“La Carta non è strumento
di potere
così Berlusconi torna
a Cromwell”
12 dicembre 2008
A Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista
e presidente emerito della Corte costituzionale, Repubblica si chiede di
riflettere
ad alta voce sul significato e
il valore dell’annuncio di Silvio Berlusconi: il premier vuole riformare,
con la sua sola maggioranza,
il Consiglio superiore della magistratura;
separare in due diversi ordini la magistratura giudicante dalla requirente
(i pubblici ministeri);
un referendum popolare dovrebbe
poi confermare entro tre mesi il disegno.
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“Prima di discutere il merito – dice Zagrebelsky –
qualcosa va detto sulle riforme mancate, sulle colpe, le responsabilità
dei riformatori finora mancati. Mi definisco un conservatore
costituzionale. Penso che il lavoro compiuto all’inizio
di un ciclo politico sia sempre più apprezzabile,
migliore, di un’attività in corso d’opera. E tuttavia non è
che non veda
come un grave deficit non aver adeguato i meccanismi
di garanzia della Costituzione alle trasformazioni del sistema politico.
Ne è un esempio proprio l’articolo 138…”.
L’art. 138 della Costituzione
regola le leggi di revisione della Costituzione.
“Appunto, l’art. 138 prevede che le riforme costituzionali
debbano essere approvate con un ampio consenso
raccogliendo il voto della maggioranza e di una parte
dell’opposizione”.
Qual era il significato di questo
consenso qualificato?
“Che la Costituzione, la sua manutenzione, le sue
modifiche non dovessero essere appannaggio della pura maggioranza.
Poi però le leggi elettorali hanno cambiato
il sistema politico, polarizzandolo su due sponde e ora chi ha il sopravvento
nella competizione elettorale e conquista la maggioranza
si fa da sé le riforme costituzionali”.
Salvo poi sottoporle a referendum
popolare, come ha ricordato Berlusconi.
“Berlusconi ha fatto un discorso piano. Prende atto
della disciplina costituzionale, si fa votare la sua riforma
con la maggioranza che il sistema elettorale attuale
gli ha dato, chiede al referendum l’approvazione definitiva.
Anche se ineccepibile, però, questo metodo
cambia profondamente l’essenza stessa della Costituzione”.
Perché, se quel metodo
è previsto dalla stessa Costituzione?
“Perché ci sono due nozioni di Costituzione.
La prima considera la Costituzione come strumento di chi governa.
Per Cromwell, la Costituzione, è appunto Instrument
of Government. Siamo qui alla presenza di Platone, Aristotele, Hobbes,
Schmitt. Per venire al presente o al passato prossimo, non c’è in
Sud America vincitore di elezioni, capo-popolo o colonnello, che non abbia
e annunci un suo progetto costituzionale: è lo strumento di cui
intende servirsi per esercitare il potere”.
Qual è la seconda nozione?
“E’ la nostra. Qui il riferimento è John Locke.
La Costituzione è inclusiva. Non è scritta da chi vince contro
gli sconfitti.
La Costituzione non si occupa di chi sia il vincitore.
Scrive principi per tutti, garantisce i diritti di tutti.
Noi siamo figli di questo costituzionalismo. La nostra
Carta fondamentale è nata con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo
delle Nazioni Unite del 1948, con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo
e delle libertà del 1950.
La Costituzione italiana si colloca in questa tradizione.
E’ nata per essere inclusiva, per valere per tutti. Non è uno strumento
di potere ma di garanzia contro gli abusi del potere. Berlusconi invece
vuole fare il Cromwell. Può essere ancora più chiaro
se ritorniamo al 138. Quell’articolo prevede che anche
un accordo politico ampio possa essere bocciato da una minoranza
del corpo elettorale. Come si sa, il referendum costituzionale
non ha il quorum e, se vanno a votare il 20 per cento degli italiani, l’11
per cento può bocciare la nuova legge. Il progetto di Berlusconi
capovolge questa logica. Non riconosce al referendum un potere distruttivo,
ma pretende che sia confermativo della riforma votata soltanto dalla coalizione
di governo. Diciamo che la manovra, di tipo demagogico, manomette la Costituzione,
annullando lo spirito di convivenza che la sostiene, e la trasforma in
strumento di governo, in strumento di potere”.
Si può dire che la riforma
annunciata non fa che accentuare quella “china costituzionale” di cui lei
spesso ha scritto: indifferenza per l’universalità dei diritti,
per la separazione dei poteri, per la dialettica parlamentare, per la legalità.
“Sì. Un regime liberale-democratico adotta
come principio ciò che dice l’articolo 16 della Dichiarazione dei
diritti dell’uomo e del cittadino del 1789: “Ogni società in cui
la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione
dei poteri determinata, non ha costituzione”. Una Costituzione che diventa
strumento di potere contraddice la separazione dei poteri. E’ quel che
sta accadendo. Abbiamo già un Parlamento impotente dinanzi a un
governo che impone le sue scelte con il voto di fiducia. Ora è il
turno della magistratura”.
Lei condivide la previsione che
la separazione del pubblico ministero dal giudice anticipa la sottomissione
della magistratura requirente all’esecutivo?
“Ci sono molti aspetti discutibili nella divisione
del Consiglio superiore della magistratura in due, ma uno è chiaro
fin d’ora. Se un pubblico ministero non è un magistrato a pieno
titolo, che cos’è se non un funzionario dell’esecutivo? E evidente
allora che, secondo logica, quel funzionario dovrà dipendere da
un’autorità di governo, così pregiudicando l’indipendenza
della funzione giudiziaria e cancellando la separazione dei poteri. Mi
chiedo: che bisogno c’è?”.
E’ inutile nascondersi che è
lo spettacolo offerto dalla magistratura, con il conflitto tra due procure,
ad aprire spazi a questi progetti di riforma.
“Lo spettacolo è sgradevole e la situazione
in cui versa la magistratura italiana è certamente insoddisfacente.
Ma mi chiedo: le proposte che si avanzano eliminano le difficoltà
e i difetti o li aggravano?”.
Qual è la sua opinione?
“Per quel che ho letto, dalle inchieste di Catanzaro
sono emersi collegamenti della magistratura con ambienti politici, finanziari,
malavitosi. La soluzione che propone il governo – l’attrazione del pubblico
ministero nell’area della politica governativa – rafforza quei legami e
non elimina quindi le cause delle disfunzioni, mentre bisognerebbe lavorare
per rendere effettiva l’autonomia della magistratura dai poteri economici,
amministrativi, politici e, naturalmente, criminali. Il disegno di riforma,
codificando una dipendenza, avrà un solo effetto: eliminerà
la notizia di quei legami, non la loro esistenza. Continueranno a esserci,
ma non si vedranno”.
Quali sono le responsabilità
della magistratura in questa crisi?
“Il sistema costituzionale assegna alla magistratura
il massimo dell’indipendenza e non sempre questa posizione è stata
usata con la responsabilità necessaria. Se le cose funzionano, il
merito è della magistratura. Se non funzionano, bisogna dirlo, è
della magistratura il demerito”.
Quali sono le ragioni o le prassi
o le convinzioni che inceppano l’autogoverno della magistratura?
“Non c’è dubbio che la formazione di correnti,
che all’inizio è stata favorita da un confronto culturale (culturale
era il dibattito su come si dovesse interpretare la Costituzione), ha finito
per diventare strumento di promozione e di carriera. E’ una degenerazione.
Se non hai una corrente alla spalle non assurgi a un incarico direttivo.
Solo una corrente può proteggerti quando verrai giudicato per i
tuoi errori. Mi sembra che l’autonomia non sia stata gestita nel senso
per il quale è stata prevista”.
Forse anche per questo è
largo il consenso per una riforma.
“Ci sono le istituzioni e gli uomini. La migliore
Costituzione può essere corrotta da uomini mediocri. Una mediocre
Costituzione può funzionare bene con uomini capaci. Credo che la
magistratura debba fare un severo esame su se stessa. Se il sistema non
funziona, non ne porta anch’essa la responsabilità?”.
Lei crede che questa riforma
costituzionale alla fine si farà davvero?
“Si può sperare che nella maggioranza ci sia
qualcuno che si renda conto della delicatezza delle questioni. Sono in
gioco le garanzie, i diritti, i principi e l’eguaglianza del cittadino
di fronte alle legge. Perché se la giustizia è controllata
dalla politica, la funzione giudiziaria diventa strumento di lotta politica.
Mi appare incredibile che si vada avanti su una strada così pericolosa
e non ci siano voci responsabili che denuncino il pericolo, anche all’interno
della maggioranza”.
Se il governo, come dice Berlusconi,
tirasse diritto…
“Siamo in una situazione tristissima. Penso che occorra
far breccia nelle convinzioni collettive, spiegare all’opinione pubblica
che non si buttano via da un giorno all’altro secoli di storia e di valori
civili”. |