Nei verbali le intercettazionidelle
telefonate tra Mokbel e il boss Pugliese.
Ma l’imprenditore nazifascista parla soprattutto di
diamanti con i suoi referenti: “Pietre grosse, certificate…”
“Ci potremmo costruire un Colosseo” Nella rete ufficiali
e diplomatici
“Valerio Fioravanti e Francesca Mambro li ho tirati
fuori io. Mi sono costati un milione e due
Emerge il coinvolgimento pieno del maggiore della
Guardia di Finanza Luca Berriola
25 febbraio 2010 FRANCESCO
VIVIANO
ROMA – Attorno al senatore Nicola Di Girolamo ed al
suo “padrone” Gennaro Mokbel, c’era una rete di protezione e di sostegno,
a 360 gradi. Non solo ‘ndranghetisti e faccendieri ma anche ambasciatori,
funzionari di consolati, ufficiali della Guardia di finanza, carabinieri.
Tutti uomini dello Stato, ma “infedeli”, che a vario titolo (molti per
soldi) hanno favorito non soltanto gli affari milionari di Mokbel ma anche
quelli del suo “candidato” Nicola Di Girolamo, riciclatore prima di diventare
senatore, grazie anche agli appoggi degli uomini delle istituzioni. Addirittura
Mokbel – cervello del gruppo secondo la mega-inchiesta di carabinieri e
della Gdf, gestore dell’elezione all’estero del senatore del Pdl – parlando
con uno dei suoi amici riciclatori, si vantava di avere “affittato” alcuni
ufficiali e militari della Finanza, che lo “tutelavano” e gli facevano
concludere affari tranquilli. A lui e al senatore Di Girolamo. Proprio
da una banale indagine per usura nei confronti dell’imprenditore romano
Vito Tommasino da parte del maggiore della Gdf di Roma Luca Berriola, i
carabinieri del Ros arrivano alla grande inchiesta su telefonia, mafia
e riciclaggio, che ha portato 56 persone in carcere e alla richiesta di
arresto per Di Girolamo. L’11 febbraio 2004 la Procura di Roma chiede ai
carabinieri dei Ros di riscontrare le dichiarazioni della denuncia presentata
da Vito Tommasino, che accusava il maggiore Berriola di averlo ricattato
e di avergli prestato soldi a tassi d’usura incredibili. Si scopre così
che Berriola aveva utilizzato l’imprenditore Tommasino per far rientrare
dall’estero 1,5 milioni di euro su un suo conto cifrato. Da questa indagine
i Ros arrivano, piano piano e sempre più sorpresi al grande riciclaggio
e alla truffa ideata da Gennaro Mokbel, dal suo socio Nicola Di Girolamo,
e dagli altri componenti della “cricca” che manovravano un giro di milioni
di euro in tutto il mondo su conti di decine e decine di banche evadendo
l’Iva e truffando lo Stato.
Berriola, che non si capisce come e perché utilizzasse
un cellulare intestato ai servizi segreti, era un esperto, si occupava
di “antiriciclaggio”, aiutando però gli altri – in particolare Gennaro
Mokbel ed i suoi soci, a riciclare denaro sporco senza essere scoperti.
“Emergeva quindi – scrivono gli inquirenti nell’ordinanza di custodia cautelare
– il coinvolgimeno pieno del Berriola e del Mokbel, in un vorticoso giro
di denaro la cui provenienza dalle società telefoniche non trovava
alcune razionale spiegazione e che veniva riciclato”. Secondo le accuse
i capitali venivano impiegati anche nell’acquisto di pietre preziose. Il
27 settembre 2007 Mokbel parla con Massimo Massoli, di ritorno da Hong
Kong, e gli chiede: “Allora…. sò salvi i diamanti?”. Massoli:
“No… manca un milione e seicentomila dollari, pari a 61 pietre … mancano
dall’inventario”. Mokbel: “Come mai? Ma che pietre erano?”. Massoli: “Pietre
grosse… certificate… non ci sono neanche le garanzie”.
E, risalendo questa piramide di riciclatori, gli investigatori
arrivano alla ‘ndrangheta che appoggia elettoralmente Di Girolamo. Si scopre
così come l’allora avvocato e “riciclatore” Nicola Di Girolamo,
diventa senatore della Repubblica. Prima con la falsificazione della residenza
in Belgio. Qui entrano in ballo l’ambasciatore a Bruxelles, Sandro Maria
Siggia, il funzionario del consolato a Bruxelles, Aldo Mattiussi. Quest’ultimo
si adopera a procurare falsi documenti di residenza al candidato senatore,
Nicola Di Girolamo, facendolo risultare residente da anni in Belgio. C’è
anche la via ed un numero civico, il 143. Ma quel 143, in quella via non
esiste. E quando Di Girolamo diventa senatore, alcuni giornalisti cominciano
ad indagare sulla residenza all’estero del parlamentare. L’ambasciatore
Siggia chiama Di Girolamo per avvertirlo dell’interesse dei giornalisti.
E il senatore si preoccupa: “Ho la preoccupazione, non vorrei che fosse
una manovra de questi (i giornalisti ndr) per rompe li coglioni per dì
che non sono residente lì (in Belgio ndr)”.
Scrivono gli investigatori: “Ma è tutta la vicenda
relativa all’elezione di Nicola Di Girolamo che è frutto di attività
criminosa.. in Europa era ed è un perfetto sconosciuto”. E di seguito
vengono riportate le conversazioni degli “scrutatori” della ‘ndrangheta
che informano Di Girolamo, che poi li ringrazia per il “lavoro svolto”.
Gli “scrutatori” lo informano che hanno truccato molte schede e che un
candidato dell’Udc era passato con Di Girolamo, portando 100 voti in più.
Poi informano Di Girolamo che il giorno prima delle elezioni i galoppini
calabresi erano andati anche in un quartiere turco di Stoccarda, dove vivono
gli italiani più poveri, a caccia di voti. Per gli inquirenti, questi
ed altri episodi documentati, dimostrano “i preoccupanti contatti di Nicola
Di Girolamo, nel corso della campagna elettorale, con organizzazioni ‘ndraghtiste
calabresi, in particolare con Franco Pugliese, legato alla cosca Nicoscia
ed Arena di Isola di Capo Rizzuto”. E Pugliese, subito dopo la nomina ufficiale
di Nicola Di Girolamo a senatore, chiama Gennaro Mokbel, lamentandosi di
non essere stato ringraziato. Ed in questa intercettazione compare il nome
del Presidente della Camera, Gianfranco Fini.
Pugliese: “A bello mio, io è da sabato che non
dormo, ho perso la voce per questo cazz di elezioni e voi (Mokbel e Di
Girolamo ndr) non mi chiamate, manco a dì fratello mio tutto a posto..”.
Mokbel: “Non t’ha chiamato Paolo Colosimo?”. E Pugliese: “Ma non basta
solo Paolo”. Mokbel: “Poi ti spiego.. mo’ ha chiamato Fini, stamattina.
Fini. Gianfranco Fini”.
Pugliese: “T’ha chiamato Fini, Gianfranco Fini?”. Mokbel:
“Ha chiamato Nicola.. e l’ha convocato, mo non su quando esce questo. Per
cui sto come un coglione in un ufficio di persone… a Roma”. Mokbel conforta
Pugliese dicendogli che le promesse saranno mantenute che Nicola andrà
giù, in Calabria per ringraziare e Pugliese risponde: “Ogni promessa
è debito, perché noi la promessa è la Germania”. Nell’ordinanza
si parla anche di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, in carcere per
alcuni omicidi e Gennaro Mokbel, dice di averli aiutati, anche economicamente.
“Leo
– dice Mokbel – li ho tirati fuori tutti io con i mei soldi.. mi sono costati
, un milione e due..”. E parlando dei suoi affari milionari, Mokbel dice
ad un suo amico: “Amo cementato proprio, ce potevamo costruì il
Colosseo qui…”.
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Cinquantasei le ordinanze di custodia cautelare
emesse dal Gip di Roma. Arrestato anche un maggiore
della Guardia di Finanza. La procura ha chiesto il
commissariamento delle società indagate Fastweb e Sparkle
“Una colossale truffa allo Stato”
Chiesto arresto per Scaglia
e Di Girolamo
Il senatore del Pdl è coinvolto nell’indagine
per via della sua elezione in un collegio all’estero favorita dalla ‘ndrangheta
E il gip punta il dito contro Telecom Italia Spa:
“O c’è stata omissione di controlli o piena consapevolezza”
ROMA 23 febbraio 2010- “Una delle più colossali
frodi poste in essere nella storia nazionale”. Così il gip di Roma
nelle 56 ordinanze di custodia cautelare emesse su richiesta della Procura
Distrettuale Antimafia, definisce l’operazione di riciclaggio di denaro
sporco per un ammontare complessivo di circa due miliardi di euro scoperta
dai carabinieri del Ros e dalle Fiamme Gialle. Tra gli ordini d’arresto
anche quelli per Silvio Scaglia, il fondatore di Fastweb e per il senatore
Nicola Di Girolamo (Pdl), eletto nella circoscrizione Estero-Europa. Indagato
anche Stefano Parisi, amministratore delegato di Fastweb a partire dal
primo novembre 2004. Il filone principale dell’indagine riguarda, oltre
Fastweb, anche alti funzionari ed amministratori delle società Telecom
Italia Sparkle. E il gip punta il dito contro Telecom Italia Spa: “O si
è in presenza di una totale omissione di controlli all’interno del
gruppo Telecom Italia Spa sulle gigantesche attività di frode e
riciclaggio o vi è stata una piena consapevolezza delle stesse”,
dice il magistrato. La società risponde dicendo di essere “parte
lesa” nella vicenda.
Scaglia latitante. Il provvedimento
restrittivo per Scaglia, però, non è stato ancora eseguito
perché l’imprenditore non è stato rintracciato dai carabinieri
del Ros e dalla Guardia di Finanza. Scaglia, che in una nota inviata alle
agenzie di stampa si dice estraneo a qualunque reato, ha dato mandato ai
suoi difensori di concordare il suo interrogatorio nei tempi più
brevi per chiarire tutti i profili della vicenda.
Telecom Italia Sparkle e Fastweb.
Il filone principale dell’indagine riguarda alti funzionari ed amministratori
delle società Telecom Italia Sparkle e Fastweb accusati, con riferimento
a un arco temporale che va dal 2003 al 2006, di falsa fatturazione di servizi
telefonici e telematici inesistenti, venduti nell’ambito di due successive
operazioni commerciali dalle compagini italiane Cmc e Web Wizzard srl nonchè
da I-Globe e Planetarium, che evadevano il pagamento dell’Iva per un ammontare
complessivo di circa 400 milioni di euro, trasferendoli poi fraudolentemente
all’estero, dove i soldi venivano reinvestiti in beni come appartamenti,
gioielli e automobili.
Associazione per delinquere. Le
accuse per tutti gli indagati sono di associazione per delinquere finalizzata
al riciclaggio e al reimpiego di ingentissimi capitali illecitamente acquisiti
attraverso un complesso sistema di frodi fiscali. In manette anche un ufficiale
della guardia di Finanza, Luca Berriola, attualmente in servizio al comando
di tutela finanza pubblica, che avrebbe incassato una cospicua tangente
su una delle operazioni di riciclaggio.
Il senatore Di Girolamo. Richiesta
d’arresto anche per il senatore Di Girolamo. L’esponente del Pdl sarebbe
collegato con alcuni degli indagati, che avrebbero favorito la sua elezione
in un collegio all’estero. In particolare gli inquirenti fanno riferimento
a una riunione tenuta dallo stesso Di Girolamo da Gennaro Mokbel (uno dei
56 arrestati) e da esponenti della famiglia Arena, nel corso della quale
si concordò di sostenere la sua elezione, facendo confluire su di
lui i voti dei calabresi in Germania. La ‘ndrangheta riuscì a venire
in possesso di moltissime schede elettorali, che compilò direttamente
con il nome di Di Girolamo (circostanza che era già emersa da una
precedente inchiesta: l’arresto di Di Girolamo era già stato chiesto
nel 2008 alla Giunta delle autorizzazioni a procedere). In base alle accuse
l’elezione di Di Girolamo doveva servire all’organizzazione criminale per
spostarsi, senza problemi nell’ambito delle attività transnazionali
di riciclaggio.
Di Girolamo: “Roba da fantascienza”.
“Stanno cercando di mettermi sulla croce. E’ roba da fantascienza. Mi sento
paracadutato in territorio di guerra. Mi sento nel frullatore”, ha commentato
il senatore all’Ansa. Appena rientrato in Italia Di Girolamo ha potuto
leggere le notizie: “Domattina terrò una conferenza, probabilmente
in Senato. Sono trasecolato”, ha detto.
Di Girolamo ha replicato anche alle accuse di contatti
con la ‘ndrangheta. “Sono stato in Calabria, durante
la campagna elettorale, a Pasqua, una sola volta, invitato dall’avvocato
Colosimo per un incontro elettorale – ha detto – Se si vanno a consultare
gli elenchi dei voti da me raccolti stilati dal ministero dell’Interno
ci si accorgerebbe che io a Stoccarda, ho preso gli stessi voti che sono
stati da me raccolti in altre città europee. Mi accusano anche di
contatti con una realtà che ignoro completamente come quella della
telefonia. Io, sì e no, so accendere il cellulare. Nulla di più.
Mi sembra una situazione assurda, incredibile, al limite della realtà.
Domattina risponderò punto per punto”.
Richiesta di commissariamento.
Sono indagate anche le società coinvolte, e la procura di Roma ha
fatto richiesta formale di commissariamento di Fastweb e Telecom Sparkle.
La richiesta di commissariamento è motivata dalla “mancata vigilanza”
ed è stata fatta sulla base della legge 231 del 2001 che prevede
sanzioni per quelle società che non predispongono misure idonee
ad evitare danni all’intero assetto societario.
“Sapevamo delle accuse”. “Swisscom
sapeva delle accuse di riciclaggio e frode fiscale contro Fastweb quando
la comprò nel 2007 e sapeva dei rischi a cui andava incontro”, ha
detto il capo ufficio stampa Josef Huber, aggiungendo che le accuse contro
la società italiana erano di “dominio pubblico”.
La struttura. Alcuni indagati
sono raggiunti da un provvedimento restrittivo in Usa, Gran Bretagna (Scaglia)
e Lussemburgo. Per realizzare la colossale operazione di riciclaggio, il
sodalizio si è avvalso di società di comodo di diritto italiano,
inglese, panamense, finlandese, lussemburghese ed off-shore, controllate
dall’organizzazione indagata.
Il danno per lo Stato. Stando
ai carabinieri del Ros e alla polizia valutaria della Guardia di Finanza,
lo Stato avrebbe subito un danno per oltre 365milioni di euro derivanti
dal mancato versamento dell’Iva, attraverso l’utilizzo di fatture per operazioni
inesistenti per più di 1.800.000.000 euro da parte delle società
di telecomunicazione, che hanno ottenuto fittizi crediti Iva, oltre che
un utile pari a quasi 96milioni di euro.
I beni sequestrati. Tra i beni
sequestrati 247 immobili per un valore dichiarato di 48 milioni di euro;
133 autovetture e 5 imbarcazioni per un valore complessivo di 3.700.000
euro; 743 rapporti finanziari; 58 quote societarie per un valore di 1.944.000
euro; crediti nei confronti di Fastweb e Telekom Italia Sparkle per complessivi
340 milioni di euro circa; due gioiellerie (il valore degli immobili è
calcolato in base a quanto dichiarato negli atti di compravendita). Il
valore dei beni localizzati all’estero e colpiti dallo stesso provvedimento,
ammonta a circa 15 milioni di euro.
L’ordinanza del gip. Secondo il
gip è “una delle più colossali frodi poste in essere nella
storia nazionale”. Nell’ordinanza il magistrato arriva a questa conclusione
valutando “l’eccezionale entità del danno arrecato allo Stato, la
sistematicità delle condotte la loro protrazione negli anni e la
qualità di primari operatori di borsa e mercato di Fastweb (Fweb)
e Telecom Italia Sparkle (Tis)”. L’obiettivo principale era creare “ingenti
poste passive di bilancio dovute alle apparenti uscite di centinaia di
milioni di euro in favore delle società ‘cartiere’. Le ingenti somme
di denaro apparentemente spese per pagare l’Iva in favore delle ‘cartiere’
consentivano a Fweb e Tis di realizzare ‘fondi neri’ per enormi valori”.
In sostanza, le somme sembravano spese per attività commerciali
legittime e venivano riportate nelle uscite registrate nei bilanci societari
ma questo movimento “serviva solo ad utilizzare liberamente il denaro incassato
attraverso il pagamento dell’Iva versata dai clienti di Fweb e Tis che
non era mai stato versato all’ erario”.
Il ruolo di Di Girolamo. Il gip
sottolinea che il gruppo ha “realizzato un salto di qualità” riuscendo
a far eleggere il senatore Nicola Di Girolamo, il quale “oltre ad essere
uno dei promotori dell’associazione per delinquere, diveniva così
un suo diretto esponente all’interno del Parlamento”.
“L’estrema pericolosità del sodalizio criminale
– scrive il gip – risulta evidente se si considera che esso disponeva di
associati che svolgevano funzioni pubbliche, sia all’interno dell’amministrazione
civile dello Stato che della polizia giudiziaria, e che ha realizzato un
salto di qualità giungendo perfino a determinare l’elezione in Parlamento
di uno dei promotori dell’associazione”. Il tutto con l’ausilio del clan
Arena.
“Terzo livello di associati”.
L’adesione al sodalizio di esponenti delle forze di polizia costituiva
“l’ulteriore passo verso un ‘terzo livello’ di associati, che fosse rivestito
delle pubbliche funzioni indispensabili ad assicurare i profitti dell’associazione”.
Questo avveniva sia con “attività di intralcio alle indagini che
con diretta attività di collaborazione in cambio di elevatissime
somme di denaro che costituivano il prezzo della corruzione”. L’organizzazione,
anche per l’abituale collaborazione con appartenenti alla ‘ndrangheta (cui
venivano intestati beni di lusso e attività economiche degli associati
come nel caso di Franco Pugliese) è giudicata dal gip, nell’ordinanza
di custodia cautelare, “tra le più pericolose mai individuate”.
Telecom Italia Spa. Le modalità
operative di Telecom Italia Sparkle (Tis) “pongono con solare evidenza
il problema delle responsabilità degli amministratori e dirigenti
della società capogruppo alla quale appartiene Tis, ossia Telecom
Italia Spa”. Nell’ ordinanza il gip spiega che dal momento che Tis era
la proprietaria dell’ intera dorsale della rete di cui si avvale Telecom
Italia ed è sostanzialmene la ‘cassa operativa’ del gruppo “è
evidente che o si è in presenza di una totale omissione di controlli
all’ interno del gruppo Telecom Italia Spa sulle gigantesche attività
di frode e riciclaggio o vi è stata una piena consapevolezza delle
stesse”.
La Borsa. L’indagine della procura
di Roma ha provocato pesanti strascichi in Borsa. Il titolo della società
fondata da Scaglia ha ceduto il 7,55% a 15,05 euro dopo aver toccato un
minimo infraday di 14,2 euro. Vorticosi i volumi con 1 mln di pezzi passati
di mano (pari all’1,26% del capitale) rispetto ad una media mensile di
57 mila. Telecom Italia ha ceduto invece il 2,87% a 1,083 euro con volumi
inferiori alla media mensile. Sono infatti stati scambiati 106,2 mln di
pezzi rispetto ad una media di 131,8 mln.
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| LA SCHEDA
Riciclaggio, le frodi Carosello
ecco come funzionavano
ROMA – La parola-chiave è
“frode carosello”. Secondo il gip di Roma è in questo modo che l’
“organizzazione criminale” sgominata da Ros e Gdf ha potuto “realizzare
attività economiche fittizie del valore di alcuni miliardi di euro
al fine
di ottenere crediti di imposta
con profitti per centinaia di milioni di euro in favore di Fastweb e Telecom
Italia Sparkle”.
La frode carosello veniva
realizzata in quattro mosse, che consentivano di creare “ingenti fittizi
crediti Iva”.
1) In primo luogo venivano realizzate
o individuate, scrive il gip, una serie di società ‘A’, tutte con
sede all’estero nell’ambito dell’Ue e di fatto create ad hoc per le operazioni
delittuose, nonchè una serie di società ‘B’, con sede in
Italia e anch’esse di fatto create ad hoc”.
2) ‘A’ cedeva fittiziamente
a ‘B’ un valore pari a ‘100’ di servizi, di solito traffico telefonico
ma non solo, senza pagare l’Iva poiché si trattava di cessione all’interno
di Stati appartenenti all’Ue (la cosiddetta cessione ‘intra’)
3) ‘B’ cedeva fittiziamente alle
società ‘C’ – vale a dire Fastweb e Telecom Italia Sparkle – i medesimi
servizi per un valore di ‘100’ sul quale veniva pagata da ‘C’ l’Iva per
il 20%, poiché si trattava di una compravendita di servizi in Italia,
con un esborso finale apparente per ‘C’ di ‘120’.
4) ‘C’, infine, rivendeva ad
‘A’ i medesimi servizi con il sistema ‘intra’ (come detto applicabile negli
acquisti tra Stati Ue) al prezzo di ‘100’ senza il pagamento dell’Iva.
In questo modo, afferma il gip,
“alla fine di un’operazione sostanzialmente neutra a fini economici perché
ogni soggetto paga ed incassa ‘100’, ‘C’ (vale a dire Fastweb e Telecom
Italia Sparkle) ha apparentemente pagato ’20’ di Iva a ‘B’, che quest’ultima
in in ogni caso non versa all’erario, non avendo mai incassato la relativa
somma”.
Secondo il giudice, dunque,
“il vero scopo dell’operazione è consentire a ‘C’ di realizzare
un credito erariale di ’20’ su ciascuna operazione fittizia di pagamento
di ‘100’. Questo credito può essere sottratto dall’Iva che ‘C’ incassa
dai propri clienti per l’uso delle utenze telefoniche e che (in mancanza
di credito Iva) dovrebbe riversare all’erario”.
Perciò, se ad esempio
Fastweb o Telecom Italia Sparkle avevano incassi per un milione e 200mila
euro, avrebbero dovuto versare 200mila euro all’erario alla scadenza prevista
dalla legge. Poichè però esponevano un (inesistente) credito
Iva pari o superiore a 200mila euro, lo detraevano da quanto dovevano versare
e ottenevano profitti superiori del 20% a quelli che avrebbero realizzato
solo con l’operazione commerciale (ad esempio 1 milione 200mila anzichè
1 milione)”.
A questo punto, scrive il giudice,
“le ingenti somme di denaro apparentemente spese per pagare l’Iva in favore
delle società ‘B’ (le cosiddette ‘cartiere’) consentivano a Fastweb
e Telecom Italia Sparkle di realizzare ‘fondi neri’ per enormi valori che
costituivano l’oggetto primario delle attività di riciclaggio e
di investimento fittizio realizzato da altri membri dell’associazione per
delinquere”.
Attraverso questo “schema delittuoso”
è stato arrecato un danno all’erario complessivo di 370 milioni
di euro in poco più di tre anni, in particolare mediante “due distinte
operazioni truffaldine”: una denominata ‘Phuncard’, l’altra ‘Traffico telefonico’.
La prima ha riguardato la commercializzazione di schede prepagate, denominate
appunto ‘Phuncards’, recanti un codice che avrebbe dovuto consentire l’accesso
tramite un sito internet a contenuti tutelati da diritto d’autore, in realtà
inesistenti. La seconda fittizia operazione ha avuto per oggetto la commercializzazione
di “servizi a valore aggiunto” (del tipo ‘contenuti per adulti’) da realizzare
mediante l’acquisto e la veicolazione dei contenuti attraverso servizi
di interconnessione internazionale per il trasporto di traffico telematico.
Anche in questo caso l’oggetto stesso della prestazione (il traffico telematico)
si è rilevato inesistente ed ha consentito alle società debitrici
dell’Iva nei confronti dello Stato di non versare il tributo, trasferendo
ingenti somme all’estero e facendo girare in circolo i flussi finanziari.
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Nelle intercettazioni le parole di Mokbel e Marcori
sui voti procurati all’ex senatore
E spunta anche una telefonata della Mambro alla moglie
dell’affarista
I verbali della ‘ndrangheta
in Senato
“Di Girolamo vide le schede
false, rideva”
ROMA 6 marzo 2010- di MARINO BISSO, CARLO
PICOZZA ed ELSA VINCI
“Rideva, rideva… Era proprio contento, contentissimo…
Io gli ho fatto vedere pure
le immagini (delle schede elettorali “votate”; ndr)….
Era felicissimo”.
È Nicola Di Girolamo, detto Nic, così
come esce dalla descrizione di Roberto Marcori e Gennaro Mokbel che il
9 aprile 2008, al telefono, raccontano dei “voti” procurati ad arte per
il loro sodale che è già entrato nei panni di senatore della
Repubblica italiana, “eletto” nella circoscrizione Estero, con anticipo
di qualche giorno sui risultati dei voti in Italia. È quanto emerge
dalle carte dell’inchiesta che ha travolto l’ex senatore Pdl, e due società
come Telecom e Fastweb.
Le schede elettorali portate con il furgoncino.
È il 7 aprile 2008 quando Gennaro Mokbel, grande sostenitore di
Di Girolamo, chiama Roberto Marcori (che si autodefinisce “rappresentante
del senatore” in un incontro “con l’onorevole Romagnoli”). Marcori riferisce
che “uno è arrivato con un furgone che gli ha portato 320 schede
elettorali”. Ed è proprio Marcori il trait d’union tra Mokbel al
vertice dell’organizzazione elettorale pro Di Girolamo, e gli italiani
in Germania, aiutato in questo compito da Giovanni Gabriele, domiciliato
a Stoccarda e da altri calabresi. Molti di questi, per gli inquirenti,
“fanno parte dell’entourage delinquenziale”.
I ringraziamenti del “senatore” e i 2 mila euro per
il “lavoro”. In una conversazione del 10 aprile 2008,
Marcori chiama Gabriele e gli passa Di Girolamo che lo ringrazia per il
“lavoro”. Marcori lo informa di aver fatto delle foto al Consolato e che
quasi sicuramente il suo interlocutore diventerà senatore: “Ieri
notte siamo andati al consolato e abbiamo fatto l’ultimo sforzo fino a
fotografare l’evento. Comunque, qua l’aspettano”. Di Girolamo conferma
e annuncia che presto andrà in Germania per ringraziare. Quindi
Marcori chiede i dati anagrafici di Gabriele per spedirgli 2 mila euro.
La telefonata con il capo clan.
Marcori il 12 aprile chiama Gabriele e gli passa Franco Pugliese, riferimento
della ‘ndrangheta in Germania. Questo manifesta la gratitudine sua e degli
“amici”: “Ti ringrazio io, il senatore che è qui presente, l’avvocato
Paolo Colosimo e tutti gli amici… Grazie veramente per quello che hai
fatto”. Poi Pugliese passa il telefono a Di Girolamo che dopo averlo ringraziato
gli promette di andarlo a trovare in Germania “in qualità di neoeletto”.
La conferma dei risultati elettorali arriva il 16 aprile. Colosimo si congratula
con Di Girolamo e chiede se può avvisare i loro “amici”.
Mokbel, Di Girolamo e l’eversione di destra.
I magistrati romani dedicano centinaia di pagine ai rapporti di Gennaro
Mokbel con esponenti dell’estremismo di destra. Sono decine le telefonate
intercettate tra la coppia e i notissimi Francesca Mambro e Valerio Fioravanti.
Il 3 luglio 2007 Giorgia Ricci riceve una telefonata dalla Mambro, che
chiede informazioni sul tesseramento per l’adesione ad Alleanza federalista,
il progetto politico di Mokbel. Mambro: “Ma i miei parenti li volete?”.
Ricci: “Perché no?”.
I rapporti tra Focarelli e Cable&Wireless.
Da una telefonata dell’11 gennaio 2007 tra Carlo Focarelli, considerato
dagli inquirenti la mente finanziaria della truffa al Fisco, e una donna
inglese, tale Janet, emergerebbe un accordo tra le società di Focarelli
e la stessa Cable & Wireless, guidata fino al 2006 da Francesco Caio,
già manager di Omnitel insieme con Silvio Scaglia. Janet: “Abbiamo
ricevuto una lettera da Kislos… “. Focarelli: “Sì quella lettera
in realtà non diceva niente, o quasi niente. Quello che voglio sapere
è se questo è permesso dall’accordo”. Janet: “Va bene”. Focarelli:
“Quello che vorrei sapere è prima di tutto, questo è certo,
se noi annulleremo l’accordo con loro, e se interromperemo l’acquisto del
traffico”. Janet: “Giusto”. Focarelli”Nonostante ciò, quello che
vorrei fare, perché lui mi ha telefonato appena prima di Natale,
dicendo che Cable&Wireless ha deciso di togliere dal mercato “Santilina”.
Ora questo mi sembra una gran cavolata, va bene? È una presunzione”.
I soldi del riciclaggio ai dirigenti Fastweb.
Le indagini hanno permesso di ricostruire il passaggio di fondi provenienti
dal riciclaggio dell’operazione Phuncard sui conti personali di una banca
a Hong Kong intestati a Bruno Zito (ex responsabile ufficio marketing di
Fastweb) e al suo collaboratore Giuseppe Crudele. A disporre la dazione
che gli inquirenti definiscono come “compensi per la frode fiscale” è
Carlo Focarelli, che gira sui conti della Standard Chartered nell’ex-colonia
britannica 900mila euro a testa il 25 luglio 2006, assieme ad altri pagamenti
fino a un massimo di 4,1 milioni disposti a ottobre dello stesso anno.
Allo stato delle attuali consulenze investigative, sottolineano le carte
dei Ros, “non sono emersi bonifici bancari riconducibili a soggetti di
Telecom Italia Sparkle”.
I rapporti tra Mockbel e Coppola.
Dalle carte dell’inchiesta emergono anche “non meglio definiti” – come
scrive il Ros – rapporti tra Gennaro Mockbel e l’immobiliarista Danilo
Coppola. La conoscenza tra i due è provata dalle parole di Roberto
Macori, braccio destro di Mockbel che il 23 marzo 2007, giorno in cui Coppola
ha cercato di suicidarsi in carcere, scherza al telefono con Paul Colosimo,
il suo legale: “Ahh senti un’altra cosa… – dice – io c’ho Rh positivo
e c’ho pure la tessera dell’Avis, se serve la donazione per quell’amico
nostro”. I rapporti però, dicono le carte, andrebbero oltre la pura
conoscenza. A confermarlo è lo stesso Mockbel al telefono con l’ex
senatore Nicola Di Girolamo, che ha assistito sia lui che Coppola in un
complesso contenzioso fiscale con Equitalia Gerit. “Ma che sta a combinà?
– chiede all’avvocato riferendosi all’immobiliarista – . Lo voglio capì
pure io scusa, visto che a quello gli ho dato, cioè c’ho rimesso
dei soldi. .. c’ho fatto rimette tempo a quello che sta con me… Ohu!
Io con questa storia non voglio avere più un cazzo a che fare proprio!”.
Quanto emerge dalle conversazioni sopra riportate – scrivono i Ros – e
dalla rocambolesca soluzione dei loro guai con l’erario “seppure non evidenzi
sufficienti elementi per comprendere i possibili intrecci economici tra
i due, fa emergere ancora una volta il grado di infiltrazione dell’organizzazione
indagata nella pubblica amministrazione”.
Scaglia dai pm. 13 marzo 2007,
Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb e numero uno dell’azienda venne convocato
per la prima volta dai pm. È indagato. Scaglia nega di conoscere
uno dei promotori della frode (Carlo Focarelli), ma mostra di conoscere
benissimo sia la società che proponeva l’affare (Cmc) sia il modo
in cui funzionava. “Il tema Focarelli non è mai esistito per me
o per Fastweb in generale”, mette a verbale Scaglia. “La domanda fondamentale
è, ma ci guadagniamo veramente o no. E anche qui eravamo un po’
al limite. Nel senso che era un business dove noi all’inizio pagavamo per
ogni 100 lire, 100 più Iva e incassavamo 100 più 7 di margine,
andando a credito di Iva. Il vero tema era: ce la faremo a recuperare l’Iva
in tempi coerenti con il margine?”. A un certo punto Scaglia decide di
chiudere il business perché era diventato finanziariamente pericoloso.
Per evitare che il fatturato esplodesse, visto che i ricavi reali erano
enormi rispetto al fatturato di Fastweb si decise anche di cambiare il
contratto e fare un mandato di rappresentanza, per cui venivano iscritti
a bilancio solo i margini e non i ricavi interi. “In base alla ricostruzione
di allora era un business reale ed esistente”.
La denuncia di Parisi. Dopo l’uscita
dell’articolo di Repubblica, l’ad di Fastweb, Stefano Parisi, denuncia
alla Consob e alla procura di Milano manovre speculative sul titolo. “Appare
evidente – scriveva nella missiva Parisi – che qualcuno si sta avvalendo
di tali artifici nell’ottica di un’operazione di rastrellamento”. Nella
lettera, Parisi sottolineava che Fastweb era coinvolta “solo in via marginale”
nell’inchiesta.
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