Intende dire che i fermati erano
stati ridotti in quelle condizioni dalla polizia?
“Io non ho visto pestaggi con i miei occhi ma neppure
potevo visto che stavo sempre chiuso dentro l’ufficio matricola. Spesso
mi affacciavo nel corridoio che portava ai gabbioni della polizia distanti
almeno cinquanta metri dal mio ufficio, sentivo urli e pianti dal fondo
della palestra, ma non potevo vedere”.
Cori e inni a Pinochet?
“No, sentivo urlare. Ma non so dire perché.
C’era tanta gente e tanta confusione. Era una situazione molto particolare.
Bisognava esserci per capire. Gli arrestati sono stati 288 ma da Bolzaneto,
in tre giorni, sono passate più di 500 persone: molti sono stati
mandati via dopo ore di fermo. Erano finiti lì per sbaglio”. L’ispettore
Paolo Tolomeo è in forza al Gom, il gruppo operativo mobile della
polizia penitenziaria, il reparto scelto del Dap che secondo alcuni poliziotti
sono stati “i veri aguzzini” di quel lager chiamato Bolzaneto, la caserma
del sesto reparto mobile della polizia di stato.
Ispettore, lei era in servizio
a Genova durante il G8?
“Io sono stato in servizio alla caserma Bolzaneto
dalla mattina del giorno 17 a mezzogiorno di lunedì 23 luglio. E
per tre giorni, venerdì, sabato e domenica non sono mai smontato
dal servizio se non per un paio d’ore”.
Dunque un testimone diretto.
Un poliziotto accusa il suo reparto, il Gom, di essere stato il vero responsabile
dei macelli a Bolzaneto.
“Dare la colpa alla polizia penitenziaria è
spesso la cosa più facile. Ora le spiego perché quello che
dice l’agente di ps è tecnicamente impossibile”.
Dica.
“Il Gom e gli agenti della polizia penitenziaria sono
stati inviati a Genova, in tutto duecento persone, con l’unico incarico
di provvedere alla immatricolazione e traduzione dei detenuti. Noi non
siamo mai stati impiegati in ordine pubblico per strada e a Bolzaneto,
territorio della polizia di stato. Avevamo il divieto di occuparci dei
fermati. Noi li prendevamo in carico dopo ore che stavano ammassati in
trentaquaranta dentro i gabbioni. Da noi arrivavano dopo l’identificazione
e quando l’ufficiale di polizia giudiziaria aveva scritto il verbale di
arresto. A quel punto passavano all’immatricolazione, si comunicava in
quale carcere sarebbero andati a finire e venivano sottoposti a visita
medica”.
Dunque non c’erano contatti o
zone miste fra voi e la polizia?
“Assolutamente no. Direi quasi che c’era una specie
di limite invalicabile, territoriale e professionale”.
E’ difficile immaginare quello
che dice visto che eravate tutti nello stesso ambiente, molto grande ma
pur sempre lo stesso edificio.
“Dentro la grande palestra della caserma sono stati
costruiti, apposta per il G8, nove gabbioni, celle con tanto di sbarre,
tutte in dotazione della polizia e tutte destinate a trattenere i fermati
prima dell’immatricolazione. La polizia penitenziaria aveva altri due gabbioni
accanto all’infermeria gestita da tre medici e sei infermieri. Qui i giovani
ormai arrestati aspettavano per andare verso le carceri di Alessandria
e Pavia. E qui, solo qui, noi della polizia penitenziaria potevamo entrare”.
Quanto tempo passava dall’arrivo
dei fermati a Bolzaneto al passaggio all’ufficio matricola, cioè
sotto la vostra giurisdizione?
“Dipende, in certi momenti, venerdì pomeriggio,
sabato pomeriggio e sabato notte, anche ottonove ore. I blindati della
polizia scaricavano trenta, quaranta persone per volta”.
Numeri che raccontano veri e
propri rastrellamenti.
“I numeri sono questi”.
Un giovane arrestato dice che
agenti della polizia penitenziaria si sono infilati guanti neri imbottiti
e hanno picchiato per un’ora.
“Noi non avevamo guanti neri, solo quelli bianchi
di lattice”.
Una ragazza ha raccontato di
essere stata minacciata di stupro dai Gom.
“I Gom in servizio a Bolzaneto erano sei per turno.
Gli altri erano normali agenti di polizia penitenziaria e addetti al servizio
traduzioni”.
Lei è mai entrato in un
gabbione?
“Nei nostri. Per quello che ci riguarda abbiamo offerto
acqua, sigarette e cercato di tirarli un po’ su di morale. Qualcuno sarà
stato anche un duro ma i più sembravano ragazzini morti di paura”.
Vi accusano di perquisizioni
violente, ad esempio piercing strappati dal naso e capelli lunghi rasati
di colpo.
“I piercing sono stati tolti con la pinzetta dal medico.
Così come i braccialetti di spago ai polsi sono stati tagliati con
le forbici. Capisco che anche queste sono violenze ma il regolamento penitenziario
impone di non portare in cella certe cose”.
Perché vi accusano?
“I ragazzi avranno confuso le divise. La polizia cerca
di scaricare su di noi ma siamo gli unici a non aver fatto nulla”
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