Il ritorno del Partigiano Giorgio Bocca
mercoledì 28 gennaio 2004 Rinaldo Gianola

Per lui la guerra partigiana, la Costituzione, la solidarietà tra gli antifascisti sono ancora valori da difendere e da affermare pubblicamente, ad alta voce, nonostante i tempi che corrono.Nel soggiorno di casa, Bocca spiega di aver ripreso in mano il suo primo libro, Partigiani della montagna, pubblicato nel 1945, appena dopo la Liberazione, e di essersi ritrovato pienamente in quelle righe scritte all’età di 25 anni. «Mi riconosco: è un testo scritto forse con un po’ di ingenuità, ma il mio stile, le mie idee sono proprioquelle». E allora Bocca si è messo davanti al computer, ha preparato un nuovo saggio introduttivo e ha deciso di mandare alle stampe Partigiani della montagna (edito da Feltrinelli, pagg. 180, 12 euro).

Il libro non ebbe una grande fortuna all’inizio, in quei tormentati, caotici mesi del dopoguerra. «Venne stampato da Bertello, un tipografo di Borgo San Dalmazzo, ma il distributore fallì nel momento in cui doveva diffondere il libro e le copie restarono in larga parte in magazzino» racconta. Ma adesso potrebbe vivere una seconda giovinezza.
Che un giornalista, uno scrittore, uno storico si ritrovi nelle cose che ha scritto più di mezzo secolo fa è certamente un fatto importante, il riconoscimento di una coerenza personale. Ma perchè oggi Bocca sente il bisogno di pubblicare un libro del 1945?
C’è, naturalmente, la volontà di affermare, di ribadire, il valore dell’antifascismo come principio fondativo della nostra democrazia, in un momento in cui gli eredi di Salò dopo un veloce risciacquo a Fiuggi sono al governo, Berlusconi dice che Mussolini non ha mai ammazzato nessuno e gli oppositori li mandava in villeggiatura e il presidente del Senato sostiene che bisogna farla finita col «mito» della Resistenza.
Ma c’è qualche cosa di più, di diverso, di personale, che attiene alle scelte fatte in un tempo lontano e che poi segnano la vita.
Bocca è diventato partigiano a Boves, nel settembre del 1943, quando il maggiore Joachim Peiper delle SS si rese responsabile della strage che ha segnato la storia del nostro paese. È in quei giorni che Bocca matura la sua scelta, è in quei luoghi che incontra l’avvocato Duccio Galimberti, il «pistin», il primo classe, come dicevano quelli di Cuneo, che sarebbe stato il suo comandante nella brigate di Giustizia e Libertà.
Se uno è passato da Boves, è stato a fianco di Galimberti, cui è dedicato il libro, forse non può mettersi a cantare su altri registri, anche se è passato più di mezzo secolo. E poi, lo diciamo con stima e affetto, Bocca è un testone piemontese, ha idee radicate in profondità, anche nella sua professione non si èmai tirato indietro quando c’era da difendere con durezza una posizione, giusta o sbagliata che fosse.
Questa asprezza la si ritrova nelle sue righe e nelle sua valutazioni mentre conversiamo.
E noi de l’Unità, spesso invitati ad abbassare i toni, siamo confortati dalle sue parole che non fanno sconti a nessuno.
Nell’Italia di Berlusconi, argomenta, c’è un tentativo di «archiviare la Resistenza» condotto da un «revisionismo reazionario che apre la strada alla democrazia autoritaria, da noi e nel resto del mondo».
La Resistenza e l’antifascismo, oggi, «appaionosempre sgraditi, sempre più fastidiosi al nuovo potere » rappresentato da «padroni arroganti e impazienti che non accettano più una legge uguale per tutti, la legge se la fabbricano ad personam con i loro parlamenti yes men». La democrazia, sostiene, non si è arresa, «il suo edificio è saldo e occore del tempo per smantellarlo, ma già sta allargandosi un’area sorda che asseconda il regime, una buona parte degli italiani sembra indifferente alle riforme berlusconiane che in realtà sono delle controriforme che sistematicamente picconano i fondamenti della democrazia».
E non si può nemmeno fare affidamento sul baluardo della libera informazione, sempre più condizionata e attaccata, come dimostrano i fatti di questi ultimi giorni: l’occupazione sistematica delle reti tv da parte di Berlusconi e dei suoi, il conformismo galoppante dei giornali dove si moltiplicano giornalisti e storici skipper, quelli che «sentono» il vento della politica e piegano opportunisticamente la storia e anche la cronaca alle interpretazioni più convenienti in questo momento.
Scrive Bocca: «Quasi tutti i grandi giornali hanno cambiato faccia, ripudiato la tradizione democratica, ricattati dal potere economico, dalla pubblicità. Come gli industriali degli anni venti che aprirono la strada al fascismo.
Lo adottarono, anche a costo, come diceva Trockij, di farsi prendere a calci in faccia. Ed è tornata la fabbrica della calunnia.
Ci sono uffici, agenzie di informazione specializzate nella raccolta di immondezze a lanciare sugli oppositori, la serie di rivelazioni inventate o esagerate, una vera e propria disinformatsija finanziata dal regime».
Di fronte a questa situazione Bocca è andato a riprendersi il suo primo libro.
Lo ha riletto e ha pensato che è di grande attualità, anche oggi.
«La pubblicazione di questo piccolo libro di sessant’anni fa – termina la sua prefazione – ha una ragione molto semplice: ricordare come sono andate le cose nel periodo più nero e umiliante della nostra storia, ricordare quella forte pagina di solidarietà e di civile dignità che oggi appaiono quasi impossibili».
Partigiani della montagna si chiude con l’elenco dei caduti delle divisioni di Giustizia e Libertà e la Preghiera del patriota piemontese. Forse qualcuno potrà pensare che si tratta di archeologia dei sentimenti.
Non è così. È una bella lezione che andrebbe divulgata con metodo e coerenza perchè, come ricordava quel timido professore universitario di Torino alla conduttrice della trasmissione tv Otto e mezzo, «la storia non è un talk show».