«Mi preoccupa la possibile violenza,
quell’assurda violenza che abbiamo già visto in opera troppe volte»

«Mi preoccupa -aggiunge Berlusconi- la convinzione instillata in alcuni ragazzi che bruciando una bandiera,
spaccando una vetrina o peggio, si possa dare maggiore forza alle proprie idee.

È vero esattamente il contrario». La sensazione che si ricava nel sentir queste parole è più quella di una indicazione di lavoro, di un itinerario da seguire, di un messaggio lanciato nella non velata speranza che qualcosa non vada per il verso giusto in modo da poter utilizzare l’accaduto negli ultimi giorni di campagna elettorale. Magnanimo Berlusconi concede ai manifestanti di questo difficile venerdì il diritto a farlo. «Non mi preoccupa certo la libera manifestazione del pensiero e tanto meno il dissenso che è l’essenza della democrazia» dice il premier ma non rinuncia a lanciare l’allarme su «diversi settori dell’opposizione del nostro mondo politico che hanno preso a pretesto questa visita per manifestare la loro ostilità nei confronti degli Stati Uniti». Mentre il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini dalla capitale spagnola così duramente colpita dal terrorismo ammonisce: «Le proteste democratiche sono sempre appropriate. Solo quelle. Con la violenza non si esprime il dissenso».

Non contribuisce certo ad allentare la tensione il martellante rivendicare da parte del presidente del Consiglio del suo legame di amicizia con George Bush. Gli italiani sono consapevoli di quanto gli americani fecero sessanta anni fa anche se lui si ricorda del nazismo ma rimuove il fascismo. Così come sono consapevoli che l’attuale presidente degli Stati Uniti ha cominciato una guerra. E che Berlusconi l’ha seguito senza condizioni. Insiste il premier. L’ha fatto anche ieri difendendo «la nostra missione in Iraq è e resta esclusivamente una missione di pace. Qualcuno di fronte a quello che è successo in Iraq lo nega. Ma non si può confondere l’aggressore con l’aggredito». E via a trovare giustificazioni. Insistendo sul fatto l’Italia non può lasciare l’Iraq perché sarebbe «una resa al terrore», sarebbe «da parte nostra comportarci da piccolo Paese pronto a fuggire da ogni responsabilità». Bush «è il leader di una grande nazione amica ed alleata», un suo «amico» colpito dal terrorismo che viene «nel nostro Paese come poi in Normandia per celebrare dolorose, gloriose, decisive pagine della nostra storia». L’Italia «dovrà mostrare al mondo la sua ospitalità, la sua maturità, la sua consapevolezza della storia. Al di là di ogni diverso giudizio politico sull’intervento militare in Iraq». La solita confusione in mala fede. Bisogna assecondare Bush per ringraziare i «John, Charlie, Robert, Ted, Howard. I ragazzi di venti, ventidue, venticinque anni che hanno dato la vita per noi» dice il premier con voce commossa. Nessuna comprensione per quelli che non la pensano come lui. «Negli anni ‘60… si in quell’epoca c’era chi diceva meglio rossi che morti. Anche allora credo che questi signori si volessero far chiamare pacifisti». La battuta non sortisce l’effetto sperato. Lo slogan era al contrario: «Meglio morti che rossi».

Continua Berlusconi sulla via del silenzio a proposito della vicenda dei tre ostaggi in Iraq. Ma non rinuncia ad un altro spot elettorale. Ieri mattina è toccato ai «colleghi» costruttori. Promesse a raffica. Compreso l’apertura di un tavolo di trattativa sulle loro richieste. Ma ovviamente dopo il voto. Visto il parterre il presidente si è dilungato sui lavori nella sua villa in Sardegna. «Mi ha chiesto di farli il Cesis per motivi di sicurezza. Ho avuto 38 minacce di morte e poi ci sono già sette primi ministri che vogliono venire in vacanza da me… una prospettiva davvero straordinaria». Comunque, siccome l’attracco protetto bisognava pur farlo «mi sono rivolto a Pietro che è un professionista del traforo e gli ho detto fammi un lavoro ad opera d’arte». Pietro è il ministro delle Infrastrutture, Lunardi. Ed al premier neanche gli passa per la testa che un incarico del genere proprio non ci sta. Dei motivi di sicurezza che avrebbero imposto la costruzione di un anfiteatro da centinaia di posti non è stata data alcuna spiegazione.



«Abbiamo notizie che non ci lasciano tranquilli» dice il premier per motivare l’inaspettata sortita di metà pomeriggio,
a poche ore dall’arrivo di George W. Bush e seguito a Roma. «Da queste notizie è nata la decisione di questa dichiarazione».
Si siede da solo al lungo tavolo della sala stampa di Palazzo Chigi. Non c’è un ministro. Neanche quello dell’Interno
che pure ha su di sè la responsabilità della tenuta di una giornata difficile come quella di oggi. Pisanu ha altro da fare.
Come un dittatore sudamericano il premier parla al popolo attraverso i mezzi d’informazione. E lancia l’allarme.
Un intervento preventivo che sembra una dichiarazione di guerra.