| Conosco Monsignor
Bettazzi da una quarantina d’anni, dai tempi in cui era Vescovo di Ivrea,
ed io giornalista a l’Unità di Torino. Ricordo di averlo incontrato
in più occasioni in quegli anni «caldi» da un punto
di vista sociale, mentre svolgevo il mio lavoro di cronista, in mezzo ai
cortei degli operai in sciopero, per la difesa dei loro diritti, primo
fra tutti quello del posto di lavoro. Incontri fugaci, ma significativi.
E Monsignor Bettazzi era lì, tra quei lavoratori, a quegli operai,
a esprimere loro la solidarietà di tutta la sua Diocesi.
E quella presenza gli costò anche una denuncia «per blocco stradale». Venne prosciolto in istruttoria, con tutti gli operai in lotta «perché il fatto non costituiva reato». Negli anni del mio mandato di sindaco di Torino fui coinvolto in uno scambio di corrispondenza tra Luigi Bettazzi e Enrico Berlinguer. Il vescovo di Ivrea, nel luglio 1976, aveva indirizzato una lettera aperta al segretario generale del Pci che così si apriva: «Onorevole, Le sembrerà forse singolare, tanto più dopo le ripetute dichiarazioni di vescovi italiani, che uno di loro scriva una lettera, sia pure aperta, al Segretario di un partito, come il suo, che professa esplicitamente l’ideologia marxista, evidentemente inconciliabile con la fede cristiana. Eppure mi sembra che anche questa lettera non si discosti dalla comune preoccupazione per un avvenire dell’Italia più cristiano e più umano». Berlinguer rispose in tredici
fitte cartelle dattiloscritte, che varrebbe la pena ripubblicare integralmente
con la lettera
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Ed eccomi qui, nella casa vescovile
di Albiano, dove vive oggi il Vescovo Emerito di Ivrea, Monsignor Luigi
Bettazzi.
Una conversazione, stimolata,
provocata, da una serie di domande a 360 gradi. Partiamo subito
Larga parte dei giovani oggi
ci dicono che «questo mondo così com’è non ci piace»
e che «un altro mondo è possibile».
Cosa rispondiamo loro?
«Io credo che dobbiamo renderci conto del tipo
di comunicazione che c’è oggi. Ai tempi di Berlinguer la tensione
ideologica portava la gente a riflettere, a pensare, a orientarsi e a scegliere.
Oggi il tipo di comunicazione che c’è, così rapido e preordinato,
fa sì che non si pensi più: i problemi vengono presentati
e hanno già le loro soluzioni. Questo è talmente evidente
che si fa fatica oggi nel mondo a distinguere le politiche di destra e
quelle di sinistra, e a trovare il modo di sopravvivere nel mondo globalizzato
in cui viviamo, senza rendersi conto che in fondo chi possiede i mezzi
di comunicazione li utilizza secondo i propri interessi. Già nel
1980 il Rapporto Brandt dell’Onu (Rapporto sulla disparità fra Nord
e Sud del mondo, promosso dall’ex cancelliere tedesco Willy Brandt, ndr)
segnalava che il più grande pericolo per l’umanità non era
la guerra atomica (allora possibile), ma la divaricazione fra la parte
più ricca e sviluppata dell’umanità e quella più povera
e dipendente. Cosa che va continuando dal 1980, per cui il mondo è
organizzato dai G8, cioè dalle nazioni più ricche, secondo
i loro interessi, rendendo sempre più emarginata la maggioranza
dell’umanità. È questo tipo di atmosfera che rende difficile
lo sviluppo di un pensiero autonomo, che nelle grandi linee viene orientato
da chi ha in mano le leve del potere economico, politico e militare, e
dalla stragrande maggioranza delle persone viene ricevuto automaticamente
attraverso i mezzi di comunicazione di massa che offrono le soluzioni preordinate
dei Grandi. Di questo credo siano vittime in modo particolare i giovani,
che a questo forse non sono sufficientemente preparati. A loro dovremmo
dire di rendersi conto che il futuro è nelle loro mani, ma devono
cercare di essere consapevoli e responsabili dell’orientamento del mondo,
altrimenti diventano strumenti di un mondo organizzato dagli altri per
i propri interessi. Danno a questi giovani le cose rispondenti forse ai
loro desideri più immediati, ma in fondo li mettono al di fuori
delle leve dell’orientamento del mondo di domani».
Lei, Monsignore, è stato
molto in sintonia con il pensiero, non solo come intellettuale, ma come
uomo di Chiesa,
quindi con la sua azione di
vescovo del cardinale Pellegrino,
e in particolare alla sua lettera
pastorale «camminare insieme», definita stoltamente «datata».
Le posso chiedere perché
una figura eminente come la sua è stata praticamente rimossa dalla
Chiesa piemontese?
«Credo che vada sottolineata intanto l’importanza
delle due parole “camminare insieme”, nel senso che anche all’interno del
mondo ecclesiale c’è chi spinge per camminare ma autonomamente,
o a gruppetti, e chi, per stare insieme, sta fermo. Direi invece che è
una fondamentale legge dell’umanità e della Chiesa quella di camminare
insieme. Quanto al cardinal Pellegrino, al di là della sua ben documentata
formazione intellettuale, sul piano umano, mi piace ricordare che quando
aveva un’intuizione su qualche verità o orientamento lo presentava
con molto vigore, alle volte anche con poca diplomazia. Anche quando parlava
all’interno della Cei, ricordo che spesso usava forme che si prestavano
ad essere criticate per alcuni particolari, e questo lo rendeva forse meno
efficace. D’altra parte è anche vero che quando si propongono dei
notevoli cambiamenti si trovano delle notevoli resistenze. Basta guardare
anche oggi come viene considerato il Concilio: l’autorità religiosa
di Bologna non c’era ai funerali di Alberigo e non ho potuto presiederlo
io, vescovo. Criticano Alberigo perché considerava il Concilio come
un evento di grande cambiamento, mentre loro lo considerano solo un’accelerazione,
che non va interpretato come una discontinuità ma come una continuità.
Su un piano dogmatico è vero che c’è continuità, non
ci sono verità nuove, ma su un piano pastorale invece la discontinuità
è fortissima. Un vescovo romano è addirittura arrivato a
dire che siccome Paolo VI accettava sollecitazioni della minoranza, il
Concilio va interpretato secondo la minoranza. Sarebbe come dire che siccome
un quadro deve avere una cornice, la bellezza del quadro è determinata
dalla cornice. E questo si dice in un volumone presentato dal cardinal
Ruini e dal professor Riccardi (docente di Storia del Cristianesimo e fondatore
della Comunità di S. Egidio, ndr) a Roma».
Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo
Abele, non si stanca mai di ripetere, rifacendosi al Vangelo, «di
essere schierato dalla parte degli ultimi». Non si ha la sensazione
che questa massima evangelica sia molto osservata non solo dagli uomini
politici ma anche dalla stessa autorità della Chiesa di Roma. Mi
sbaglio? Nel recente viaggio in Brasile del Papa si è avuta l’impressione
che quella moltitudine di poveri, «gli ultimi», siano stati
un po’ trascurati.
«C’è un documento Cei del 1981, che è
un’isola, perché dice che bisogna cominciare dagli ultimi; ma in
seguito non se n’è tenuto molto conto. Questo anche perché
si è fortemente condizionati dall’opinione pubblica, che non è
fatta dagli ultimi, ma dai mezzi di comunicazione di massa che sono in
mano ai potenti, i quali hanno l’abilità di presentare delle motivazioni
anche umanistiche per quelli che sono i propri interessi. Basti pensare
a chi dice di fare la guerra per portare la democrazia quando invece si
sa che c’è ben altro sotto. Quindi è difficile continuare
a partire dagli ultimi perché siamo parte di un meccanismo che non
lo prevede. Pensiamo anche all’otto per mille, che certo permette alla
Chiesa di fare del bene, ma che in fondo mette la Chiesa nell’esigenza
di muoversi nell’ambito finanziario. Quindi si fa molto per gli ultimi
ma sempre partendo da un certo tipo di mondo. Paolo VI preparò la
Popolorum progressio del 1967, un’enciclica molto forte che fu il suo modo
per dire che la Chiesa stava con i poveri. Ma il vero intervento fu fatto
nel 1968 a Medellin dai vescovi dell’America Latina, i quali dissero che
bisognava incominciare a vedere le cose con gli occhi dei poveri. Invece
oggi normalmente i mezzi di comunicazione di massa ci presentano le cose
con gli occhi dei ricchi, tant’è vero che oggi la prima cosa che
si fa per salvare l’economia è licenziare gli operai. Io ricordo
che, quando vendevamo le armi a Iraq e Iran (ed è proibito vendere
armi a paesi belligeranti), il nostro bravo Ministro della Difesa d’allora
la prima volta disse che noi le vendiamo a tutti e due (e vinca il migliore!),
la seconda volta disse che “non sapeva”, (ma un ministro dovrebbe sapere!);
e la terza volta disse che di due casi sapeva ma aveva chiuso gli occhi
perché altrimenti sarebbero fallite due fabbriche italiane. Ecco,
questo è vedere con gli occhi dell’economia e di chi sta bene, mentre
partire dagli ultimi significa soprattutto guardare dal loro punto di vista.
Questa io credo che dovrebbe essere la grande presa di coscienza che dovremmo
fare: noi ci preoccupiamo dei giovani, ma quando loro vedono che i grandi
corrompono e fanno i loro interessi a discapito degli altri possiamo poi
lamentarci se nel loro piccolo fanno altrettanto? Per quanto riguarda il
viaggio in Brasile è normale che succeda questo, perché chi
organizza non vuole far vedere la miseria. Succedeva anche quando andava
Giovanni Paolo II, anche se magari voleva fermarsi a benedire una capanna
in Africa veniva bloccato, perché questi viaggi sono tutti organizzati
nel dettaglio, e chi organizza vuole fare bella figura».
Motivo di questo nostro colloquio
è stato quello di verificare una sensazione che ci angoscia, cioè
di vivere un tempo «dissociato», quasi che una forma di virus
misterioso abbia colpito le classi dirigenti dell’umanità accentuando
le disuguaglianze, la povertà, la violenza, mettendo a rischio quelli
che vengono chiamati «i beni comuni» sull’altare di una falsa
modernità. Non ritiene che la Chiesa in un contesto mondiale caratterizzato
da una drammatica realtà potrebbe avere una grande funzione di orientamento,
di guida, nonché di denuncia?
«Io credo che qualcosa si muove, ma purtroppo
succede lentamente. Ai vertici nel 1989 a Basilea per la prima volta si
sono incontrati i Cristiani d’Europa, Cattolici, Protestanti e Ortodossi;
e il tema era “pace e giustizia a salvaguardia del creato”. Significava
che prima di metterci d’accordo sul piano dei valori teologici, sui quali
si continuerà sempre a discutere, bisognava mettersi insieme sui
valori dell’umanità, sui grandi temi. Fu una cosa molto importante.
Papa Giovanni ebbe a dire “ma se noi guardiamo bene Gesù aveva posizioni
che oggi chiameremmo di sinistra”. Noi siamo più propensi ad intervenire
sulla morale individuale, che poi però viene lasciata alla valutazione
della persona, che su quella sociale, che sfocia nel politico. Ma dovremmo
avere la chiarezza di dire che non possiamo prendere come principio politico
il potere e l’interesse perché questo è proprio quello che
scredita la religiosità. Giovanni Paolo II ebbe questa grande intuizione
di convocare ad Assisi tutte le religioni dicendo che pur avendo opinioni
e nomi diversi adoriamo tutti lo stesso Dio e non possiamo più fare
le guerre in nome della religione. Papa Giovanni diceva già nel
1963 nella Pacem in terris che dati i mezzi di distruzione che ci sono
oggi e date le possibilità di incontro, ritenere che si possa portare
avanti la pace con la guerra è alienum a ratione, che fu tradotto
“sembra impossibile” ma in realtà significa “è roba da matti”.
Papa Giovanni Paolo II nel dicembre 2003 arrivò a dire che si doveva
insistere di più sulla non violenza attiva, perché proprio
secondo i principi cristiani dovremmo condannare la guerra».
La nostra è una rivista
che si rivolge in modo particolare alle nuove generazioni. Se dovesse inviare
loro un messaggio cosa gli direbbe?
«Gli direi innanzitutto di cercare di pensare,
di farsi delle idee proprie attraverso verifiche e confronti. Poi direi
loro di mettersi insieme ad altri, perché da soli non si arriva
da nessuna parte. Io penso sempre ai giovani del ’68, che dicevano “facciamo
l’amore e non la guerra”: di fronte ad un mondo tutto orientato al consumo,
organizzato per la produzione e per il commercio, con il settore delle
armi in testa all’industria, loro auspicavano un mondo impostato sull’umanità.
Certo, poi l’amore bisogna anche farlo per bene».
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