotto una frattura giuridica e morale nelle istituzioni
del proprio paese. È forse il caso di aggiungere che tale frattura,
se non viene prontamente sanata, costituisce il più importante successo
finora conseguito da un terrorismo nichilista che vuole ridurre il suo
bersaglio a propria immagine e somiglianza. Episodi atroci, come quello
della decapitazione dell’ostaggio americano, tendono a consolidare questo
risultato.
L’attentato dell’11 settembre 2001 forse non ha cambiato la storia
del mondo, ma ha ferito gravemente la democrazia americana che è
patrimonio dell’umanità (esattamente come quello artistico certificato
dall’Unesco) e che è interesse di tutti preservare e, ove necessario,
restaurare. L’esperienza vietnamita, come le reazioni americane alle sevizie,
dimostrano che l’antidoto esiste.
Non può meravigliare che un governo italiano come quello presieduto
da Silvio Berlusconi utilizzi la debolezza politica e morale del presidente
degli Stati Uniti, per farsi pagare i propri servizi, prestati con il sacrificio
di militari e civili mandati allo sbaraglio sotto mentite spoglie, con
un’iniziativa preelettorale che suona offesa ai caduti americani, italiani
e di ogni altro paese, di cui si vorrebbe onorare il sacrificio. Non meraviglia
per la natura del nostro governo, ma soprattutto perché esso ha
nulla a che vedere con l’impegno di costoro, con i valori che essi rappresentarono,
cui resta indifferente se non più o meno silenziosamente ostile.
È troppo pretendere che quelle forze civili e politiche italiane
che storicamente si riconoscono in quell’America e non in questa, come
rappresentata da George W. Bush, trovino il modo di rendere onore ai caduti
di allora, in maniera tale da segnare il proprio distacco netto da chi
abusivamente, negli Stati Uniti come in Italia, ne usurpa i valori? Senza
cedere alla strumentalità della concorrenza politica e alla sua
esasperata monotonia. Si tratta di una visita non gradita, storicamente
e politicamente inopportuna, che interferisce con la fase conclusiva di
una campagna elettorale.
Affrontiamola con senso di responsabilità, ma anche con la dovuta
chiarezza.
![]() |