Radio Alice Quella radio eversiva
04.09.2004 di Bruno Ugolini

 Una ferita ancora aperta, mai esaminata a fondo, mai rimarginata. Impressa nelle carni della sinistra politica istituzionale e anche del sindacato. E’ quella del 1977, con la nascita, a Bologna, salda patria del riformismo comunista, di un movimento di giovani duramente contestatori. L’epicentro era una radio, Radio Alice. La storia di quest’esperienza riemerge con accuratezza nel film di Guido Chiesa “Lavorare con lentezza”. Un’opera importante e bella, che farà discutere, applaudita lungamente alla Mostra veneziana del Cinema.

Il titolo nasce da uno slogan. Quei ragazzi cercavano una società diversa, fatta di lavori non massacranti e d’amori liberi. Cercavano la felicità su questa terra, senza aspettare il Paradiso in cielo. Erano in rotta di collisione anche contro i loro padri operai, adagiati nei ritmi secolari del fordismo. E anche nei confronti del Grande padre politico, il Partito Comunista italiano, accusato d’essere solo una componente dello Stato repressivo.

Usavano un linguaggio provocatorio, sboccato, senza reticenze, senza freni. Oggi non darebbe luogo allo scandalo che suscitò allora tra l’aperta ma compassata popolazione emiliana. Gli echi di quelle parole “audaci” li possiamo comodamente ritrovare, spesso, su tutti i canali televisivi nazionali, in forme molto più rozze e sudice.

Tutto iniziò con il divieto ad un concerto, racconta il film. Poi gli scontri violentissimi con polizia e carabinieri: uno studente ucciso, la città a ferro e fuoco, la chiusura di Radio Alice. Era sindaco – ma nel film non appare – un raffinato intellettuale come Renato Zangheri, quello dileggiato con il coro: “Zangherì-Zangherà” .

Un divorzio tra la sinistra e quel movimento. Non era la prima volta. Già nel 68-69 il dialogo tra una grossa parte del Pci e gli studenti era stato assai travagliato e anche le lotte operaie – quelle guidate da Trentin, Carniti e Benvenuto – erano viste con sospetto, come se mettessero in pericolo giochi politici più grandi.

C’è da dire che Guido Chiesa si ferma alla chiusura della radio, ma fa intuire, quando ci mostra dimostranti armati di pistole e fucili, un futuro terribile. E’ lo spettro delle Brigate Rosse, del male che fecero, in primo luogo, alla possibilità di dar vita davvero ad un movimento rinnovatore, capace di durare e cambiare le cose. Il resto lo sappiamo, passa attraverso un’interminabile contabilità di sangue, fino al sacrificio di Aldo Moro, fino alla contestazione di Luciano Lama a Roma.
 

Certo, fa pensare il saggio storico apparso proprio l’altro ieri sul “Corriere della sera”, laddove si parla di quel terribile anno, riprendendo un saggio dell’ex ambasciatore Usa Gardner. Il titolo dice: “Italia 77, allarme rosso. Il Pci è vicino al potere: Bisognava arrestare la marcia di Belinguer.”.

E oggi? Anche nei nostri giorni la sinistra con i “No Global” che degli inni alla violenza sembrano volersi liberare, appare spesso divisa tra semplice accondiscendenza e scomunica. La Cgil, con Cisl e Uil anche perché più radicate nel territorio, cercano faticosamente un rapporto. E tutti gli anni organizzano in Piazza San Giovanni a Roma un concerto di massa. Sarà poco, ma è un segnale. I protagonisti sono decine di migliaia di giovani. Piace pensare che molti di loro, nel nuovo mondo degli atipici e dei precari, anche perché il fordismo è morto da solo, siano gli eredi di quei ragazzi di radio Alice, quelli del concerto proibito a Bologna, appassionati di musica e di libertà.