Immaginate in America un mondo in cui Donald Trump il miliardario,
quello che ha contratto un debito di miliardi,
possegga la Nbc, viva alla Casa Bianca e,
intanto, avvii Miss California a un seggio al Congresso;
Sareste appena a metà strada per capire la politica italiana”.

Italia: forze dell’ordine e magistrati conseguono grandi risultati e arrestano pericolosi boss,
il premier Berlusconi sfugge alle accuse di corruzione grazie ad una legge truffa
Riflettano tutti coloro che ripetono che ormai il conflitto d’interesse è stato “assorbito” dal Paese:
IL RE È NUDO
di Massimiliano Perna – 30 maggio 2009ilmegafono.org
Caos Italia: forze dell’ordine e magistrati conseguono grandi risultati attraverso operazioni con cui arrestano pericolosi boss, mentre il premier Berlusconi sfugge alle accuse di corruzione grazie ad una legge truffa
In queste ultime settimane, magistrati e forze dell’ordine hanno conseguito importanti risultati nella lotta alla criminalità organizzata, eseguendo arresti eccellenti in tutta Italia. In Sicilia, diverse operazioni hanno colpito e decimato i clan palermitani di Brancaccio, Guadagna e Porta Nuova e portato in carcere Leonardo Badalamenti, il figlio del capomafia Tano Badalamenti, lo spietato assassino di Peppino Impastato. In Calabria, si registra la cattura del boss della ‘ndrangheta, Salvatore Coluccio, latitante dal 2005 ed elemento di spicco del narcotraffico internazionale.

In Campania, poi, durissima l’offensiva delle istituzioni, con l’arresto, in meno di un mese, di 4 importanti boss della camorra. Il primo a finire nelle mani della giustizia è stato il casalese Michele Bidognetti, reggente dell’omonimo gruppo camorristico per conto del fratello Francesco, meglio conosciuto come Cicciotto ‘e mezzanotte. Quindi, ad essere acciuffato è stato Raffaele Diana, ricercato dal 2004 ed inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi. Due settimane dopo è toccato a Raffaele Amato, leader degli “scissionisti” di Scampia, scovato in Spagna, a Marbella, dove trascorreva la sua latitanza spacciandosi per un ricco imprenditore. Due giorni appresso, in manette è finito Franco Letizia, altro esponente di spicco dei casalesi e uomo di fiducia di Cicciotto ‘e mezzanotte. Infine, qualche giorno fa, sono state eseguite 64 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di affiliati del clan Sarno.

Nella stessa operazione sono state arrestate dieci donne, tra cui Luisa Terracciano, attuale reggente del clan Arlistico-Terracciano-Orefice. Un’offensiva notevole che ha colpito duramente la criminalità organizzata, privata di capi e reggenti e costretta a gustare il sapore amaro della sconfitta. Per chi si sente invincibile, nonostante una vita basata sulla vigliaccheria e sul nascondiglio, deve essere davvero irritante finire con i polsi dentro le manette di uno Stato che si fa vedere. E di questo ogni cittadino onesto non può che essere contento. Già, perché è questa la reale esigenza di sicurezza del cittadino italiano: non la guerra ai poveri, agli ultimi, ai disperati, ma quella ai potenti, a coloro che opprimono l’economia, lo sviluppo, la libertà di vivere senza condizionamenti, senza paure.

Il pericolo non sono gli immigrati o i senza tetto, ma coloro che ogni giorno versano sangue sulle nostre terre, nascondono rifiuti tossici nei campi agricoli o li scaricano in discariche vicine ai centri abitati. La minaccia per noi cittadini è rappresentata da chi spara per strada, imponendo la legge della violenza, da chi impone il pizzo a chiunque voglia crearsi un’attività in proprio, da chi mette a fuoco, in pochi attimi, anni di sacrifici e sogni, da chi costruisce ogni cosa con calcestruzzo di bassa qualità o con sabbia di mare o con polveri tossiche.

Questo è il pericolo italiano e lo sa bene chi ogni giorno combatte contro mafia, camorra, ‘ndrangheta in tutta Italia. Davanti a questi successi dello Stato non siamo però capaci di gioire più di tanto, perché ci si accorge che se ne parla poco, come se la lotta alla criminalità organizzata fosse solo un’attività comune e di routine. Non fa quasi più notizia. Si preferisce enfatizzare fatti che riguardano gli immigrati coinvolti in fatti di cronaca, anche piccoli e magari nemmeno accertati, in modo da proseguire la strategia di costruzione di un pericolo che è solo immaginario e che distrae dalla minaccia vera, che è quella mafiosa.

Attraverso questa percezione dell’assedio si finisce per giustificare, con piglio giustizialista e disumano, qualsiasi atto contrario al “nemico costruito”, persino le azioni che violano i diritti umani, come nel caso dei respingimenti. Questo è il sottile disegno che il governo di destra ha realizzato e applica quotidianamente. Così, allo stesso modo, tutto il resto passa in secondo piano. A partire dai reati gravissimi di cui si macchiano o si sono macchiati i rappresentanti dello Stato.

Il caso della corruzione dell’avvocato Mills da parte del premier Berlusconi è l’esempio di quanto l’Italia si trovi in una pericolosa situazione di deficit democratico e in una condizione di totale “distrazione” rispetto a ciò che è davvero grave ed esecrabile. In ogni altro Stato, un’accusa di corruzione (ma anche molto meno) avrebbe determinato le immediate dimissioni del premier e del suo governo. In Italia, invece, nessuna timidezza, nessun imbarazzo, anzi una reazione aggressiva e compatta da parte di Berlusconi e dei suoi colleghi di maggioranza; la strategia è sempre la stessa: attacco ai giudici in nome della solita favola della persecuzione a scopo politico.

E la cosa peggiore è che la gente continua a credere a quest’uomo, il quale ama la politica, perché attraverso di essa si è garantito, negli anni, totale impunità, grazie ad una serie di leggi costruite ed approvate allo scopo di salvarlo dai suoi tanti guai giudiziari. L’ultima legge, in ordine di tempo, è il lodo Alfano, che sospende i processi (ma non ferma il tempo per la prescrizione) per le quattro più alte cariche dello Stato. Un provvedimento assurdo e incostituzionale che violenta e straccia il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini dinnanzi alla legge, già messo in crisi dall’esistenza dell’immunità parlamentare.

Gli italiani accettano tutto questo con il sorriso, senza indignazione, come se fosse una cosa non grave. Eppure i semplici cittadini sono quelli che se ritardano un pagamento si trovano subito una multa o una mora da pagare, oppure se commettono un reato finiscono in galera e si sottopongono a processi lunghi, anche quando si è innocenti. Tutti paghiamo per ogni piccola deviazione alle regole, spesso ci sono persone che pagano per fatti non commessi.

Tutti si fanno giudicare, ma Lui no: Lui ha talmente paura della verità che non rinuncia all’immunità e non si lascia giudicare, ma anzi attacca e continua a negare ogni addebito, a parlare di persecuzione, facendosi confortare dal gran numero di avvocati, amici, giullari, servitori e servetti che popolano la sua corte. Ed il popolo è lì che applaude.

Se poi qualcuno urla che il Re è nudo, nessuno gli crede, perché tanto di sicuro si tratterà del solito comunista, di una toga rossa, un giornalista della stampa di sinistra, un persecutore, insomma uno fuori dal coro. Un coro fatto di consenso drogato, tipico dei regimi sudamericani dei decenni scorsi, basati solo sul potere economico del dittatore e sull’anticomunismo, senza un tessuto culturale alla base e, per questo, ancor più pericolosi del fascismo.

In Italia non ce ne accorgiamo, ma in Europa qualcuno ci avverte, come hanno fatto in settimana due importanti giornali inglesi, il Financial Times e l’Independent, che hanno definito Berlusconi un “pericolo” per la democrazia italiana e il responsabile del “lento ma costante degrado delle istituzioni democratiche della nazione”.



Il nuovo volto del potere
GIUSEPPE D’AVANZO – La Repubblica – 1 Giugno 2009
E’ il nuovo volto, finora nascosto, di un potere spietato. E’ il paradigma di una macchina politica che intimorisce. C’è ancora qualcuno che può pensare che questa sia la trama di un gossip e non la storia di un abuso di potere continuato, ora anche violento, e quindi una questione che scrolla la nostra democrazia?
IL “caso Berlusconi” svela da oggi anche altro e di peggio. Ci mostra il dispositivo di un sistema politico dove la menzogna ha, non solo, un primato assoluto, ma una sua funzione specifica. Distruttiva, punitiva e creatrice allo stesso tempo. Distruttiva della trama stessa della realtà; punitiva della reputazione di chi, per ostinazione o ingenuità o professione, non occulta i “duri fatti”; creatrice di una narrazione fantastica che nega eventi, parole e luoghi per sostituirli con una scena di cartapesta popolata di fantasmi, falsi amori, immaginari complotti politici.

E’ stato per primo Silvio Berlusconi a muovere. Si scopre vulnerabile nelle condizioni di instabilità provocate dalle parole della moglie (“frequenta minorenni”, “non sta bene”) e fragile per la sua presenza nella peggiore periferia di Napoli a una festa di compleanno di una minorenne. E’ dunque costretto a mostrare, senza finzioni ideologiche, il suo potere nelle forme più spietate dell’abuso e della pura violenza. E’ già un abuso di potere (come ha scritto qui Alexander Stille) in un pomeriggio di autunno telefonare, da un palazzo di Roma e senza conoscerla, a una ragazzina che sta facendo i compiti nella sua “cameretta” per sussurrarle ammirazione per “il volto angelico” e inviti a conservare la sua “purezza”. E’ un abuso di potere ancora maggiore imporre ai genitori della ragazza di confermare la fiaba di “una decennale amicizia” con il premier, nata invece soltanto sette mesi prima grazie a un book fotografico finito non si sa come sullo scrittoio presidenziale.

E’ pura violenza pretendere che gli si creda quando dice: “Io non ho detto niente”. Tutti abbiamo sentito Berlusconi dire, spiegare, raccontare in pubblico e soprattutto contraddirsi e mentire. Ora egli pretende che il potere delle sue parole sulla realtà e sui nostri stessi ricordi sia, per noi, illimitato e indiscusso. Esige che noi dimentichiamo ciò che ricordiamo e crediamo vero ciò che egli dice vero e noi sappiamo bugiardo. Non ha detto niente, no? Berlusconi chiede la nostra ubbidienza passiva, l’assuefazione a ogni manipolazione anche la più pasticciata. Reclama una sterilizzazione mentale (e morale) dell’intera società italiana.

Già basterebbe questo atto di pura violenza per riproporre le dieci domande a cui il capo del governo non vuole dare risposta da più di due settimane perché, palesemente, non è in grado di farlo. Se lo facesse, potrebbe compromettere se stesso, rivelare abitudini e comportamenti in rumorosa contraddizione con il suo messaggio politico (Dio, patria, famiglia).

C’è altro, però. Berlusconi sa che questa prova di forza non lo mette al sicuro dal potenziale catastrofico della “crisi di Casoria”. Sa che spesso i fatti sono irriducibili e hanno la tendenza a riemergere. Sa che per distruggere quella realtà minacciosa, deve distruggere presto e nel modo più definitivo chi la può testimoniare. Anche in questo caso il premier ha deciso di muoversi con un canone di assoluta violenza. E’ quel che accade in queste ore. Per raccontarlo bisogna ricordare che i giorni non sono passati inutilmente perché hanno offerto a chi ha voglia di sapere e capire qualche accenno di “verità”.

Veronica Lario dice a Repubblica che il premier “frequenta minorenni”. Berlusconi nega dinanzi alle telecamere di Porta a porta di frequentare minorenni.

Mente, ora è chiaro. Ci inganna intenzionalmente e consapevolmente, ben sapendo che cosa vuole deliberatamente nascondere. Ha frequentato la minorenne di Napoli come altre minorenni hanno affollato le sue feste e affollano i suoi weekend nella villa di Punta Lada in Sardegna. Dov’erano quelli che oggi minimizzano la presenza di ragazzine alla corte di un anziano potente di 73 anni quando quel signore negava di “frequentare minorenni”?

Un secondo punto, fermo e indiscutibile, è l’inizio dell’amicizia con Noemi, la ragazza napoletana. La retrodatazione del legame tra il premier e la famiglia della ragazza al 1991 si è rivelata posticcia e contraddittoria. I suoi incontri con la minorenne, anche in assenza dei genitori, sono stati documentati (Villa Madama; Capodanno 2009 a Villa Certosa). L’inizio dell’affettuosa e paterna amicizia tra il capo del governo e la minorenne è stata testimoniata dall’ex-fidanzato della ragazza, confermato da una zia di Noemi, fissato nell’autunno del 2008.

Contro questi “punti fermi”, che lasciano il premier nudo con le sue bugie, si è scatenata una manovra utile a scomporre, ricomporre e confondere i fatti in un caleidoscopio mediatico di immagini false dove l’arma è la menzogna e gli armigeri sono i giornalisti stipendiati dal capo del governo, dimentichi di ogni deontologia professionale e trasformati in agenti provocatori; i corifei del leader, forti dell’immunità parlamentare e disposti a ogni calunnia. Buon’ultima Daniela Santanché che accetta di fare, nell’interesse del Capo, il lavoro sporco di diffamarne la moglie (“ha un compagno”). Chiunque, in questo affare, abbia portato il suo granellino di verità viene ora sottoposto a un pubblico rito di degradazione fabbricato con un violento uso della menzogna.

Il primo assalto è toccato a Repubblica investita, dall’editore all’ultimo cronista che si è occupato del “caso”, da un’onda di panzane. Prima il complotto politico (ma la polemica sulle veline è stata sollevata dal think tank di Gianfranco Fini). Poi la bubbola del pagamento del testimone (Gino Flaminio) che colloca la prima telefonata di Berlusconi a Noemi alla fine del 2008. L’accusa la grida in tv il ministro Bondi. Qualche giorno prima che un allegro commando di redattori del giornale della famiglia Berlusconi si scateni contro Flaminio allungandogli un paio di centoni “per l’incomodo” e realizzando la ridicola impresa di essere i soli a pagare l’ingenuo Gino. Che, anche se spaventato e intimorito, dice, ridice e conferma in tre occasioni di “non aver avuto un centesimo da Repubblica”. Non è finita. Uguale trattamento viene inflitto al fotografo che ha immortalato, nell’aeroporto di Olbia, lo sbarco da un aereo di Stato delle ragazze (alcune, appaiono da lontano minorenni) invitate a allietare il fine settimana del presidente del consiglio. Infilato prima in una trappola dall’house organ di Casa Berlusconi, denunciato poi per truffa (improbabile reato) dall’avvocato del premier, la procura di Roma decide di sequestrare sia le immagini illegittime (scattate verso il patio di Villa Certosa) sia le foto legittime (raccolte in un luogo pubblico).

Siamo solo all’interludio perché il colpo finale, la menzogna usata come manganello punitivo, viene riservato alla prima e più autorevole testimone dell’instabilità psicofisica del premier e dei suoi giorni con le minorenni: Veronica Lario. Daniela Santanché (non è un’amica della Lario, non frequenta la villa di Macherio) svela a Libero che “Veronica ha un compagno”. E, se “Veronica ha un compagno”, come possono essere attendibili i suoi rilievi al marito? Il cerchio ora è chiuso. Il pestaggio menzognero è completo, anche se non concluso. Ciascuno ha cominciato ad avere quel che si merita.

Questo spettacolo nero ha il suo significato politico. Berlusconi vuole insegnarci che, al di fuori della sua verità, non ce ne può essere un’altra. Vuole ricordarci che la memoria individuale e collettiva è a suo appannaggio, una sua proprietà, manipolabile a piacere. Si scorge nella “crisi di Casoria” un uso della menzogna come funzione distruttiva del potere che scongiura l’irruzione del reale e oscura i fatti. Si misura l’impiego dei media sotto controllo diretto o indiretto del premier come fabbrica di menzogne punitive di chi non si conforma (riflettano tutti coloro che ripetono che ormai il conflitto d’interesse è stato “assorbito” dal Paese). E’ il nuovo volto, finora nascosto, di un potere spietato. E’ il paradigma di una macchina politica che intimorisce. C’è ancora qualcuno che può pensare che questa sia la trama di un gossip e non la storia di un abuso di potere continuato, ora anche violento, e quindi una questione che scrolla la nostra democrazia?