«Mettevano le bombe per dar la colpa ai comunisti…»
ROMA 04.05.2005
«Quella sentenza è proprio una cosa pazzesca. Bastava fare delle indagini serie. Si è arrivati presto a capire cosa c’era dietro quelle bombe e come si è arrivati ad utilizzare i gruppuscoli fascisti». È quasi incredulo Lamberto Sechi, grande maestro di giornalismo civile, per quel “tutti assolti” con il quale si è concluso il processo per la strage di Piazza Fontana. Dal 1965 al 1979 era lui alla guida di Panorama, il settimanale voluto da Arnoldo Mondadori, che con coraggio si impegnò a fondo per cercare la verità su quella e sulle altre stragi che insanguinarono il nostro paese subito dopo l’Autunno caldo, che cercarono di spegnere la lunga stagione democratica delle lotte operaie e studentesche degli anni Sessanta.
Direttore, ricorda quegli anni?
«Su di un muro di una mia casa ospito le foto più importanti della mia vita, tra queste vi è quella di Pietro Valpreda, l’anarchico accusato della Strage, chi mi stringe la mano commosso. Era venuto a Panorama per ringraziarmi. Nella foto ci sono anche Chiara Valentini e Carlo Rossella. Erano i due miei redattori cui affidavo le questioni politiche più delicate. Due giornalisti straordinari. È una delle fotografie che mi dà più tenerezza. Un ricordo forse un po’ romantico di quegli anni tremendi».
Anni di verità addomesticate. Un lavoro duro per i giornalisti che cercavano la verità dei fatti?
«Erano anni nei quali si capiva che stavano facendo di tutto per impedire che i comunisti potessero mettere becco nelle questioni dell’azienda Italia. Questa è la verità. E lo dico da laico liberale che ha votato per Ugo La Malfa. Abbiamo seguito queste cose con grande impegno e con grande serietà. Ai miei giornalisti avevo fatto una richiesta chiara. Ognuno può avere le idee che vuole, ma in redazione non se ne ha nessuna. La sola era quella di soddisfare la curiosità dei lettori e rendere un servizio alla comunità dicendo cose vere e giuste. Cosa che ci siamo sforzati sempre di fare. Abbiamo pubblicato tutto quello che stava accadendo in quella che fu definita la “strategia della tensione”. Ce ne occupammo con tutta la serietà di questo mondo, e vennero fuori delle cose preoccupanti….»
Ad esempio?
«Che ci si serviva dei fascisti per accusare i comunisti come autori delle stragi, fino a quando non trovarono il neo fascista Nico Azzi sul direttissimo Torino-Roma. Gli era scoppiata una bomba in mano mentre nella toilette, ci stava lavorando. Sul treno lui e i suoi amici camerati, in un chiaro tentativo di depistaggio, avevano tra le mani Lotta Continua. Ricordo che in quegli anni vennero per ringraziarmi due parlamentari, un deputato e un senatore democristiani, dei quali non farò mai i nomi. Mi dissero che avevo pubblicato tutte cose esatte, giuste: la verità. Che erano addolorati della situazione. Che si vergognavano. Eppure arrivarono le accuse di diffondere notizie false e tendenziose. Fui chiamato dal Tribunale di Roma. Ebbi un incontro con il dottor Vittorio Occorsio, il pm che poi fu trucidato dai neofascisti. Sono rimasto alcune ore nell’ufficio del Tribunale. Alle contestazioni dei giudici risposi che loro avevano i mezzi per fare quello che avevamo fatto noi: indagare per vedere se avevamo detto la verità o no. Sono stato assolto con formula piena. Quello che abbiamo pubblicato era tutto vero… Si capì subito che quelle bombe erano roba da fascisti. Almeno per noi che ci occupavamo di queste cose e che non ci accontentavamo delle spiegazioni facili, che cercavamo di andare alle radici dei fatti. Prima di Milano vi era stato l’attentato di Padova e l’inchiesta dei bravi magistrati padovani che avevano messo le dita nel posto giusto…».
Vi fu anche la reazione allo Stragismo.
«Il terrorismo rosso? pazzi scatenati. In quel periodo il generale Della Chiesa mi consigliò caldamente di lasciare l’Italia: ero stato minacciato dai brigatisti. Ho vissuto a Londra per alcuni mesi. Ad essere sincero quel soggiorno non mi è poi dispiaciuto…».
Insomma la verità innanzi tutto?
«Vede, quando mi hanno affidato la direzione di Panorama, ho voluto nel mio studio due megafoto dei Kennedy, Edward e Robert che aveva detto una cosa bellissima che ho adottato come mio slogan. “Quel che è giusto è giusto e il resto non conta..”».
Una bella massima per rendere la voglia di verità che si respirava a “Panorama”…
«Ho avuto la fortuna di avere avuto un editore che si chiamava Arnoldo Mondadori che mi disse “Voglio un giornale vero, libero e vivo. Spetta a lei farlo. Non deve aver paura. Tenga presente che se anche io, mosso dalla curiosità, vengo a chiederle di dirmi cosa ha in mente di mettere in pagina nella settimana, deve avere il coraggio di dirmi di no. Perché l’editore non deve interferire sul lavoro del direttore. Se quando è uscito il giornale l’editore lo legge e non lo trova buono, allora può anche rimuovere il direttore”. Dove si trova un editore così? Gli devo grande riconoscenza. Sono stati anni terribili. Anni movimentati, appassionanti. Ce la siamo cavata».