No, chi non gioisce è il presidente del consiglio Bettino Craxi: il partito socialista si mette di traverso e spinge alla riapertura della trattativa. Arrivano tre nuove offerte: dalla Cofima, dalla Lega delle Cooperative, e dalla Iar, che mette insieme Barilla, Ferrero e la Fininvest di Silvio Berlusconi. Tutt’a un tratto il primo accordo diventa “non vincolante”. La gara si riapre. Il vincitore? La risposta è troppo facile.
De Benedetti, però, non accetta il verdetto politico e si appella alla giustizia. Ma il tribunale di Roma, presieduto dal giudice Filippo Verde gli dice di «no».
Il teste Omega
La vicenda si riapre nel 1995, quando Stefania Ariosto, chiamata
da quel giorno “il teste omega”, rivela agli inquirenti un giro di tangenti
alla procura di Roma. Fra le sentenze sospettate di corruzione c’è
anche quella del 19 luglio 1986, con cui il Tribunale di Roma aveva dichiarato
nullo il contratto per la cessione della Sme a Carlo De Benedetti.
Tanti gli imputati eccellenti, tutti accusati di corruzione in atti giudiziari: Silvio Berlusconi, Cesare Previti, l’avvocato corruttore, Attilio Pacifico, l’ex magistrato che faceva da tramite fra corrotti e corruttori, e Renato Squillante, che all’epoca dei fatti era capo dei Gip romani. Sono loro i protagonisti di un giro turbinoso di soldi e favori: il 2 maggio del 1988 (poco dopo che la Cassazione rende definitiva la sentenza contro De Benedetti), 750 milioni di lire passano da un conto di Pietro Barilla a uno di Pacifico, che gira 200 milioni in contanti a Verde. Intanto un altro miliardo passa da Barilla a Pacifico, che avrebbe diviso 850 milioni con Previti versando poi 100 milioni a Squillante, secondo l’accusa «stabilmente retribuito» dagli altri imputati. Ma ci sono anche 434 mila dollari che trasmigrano da un conto Fininvest a uno di Previti e, da ultimo, a uno di Squillante, nel 1991. Da qui l’accusa di corruzione in atti giudiziari, reato per il quale i tempi di prescrizione sono di 15 anni: più lunghi, quindi, rispetto a quelli della corruzione semplice.
Quindici anni dopo. L’accusa e il processo
Nel maggio del 1998, Berlusconi, Previti, Pacifico e Squillante
vengono inseriti nel registro degli indagati. Esattamente due anni dopo,
l’11 maggio del 2001, inizia il processo davanti alla quarta sezione penale
del Tribunale di Milano, presieduta dal giudice Paolo Carfì. La
tattica difensiva degli imputati è fin dall’inizio dilatoria. Si
accampano pretesti, si cerca di evitare che il processo enti nel vivo.
Più volte Cesare Previti annuncia di voler ricusare i giudici per
«grave inimicizia» e «malafede» nei suoi confronti
e chiede la sospensione del processo. Ogni volta la Cassazione gli dà
torto. Il 29 ottobre del 2002 anche Berlusconi ricusa i giudici, ma l’istanza
è giudicata inammissibile e respinta dalla Corte d’Appello di Milano.
Nel frattempo, però, il principale imputato è diventato premier.
E così può iniziare a legiferare in proprio favore: la depenalizzazione
del falso in bilancio fa cadere una delle principali accuse a suo carico.
Altra tattica difensiva di Berlusconi (e ovviamente Previti): non presentarsi alle sedute accampando improrogabili impegni istituzionali. Quando, invece, lo fa, come il 5 maggio 2003 il premier costringe i giudici ad ascoltare le sue dichiarazioni spontanee, un lungo sproloquio che chiama in causa Prodi, De Benedetti e Craxi. Nove giorni più tardi viene deciso lo stralcio del processo di Berlusconi: ora l’imputato non potrà più sfruttare il pretesto del legittimo impedimento a presentarsi davanti ai giudici.
«Berlusconi? Un corruttore»
Il processo contro gli altri imputati procede più spedito
di quello a carico del premier. Il 22 novembre 2003 arriva la sentenza:
il Tribunale di Milano condanna a 8 anni Renato Squillante, per corruzione
in atti giudiziari, a 4 anni Attilio Pacifico e a 5 anni Cesare Previti
per corruzione semplice.
Berlusconi, invece, dovrà attendere un altro anno. Il pubblico
ministero Ilda Boccassini pronuncia la sua requisitoria un anno dopo, il
12 novembre 2004. Per l’accusa, l’imputato non merita attenuanti «per
l’incredibile gravità del reato commesso, che tocca i gangli vitali
del vivere civile: la giurisdizione, il pilastro su cui si regge uno stato
democratico».
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