Ipotesi
di ospitare gli extracomunitari, un condominio quasi in rivolta VIA MICHELE BONANNO. «Dormitorio?
Niente affatto» Siracusa 14 sett 2004 Veronica Tomassini La gente è tesa, ha voglia di parlare, ma non si presenta
e non dichiara il proprio nome. Condominio Cosedil, via Michele Bonanno
4. Dentro potrebbe esserci la chiave di volta giacché nei bassi,
un tempo usati dall’istituto nautico, dovrebbe sorgere un dormitorio e
insieme un centro di riabilitazione del quartiere, concepito per dare dignità
ad un popoloso rione che padre Carlo D’Antoni ha tutta l’intenzione di
restituire alla città. Ma i residenti arricciano il naso, l’assetto perbene (perbenista?)
sembra impedirlo. Come a dire siamo tutti buoni, ma ognuno resti a casa
sua. L’amministratrice del complesso, Sebastiana Corso, in data 7 settembre,
spedisce una raccomandata al sacerdote di Bosco Minniti, in cui fa presente che, per motivi di sicurezza e perché
lo stabile in questione ingloba altre destinazioni, i condomini sono assolutamente
contrari alla realizzazione del centro.A verificare l’obiezione, l’ostinazione
è fedele alla missiva. Soltanto tal professor Di Modica pare non
nutrire dubbi sul progetto. Forse è l’unica voce fuori dal coro. Per il resto è quasi guerra. «Vorrei vedere chi acconsentirebbe
a mettersi sotto casa gli extracomunitari?» replica con un certo
livore una giovane donna, in compagnia del marito. «Non siamo razzisti
– aggiunge – Il caso umano è una cosa, ma poi dobbiamo viverci noi». Non va bene, non è consigliabile ospitare i senza fissa dimora
nel loro stabile, ne hanno avuti di problemi, eccome, dice la donna, c’è
un palazzo di fronte, abbandonato, «e non si sa di chi è»,
dove c’è sempre un via vai di balordi, con taniche di benzina in
mano (per fare che?!), «e se succedesse anche qui?». Difficile immaginare l’eventualità,
il progetto di padre Carlo non è frutto di avventatezza, e poi è
probabile che i presumibili ospiti avrebbero altro a cui pensare che passeggiare
con bidoncini di benzina in mano (perché mai poi dovrebbero farlo?). Alla donna si spiega la finalità dell’opera: un centro di
recupero, di animazione, di riscatto. Inutile. Fosse anche così, «e la musica? A tutte le
ore? Qui si dorme». Andassero altrove, in poche parole, avvertimento
indirizzato agli altri, a quelli che da lontano chiamiamo «poverini». La tolleranza comune è spesso teoria, la misericordia, il
battersi il petto è un affare che si può e si deve sbrigare
con uno schermo video davanti, a televisore spento l’integrazione diventa ben altra cosa, scomoda,
irritante. La donna ce l’ha con padre Carlo: «Se porta qui quelle
persone, faccio denuncia alla Procura della Repubblica! Che lo chiedesse
alla Curia un posto per questa gente, quanti palazzi ha la Curia? E proprio a noi doveva chiederli?». E il riscatto del quartiere? «Ne abbiamo abbastanza, ne vediamo di tutti i colori. E se
volessimo vendere casa, chi la comprerebbe?». Gli extracomunitari
non contagiano e non puzzano. Non è melma. Sono uomini, molto semplicemente. «Sfido chiunque a vivere
con un posto così al piano di sotto!» inveisce ancora la residente.
La donna afferma con decisione di riferire l’opinione di tutti gli altri
condomini, unanime, ostile in definitiva. «Se loro (n.d.r. loro, i senza tetto) vengono qui, io vado
a dormire in parrocchia da padre Carlo, e poi vediamo». E’ la sua
provocazione che padre Carlo non raccoglie. Un paio di anziane sbucano
dal portone di fronte al piano terra dove un giorno, fra una settimana,
fra un mese e comunque a destinazione d’uso modificata, potrebbe (condizionale
d’obbligo) nascere il controverso dormitorio. Una osserva: «Non ci sono bagni in questo appartamento». Sì, ci sono, perché prima c’era una scuola. «C’è
solo un lavandino e un water». Si laverebbero ugualmente gli «altri».