Ieri sera, alle 20 e 30 in punto, quando hanno visto comparire in televisione
la faccia di Silvio Berlusconi a reti unificate, milioni di italiani avranno
pensato: ecco, finalmente, il presidente del Consiglio ha trovato la forza
e il coraggio di parlare al Paese dopo il più catastrofico black-out
della nostra storia nazionale. Lo ha fatto con un giorno e mezzo di ritardo.
Lo ha fatto quando ormai le sue parole servono di meno.
Lo avrà fatto, speriamo, per chiedere scusa ai cittadini rimasti
anche 19 ore senza elettricità. Poteva farlo prima, si saranno detti
in molti, ma lo ha fatto. Quei milioni di italiani che hanno pensato ciò,
forse non sapevano che delle catastrofi nazionali, ancorché originate
dalle colpevoli manchevolezze di un governo infarcito di incapaci, il nostro
premier se ne infischia allegramente. E, infatti, ieri sera alle 20 e 30
Silvio Berlusconi sorrideva quando ha occupato la Rai per trasmettere,
gratis, un gigantesco e vergognoso spot elettorale. Il ricorso alle reti
unificate è uno strumento eccezionale di comunicazione per mettere
tutto il Paese al corrente di un evento di straordinaria importanza. Per
«grave e urgente necessità pubblica», dice espressamente
la legge. Se domenica scorsa nelle ore della paura e dell’incertezza il
presidente del Consiglio avesse chiesto alla Rai le reti unificate per
informare, spiegare, rassicurare, chi avrebbe potuto criticarlo? Domenica
scorsa, però, Berlusconi era rintanato chissà dove e mentre
i suoi concittadini vivevano un giorno difficile, dopo una notte di incredibile
ansia, lui pensava ad altro. Probabilmente aveva già dato ordine
alla Rai di mandare in onda la cassetta prefabbricata, prima uscita ufficiale
della campagna elettorale del 2004. In vista delle elezioni amministrative
ed europee. E, chissà, in vista anche delle elezioni politiche anticipate
a cui, dicono, il premier adesso punta decisamente di fronte al fallimento
del suo governo e alla dissoluzione della sua maggioranza.
Lo spottone si divide in tre parti. Nella prima, Berlusconi si dilunga
nella perorazione di una sgangherata quanto immaginaria riforma delle pensioni.
Poiché di economia lui sa poco, e di previdenza nulla, si arrabatta
da orecchiante a descrivere una legge che non c’è, in un frullato
incomprensibile di date, cifre e vaghi e lontani scenari. Si capisce solo
che le casse dello Stato sono allo stremo, ma questo lo sapevamo già.
A vederlo e a sentirlo la sensazione è sempre la stessa: un venditore
che cerca di bidonare i suoi clienti. Poi c’è l’attacco violento
ai sindacati che, messi di fronte a una riforma imbroglio andranno, di
nuovo tutti insieme, allo sciopero generale. Per il venditore, guarda un
po’, sono loro che «stanno ingannando» gli italiani. Quindi,
ecco lo spudorato finalino sul presunto coraggio di chi per raccattare
qualche euro non trova di meglio che prendersela con i pensionati: «questo
coraggio ce l’avremo se continuerete a sostenerci con la vostra fiducia».
Bisognerà tornare su questo uso personale e illegittimo della
televisione di Stato. Bisognerà fare qualcosa per salvare ciò
che resta del servizio pubblico radiotelevisivo, ridotto a zerbino del
presidente-padrone. Si ha come l’impressione, tuttavia, che il trucco non
funzioni più. Ieri sera tutto è apparso più finto
del solito: i finti sorrisi, la finta bonarietà, il finto messaggio
di un finto premier. Tutto è apparso ancora più vecchio e
più fasullo di sempre. In quello scenario di cartapesta, il povero
tricolore sembrava in ostaggio. Berlusconi non se ne rende conto e continua
a sbagliare. Se avesse parlato agli italiani la sera del black-out forse
avrebbe meritato il rispetto anche di chi gli è avversario. Da ieri
sera non merita neanche quello.
29.09.2003 di Antonio Padellaro
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